L’unità d’Italia per i romeni ortodossi nella penisola

Mar 18, 2011


Pr. Ioan Lupasteanu

Quest’anno l’Italia celebra il suo 150° anniversario dall’unità nazionale, suggellata il 17 marzo 1861 da Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia. Il formarsi di un governo di tutta la nazione, seguito di una intensa e operosa azione politica e patriottica, ha restituito al popolo italiano la fierezza dell’unità culturale, linguistica e politica di un tempo. Noi Romeni d’Italia ci uniamo con gioia a questo evento sentendoci partecipi non solo del presente di questa grande nazione, ma anche del suo passato. Come Ortodossi esprimiamo la nostra profonda attenzione e partecipazione a questo evento soprattutto con la preghiera, auspicando da Dio che sull’Italia e sugli Italiani risplenda sempre la luminosa esperienza della libertà conquistata in quegli anni di lotte e speranze, che la portarono a godere dell’indipendenza e dell’autonomia di una grande nazione. Questa attenzione spirituale non ci esime dal vivere ed approfondire quegli eventi storici che caratterizzano non solo il nostro popolo ma tutti quelli che in diversa misura fanno o hanno fatto parte della nostra storia, e il nostro legame con l’Italia è anch’esso quasi bi-millenario. Infatti la storia ha visto vicini i nostri popoli. Sin dall’epoca di Traiano il popolo Daco ha conservato e coltivato nel tempo un legame non solo linguistico (siamo identificati come l’isola latina nel mondo slavo) ma anche culturale: nella coscienza nazionale vive la convinzione che siamo di stirpe romana, io specificherei: anche romana.

Ma, per non entrare in merito ad un periodo storico lontano, seppur interessante, e direi fondamentale per la costruzione dell’identità di ogni popolo, vorrei soffermarmi su quegli aspetti, più recenti, che hanno visto sia l’Italia che la ‘Romania’ presi da quel movimento di unità che ha coinvolto l’intellettualità e la politica del periodo in questione. Una proficua letteratura del tempo ci testimonia di profonde relazioni tra Italia e Romania, più precisamente, tra italiani e romeni che si prodigarono per realizzare quell’unità nazionale frammentata da interessi di super potenze che ne debilitavano le radici culturali e persino la dignità umana, di quei popoli che mai avevano rinunciato ad essere un solo popolo sotto una sola bandiera. Il Risorgimento fu il primo movimento ad avere successo nell’Italia geo-politica frammentata.
Il movimento unitario è stato un rilevante e indiscutibile movimento rivoluzionario che contribuì in maniera determinante a mettere in crisi l’intero assetto europeo che il Congresso di Vienna del 1815 aveva ricostituito dopo la débâcle napoleonica. La carboneria, poi la massoneria, prima nei moti del 1820 e ’21, poi quelli 1830, tentarono di rivendicare nuovi spazi di libertà politica, sociale, economica, istituzionale. Il modello Italiano, espressione di una coscienza nazionale da ricostruire e ricompattare, divenne il modello anche per quella parte della Romania che anelava ai medesimi fini: ricostruire l’unità della nazione. Marco Baratto, studioso e ricercatore insigne di questo periodo, così scrive: Troppo spesso il nostro Risorgimento, viene vissuto come un fenomeno puramente nazionale e non se ne apprezza la sua portata europea, soprattutto non si apprezza il fatto che l’Italia , e il suo processo unitario, fu un modello a cui guardavano con ammirazione le varie nazionalità oppresse. Attraverso l’analisi delle motivazioni che spinsero Cavour, Mazzini e Garibaldi ad interessarsi delle vicende delle popolazioni dell’attuale Romania si vuole rendere onore, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia , previsto per il 2011 ed a quanti nel corso di tutto questo tempo hanno reso possibile la costruzione di solide relazioni tra gli italiani e rumeni.
