Bucovina: terra dei monasteri dipinti

Set 6, 2010

di Franco BRUNI

Occupata per gran parte del suo territorio dalle propaggini settentrionali dei Carpazi orientali, l’antica regione della Bucovina, oggi spartita tra la Romania (Bucovina del Sud) e l’Ucraina (Bucovina del Nord), costituisce da un punto di vista naturalistico e, soprattutto, artistico, uno dei vanti della moderna repubblica romena.

una testimonianza eccellente quanto originale dell’espressione pittorica
europea a cavallo del XV e XVI secolo.
Un’insolita concentrazione di monasteri e chiese risalenti al XV e al XVI secolo – oltre 40 – la rendono infatti una tappa obbligata per l’alto valore artistico di questi monumenti, espressione eclatante di uno dei periodi storici più importanti della sua storia. A rendere unici questi monumenti, oggi riconosciuti patrimonio dell’umanità dall’Unesco, è la presenza di affreschi che, in alcune di queste chiese, ricoprono integralmente sia le pareti esterne che quelle interne degli edifici, costituendo una testimonianza eccellente quanto originale dell’espressione pittorica europea a cavallo del XV e XVI secolo.
Ma di fronte a tale magnificenza, sorge legittima la domanda sui motivi che hanno determinato lo spiegamento di tante maestranze in questa area, anticamente appartenuta al principato della Moldavia. Un fenomeno artistico di tale portata non sarebbe giustificabile se non si tenesse conto di un personaggio emblematico che, tra la seconda metà del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, si distinse per la sua azione di contrasto nei confronti dell’avanzata ottomana, tanto da valergli l’appellativo da parte di papa Sisto IV di “Difensore della cristianità” nonché “Atleta di Cristo”. Stiamo parlando di Stefano il Grande (Ştefan cel Mare), figlio di Bogdan II, principe di Moldavia tra il 1449 e il 1451, titolo che, dopo il suo assassinio, fu assunto da Stefano il Grande, eletto, dopo varie vicissitudini, dal 1457 al 1504. Di questa straordinaria figura, canonizzata nel 1992, si ricorda l’importante opera diplomatica e di resistenza verso gli invasori, rappresentati dai polacchi e dagli ungheresi nel loro tentativo di espansione verso i territori moldavi, e soprattutto dagli ottomani, principali nemici della cristianità e con i quali Stefano il Grande riuscì a stipulare un trattato di pace, nel 1503, con Beyazid II, permettendo una certa stabilità all’indipendenza della Moldavia.
Se una profonda fede per la religione cristiana costituisce uno degli ingredienti alla base della azione politica di Stefano il Grande, perseguita fedelmente dal figlio Petru Rareş, lo stesso può dirsi per la sua opera di capillare diffusione del messaggio cristiano, attraverso la fondazione di numerose chiese e monasteri – spesso fatti costruire a seguito di una vittoria – oggi testimonianza eccellente di uno sviluppo artistico che non ha avuto eguali nella storia della Romania.
Alcuni di questi, in particolare i monasteri Voroneţ, Moldoviţa, Suceviţa, Humor, soltanto per segnalarne qualcuno, costituiscono un po’ la sintesi della splendida stagione artistica che ha caratterizzato la storia della Moldavia tra XV e XVI secolo.
Architettura dei monasteri della Bucovina
Oltre alla ricca presenza di affreschi, accomuna questi edifici il modello architettonico che rispecchia fedelmente quello delle chiese ortodosse.
Sotto l’impulso di Stefano il Grande, queste vanno assumendo a partire degli ultimi decenni del XV secolo la fisionomia tipica delle chiese moldave. Il primo ambiente è costituito generalmente dall’Esonartece, negli esempi più antichi costituito da un ambiente chiuso, una sorta di vestibolo in genere di ridotte dimensioni dove avevano posto i catecumeni (es. Voroneţ, fine XV sec,.). Nelle varianti più tarde (XVI sec.) esso può apparire come spazio aperto da alte e strette arcate (Moldoviţa). Da esso si accede al Pronao, luogo riservato alla comunità dei fedeli dal quale si accede alla Camera Sepolcrale – nel caso si tratti di chiese che ospitano le tombe del loro fondatore – oppure direttamente al Naos, generalmente arricchito da scene della Passione e sovrastato dalla cupola in cui compare frequente il Cristo Pantocratore. A separare il Naos dall’ultimo ambiente, l’abside, in cui è collocato l’altare è l’Iconostasi; una sorta di grata divisoria, generalmente arricchita da icone sacre che divide l’ambiente del Naos dal “Santuario” vero e proprio, dove operano esclusivamente i celebranti. Altri elementi frequenti nell’architettura di questi monasteri è la presenza di una o due torri/lucernari corrispondenti al Naos e/o al Pronao nonché le caratteristiche mura di cinta che inglobano la chiesa e gli ambienti annessi, in una sorta di cittadella fortificata.
