Centro Culturale Italo Romeno
Milano

L’amore per la Romania di Patrick Leigh Fermor (IV)

Lug 29, 2021

Dato l’addio ad Angéla e István, Paddy si muove nuovamente verso est; ben presto i Carpazi mostrano in lontananza i loro picchi nudi e spettacolari. Dopo un’ora di salita il giovane arriva sul limitare di una vallata dove una schiera di mietitori raccoglie il tardivo grano montano. Paddy li descrive così: “Biblici contadini vestiti di bianco e donne dagli ampi cappelli di paglia, alcune con i bambini portati a tracolla sulla schiena come piccoli pellerossa. Quando erano d’impiccio, li appendevano all’ombra, belli comodi nei loro truogoli di legno allacciati da stringhe di cuoio”. Mentre i contadini falciano, il campo è percorso dalla voce tremula e acuta di un’anziana, alla quale altre voci fanno da controcanto.

Attraversate alcune grandi “camere arboree”, tipiche delle foreste di faggi, Paddy entra in una valletta vicino alla quale scorre un torrente. Vi è accampata una tribù di zingari, quasi tutti accovacciati sulla riva del torrente, come se stessero lavando delle stoviglie. Quando il giovane si avvicina, comprende a cosa è finalizzato il movimento impresso alle larghe ciotole che gli zingari fanno roteare: quegli uomini stanno cercando l’oro. Paddy sa che nei Carpazi ci sono vene aurifere e argentifere, che già i romani avevano individuato e cercato di sfruttare, e ricorda che “la Transilvania era la più antica fonte di oro del mondo classico, ed è probabile che i tesori dell’Egitto provenissero da miniere di questa regione. L’oro transilvanico era pregiato per la sua calda sfumatura rossa”.

Dopo un divertente confronto linguistico con il capo degli zingari, che parla con pari disinvoltura il romeno e il magiaro, Paddy continua il cammino tra densi boschi montani; non c’è dubbio – pensa mentre li attraversa – che la foresta fosse l’habitat naturale dei Daci. I pensieri del giovane vengono interrotti da un trapestio di zoccoli, latrati di cani e un’imprecazione inconfondibilmente romena: “Mama Dracului!” Nella valletta irrompe velocemente un gregge, e quando alcune pecore si dirigono pericolosamente verso un precipizio, Paddy riesce a sbarrare loro la strada, evitando il disastro. Scambiate le poche parole che conosce con il pastore, Radu, questi lo invita nella sua casa, una dimora umile e dignitosa posta in fondo a una radura. Qui Paddy assaggia per la prima volta la mămăligă, che apprezza a dispetto di ciò che ne aveva sentito dire, e assiste ammirato alla filatura della lana, che la moglie di Radu esegue con estrema destrezza, canticchiando alcune doine; iniziano quasi sempre con “Foaie verde” o “Frunză verde”, e all’ospite danno l’impressione “di una sorta di saluto silvestre ai faggi, alle querce, ai pini e ai biancospini, come se gli alberi e il loro fogliame custodissero un potere misterioso e benigno”.

Nella casa e nei gesti di quella gente tutto sa di antico, di una vita semplice, di usi e abitudini ancora intatte, come nella scena che vede il padre di Radu accendere la pipa: “Si sentì uno stridio di metallo, e poi una zaffata come di stoffa strinata, causata da un pezzetto di fungo essiccato che l’anziano padre aveva bruciacchiato sfregando una pietra focaia contro un pezzo di metallo a forma di calamita; quindi, soffiandoci sopra, mise il fungo abbrustolito nel camino di una pipa primitiva dal cannello di giunco, sopra le foglie di tabacco sbriciolate. Era la prima volta che mi imbattevo in quell’arnese da età della pietra, che più a sud chiamano tchakmak”. (Questo brano costituisce uno splendido esempio dell’eccezionale capacità di Fermor di cogliere e descrivere tutto ciò che è insolito, curioso, eccentrico).