Fu attorno alle personalità di spicco di Cavour e Giuseppe Mazzini che si ispirerà il movimento di unità nazionale, già iniziata da Tudor Vladimirescu che nel 1821 diede il via ad una prima rivolta che fallì miseramente, capeggiata da Nicolae Balcescu. Simone Pelizza scrive: Un nuovo moto rivoluzionario nel 1848 accrebbe la diaspora esterna, intensificando i legami della causa romena con quelli degli altri movimenti nazionali europei. In Italia questa operazione fu principalmente condotta dallo storico Nicolae Balcescu, che ebbe molteplici contatti con la Giovine Italia di Mazzini. Morto a Palermo nel novembre 1852, Balcescu impressionò gli intellettuali italiani per il suo stile acuto e brillante, espresso in numerosi articoli pubblicati sui principali quotidiani lombardi e piemontesi. Probabilmente fu questa limpidezza retorica a guadagnare l’appoggio di Cesare Correnti alla causa romena: dal 1855 lo scrittore milanese si dedicò infatti con straordinaria passione a denunciare il calvario dei popoli danubiani, incrementando il favore popolare nei loro confronti.
Non entriamo nei dettagli delle vicende storiche che determinarono l’occupazione austriaca e l’inasprimento dell’opposizione ottomana e viennese all’unione della Moldavia con la Valacchia, sta di fatto che fu l’appoggio dei piemontesi, e di Cavour in particolare, che incoraggerà in seguito non solo la resistenza ma anche sosterrà, a livello internazionale, la necessità che la Moldavia e la Valacchia formino un solo stato. Subito dopo la chiusura della conferenza di Parigi, i nazionalisti romeni si misero subito all’opera per aggirare le restrizioni imposte arbitrariamente dalle grandi potenze. Grazie all’impegno di leader carismatici come Ioan Manu e Stefan Catargiu, moldavi e valacchi elessero infatti un unico gospodaro per entrambe le loro terre, infrangendo esplicitamente il dettato stabilito dalla diplomazia internazionale. Il prescelto fu il colonnello Alexander Ioan Cuza, eroe della rivoluzione fallita di dieci anni prima ed esponente di spicco dell’assemblea valacca. Liberale tutto d’un pezzo, Cuza odiava gli austriaci, di cui era stato prigioniero dopo i moti del quarantotto, e godeva del pieno appoggio inglese per via della sua moderazione politica. Fu un colpo da maestro, che mise definitivamente fuori gioco il governo di Vienna.
Nonostante le accese proteste, infatti, Francesco Giuseppe non riuscì ad invalidare l’elezione di Cuza, che ottenne invece il pieno riconoscimento di Francia, Russia e Regno di Sardegna. Dal canto suo, il neo-eletto usò toni estremamente cauti, curando con intelligenza la propria relazione personale con Napoleone III, vero e proprio motore della politica europea di quegli anni. Nel frattempo spedì il poeta Vasile Alexsandri come ambasciatore in giro per l’Europa, cercando di convincere i vari stati a dare il loro appoggio alla causa romena. A Torino l’improvvisato diplomatico ebbe un incontro assai piacevole con Cavour e Vittorio Emanuele II, che assicurarono il loro pieno sostegno al governo di Cuza.
