Armando Santarelli: recensione di “Una mattinata persa” di Gabriela Adameșteanu

Ago 26, 2020

 

 

Ritenuto da molti critici un capolavoro, Una mattinata persa, romanzo di Gabriela Adameşteanu pubblicato nel 1984, è sicuramente un’opera di grande rilievo, la cui importanza ha valicato i confini della Romania.

Diciamo subito che risulta di non facile comprensione per un lettore che non abbia sufficiente cognizione della storia romena del secolo scorso. Infatti, la vicenda copre quasi l’intero arco del Novecento; inoltre, la narrazione concede molte pagine agli eventi storici (e soprattutto politico-militari) del tempo. Dunque, è lecito affermare, in primis, che uno dei protagonisti di Una mattinata persa è la Romania, la sua storia travagliata e dolorosa, con le implicazioni che inevitabilmente si riflettono nel destino individuale dei personaggi.

“Come fai ancora” – dice Ivona nell’ultima parte del romanzo – “a pensare a come avrebbe potuto essere, dopo che ne abbiamo passate così tante, tutti quanti, madame Delcă, tutti quanti… A parte i farabutti, quanti della nostra età non hanno sofferto? Una generazione, potrei dire, sacrificata… Due guerre, fortune perdute, terremoti, arresti, prigioni piene, terrore e miseria!”

L’autrice si sofferma, in particolare, su due fasi storiche: gli anni immediatamente precedenti l’entrata in guerra della Romania nel primo conflitto mondiale e l’epoca segnata dall’opprimente e illiberale regime comunista.

Nella prima, sono le atmosfere eleganti e il linguaggio colto e garbato a delineare il mondo della borghesia intellettuale romena di fine Ottocento-inizio Novecento. Al contrario, la realtà del periodo comunista viene rappresentata in modo diretto e icastico; l’autrice, per bocca dei suoi personaggi, riserva al potere di Ceauşescu stoccate micidiali: “Laggiù (nelle prigioni comuniste) erano morti come le mosche, tutti quelli che erano stati ministri e avvocati, e quelli che erano ricchi, e i loro parenti…”. Terribili le parole pronunciate da Sophie Ioaniu quando ricorda il terrore di ricevere le “visite” dei comunisti: “C’erano molti che per la paura non dormivano neppure più a casa, camminavano per strada senza meta, vagavano per la città, sparivano in giro per il Paese”.

E’ una tragedia cui Gabriela Adameşteanu, nata nel 1942, ha assistito di persona; e a questo proposito ci pare importante sottolinearne la scelta di non rinchiudersi nel proprio laboratorio di idee. La scrittrice si è battuta in prima persona contro la censura imposta dal regime totalitario di Ceauşescu ed è stata membro influente del Grupul pentru Dialog Social, associazione non governativa attiva nella promozione della democrazia e dei diritti civili.

Difficile, se non impossibile, tracciare una sinossi soddisfacente dell’opera, perché la vicenda si snoda su piani, modalità stilistiche, segmenti cronologici che si susseguono senza apparente soluzione di continuità. Nessun dubbio che la pluralità di tecniche narrative sia uno dei punti di forza del romanzo; Una mattinata persa è un quadro che si compone attraverso le energiche pennellate del monologo interiore (non del flusso di coscienza, come pure scrive qualcuno!) e di quegli effetti stilistici di intersecazione e dislocazione che gli conferiscono una fisionomia originalissima. Ulteriore pregio dell’opera, apprezzabile persino nelle traduzioni in altre lingue, è il linguaggio dei protagonisti; Adameşteanu ha riprodotto con maestria le particolarità dialettiche, grammaticali e persino fonetiche delle classi sociali cui appartengono i vari personaggi. Così, la conversazione raffinata e intessuta di francesismi dei membri della famiglia Mironescu ci trasporta immediatamente in una realtà dove il piacere della parola straniera è espressione del senso elitario della dominante classe borghese.

In medias res: Vica Delcă è un’anziana donna di Bucarest che ha conosciuto la vita in tutti i suoi aspetti; orfana di madre a soli undici anni, si è ritrovata “un plotone di fratelli sulle spalle”, ha sofferto la fame, subito le privazioni e gli orrori delle due Guerre Mondiali, esercitato i mestieri più disparati. Viene dal popolo, ma avendo effettuato dei lavori di sartoria nella casa del professor Mironescu, apprezzato docente universitario, è entrata in contatto con la buona borghesia bucarestina, e in particolare con Sophie, moglie del professore Mironescu e, in seconde nozze, del generale Gheorghe Ioaniu.

E’ proprio dalla decisione di Vica di fare una visita a Yvonne (Ivona), figlia di Sophie, che si dipana la storia; a muovere l’anziana non è tanto la reminiscenza dell’antica amicizia, ma la necessità, perché spera di ricevere in anticipo i rituali 50 lei che Yvonne ha promesso di donarle ogni due mesi in ricordo di Mutti, sua madre, morta da qualche anno.

