Intervista. prof. Bianca Valota Cavallotti

Feb 21, 2011

Bianca Valota Cavallotti: «Provincialismo, superficialità, interessi politici. Ecco perché la cultura e la storia romena sono due illustri sconosciute in Italia»

«In Italia gli specialisti seri di storia romena sono pochissimi. La storia e la storiografia romena sono poco e male conosciute».

È la severa diagnosi delineata in questa intervista da Bianca Valota Cavallotti, nota specialista di storia dell’Europa Orientale e autrice tra l’altro di: Storia dell’Europa Orientale, Milano, Jaca Book 1993; Pronipoti di Traiano: Roma, l’Italia e l’immagine di se dei Romeni, Bucarest, Fondazione Culturale Romena 2000; H. H. Stahl, La comunità di villaggio. Tra feudalesimo e capitalismo nei principati danubiani, Milano, Jaca Book 1976.

Professoressa Valota Cavallotti, come si presenta a suo parere, ai nostri giorni, la ricezione della cultura romena in Italia?

È un po’ appannata, quasi sommersa dalle confusioni fra rom e romeni. Del resto, anche quando la Romania non doveva ancora superare pregiudizi e confusioni, anche quando, a partire dal secondo dopoguerra, con il muro che si è levato fra Est ed Ovest d’Europa, tutto si è fatto più lontano e confuso, poteva succedere che gli intellettuali e gli artisti romeni – penso ad esempio ad Eliade o a Ionescu, oppure, a un livello più basso, a Cioran – fossero visti quasi come una sorta di estensione della cultura francese. Con ciò, naturalmente, si dimenticava che per molti versi è stata invece proprio la cultura francese a dover molto, negli anni interbellici, ad altre culture, tra cui quella romena. In ogni caso, purtroppo, questa è oggi una cultura poco nota nella nostra Penisola, anche per questioni di lingua. Gli italiani – eccettuati gli specialisti – conoscono poco il romeno, e i romeni hanno tradotto poco in Italiano, o al massimo si sono dedicati alla traduzione di opere grandissime ma praticamente intraducibili, come certe poesie di Eminescu. Poco, invece, si sono dedicati a diffondere la conoscenza di storici e studiosi di alto livello: l’alta cultura e la cultura artistica romena erano assai più note ed apprezzate in Italia prima della guerra.

Va un po’ meglio con la storiografia romena?

Purtroppo no. Anche per la storiografia, in generale, vale quanto appena detto. D’altra parte, con il frapporsi del muro tra Est e Ovest, le occasioni di scambi e studi che potessero avvicinare Italia e Romania si sono molto ridotte rispetto a prima della guerra, e così si è molto assottigliato anche il numero degli specialisti italiani. Negli ultimi lustri, poi, abbiamo assistito ad una certa tendenza, da parte degli esponenti e degli epigoni del vecchio Partito Comunista, a gestire un po’ come «cosa propria» la storia e la cultura dei Paesi dell’Est europeo – quindi anche della Romania – con l’idea che la loro «riscoperta» da parte degli italiani dovesse avvenire sotto la loro tutela e, magari, attraverso il loro controllo politico. Tutto ciò ha contribuito anche a squalificare il livello di questi studi: oggi in Italia gli specialisti seri e qualificati di storia romena – e di storia dell’Europa Orientale – sono pochissimi. Insomma, la storia e la storiografia romena sono in generale purtroppo assai poco e male conosciute in Italia, rispetto al loro effettivo valore. Penso naturalmente soprattutto alla fioritura di opere della prima metà del XX secolo ed anche ad alcuni lavori che malgrado il regime comunista hanno potuto salvarsi dal conformismo e dall’omologazione ideologica.

Lei è nipote del grande storico romeno Nicolae Iorga. Cosa rimane dell’amore e dell’opera di Iorga per l’Italia, oggi?