E in effetti, pur impegnato nei preparativi per l’imminente conflitto con l’Austria, il governo piemontese continuò a fornire aiuto prezioso ai patrioti danubiani. Già nel febbraio 1859, Cavour presentò un progetto di legge per istituire un consolato generale a Bucarest, riconoscendo ufficialmente l’indipendenza politica romena; tale disposizione fu approvata a tempo di record sia dalla Camera che dal Senato, coronando così una paziente strategia diplomatica durata quasi tre anni. In estate, mentre infuriava la guerra in Lombardia, fu inviato in Valacchia come rappresentante diplomatico Annibale Strambio, che giocò un ruolo cruciale nella pacificazione tra romeni e turchi. Le autorità di Costantinopoli erano infatti furiose per l’atteggiamento ribelle di Cuza, che rifiutava di presentarsi al Sultano come semplice vassallo, pretendendo invece gli onori abitualmente concessi agli altri sovrani d’Europa. Insieme ai colleghi inglese e francese, Strambio convinse il governo turco della futilità delle proprie lamentele, rimarcando il grave isolamento internazionale in cui si trovava la Sublime Porta. La contemporanea sconfitta dell’Austria in Italia convinse il Sultano della necessità di far buon viso a cattivo gioco; nell’autunno 1860 Cuza fu ricevuto a Costantinopoli su un piano di completa parità, ricevendo apprezzamenti lusinghieri dalle massime cariche dello stato ottomano. La Romania era ormai de facto uno stato unito e indipendente. Il 24 gennaio 1862 Cuza ufficializzò definitivamente la cosa, insieme alla ratifica internazionale, con un proclama formale: ‘Rumeni, l’unione è già fatta. La nazione rumena è fondata. Quest’atto grandioso che le passate generazioni avevano desiderato, acclamato dall’Assemblea legislativa, invocato da noi, fu riconosciuto dalla Sublime Porta e dalle Potenze garanti e sta ora scritto nei diritti delle genti […] Amate dunque la vostra patria e sappiatela consolidare. Evviva la Romania!’.
Si chiudeva così una lotta nazionale durata oltre tre decenni, sostenuta dal sacrificio sincero di tanti patrioti e rivoluzionari. Ma anche dall’attiva collaborazione del Regno di Sardegna, che aveva giocato un ruolo fondamentale nel processo di unificazione romeno. Non a caso, Cuza fu uno dei primi monarchi a congratularsi con Vittorio Emanuele II per la sua proclamazione a re d’Italia nel marzo 1861, affermando la solenne fratellanza tra italiani e romeni. E questa dichiarazione non fu solo una piaggeria diplomatica: negli anni successivi, infatti, i rapporti tra i due regni rimasero estremamente cordiali e produttivi, soprattutto sul piano culturale. Diversi studiosi italiani contribuirono all’istituzione dell’Università di Bucarest, mentre studenti e ufficiali romeni rifinivano la loro preparazione nelle accademie Italia. Il tutto in un’atmosfera di genuino rispetto e amichevole confronto.
L’amicizia tra l’Italia e la Romania è tutt’altro che banale e superficiale: i 150 anni dell’Unità d’Italia rappresentano anche per noi una vittoria, una riconquista del tessuto culturale unitario del popolo ‘romeno’, che dopo il grande periodo dell’impero romano ha conosciuto umiliazioni e subito dominazioni che però non ne hanno spento la coscienza dell’unità culturale, di un popolo la cui dignità risale a Decebal, uomo e signore dei Daci, le cui gesta e il cui valore furono celebrati dal grande Traiano.
Altra figura di spicco per la politica della nascente Italia fu Giuseppe Mazzini che sostenne ed avviò quel movimento politico segreto chiamato ‘Giovane Italia’, società che si definiva: ‘La fratellanza degli italiani, credenti in una legge di progresso e di doveri; i quali, convinti che l’Italia è chiamata ad essere Nazione che può con forze proprie chiamarsi tale che il mal esito dei tentativi passati spetta, non alla debolezza, ma alla pessima direzione degli elementi rivoluzionari, che il segreto della potenza è nella costanza e nell’unità degli sforzi, uniti in associazione, il pensiero e l’azione al grande intento di restituire l’Italia in Nazione di liberi e uguali’.
Il pensiero di Mazzini non si limitava all’ambito italiano, con profetica visione si allargava all’intero continente europeo, tanto da spingerlo a sostenere che: ‘Coi popoli aggiogati forzatamente al carro dell’Austria, coi popoli che devono essi pure rivendicarsi libertà e indipendenza. Sia (…) la guerra delle nazioni. Levate in alto la bandiera, non solamente d’un interesse locale, ma di un principio, del principio che da oltre mezzo secolo ispira e signoreggia ogni moto europeo. Scrivete sulla vostra le sante parole: per noi e per voi; e agitatela, protetta da tutte le spade che possono snudarsi in Italia, sugli occhi agli Ungheresi, ai Boemi, ai Serbi, ai Romeni, agli Slavi meridionali, alle popolazioni bipartite fra l’Impero Austriaco e il Turco’.
