Centro Culturale Italo Romeno
Milano

L’amore per la Romania di Patrick Leigh Fermor (V)

Ago 10, 2021

 

 

È il corso di un altro affluente del Danubio, la Cerna, a guidare il successivo cammino di Paddy; ma dov’era il Danubio? Il giovane non ha ancora finito di porsi la domanda ed ecco che le estremità della valle che sta percorrendo si aprono, rivelando prima le torri della città di Orşova, e poi le acque grigio-azzurre del grande fiume, in quel punto largo un chilometro e mezzo.

A Orşova, riassaporati i piaceri di bagni caldi e indumenti puliti, ritirate al fermoposta alcune lettere – fra le quali una di Angéla e una con le quattro sterline mensili inviate dalla madre – Paddy pensa di proseguire per le Porte di Ferro, affascinato dal nome di quel tratto del Danubio. Ma come ormai sappiamo il nostro è curioso di tutto, e ha il misterioso potere di attirare l’attenzione di chiunque gli proponga una variazione del percorso. Ora sono dei topografi romeni a convincerlo a seguirli in una risalita del Danubio, per poter ammirare l’isola di Moldova Veche e lo scenario del “Calderone” del Kazan. Paddy non se ne pentirà: nel Kazan, tra falesie strapiombanti, il Danubio si restringe a soli 150 metri e la massa d’acqua ribollente, ostacolata dai contrafforti rocciosi e da enormi scogli semisommersi, crea onde tanto potenti da risalire il fiume sin oltre la città di Belgrado.

Tutto quel tratto del Danubio è pieno di meraviglie: la prima è il vertiginoso sentiero tagliato lungo la muraglia perpendicolare e appena sufficiente a far passare due persone affiancate. Iniziato da Tiberio e ultimato da Traiano, fu creato per portare le legioni romane fino alla testa di ponte per la Dacia, situata una dozzina di miglia più a valle. Appena dopo Orşova, un altro sito storico di grande significato: la cappella ottagonale che indica il luogo dove i rivoluzionari magiari, fallita l’insurrezione del 1948, seppellirono la corona di Santo Stefano, per impedire che Francesco Giuseppe fosse incoronato re d’Ungheria.

Ma l’insaziabile Danubio riserva continue sorprese; quando le montagne sulle due rive si accostano di nuovo, l’improvvisa agitazione del battello indica l’approssimarsi delle Porte di Ferro. “Presto”, commenta il narratore, “le montagne, su entrambi i lati, si elevarono in precipizi che si avventavano l’uno contro l’altro, a formare il canyon serpentino delle Porte di Ferro. Il fiume protestò all’istante, gorgogliando e ingrossandosi. L’eco della sirena del piroscafo rimbombava fra le pareti di roccia. Dopo qualche chilometro i monti si abbassarono e il Danubio si aprì alla sua normale ampiezza”. Sulla riva romena compare la grossa città di Turnu Severin, la Torre di Severo, dove l’imperatore romano sconfisse i Quadi e i Marcomanni; Paddy realizza di aver messo piede per la prima volta nel Regat, la Romania antecedente il trattato del Trianon.

L’ultima meraviglia è costituita dai resti del famoso Ponte di Traiano, il più imponente dell’Impero Romano. Com’è noto, fu costruito dal grande architetto Apollodoro di Damasco, greco di origini nabatee, il quale progettò anche il Foro e la Colonna di Traiano. Due grossi tronconi delle potenti murature del ponte occupano ancora la parte romena, un terzo si erge oltre il fiume, in territorio serbo; è ciò che rimane dei venti piloni originari. “Un tempo”, scrive Fermor, “si innalzavano rastremati e reggevano oltre un miglio di sovrastruttura lignea ad arcate, le cui travi risuonarono del calpestio della cavalleria e dello scricchiolio dei carri trainati dai buoi quando la Tredicesima mosse verso nord per assediare Decebalo a Sarmizegetusa. In loco rimangono soltanto quei tronconi, ma la scena della consacrazione del ponte è scolpita con ricchezza di particolari sulla Colonna Traiana, a Roma; il ponte balaustrato si erge intatto e il console in persona attende avvolto nel mantello accanto al toro sacrificale e all’ara fiammeggiante, con i suoi legionari radunati, elmo in mano, sotto le insegne con l’aquila”.