Prima di andare a dormire, Paddy nota che la moglie di Radu si fa più volte il segno di croce alla maniera ortodossa, e bacia un’icona della Vergine col Bambino. Ma quei pastori – viene a sapere –  non sono ortodossi, sono uniati, greco-cattolici, e quindi non più sudditi spirituali del Patriarca di Costantinopoli né del Primate romeno, ma del Papa, avendo i loro antenati accettato l’Atto d’Unione con la Chiesa di Roma. Nel ripercorrere la storia di questo ramo della Cristianità orientale, Fermor riporta notizie di notevole importanza. Com’è noto, nella prima metà del Seicento il Principato di Transilvania visse un periodo di grande prosperità, benché sottoposta al vassallaggio dell’Impero Ottomano. Nel tentativo di separare i sudditi ortodossi della Transilvania dai correligionari dell’altro versante dei Carpazi, la dinastia ungherese dei Rákόczi riuscì a porre fine alla messa di rito slavo (che i romeni conservavano dai tempi della sovranità spirituale dei Bulgari) imponendo nella celebrazione la lingua romena.

Fin qui è solo una questione di lingua. Ma quando all’autorità ottomana subentrarono gli Asburgo, un’accorta politica di questi, sostenuta dai gesuiti, condusse al dominio della Chiesa di Roma su molti degli ortodossi romeni di Transilvania. Nacque così la Chiesa greco-cattolica, i cui membri dovettero accettare quattro punti: la clausola del Filioque nel Credo; l’uso dell’ostia al posto del pane consacrato nella Comunione; la dottrina del Purgatorio; e soprattutto il primato del Papa. Tutte le altre differenze – il matrimonio dei preti, la barba del clero, il culto delle icone, gli usi liturgici – rimasero immutate.

L’Atto d’Unione recise ogni legame ufficiale tra la gerarchia ecclesiastica della Transilvania e quelle della Moldavia e della Valacchia; ma alla lunga questi cambiamenti sortirono l’effetto opposto a quello desiderato. “La nuova messa”, scrive Fermor, “accese un immediato interesse per la lingua romena, nonché per la sua letteratura e le sue origini”. Inoltre, dopo l’Unione gli intelletti più dotati del capitolo uniate furono mandati a studiare a Roma, dove i rilievi della Colonna Traiana e gli studi storici rafforzarono la loro convinzione di una comune discendenza romana e dacica. Migliaia di bambini romeni furono chiamati Traiano, Aureliano, Valerio, Tito, e il convincimento di discendere da una fusione daco-romana mise radici profonde. La conclusione di Fermor ci pare ineccepibile: “Fra i romeni di entrambi i versanti quelle idee alimentarono uno spirito nazionale e rivendicazioni irredentiste che nell’ultimo secolo sono state abbondantemente soddisfatte. La causa etnica romena deve molto alla Chiesa uniate”.

La fretta di proseguire verso sud impedisce a Paddy di programmare adeguatamente il viaggio. Pur immerso in una natura selvaggia e rigogliosa, sa che è destinato a perdere altre meraviglie: le valli silenziose dove cresce l’erica rosso-rosa dal profumo di cannella, battezzata con il nome del barone Bruckenthal, i limpidi torrenti, i picchi strapiombanti nell’abisso, le decine di laghi alpini, i resti di Sarmizegetusa, l’antica capitale dei Daci e roccaforte del re Decebalo, che fu capace di imporre un tributo all’imperatore Domiziano.

Negli immensi spazi montani che attraversa, non sempre Paddy può contare su dimore o rifugi di sorta; in compenso, le notti all’addiaccio riservano scenari fiabeschi: “Le stelle erano incredibilmente fitte, a guardare il cielo ti sentivi un miliardario e, cosa perfino più bella, le Perseidi (le stelle cadenti) ancora piovevano come fuochi d’artificio”.