Così scrive lo storico Marco Baratto: Nel 1848 sull’Europa soffia il vento della libertà, una dopo l’altra, rivoluzioni scoppiano a Parigi, Berlino, a Vienna, a Milano: anche i rumeni innalzano la bandiera rivoluzionaria e vogliono cambiare il paese. L’influenza del pensiero mazziniano sui rivoluzionari romeni in maggioranza moldovalacchi , è riscontrabile nel dibattito che seguì dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848/1849 e il credo e il frasario mazziniani, allora familiari alla classe politica e alla parte più evoluta del popolo romeno, fecero sì che la proposta di Mazzini di una democrazia ‘Europea’ e i suoi progetti federalisti, figurassero al primo posto nei progetti delle società segrete romene nate ad imitazione della ‘Giovane Italia’.
Del resto, da tempo emissari del Mazzini erano attivi in terra romena, che era la base di tanti piani e tentativi insurrezionali nell’Europa danubiano-balcanica e in Polonia e i messaggi di Mazzini a coloro che egli non cesserà mai di chiamare ‘i suoi amici di Bucarest’, parlano di ‘concordanza di dottrina, identità di fini e ricerca assidua d’operosa concordia’.
Dopo la parentesi rivoluzionaria, l’attività svolta in esilio dai liberali radicali romeni mirava a promuovere la cultura politica democratica e repubblicana e, al ritorno in patria, le più belle pagine del loro giornale ‘Românul’ vennero dedicate all’illustrazione delle tesi mazziniane. ‘La Giovane Romania’ collaborò, fin dalla nascita, con il ‘Comitato di Londra’ e partecipò alle iniziative dell’Alleanza Repubblicana Universale.
Tra i fondatori: Nicolae Balcescu, Constantin Rossetti, i quattro fratelli Golescu, i due Bratianu, tutti fervidi d’ingegno e operosità nella loro fede europeistica. Identificando in Mazzini la guida indiscussa del movimento per la trasformazione della carta geografica e dello spirito dell’Europa, Dumitru Bratianu, quale rappresentante dei Romeni nel Comitato Democratico Europeo, andrà a Londra per conoscerlo e stargli vicino.
Mazzini che riconosceva ai romeni un ruolo particolare nella futura Europa, scriveva per l’appunto: ‘Tutte le nazioni erano uguali, dotate di una missione e con il sacro diritto dell’iniziativa rivoluzionaria. Per quello che riguardava la razza romena, […] era chiamata a fare il collegamento tra la razza slava e quella grecolatina ‘. Ricordiamo che, al pari di quello italiano, il popolo romeno era frammentato tra Stati diversi e non tutti i patrioti romeni seguivano la stessa linea. I movimenti insurrezionali del 1848, vedevano avanzare richieste diverse da regione a regione. In Valacchia, si chiedeva la fine del protettorato russo e del ‘Regolamento Organico’, e la sua sostituzione con la Costituzione Nazionale. In Moldavia, bastavano alcune semplici riforme del ‘Regolamento Organico’.
Trasilvania, che dopo la pace di Karlowitz era stata annessa all’Impero d’Austria, si chiedeva parità con le altre nazionalità dell’impero e soprattutto di non essere uniti con un eventuale stato maghiaro. Divisioni e beghe tra i rivoluzionari romeni, tanto simili a quelle tra italiani, fecero fallire entrambi i movimenti insurrezionali del 1848,1849 e 1853 e furono giudicate con severità sia da Mazzini sia dal romeno Constantin Rossetti.