Ormai Paddy ha cominciato a familiarizzare con la selvaggia e temibile frattura di quella parte del grande fiume; ma i locali lo informano sugli ulteriori pericoli che incombono sui naviganti. Fra i peggiori ci sono i venti kosovari, in grado di scatenare burrasche che si abbattono in modo devastante sul Medio e Basso Danubio. Non meno temibile è il buran, il tremendo vento invernale che spira dalla Russia e che i romeni chiamano crivaţ; quando soffia, la superficie del fiume gela nel giro di quarantotto ore, e se un’imbarcazione rimane intrappolata nel ghiaccio, questo spacca lo scafo come se fosse un guscio di noce. “Teniamo un secchio d’acqua sul ponte, e quando la temperatura scende continuiamo a immergerci la mano”, spiega il pilota di un battello; “Al primo ago di ghiaccio corriamo ai ripari”.

Ripresa la navigazione, Paddy vede scivolare via, sulla riva sinistra, l’ampia pianura dell’Oltenia. Su quella destra, le montagne serbe segnano le prime cime dei Grandi Balcani: “Il fiume si snodava in ampie curve fra i promontori serbi, finché d’un tratto le montagne smisero di essere Iugoslavia e divennero Bulgaria”.

In effetti, la via più breve per raggiungere Costantinopoli sarebbe quella di attraversare il territorio bulgaro sino al Mar Nero e scendere verso sud; ma dopo aver percorso la Bulgaria toccando quasi tutte le sue città principali, in Paddy si insinua un ripensamento. Nei mesi precedenti ha avuto modo di apprezzare più volte la Romania e la sua gente, e l’idea di tornare nella terra dei grandi voivodi dai nomi mitici – Stefano il Grande, Michele il Valoroso, Mircea il Vecchio, Vlad l’Impalatore, Mihnea il Cattivo, Radu il Bello e tutti gli altri – lo induce a mutare itinerario e a puntare di nuovo verso nord.

Così, all’altezza di Rustchuck, il giovane attraversa il Danubio ed entra nella Valacchia. “All’inizio fu strano sentirsi chiamare domnule invece di gospodin e dover passare dal mio rudimentale bulgaro al mio rudimentale romeno, e fu strano pure veder sui tavoli i piccoli calici triangolari con il collo lungo della ţuică invece dei bicchierini di slivo; sui giornali e sui manifesti non si leggeva il cirillico, ma righe di caratteri latini costretti fra segni diacritici”.

Negli uffici, il viaggiatore vede esposte le immagini del re Carol, del principe Michele e di Maria, la regina madre, “con i suoi occhi immensi e brillanti che contrastavano con la cuffia bianca, quasi da suora, e il soggolo sotto il mento che le incorniciava il viso”. Ma il cambiamento si percepisce anche da altri segni: “C’era un qualcosa di più veloce, più scaltro, più nervoso e più sonoro – più disinvolto, forse – in tutte le persone intorno, un qualcosa di molto diverso dalla grezza, lenta concretezza di quelli che avevo appena lasciato. Era il divario fra il mondo slavo e quello latino”.

A dispetto del nome romeno – Muntenia – la regione valacca è piuttosto pianeggiante. Paddy procede verso nord fra greggi immense e pastori e contadini vestiti con tuniche completamente bianche; su queste compare il cojoc, la giacca di pelle di pecora col pelo all’interno; ai piedi, le calzature di cuoio grezzo chiamate opinci, e in testa le căciuli, coni inclinati di montone nero o marrone. Ogni tanto la monotonia della pianura è interrotta da un villaggio di case imbiancate a calce e con i tetti di canne, e da carovane di zingari. Nelle voci e nelle espressioni degli abitanti dei villaggi, il giovane riscontra una docilità malinconica, una mestizia fatalistica che fa risalire alla geografia e alle vicende storiche di quelle terre. Il malgoverno di prìncipi spesso tirannici, lo sfruttamento dei contadini da parte dei boiari, le calamità naturali, le invasioni di Goti, Unni, Avari, Magiari, Bulgari, Cumani e Peceneghi. Ma non è solo questo, pensa Fermor: “Al di là di qualunque disgrazia o vicissitudine storica, è difficile credere che queste terre piatte, inerti e apparentemente sconfinate, con la loro superficie riarsa e polverosa d’estate, le distese di neve in inverno, il vasto cielo, i quotidiani tramonti tragici e belli, possano mai fornire l’habitat ideale per esplosioni di ottimismo, buonumore o resistenza.

Il romeno è ricco di parole che esprimono sfumature di tristezza; il lungo, trascinato monosillabo dor indica un’infelicità vaga, ansiosa, non focalizzata, una generica nostalgia (ma può anche assumere il significato specifico di desiderio amoroso frustrato): ‘Mi e dor’, ‘Ho dor’, cioè ‘Mi struggo’, senza alcun oggetto o motivo esplicito, è un’espressione che si trova spesso sulla bocca dei contadini. Un’altra parola, che ho sempre ritenuto la migliore per indicare un irreparabile abbattimento è zbucium; la depressione moldovalacca si condensa nell’assoluto sconforto di questo spondeo disperato: Mi e zbucium…”.