 
Ad aprire il percorso in questo “arcipelago monastico”– come è stato giustamente definito – non potrebbe esserci miglior esempio di Voroneţ, nei pressi della cittadina di Gura Humorului, monastero fondato da Stefano il Grande nel 1488 come voto in occasione della terza battaglia vinta contro i Turchi. Definito anche la “cappella sistina dell’Est”, il monastero incarna un po’ tutte le caratteristiche riscontrabili negli altri monasteri, in un’originale fusione di elementi stilistico-architettonici bizantini nell’uso dello spazio e di elementi europei che ritroviamo ad esempio nell’utilizzo frequente di bifore gotiche etc. Inserita nel patrimonio dell’Unesco, la chiesa, dedicata a San Giorgio, provoca ad un primo impatto visivo, uno stordimento con le sue pareti esterne interamente affrescate, in una apoteosi di colori e immagini, tutte pervase dal cosiddetto “azzurro di Voroneţ” che la legenda attribuirebbe, erroneamente, all’utilizzo del lapislazzulo. Rispetto all’edificio, gli affreschi furono aggiunti alla fine degli quaranta del secolo successivo per volere del teologo Grigore Roşca, cugino di Petru Rareş, figlio e successore di Stefano il Grande alla guida del principato Moldoviţa. All’originale pianta che includeva originariamente il pronao e il naos, lo stesso Roşca fece aggiungere, negli stessi anni, l’esonartece, abbellito da due eleganti bifore gotiche trilobate. Gli affreschi esterni, nella loro evidente vocazione didattico-educativa, si spiegano in un continuo di rimandi alla Bibbia, con scene e raffigurazioni che si distaccano ampiamente dalla ieraticità bizantina, fondendo l’aulicità di quest’ultima con un gusto per la descrizione realistica. Eccezionale il versante ovest della chiesa, – corrispondente alla facciata principale – dominata da un fantasmagorico giudizio universale in cui ricorrono in una mirabile sintesi i dogmi della dottrina ortodossa. Ad esempio la raffigurazione della Trinità che rispetto al principio di consustanzialità segue quello della discendenza ben evidenziato nell’affresco.
Tipico e ricorrente anche negli altri monasteri, il fiume infernale di fuoco che si sviluppa, in questo caso, sul lato destro della facciata e alla cui base si trova un mostro infernale. Bellissimo anche il coro di beati nella parte inferiore che attraverso un originale corteo di aureole, viste in singolare prospettiva, si recano guidati da San Pietro verso la porta del Paradiso, dove risiedono i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe che trattengono tra le loro braccia le anime salve, il buon ladrone e la Vergine. Alcuni dettagli narrano con estrema vividezza particolari narrativi che molta influenza dovettero avere sull’immaginario collettivo, come ad esempio San Giorgio che sconfigge il drago, o il realismo dei volti degli infedeli, turchi, ebrei e tartari, che risaltano per i tipici tratti somatici e per le accurate descrizioni dei pittoreschi costumi. Altre scene rimandano ad usi e costumi della vita quotidiana: Adamo con l’aratro nell’atto di lavorare la terra (all’interno delle scene della Genesi sul lato nord), o gli strumenti musicali della tradizione popolare moldava che ricorrono nelle scene del Giudizio Universale come il bucium suonato da un angelo – un lungo corno a forma conica simile ai nostri Alpenhorn – e la cobza, una sorta di liuto moldavo qui suonato da Re David. Nella parete sud, naturalmente più protetta di quella nord dove gli affreschi risultano più danneggiati, si sviluppa un immenso Albero di Jesse, – tema diffuso in questi monasteri – rappresentazione simbolica della discendenza di Dio, nelle cui cornici floreali, originate dalla figura di Jesse, padre di re David, ricorrono le figure dei profeti disposti geometricamente quasi ad emulare un immenso tappeto orientale. Nella zona absidale, ricorre qui come in tutte le altre chiese, la raffigurazione dei Santi in preghiera, disposti, per evidenti ragioni architettonico-spaziali, in strette cornici, e organizzati su vari registri ad iniziare dagli Arcangeli, Serafini (dipinti dentro piccole nicchie), Profeti, Apostoli, Martiri, Monaci, Eremiti ecc.