Il primo, nel 1850, nello scritto ‘Foi et Avenir’ sosteneva ‘mancanza di organizzazione, di unità, lotte meschine tra i vari gruppi politici sono all’origine del fallimento della nostra impresa’. Mentre, nel la contemporanea ‘Cronica politica’ del Rossetti, emerge un’interessante parallelismo, infatti, il patriota romeno sosteneva: ‘Milano, Venezia, Roma e le altri parti dell’Italia, invece di sollevarsi insieme tutte d’un colpo, rovesciando tutti gli imperatori, di proclamare la Repubblica Italiana, una sola stanza e un solo governo popolare e repubblicano, si alzarono a turno… Così, anche noi romeni ci alzammo solo in parte e a turno’. Nel giugno 1850 è organizzato, a Londra, il Comitato Centrale Democratico Europeo, che prova a rapportarsi con gli esuli romeni e quelli ungheresi, nel tentativo di mediare le dispute create dal problema delle nazionalità in Ungheria e, nel 1851, lancia il famoso appello ‘Alle popolazioni romene’ firmato, oltre che da Mazzini, anche da Ledru Rollin e da Darasz che, tra l’altro, dice: ‘Il popolo romeno, avanguardia della razza greco-latina, è chiamato a rappresentare in Europa orientale il ponte con le nazionalità slave e il principio della libertà individuale e del progresso collettivo che ci definisce noi, europei, come apostoli dell’umanità’. Nemici degli slavi, degli ungheresi, degli italiani, dei greci e dei rumeni sono l’Imperatore d’Austria e lo Tzar. Il futuro appartiene ai popoli liberi e le controversie verranno risolte da un congresso in cui questi saranno ‘equamente’ rappresentati. I rapporti tesi tra le nazionalità danubiane verranno normalizzati dalla costruzione della confederazione. ‘La grande confederazione danubiana sarà cosa dei nostri tempi. Quest’idea vi deve guidare le azioni. Il ponte di Traiano, con le sue basi sulle sponde del Danubio, è il simbolo dello stato attuale. I nuovi ponti saranno realizzati con le vostre mani. Ecco il vostro compito per il futuro’.

L’appello, appartenente a C. A. Rossetti, è tradotto in lingua romena, in cirillico e latino e viene pubblicato, grazie a I. C. Bratianu e a D. Florescu, da ben dieci giornali parigini. Sulla stampa italiana appare (il 3 luglio e l’8 d’agosto) su la ‘Voce del deserto’ e nel supplemento di luglio agosto de ‘Italia e il popolo’. L’interesse di Mazzini per la causa romena non viene meno neppure negli anni successivi e, sia nel 1859, ma anche nel 1866, l’apostolo della libertà dei popoli, tornerà ad interessarsi della Romania. La sua attenzione è stimolata dal profilarsi, proprio nel 1866, di un nuovo scontro tra Italia e Austria.
Come si evince dai dati storici riportati da Marco Baratto, la Romania come l’Italia, rappresentano per l’Europa del tempo il seme di speranza, seppur politica, di una Europa unita, non più dominata da poche super potenze, ma che abbia al centro la libertà e la dignità di ogni uomo. L’Italia col suo impulso e il suo entusiasmo e la Romania, strategicamente collocata al centro di un mondo culturale diviso, rappresentarono la pietra miliare per costruire ponti di fratellanza, di libertà, di uguaglianza fra i popoli.
Alla vigilia della terza guerra d’indipendenza per liberare le terre venete ancora soggette all’Austria, Mazzini chiede al Governo Italiano di stringere alleanza, non con la con la Prussia, ma: ‘Coi popoli aggiogati forzatamente al carro dell’Austria, coi popoli che devono essi pure rivendicarsi libertà e indipendenza. Sia (…) la guerra delle nazioni. Levate in alto la bandiera, non solamente d’un interesse locale, ma di un principio, del principio che da oltre mezzo secolo ispira e signoreggia ogni moto europeo ‘.