Paddy sa bene che la malinconia delle steppe, la nostalgia e la sehnsucht dei luoghi aperti non appartengono solo alla Romania; e tuttavia pensa che il sentimento espresso da parole come dor e zbucium, come pure dalle doine, sia tipicamente romeno. Innamorato di quelle nenie, di cui ha già parlato, ne ribadisce l’incanto: “La doină è un’emanazione dei campi, dei villaggi, delle pianure, infinitamente lenta e con lunghe pause e melodie inafferrabili, di una bellezza incantevole (…) Ci si ferma, si ascolta e si capisce come solo le scansioni e l’ordine imposti da queste trenodie rendano sopportabile l’incombente consapevolezza che tutte le cose che spezzano il cuore sono qui, e che tutte sono vane”.

È proprio nel villaggio in cui ha potuto rivivere la malia delle doine che Paddy trova un alloggio, di proprietà di un droghiere ebreo. È l’occasione per parlare della presenza ebraica in Romania, e in questo caso il narratore si basa non solo su ciò che ha già potuto osservare, ma sulle notizie che avrebbe acquisito nel corso di viaggi successivi. Intanto, Paddy nota che quasi tutti i negozi di alimentari del villaggio e di quelli limitrofi appartengono ad ebrei, così come – scoprirà in seguito – la maggior parte delle attività commerciali dei grandi centri. Paddy ha già potuto riscontrare l’ossessione degli ungheresi per la questione ebraica; ma considera l’antisemitismo dei romeni altrettanto consolidato e tenace. È un’ostilità radicata maggiormente nel nord del Paese, dove la popolazione ebraica, nei precedenti centotrent’anni, era cresciuta in modo esponenziale; in alcune città moldave, come Jaşi, gli ebrei erano più numerosi dei romeni, e monopolizzavano il commercio della regione. Non stupisce dunque che la concomitante realtà risultasse indigesta e provocasse livore fra i locali. Ma Paddy ha il buon senso di andare oltre il diffuso pregiudizio antiebraico: “Tutti ammettevano, seppure con riluttanza, che gli ebrei erano spietati ma onesti nei loro commerci e leali negli accordi. Notavo anche un’altra particolarità: praticamente chiunque, per quanto in generale maldisposto verso gli ebrei, aveva un amico ebreo che ‘non era come gli altri’, tanto che a fare la somma di queste eccezioni alla regola il totale sarebbe senz’altro stato imponente”. Inoltre, ricorda che proprio dalle regioni del nord della Romania, e in particolare da Czernowitz, “ha avuto origine gran parte del talento ebraico poi trapiantato in America con trionfali successi sui palchi, al cinema, nella musica e nelle arti, un talento umoristico che non ha equivalenti in altre razze e che continua a regalare al mondo le irresistibili storielle ebraiche”.

Ormai Bucarest non è lontana; in un tardo pomeriggio, dinanzi allo sguardo di Fermor si delinea la massa irregolare e scomposta della capitale della Romania. La transizione fra campagna e città è quasi indistinta: si passa direttamente dal fango a una strada asfaltata e malandata, compaiono un paio di grattacieli e diverse ciminiere, una precaria borgata e una fabbrica, poi delle case moderne ma costruite solo per metà e persino alcune capanne e tende di zingari. Nulla appare statico e regolare: un’elegante via di negozi si spegne nei pressi di un cimitero, la geometria di un mattonificio viene interrotta da un deposito di carcasse di automobili e di pneumatici, in un isolato le luci delle abitazioni si allargano intorno a un’enorme piazza vuota. In fondo a questa, in mezzo a una strada, il fuoco di un accampamento; attorno ci sono uomini coperti da cappe triangolari di vello di pecora, e con in testa coni di pelliccia; sono mercanti di bestiame che consumano la cena accanto ai loro bufali sonnecchianti.

Le contraddizioni della periferia cittadina si accentuano quando Paddy arriva nei pressi della comitiva. Infatti, una Packard strombazzante, guidata da uno chauffeur con un cappello dalla visiera luccicante, sfreccia accanto ai mercanti, gridando loro di andare a fornicare con la madre del diavolo. “Ma i volti illuminati dalla fiamma”, commenta divertito il narratore, “continuavano a ruminare con la stessa imperturbabilità delle loro bestie, come se avessero piazzato il campo sul Pamir o nel deserto del Gobi. Questi tentacoli meridionali della capitale sembravano un misto fra Samarcanda e Detroit”.

di ARMANDO SANTARELLI

(continua)