Lasciati gli affreschi esterni, decisamente caratterizzati da stilemi più popolareschi, la visita dell’esonartece, del pronao e del naos rivela toni più aulici e ieratici, secondo un percorso di elevazione spirituale più consono alla sacralità degli ambienti interni. Al menologio del nartece, in cui appaiono vignette agiografiche, stilisticamente inferiori, ordinate secondo il calendario ortodosso, fanno da contraltare la ricchezza degli affreschi del Pronao dove risaltano le scene dalla vita del patrono S. Giorgio. Segue il naos i cui affreschi, risalenti all’epoca della fondazione della chiesa, sono dominati dagli episodi della Passione, sovrastati da un bellissimo Cristo tra gli evangelisti che decora la cupola.
Spostandoci cronologicamente di qualche decennio in avanti, la chiesa dedicata all’Annunciazione del monastero di Moldoviţa, anch’esso patrimonio dell’Umanità, presenta nella sua struttura architettonica, seppur fedele ai modelli riscontrabili nelle altre chiese, piccoli cambiamenti, mentre simile ricorre la decorazione parietale esterna – ottimamente preservata – ed interna della chiesa. Fondata nel 1532 da Petru Rareş, figlio di Stefano il Grande, su preesistenze degli inizi del XV secolo, il monastero Moldoviţa presenta rispetto a Voroneţ un esonartece che si sviluppa come porticato affrescato con tre alte volte all’esterno della facciata ovest. Come a Voroneţ e a Suceviţa, ricorrono le tre absidi, mentre innovative sono la cupola esagonale con doppio tamburo stellare sovrastato da una torre e la presenza della camera sepolcrale tra il naos e il pronao. Un altro elemento caratteristico è la presenza, attorno alla chiesa e agli ambienti monastici, delle mura di cinta con torri – qui molto più ben visibili e conservate rispetto a Voroneţ – volute dal vescovo Efrem di Rãdãuţi nel 1612. Non si dimentichi, infatti, che questi monasteri avevano funzioni anche di difesa per le popolazioni circostanti in caso di attacco nemico.
Impressionante è l’impatto che gli affreschi esterni della chiesa suscitano grazie al loro ottimo stato di conservazione. A differenza di Voroneţ, conosciamo il nome dell’artista che li ha eseguiti nel 1537: Toma di Suceava, ideatore di uno dei cicli iconografici più ricchi ed interessanti dell’intera regione. A differenza di Voroneţ dove domina l’azzurro, qui sono il rosso e l’ocra a costituire lo sfondo cromatico su cui si svolgono le scene narrate, in una successione ricchissima di simbologie e significati, dove ogni tassello acquista un’importanza ben precisa all’interno del complesso programma iconografico. Ritroviamo ancora una volta l’Albero di Jesse che occupa la parte centrale del lato sud della chiesa, in un tripudio di decorazioni vegetali che racchiudono le varie figure rappresentate. Sul lato destro della stessa facciata ricorre nel registro inferiore, al di sotto delle due bifore gotiche, una vivace raffigurazione dell’Assedio di Costantinopoli del 1453, un tema ricorrente nell’iconografia ortodossa, qui rappresentato dalla città fortificata, assediata a destra da truppe a cavallo, con i cannoni che puntano verso la città e, a sinistra, attaccata via mare dalle scialuppe turche. Tra le altre figure ricorrenti nelle pareti esterne, troviamo in corrispondenza dell’esonartece sia le storie della Genesi che i Santi Guerrieri a cavallo (S. Giorgio, S. Demetrio, S. Mercurio) con le loro caratteristiche armature, molto venerati localmente, in particolare San Giorgio, protettore della Bucovina. Nelle pareti dell’abside accanto agli immancabili Santi in preghiera ricorrono anche le figure di Platone, Aristotele, Pitagora, sormontati a loro volta dall’Agnus Dei e dalla Madonna in trono col Bambino. Degni di nota anche gli affreschi interni, ad iniziare dal Giudizio Universale collocato nell’esonartece, cui segue il menologio – già riscontrato a Voroneţ – le cui raffigurazioni sono qui suddivise tra il pronao e la camera sepolcrale dove giace la tomba del vescovo Efrem di Rãdãuţi che contribuì nel 1607 alla costruzione della fortificazione del monastero. Infine abbiamo le scene della passione che arricchiscono le pareti del Naos, tra cui una Deposizione che risente fortemente di moduli stilistici italiani e l’immancabile Cristo Pantocratore della volta.