E dopo la guerra ripete che: ‘L’Austria aveva in Italia 150.000 uomini. La guerra prussiana le vietava, checché accadesse, di aggiungerne uno solo. E non basta. Al di qua e al di là della Alpi Dinariche, al di qua e al di là della Sava, lungo il Danubio, lungo la catena dei Karpathi, in Ungheria, in Galizia, in Boemia, nella Serbia, che ha metà dei suoi sotto l’Austria, nei Romani, che hanno gran parte dei loro in Transilvania, nel Banat, in altre provincie austriache, negli Slavi meridionali che anelano a costruire una Grande Illiria, l’Italia aveva alleati presti, desiderosi, chiedenti una nostra parola, una nostra mossa d’aiuto’. L’amore del Mazzini verso la causa della libertà dei popolo italiano e di quello romeno è bene testimoniata dall’articolo scritto dal patriota rumeno Dimitrie Bratianu dopo la sua morte: ‘Ho il diritto, mi sento in dovere di dire a chi non abbia avuto la fortuna di conoscere Mazzini di persona, cosa sia stato quel grande uomo che per quasi mezzo secolo personificò il movimento di emancipazione di tutti i popoli. Mezzo secolo durante il quale tutti coloro che lottavano per la libertà e la nazionalità ovunque venivano chiamati mazziniani, mezzo secolo durante il quale il mondo conobbe due sole potenze, due bandiere: Mazzini, vessillo di libertà, lo zar Nicola, simbolo di dispotismo. Le circostanze fecero sì che io conoscessi quasi tutti gli uomini della rivoluzione e della diplomazia europea e che anche lavorassi con alcuni di loro. In tanti ammirai le doti del cuore e dell’intelligenza; ma tutti avevano anche i difetti opposti a tali doti.
Ciascuna di quelle grandi individualità aveva sì degli aspetti luminosi, ma anche dei nei e dei lati oscuri. In Mazzini trovai l’essere più completo, più armonico; solo in lui trovai riunite tutte le qualità, anche quelle che solitamente si escludono. Mazzini era gracile di complessione, ma robusto e forte; mai lo vidi malato. La sua figura pareva scolpita nell’acciaio; aveva tratti di regolarità classica e di grazia moresca. I pensieri non lo abbandonavano un solo minuto e lo rendevano malinconico, ma la sua coscienza serena e la sua grande fede nell’avvenire dell’Italia avevano raccolto nel suo cuore un fondo infinito di letizia, e appena gli rivolgevi la parola, in un istante, senza il ben che minimo sforzo, il sorriso gli si levava sulle labbra, la fronte gli si rasserenava, gli occhi gli lacrimavano di speranza, e in un linguaggio pieno di vivacità parlava per delle ore intere e il volto gli si illuminava; il suo eloquio si animava man mano che avvertiva come crescesse la comunanza di idee e di sentimenti tra lui e l’interlocutore: il che succedeva quasi sempre’.
Anche la Chiesa Ortodossa Romena seppe sostenere i moti patriottici, offrendo ai suoi figli quella forza spirituale e umana che ha arricchito l’anelito politico di libertà
Benché le Chiese Ortodosse siano additate come Chiese Nazionaliste, cioè, radicalmente legate alla propria nazione di origine, esse hanno un carattere di universalità difficilmente percepibile dalla mentalità occidentale che tendenzialmente lega l’universalità ad organismi ‘super partes’, ad istituzioni sganciate da questo o quel dato politico o geo-storico. L’universalità per la fede Ortodossa sta in Cristo, Signore e Redentore dell’intero cosmo. Una immagine particolarmente cara alla nostra tradizione è quella del Pantocrator, cioè: del Cristo trionfante sulla morte, principio e fine di ogni cosa: l’A e l’O.
Questa Immagine, imperante, ci ricorda innanzitutto che il fine della nostra esistenza, che ha avuto il suo principio nell’immersione in Cristo (il battesimo), è il Suo regno: dunque, la nostra patria non va individuata ne circoscritta ad una o ad un’altra realtà geopolitica. Tuttavia, avendo la provvidenza dato ad ogni uomo e alla Chiesa, che è fatta anche da uomini, uno spazio e un tempo, noi, pur tenendo come meta la patria ‘celeste’, non possiamo dimenticare che l’azione di Cristo, l’annuncio del vangelo, come ogni azione orientata alla salvezza dell’uomo, si gioca qui, in questo mondo, visitato dallo stesso Figlio di Dio e santificato dallo Spirito Santo che con la sua forza, per mezzo dello stesso Signore, ci unisce al Padre. La Chiesa primitiva, che dovette confrontarsi con la cultura del tempo, che dovette comprendere il ruolo dell’autorità civile, ci ha lasciato una testimonianza efficace. Negli scritti del Nuovo Testamento, ed in particolare in Paolo e Pietro, l’invito al rispetto delle leggi, la sottomissione alle autorità, purché non siano contrarie alla legge di Dio, sembrano la strada maestra, il punto di equilibrio, in questo nostro peregrinare verso la patria celeste. San Paolo così scriveva alla comunità di Roma: Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono sono stabilite da Dio. Perciò chi resiste all’autorità si oppone all’ordine di Dio; quelli che vi si oppongono si attireranno addosso una condanna; infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non vuoi temere l’autorità? Fa’ il bene e avrai la sua approvazione, perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza.
