Francesco Guida:«Milioni di italiani sanno chi è Mutu. Pochissimi chi è Brancusi»

Mar 21, 2011

FOTO: la copertina del libro Storia dell’Europa nel XX secolo. Romania; volume uscito nel 2009, di Francesco Guida, 336 p.

Il volume, dopo una breve premessa dedicata all’Ottocento, racconta la storia della Romania nel Novecento e in questo inizio del XXI secolo.

«Milioni di italiani sanno chi è Mutu. Pochissimi chi è Brancusi» Vicissitudini della cultura romena in Italia secondo lo storico Francesco Guida

«I romeni più familiari al pubblico italiano non appartengono al mondo della cultura propriamente detta, ma a quello della “cultura popolare”». Si presenta così, a giudizio del noto storico Francesco Guida, la relativamente limitata diffusione della cultura romena in Italia. Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma Tre, Francesco Guida è autore di libri importanti sulla storia romena, tra i quali: La Romania contemporanea. Momenti e questioni di storia (Milano, Nagard 2002) e Romania (Milano, Unicopli 2005).

Professor Guida, in che termini si può parlare, a suo parere, della ricezione della cultura romena in Italia oggi?

Non è tra le culture straniere più conosciute nel mio Paese. Gli scrittori romeni sono tradotti in italiano in numero limitato, ma trovo ancor più eloquente la scarsa vendita delle opere letterarie romene pubblicate in Italia. Gli artisti più noti appartengono al mondo della lirica; i più conosciuti nomi del passato non sono neanche percepiti come romeni (Ionesco ed Enescu) o sono noti solo a uomini di alta cultura, come Brancusi. Dunque i romeni più familiari per il pubblico italiano non appartengono al mondo della cultura propriamente detta, ma a quello della «cultura popolare»: milioni di italiani sanno chi è Adrian Mutu. Va fatta, però, una considerazione di notevole importanza: sono ben poche le culture straniere veramente note a buona parte del pubblico italiano e appartengono ai maggiori Paesi occidentali.

Qual è, in particolare, il giudizio sulla ricezione della storiografia romena?

Quasi come corollario di quanto detto poco sopra, devo registrare che la produzione storiografica romena è nota sostanzialmente soltanto a coloro che si occupano di storia romena (dunque agli specialisti i quali sono in numero limitato) e al più ad alcuni studenti universitari (soprattutto se autori di tesi di laurea o dottorato attinenti la Romania). Anche in questo caso, va detto che un italiano di media cultura conosce, peraltro, storici solo di cinque o sei Paesi stranieri. Molto limitato è il numero delle traduzioni italiane di opere storiche romene e, a una prima impressione, solo Xenopol e Iorga hanno attirato l’attenzione degli studiosi italiani sino al punto di vedersi dedicare un’intera opera.

Portando il nostro sguardo ad una rapida retrospettiva della storia romena recente, quale visione si aveva in Italia della Romania di Ceauşescu?

Ceauşescu è, a venti anni dalla sua scomparsa, il personaggio storico romeno più conosciuto in Italia (secondo soltanto a Dracula, ma Dracula nella versione letteraria e cinematografica, non in quella reale). Le sue colpe e alcuni aspetti caratteristici degli ultimi anni del suo regime sono stati fin troppo mitizzati per merito dei mass media. Prima degli anni Ottanta, va detto che la stampa italiana si interessò sufficientemente alla Romania comunista, da quando a partire dalla metà degli anni Sessanta mostrò di prendere le distanze dall’Unione Sovietica. Per alcuni anni il regime romeno fu guardato con una certa benevolenza senza fare troppa attenzione alla sua scarsa propensione a “liberalizzarsi”, mentre un certo numero di turisti italiani ebbe occasione di conoscere direttamente la Romania. Quella benevolenza diede luogo a manifestazioni fin troppo esagerate nella pubblicistica, ma ciò fu dovuto semplicemente alla propaganda sostenuta da Bucarest oppure a forme di opportunismo non troppo apprezzabili: penso a scritti di importanti politici italiani o di giornalisti come Giancarlo Elia Valori.

Come, invece, fu qui vissuto il momento ’89, cioè la rivoluzione romena?