Ultima tappa di questo itinerario è la chiesa della Resurrezione di Suceviţa, la più scenografica tra questi monasteri, contornata da un’imponente cinta muraria, aggiunta dopo il 1595, dominata da quattro torri in cui prevale quella campanaria di nord-est, contornata da impressionanti muri di rinforzo. Suceviţa, è anche l’ultimo testimone, cronologicamente parlando, dei monasteri dipinti della Bucovina, costruito nel 1584 dai fratelli Movilã, appartenenti alla dinastia voivodale, riprende, ammodernandoli, i canoni dei precedenti monasteri nel riuscito tentativo di emulare la grande stagione artistica iniziata da Stefano il Grande e proseguita da suo figlio Petru Rareş. Tra gli elementi di continuità che si riscontrano nell’architettura esterna si nota in particolare l’elegante doppio tamburo a doppia stella già riscontrato nel monastero Modoviţa, mentre da quest’ultimo si differenzia per la presenza di due portici nei lati nord e sud in prossimità del Nartece, privi di affreschi.
Nel ciclo degli affreschi, particolarmente ben conservati, che decorano gli esterni della chiesa si ripetono, ma con significative novità iconografiche, gli schemi già visti nei precedenti monasteri. Eseguiti da Sofronie e Ioan di Pângăraţi negli anni novanta del XVI secolo, risentono del linguaggio russo, sicuramente dettato anche dalla vicinanza tra i Movilã e lo zar russo che accorse in loro aiuto nella salita al trono. Se nei casi precedenti predominava un acceso tono popolare in alcune raffigurazioni, qui lascia il posto ad immagini più ieratiche come si evince nella zona absidale, dove nei vari registri troviamo gerarchicamente organizzati serafini, arcangeli, profeti, apostoli, martiri e santi vari. Nella parete di sud accanto alle scene mariane tratte all’Inno Akathistos, si sviluppa l’immancabile Albero di Jesse, qui fortemente decorativo in una versione quasi “manierata” rispetto ai modelli precedenti. Bellissimo, sul versante nord, fortunatamente preservatosi dai forti venti settentrionali grazie alla presenza dell’ampia fortificazione, è l’effetto visivo creato dalle sei schiere di angeli con ali rosse, disposti obliquamente, che assistono le anime nella loro ascesa a Dio attraverso la “Scala delle Virtù”. Tratto dall’opera omonima di San Giovanni Climaco, questo tema costituisce una significativa innovazione iconografica rispetto ai precedenti esempi.
Anche gli affreschi interni emergono per ricchezza e bellezza, denotando ancor di più la vicinanza con la coeva pittura sacra russa. Al giudizio universale che domina le pareti interne dell’esonartece, seguono il pronao che accoglie, tra l’altro, la rappresentazione dei sette consigli ecumenici tenutisi tra il 325 e il 787, e l’immancabile menologio, già riscontrato nelle altre chiese. Separa l’esonartece dal naos la camera sepolcrale con la cappella funeraria dei fratelli Movilã, mentre nel Naos ricorrono le storie della genesi e scene della vita di Gesù che culminano nella volta con il Cristo tra gli evangelisti.
A completamento di questo itinerario, sono ancora tanti i luoghi che andrebbero menzionati. I monasteri di Putna, dove riposa la salma di Stefano il Grande, Arbore, Humor, Probota e tanti altri le cui eleganti narrazioni pittoriche sono la testimonianza del miracolo artistico di una terra, la Bucovina, che, a dispetto delle travagliate vicissitudini, ha saputo mantenere integro il fascino della sua nobile storia.
PER SAPERNE DI PIÙ
Bucovina. A travel guide to Romania’s region of painted monasteries. Helsinki:Metaneira, 2005.
– M. I. Pascu, Bucovina: arcipelago monastico. Bucarest: Editura Tipo, 2007
– AAVV, Stefano il Grande: ponte tra l’Oriente e l’Occidente, catalogo della mostra Musei Vaticani (Ottobre 2004). Bucarest: Ministero della Cultura e dei Culti, 2004.
– I. I. Solcanu, Romanian art and society (14th-18th century). Bucarest: Editura Enciclopedica, 2004.
– www.romanianmonasteries.org