Rapporto sulla ditattura comunista in Romania (3)

Ott 29, 2009



La destrutturazione della società civile

Il Rapporto presenta come negli anni 1947-52 siano state eliminate oppure assorbite nel PMR le organizzazioni politiche non comuniste. Nella repressione si procedette per centri concentrici, partendo dai partiti più lontani, cioè più determinati all’opposizione (Partito contadino, Partito Liberale) passando per quelli indipendenti (Partito socialista), per terminare con i partiti alleati che a un certo punto decisero di‘autodissolversi’. In tutti i casi si usarono metodi non solo antidemocratici ma decisamente illegali. I primi arresti politici contro il Partito contadino nel marzo del 1947 vennero eseguiti sulla base di due ordini segreti del Ministero degli interni; i deputati del Partito liberale furono dichiarati decaduti perché…non partecipavano con regolarità alle sedute e i leader socialisti contrari alla fusione col PMR, come Constantin Petrescu, dopo anni di detenzione preventiva si videro condannati nel

1952 a 15-20 anni di lavori forzati per il tentativo di…spezzare l’unità della classe operaia. Il medesimo destino è toccato alle associazioni che fiancheggiavano i partiti dissolti o che manifestavano comunque una qualche tendenza all’autonomia, mirando alla preservazione di identità culturali, religiose, professionali non comuniste ben radicate

nella società. Prima della loro dissoluzione il PMR, di norma, creò associazioni formalmente simili a quelle come contenuti, ma di fatto semplici esecutrici della volontà del partito. All’inizio degli anni 50 si poteva dire che i rumeni non potevano ormai più riunirsi se non negli spazi messi a disposizione delle autorità. Erano insomma state create le ‘organizzazioni di massa’ teorizzate da Lenin, ovvero le ‘cinture di trasmissione’ realizzate da Stalin. Sotto la denominazione formalmente

apolitica di sindacato, cooperativa, associazione femminile, organizzazione di fabbrica si trattava sempre di entità con puro ruolo ancellare nei confronti del partito. La maggiore di queste per numero e prestigio fu la Unione della gioventù comunista

(UTC), creata sul modello del Komsomol sovietico. L’UTC, sotto diverse denominazioni aveva avuto un’esistenza del tutto trascurabile negli anni interbellici e nel 1945 si sciolse per lasciare il campo a strutture più solide e soprattutto meno compromesse, che dessero l’impressione di mirare non al sostegno di una ideologia, ma per davvero agli interessi concreti degli studenti, degli apprendisti, dei giovani contadini. Per il periodo iniziale i membri comunisti erano anzi consigliati dal partito di ‘non fare parate di marxismo’.

Nel 1948, quando il PMR deteneva ormai l’intero potere nel paese, si ebbero le prime misure repressive contro i dirigenti non comunisti dell’UTC, quelli in particolare che vi rappresentavano organizzazioni democratiche. Già nel 1949 l’UTC poteva dirsi completamente addomesticata se nella risoluzione di un Congresso straordinario si poneva come obiettivi: la mobilizzazione per la realizzazione e il superamento del 12 piano economico; la selezione per i quadri di partito e di governo; l’educazione della

gioventù in senso marxista-leninista, secondo la moralità proletaria, all’amore per l’URSS, il PCUS e Stalin; la vigilanza di classe e la lotta contro gli sfruttatori; seguiva infine la parte più ambigua, quella che prometteva impegno contro gli

atteggiamenti borghesi, il comportamento non rispettoso verso le donne, l’indulgenza per la cultura dell’imperialismo, cioè dell’occidente. Non si trattava solo di obiettivi politici, come si vede, ma venivano fissati anche standard comportamentali, la vigilanza sui quali darà modo per continue intrusioni nella vita privata dei giovani, tanto che ogni dettaglio biografico poteva essere sempre fatto valere per sanzioni politiche.

Nel 1949 l’UTC (che si chiamò UTM per il periodo 1948-1965 durante il quale, come detto anche il PCR si denominò PMR in un omaggio puramente formale alla componente socialista con la quale il PCR si era fuso nel 1948) aveva 650.000 aderenti di cui il 31% operai, il 41% contadini, 6% funzionari, il 3% studenti accanto ad altre categorie. L’80% era di nazionalità rumena, il 20% di nazionalità minoritaria, il che corrispondeva grosso modo alle percentuali sul piano statale. Il numero degli iscritti all’UTC aumentò fino a comprendere negli anni 80 più della metà dei giovani rumeni.