Iorga ha avuto sin da giovanissimo un grande amore per l’Italia, che ha trovato collocazione fra i suoi più importanti temi di ricerca. E così, insieme a suoi colleghi ed amici come Parvan e Murgoci, ha anche fondato in Italia istituzioni culturali come la Casa Romena di Venezia e l’Accadema di Romania in Roma, che prima della guerra hanno avuto un ruolo importante sia nella formazione dei migliori storici romeni, sia nella conoscenza reciproca tra italiani e romeni, come pure per la promozione della conoscenza della Romania da parte degli italiani, che prima della seconda guerra mondiale era molto migliore – e più adeguata – di quella di cui si dispone oggi.
Una volta caduto il regime comunista, si è posto mano a diversi tentativi di ridar vita a queste fondazioni, con molti sforzi che, purtroppo, non sempre hanno trovato non solo un sostegno adeguato ma soprattutto uomini capaci di intraprendere e condurre in porto le iniziative necessarie. Qualcosa si è fatto, ma molto resta
ancora da fare, soprattutto perché, dopo la scomparsa di quella generazione di studiosi che aveva avuto rapporti con la cultura romena prima della seconda guerra mondiale, gli specialisti seri che in Italia si occupano di questi problemi sono davvero estremamente pochi, mentre invece allignano, anche per motivi politici, studiosi che non ne sanno nulla e che non dispongono della necessaria preparazione.

La sociologia rurale occupa una posizione di rilievo tra le sue direzioni di ricerca. Quali sviluppi si registrano in tal senso da parte sia italiana sia romena?

La sociologia rurale costituisce, grazie al mio maestro Henri H. Stahl (mi piace ricordare che, in occasione della sua morte, gli venne immediatamente dedicato il Congresso Mondiale di Sociologia che si stava per svolgere negli Stati Uniti) e ad altri illustri studiosi del suo ambiente, uno degli aspetti più brillanti della cultura contemporanea romena. Anch’io ho cercato di portarla all’attenzione degli studiosi italiani. È uno sforzo premiato da successo, vista la qualità dei lavori romeni in questo campo, anche se purtroppo non esiste oggi in Italia un analogo interesse per le tradizioni ed il mondo rurale, e per la modernizzazione di quel mondo; l’approccio è spesso diverso, più legato agli studi folklorici.

Esiste a suo parere un interesse, nel mondo editoriale italiano, per la cultura romena?

La cultura italiana, almeno quella che giustifica un’iniziativa editoriale – non penso dunque agli specialisti di livello più elevato – soffre di una certa sensibilità alle mode e di un certo provincialismo. Il problema è sempre lo stesso: trovare il modo di sfondare questo muro di indifferenza, di incapacità di discernere il nuovo e la qualità offrendo un prodotto di grande prestigio. Non sempre ciò è possibile e non sempre i lavori romeni più recenti possono essere considerati tanto interessanti.


Tra passato e presente, qual è l’immagine dei romeni in Italia?


Ci troviamo in un periodo di grande confusione: l’immagine del romeno si sovrappone pericolosamente a quella del rom, cittadino spesso romeno, diventando così spesso assai poco gradevole. Credo che dovrebbe essere compiuto uno sforzo molto maggiore per rilanciare l’immagine e le tradizioni culturali della Romania in Italia, facendo in modo che quell’amore che da sempre caratterizza i sentimenti dei romeni verso l’Italia diventi reciproco. Il lavoro da fare è molto, ma non credo che sia impossibile: si tratta di muoversi individuando bene i passi più opportuni, conoscendo bene l’ambiente della nostra Penisola e ottimizzando le risorse. In questa situazione non giovano personaggi di dubbia o modesta qualità, o di attitudini inadeguate, che talvolta sono stati incaricati di gestire strutture o di avviare iniziative senza disporre in Italia del necessario prestigio e autorità: penso ad esempio alla presenza romena in certe Biennali di Venezia, o a certe nomine a capo delle due maggiori fondazioni romene in Italia, che talvolta sono parse più basate su esigenze ed equilibri interni alla Romania che dettate dal desiderio di ottenere un effettivo successo di iniziativa nella nostra Penisola. Specularmente corrispondente è risultato spesso – ahimé – il problema della strategia adottata nella scelta degli «alleati» italiani da coinvolgere in quelle iniziative: si è trattato di scelte spesso effettuate senza tener conto del reale prestigio e della effettiva capacità di queste persone di incidere ai livelli culturali più elevati. Credo che non si sia mai sufficientemente valutata la necessità di avere una ottima conoscenza del mondo culturale italiano, della sua policentricità, delle diverse specificità di ogni sede – da Milano a Palermo – per ottenere la massima efficacia per le azioni pianificate.

(intervista realizzata da Afrodita Carmen Cionchin)

Cultura romena in Italia/3. Bianca Valota Cavallotti: Un’ignoranza figlia di provincialismo e superficialità

Fonte: www.afroditacionchin.ro