Televisione, radio, giornali nel dicembre 1989 e nel gennaio 1990 prestarono grande attenzione alle vicende romene, né fu solo per pochi giorni. Nel contesto di un fenomeno epocale, quale il crollo dei regimi comunisti, ciò che avveniva in Romania ebbe caratteristiche speciali che attirarono di necessità l’interesse del pubblico. Ceauşescu fu – come è noto – l’unico leader comunista ucciso, mentre solo in Romania il cambio di regime fu accompagnato da scontri armati che lasciarono sul campo diverse vittime. L’attenzione si fece, però, ancora più viva perché le notizie provenienti dalla Romania per diversi giorni continuarono a pervenire errate ed enfatizzate. Il dato che certo colpì di più il pubblico italiano (come quello europeo) riguardava proprio il numero delle vittime che fu erroneamente – e forse scientemente – elevato a molte decine di migliaia.

Soltanto lettori ed osservatori più attenti seppero cogliere poi le caratteristiche della transizione al regime post-comunista, nei suoi aspetti sia di novità sia di continuità rispetto al passato.

Per arrivare ai nostri giorni, come valuterebbe l’attuale fase di transizione post-comunista?

Ormai non userei più l’aggettivo post-comunista: non solo perché è ridotto il numero degli uomini politici già in attività (e con ruoli di un certo peso) durante il regime comunista, ma anche perché dopo quasi venti anni e soprattutto per avere scelto di entrare nella NATO e nell’Unione Europea, la Romania di oggi è diversa da quella degli anni Ottanta, nonostante la realtà romena presenti problemi di ordine sociale ed economico e un’eccessiva vivacità (penso all’impeachment del Presidente) e instabilità politica. Il modello occidentale, fatto di democrazia pluralistica ed economia di mercato, sembra acquisito, e si tratta di migliorarne l’applicazione e le ricadute nella vita dei romeni. In sostanza si deve riassorbire il grande fenomeno migratorio degli anni Novanta (non per i problemi che hanno causato o hanno subito gli emigrati romeni in altri Paesi, ma nell’interesse della società e dell’economia romene), si devono raggiungere indici economici decisamente migliori, sfruttando fino in fondo le risorse materiali e umane disponibili e colmando il gap ancora esistente con le economie più avanzate dell’Unione Europea, si deve garantire un’esistenza più gradevole e serena alla popolazione. A ciò può contribuire una maggiore stabilità politica e la drastica riduzione di usi corruttivi o clientelari (non ignoti peraltro in molti altri Paesi europei) che penalizzano i migliori e i volenterosi, frenando per di più la crescita economica.

Quale evoluzione hanno avuto a suo parere le relazioni diplomatiche ed economiche tra la Romania e l’Italia negli ultimi anni, anche in seguito all’entrata della Romania nell’Unione Europea?

Grazie a una tradizione già precedentemente consolidata di relazioni diplomatiche e culturali, al di là delle differenze dei regimi politici, dopo l’89 i rapporti tra Roma e Bucarest sono stati tendenzialmente positivi. La forte presenza economica italiana in Romania (quasi senza concorrenti) ha dato una motivazione in più e ha fornito un incentivo per tale tendenza. L’unico ostacolo è stato costituito dalla gestione non sempre abile, né sempre illuminata del massiccio flusso migratorio di romeni verso l’Italia. Le manifestazioni di maggior disagio si sono avute dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea e le cronache hanno registrato polemiche giornalistiche come pure qualche fibrillazione tra i governi. Per la sua dimensione quantitativa e per altre caratteristiche note a larga parte delle rispettive opinioni pubbliche, è innegabile l’esistenza di un problema, ma esso può (e deve) essere affrontato con intelligenza per quello che è: un problema di crescita e di assestamento di un grande fenomeno sociale, un problema risolvibile. Al bando ogni atteggiamento isterico, intollerante, irrazionale, al bando i luoghi comuni. Da una parte l’integrazione degli immigrati senza rinunciare al monitoraggio del fenomeno, dall’altra la rimozione delle stesse cause dell’emigrazione sono le armi migliori per mutare l’attuale insoddisfacente situazione, peraltro frutto della complementarietà delle due società e delle due economie. Nel frattempo le relazioni tra i due Stati possono continuare a essere improntate a una collaborazione privilegiata e a piena cordialità, non solo per pura e volontaristica scelta, ma per un evidente, concreto interesse reciproco.

Intervista realizzata da Afrodita Carmen Cionchin

Cultura romena in Italia/2. Francesco Guida: Milioni sanno chi è Mutu, pochissimi chi è Brancusi

www.afroditacionchin.ro