È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l’imposta a chi è dovuta l’imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l’onore a chi l’onore (Rm 13, 1-7).
La comunità cristiana vive dunque il rispetto dell’autorità come un dovere, in quanto voluta da Dio per il nostro bene. L’Apostolo Pietro rafforza questa convinzione: Siate sottomessi, per amor del Signore, a ogni umana istituzione: al re, come al sovrano; ai governatori, come mandati da lui per punire i malfattori e per dar lode a quelli che fanno il bene. Perché questa è la volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio. Onorate tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re (1 Pt 2, 13-17). La Chiesa bizantina, prima, e le Chiese ortodosse poi, hanno fatto di queste indicazioni la propria guida nelle relazioni con le istituzioni civili. Quando si parla del rapporto tra la Chiesa e lo Stato, nella nostra Tradizione bimillenaria, si parla di sinfonia, cioè del comune pensare ed agire al servizio dell’uomo e per il suo bene. L’immagine dell’aquila con le due teste rappresenta l’unica potenza di Dio che agisce per il bene e la salvezza dell’uomo sia con il potere temporale che con quello spirituale. La tradizione ortodossa non confonde il concetto di sinfonia con la connivenza ad azioni e scelte che siano contrarie alla fede e alla promozione della dignità dell’uomo. Per questa ragione, proprio perché l’autorità è fortemente esposta a scelte anche pericolose, seguendo i Santi Apostoli nelle loro esortazioni, preghiamo per esse: Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità (1 Tm 2, 1-2). Ogni nostra azione liturgica contiene la supplica a Dio per coloro che ci governano, indipendentemente dal tipo di governo, dalla nazione a cui apparteniamo. Con questo spirito viviamo, dunque, la celebrazione del 150° dell’unità d’Italia. Il fatto che siamo di origine romena non ci dispensa dal pregare e rispettare l’autorità di quel paese con cui condividiamo le nostre storie terrene; in questo senso, pur rimanendo fortemente legati alle nostre tradizioni, ai nostri padri, ai luoghi della nostra origine anche spirituale, ci sentiamo cittadini di questo paese, che rappresenta una tappa del nostro peregrinare verso la vera patria.
Gli anni che seguirono l’unità di Italia e della Romania furono, di fatto, anni proficui da molti punti di vista: molti italiani, soprattutto del nord, emigravano in Romania per trovare lavoro (nei campi o nelle miniere o nell’industria nascente), molti viaggiavano dall’Italia verso le genti di Decebal e di Traiano per studiare, tanti dalla Romania si facevano cittadini della grande “Roma” per apprenderne la profondità storica, culturale e artistica, patrimonio storico comune dell’identità di due popoli che, ieri e oggi, sono chiamati a riproporre quei valori di amicizia e di fratellanza, di condivisione e ammirazione reciproca, per non venir meno alle antiche aspirazioni che hanno fatto dei nostri popoli, nazioni libere. Il Tricolore diventi il simbolo nelle celebrazioni di questo centenario: in esso vi è la sintesi di ciò che di più nobile e più vero caratterizza ed appartiene alle nostre nazioni, alle nostre genti, per essere ancora una volta, per l’Europa e per il mondo, ponti che uniscono le diversità, strade che ricongiungono gli uomini nella loro dignità.

Fonte: www.episcopia-italiei.it