Un mattino, il secco rumore di colpi d’ascia rivela al giovane viandante che è in atto il taglio di un bosco. In effetti, dopo un po’ si imbatte in una squadra di uomini che lavorano alacremente con seghe a due mani, scuri, roncole, cunei e mazzuoli. Il capomastro è un uomo corpulento che proviene da Satu Mare, nel Maramureş, e che spiega allo straniero le tecniche per abbattere e trasportare a valle quei giganti della foresta. Fatta amicizia, lo conduce in un capanno dove, dietro una scrivania, è seduto un uomo vestito di nero, con due giovani al suo fianco; è un rabbi, ed è il fratello del capomastro, che è venuto a trovare insieme ai suoi figli. Paddy è quasi incredulo di poter parlare con degli ebrei in quella landa boschiva; l’interesse che nutre per le origini delle lingue e per la Storia non tarda a palesarsi e a diventare un eccitante argomento di discussione. Quando viene affrontato il tema delle Sacre Scritture, la sua conoscenza del canto di Miriam, del lamento di Davide per Assalonne e di altri passi biblici riempie gli ebrei di un compiaciuto stupore; ma è l’intonazione della struggente “Se ti dimentico, Gerusalemme” a generare in tutti un sentimento di esaltazione e al contempo di commozione.

Quest’incontro è emblematico della ricchezza culturale del viaggio intrapreso da Fermor. Nel suo tragitto, il giovane inglese avrà contatti con olandesi, tedeschi, austriaci, cechi, slovacchi, ungheresi, romeni, bulgari, greci, turchi, più una miriade di etnie minori e di incroci fra popolazioni e civiltà. Ma non c’è dubbio che i benefici risultanti da tali incontri siano stati ampliati e potenziati in virtù dell’eccezionale curiosità intellettuale e del carattere aperto ed esuberante di Fermor, caratteristiche che egli stesso sottolinea nel terzo volume di viaggio, La strada interrotta: “In pratica il mio guaio era che tutto mi affascinava pazzamente, e non soltanto le persone e le cose più disparate, contraddittorie e incompatibili tra loro, ma anche molte altre che di norma sono considerate repellenti, poco gratificanti e soprattutto tediose. (…) Sarebbe impossibile esagerare il livello di eccitazione che aveva contagiato ogni istante del mio viaggio Ero come una foca a cui vengono gettate delle aringhe: pigliavo a bocca spalancata qualunque cosa mi capitasse”.

Proseguendo verso sud, lo scenario è sempre dominato da monti, crepacci e canaloni pieni di echi. Paddy pensa che le montagne sarebbero un auditorium perfetto per i lunghi corni chiamati buciume, termine che collega al latino buccina, la lunga tuba di ottone che sui marmi degli archi di trionfo gonfia le guance dei legionari.

È invece un piccolo flauto d’osso quello che suona il pastore di cui il giovane incrocia il cammino; ed è l’occasione per parlare di una delle creazioni poetiche più amate dal popolo romeno, la Mioriţa. Ecco le sue parole: “Come molti, subii presto il fascino della più antica poesia di quella lingua. Si intitola Mioriţa. Universalmente ma sporadicamente nota per centinaia di anni in tutto il mondo di lingua romena, fu trascritta e pubblicata soltanto nel secolo scorso, e dunque andrebbe classificata come poesia popolare, ma a quegli strani versi la definizione va stretta. Molti studiosi si sono interrogati sul loro arcano simbolismo. Alcuni dicono che testimoniano della profonda vena fatalistica delle campagne romene, mentre altri sostengono esattamente il contrario, rintracciandovi una sorta di trionfo mistico su una simile interpretazione del fato. Forse di origini precristiane, la ballata indubbiamente ha radici arcane e complesse. Ma per me la sua magia stava, e sta tuttora, nel fatto che sa unire immediatezza e tragicità, catturando il senso di isolamento che circonda i pastori e la disperata esaltazione che percorre i loro pascoli e boschi scoscesi; il tutto accentuato dal fascino e dalla frustrazione di misteri solo in parte intuiti”.

(continua)