Va notato che nell’autunno 1956 le sezioni studentesche dell’UTC in Transilvania e Banato furono gli unici luoghi pubblici dove venne discussa criticamente l’invasione sovietica dell’Ungheria e la repressione che ne seguì. Gli studenti responsabili degli incontri dove si discusse dell’invasione (non si arrivò a dimostrazioni vere e proprie) furono extramatricolati e alcuni di essi condannati a diversi anni di carcere, fra questi il futuro scrittore Paul Goma. La severa repressione unita ad una sorveglianza rafforzata spense qualsiasi velleità critica nel seno dell’UTC. L’inevitabile degrado morale e intellettuale che ne seguì è esemplificato dal fatto che nel 1983 segretario generale dell’Unione divenne Nicolae Ceauşescu jr., detto Nicu, e sua moglie Poiana Cristescu segretaria del Comitato centrale della medesima organizzazione.

La repressione

“Ovunque e dall’inizio alla fine del suo dominio il comunismo si è mantenuto tramite il terrore”. Così inizia il capitolo dedicato alla repressione operata dai comunisti sulla Romania per quattro decenni. Già nel corso del 1945 il governo di Petru Groza, controllato dai comunisti, aveva disposto una serie di arresti (pare 90.000 nei suoi primi due mesi di vita) contro criminali di guerra. Incriminazione questa che venne utilizzata contro avverarsi politici nel 1946. Ma fu dopo la firma del Trattato di pace nel febbraio 1947 che la repressione assunse le dimensioni più gravi. Indicativo è il fatto che molti arresti e le conseguenti condanne (del resto: “essere indagato significava in partenza essere condannato”) sono avvenute su basi legali molto dubbie anche dal punto di vista comunista: si trattava per lo più di decreti governativi, o addirittura ministeriali, mai pubblicati. Fra questi il decreto del 3 gennaio 1950, oggi famoso ma all’epoca segreto, che prescriveva l’arresto di chi “mette in pericolo o tenta di mettere in

pericolo il regime di democrazia popolare e la costruzione del socialismo o diffama il potere statale e i suoi organi, anche se i relativi atti non costituiscono infrazioni”. Neppure si può stabilire il numero o l’identità degli arrestati: gli unici documenti che danno un orientamento al riguardo sono gli attestati di scarcerazione. Ma questi venivano rilasciati sono a chi ne usciva vivo.

Per avere un’idea di cosa ciò significhi si consideri che dei 180 condannati nel processo contro il Partito contadino ben 53 morirono in carcere e vennero sepolti in anonime fosse comuni. Dal maggio 1950 al luglio 1955 il carcere di Sighet emise tre

certificati di morte in tutto. Un’alternativa all’arresto e all’inevitabile condanna fu trovata dal governo comunista nella deportazione, una forma repressiva che oltre al soggetto da punire coinvolgeva anche tutta la sua famiglia. Le deportazioni effettuate, per decreto, il 18 giugno 1951 riguardarono 44.000 persone dalle regioni occidentali (fra i deportati vi erano anche molti bambini, per i quali sarebbero insorti forse problemi anche più gravi dopo la deportazione dei genitori). Vennero portate nella zona del Baragan, nel sud-est del paese dove era in costruzione il Canale Danubio-Mar Nero, opera sproporzionata ai mezzi e in ogni caso non redditizia ma voluta dal governo per motivi politici, per dare cioè veste mastodontica, sovietica alle sue imprese.

Una repressione condotta su così larga scala non avveniva per reali minacce o pericoli all’ordine pubblico ma, di regola, al solo scopo di intimorire la popolazione, aumentare la insicurezza, demoralizzare. Sono stati trovati ‘piani di lavoro’ mensile della Securitate, con il numero (non il nome!) delle persone da arrestare. Il Rapporto cita in dettaglio i decreti e le circolari illegali anche per un regime comunista. Ad esempio quelli con valore retroattivo mentre la Costituzione della

RPR stabiliva la non retroattività delle norme penali. Non sembra dunque fuori luogo parlare, come fa il Rapporto, di “terrorismo di stato”. Sulla base dei documenti disponibili viene avanzata l’ipotesi che le persone direttamente coinvolte nelle repressioni comuniste siano milioni. Una vera e propria decimazione.