Procedendo verso la casa di Yvonne, in Vica si risvegliano i ricordi di quando frequentava casa Mironescu e veniva ricevuta dalla signora Sophie. Ed è il monologo di reminiscenza di Vica a presentarci la personalità e il carattere di madame Sophie Ioaniu, che per certi versi assomiglia al suo. Entrambe, infatti, sono dotate di grande forza interiore e senso pratico; a scolpirne le differenze è, ovviamente, la diversa classe sociale. Vica è sfacciata, disillusa, brutale, schietta sino alla volgarità; compie il suo dovere con scrupolo e bravura, ma è incattivita dalle tristi vicende riservatele dal destino, e la sua diffidenza nel genere umano non risparmia nessuno. Sophie Ioaniu è invece sempre attenta a salvare le apparenze, a tessere le amicizie e i legami più redditizi, a godere appieno dei privilegi della sua casta (leggere, ballare, andare al cinema, chiacchierare e giocare al poker con le amiche).

Ora, però, ad attendere Vica c’è Ivona, molto diversa nel temperamento da una madre capace di “attirare gli uomini come mosche al miele”, di sposare due uomini influenti e di consolidare le loro amicizie altolocate, insomma di perseguire al meglio suo interesse. Ivona è una donna manierata e inconcludente, che vive insieme al marito fedifrago della misera eredità materiale e morale di un passato illustre, in una casona in totale decadenza, occupata per un certo tempo dagli inquilini che i “nuovi boiari”, i comunisti, vi avevano piazzato.

A dispetto dell’affetto residuo, le reciproche ipocrisie di chi non ha mai potuto capirsi se non nel momento del bisogno (Vica ritiene Ivona una buona a nulla, una donna viziata, falsa e pitocca; Ivona, a sua volta, pur consapevole delle difficoltà economiche di “madame Delcă”, la considera una furba approfittatrice) disegnano una scena teatrale e grottesca: Vica suona alla porta di Ivona per un’ora intera, perché immagina che la padrona sia in casa e non voglia risponderle. Rassegnata, desiste e si avvia alla fermata dell’autobus, ma dopo un po’ è costretta a tornare indietro, avendo smarrito il borsellino; proprio in quel momento Ivona esce furtivamente dalla casa, pensando che la questuante si sia allontanata definitivamente. Le due si ritrovano di fronte l’una all’altra, e cercano di salvare la faccia come possono. “Cieeelo, madame Delcă!”, sbotta Ivona, “cieeelo stai qui, in cortile, e non suoni, non chiami, non dici niente?… O magari non ha funzionato il campanello…”

E Vica: “Ehi, ehi, non fa niente… Non fa niente, passavo di qua, sulla strada per andare da mia cognata, e cosa mi sono detta? Vediamo un po’ come sta la signora Ivona, come sta il signor Niki…”.

L’incontro di Vica e di Yvonne è il tassello iniziale di un vasto mosaico di personaggi e situazioni, perché ad essere coinvolti sono i familiari delle donne, e, come già accennato, le vicende di un’intera Nazione. Nella narrazione eterodiegetica e onnisciente ciò che colpisce è la caratterizzazione dei personaggi; Adameşteanu non è interessata all’analisi filosofica o morale del loro animo, punta alla psiche, al mondo crudo e visibile che ha plasmato le loro menti.

In una recensione letteraria degna di questo nome non si può prescindere dalle eventuali fonti di ispirazione dell’autore. E’ un tema sul quale Adameşteanu è stata interrogata più volte; qui ci rifacciamo a ciò che la scrittrice ha affermato in occasione della presentazione del romanzo (maggio 2012) presso la Georgetown University di Washington D.C., sede del Center for Eurasian, Russian and East European Studies. Dopo la traduzione in francese di Una mattinata persa – ricordava Adameşteanu –  diverse riviste pubblicarono recensioni del libro. In una di esse veniva sottolineata l’affinità di alcune parti dell’opera (per esempio l’atmosfera che caratterizza il capitolo intitolato L’ora del tè) con brani di The portrait of a lady di Henry James. Indotta a rileggere il romanzo di James, Adameşteanu riscontrava, in effetti, un paio di coincidenze, ovviamente del tutto inconsapevoli.

Ora, premettendo che le contaminazioni sono  inevitabili per qualsiasi scrittore (tanto per fare un esempio, Virginia Woolf, che nel 1918 rifiutò di pubblicare per la Hogarth Press l’Ulisse di Joyce, fu influenzata in più modi dallo stesso Joyce; in Mrs. Dalloway l’imitazione di alcuni episodi presenti in Ulysses è chiaramente visibile; sempre nello stesso romanzo, alcuni critici hanno riscontrato somiglianze di stile col Joyce di Dubliners), conviene interrogarsi su altre possibili fonti di ispirazione del romanzo. Adameşteanu, nella presentazione sopra citata, escludeva ulteriori influenze; ma è fin troppo chiaro che il pensiero dell’autore, in questo frangente, non può far testo. A mio parere, i riferimenti ad alcuni capisaldi della letteratura del Novecento, ovvero Marcel Proust e in maniera minore James Joyce, appaiono inevitabili.

Per quanto riguarda Proust, credo che la sua influenza sia quasi scontata. E’ noto che la Adameşteanu si è laureata con una tesi sul narratore francese, e chiunque abbia avuto a che fare in profondità con À la recherche du temps perdu  non può non rimanerne ammaliato e in qualche modo contaminato. Ovviamente, non è l’irripetibile stile proustiano quel che riscontriamo nell’opera di Adamesteanu; piuttosto, sono alcune specifiche soluzioni narrative a metterci sulle tracce del genio francese.

Come in Proust, il Tempo e la Storia sono Entità implacabili che, in ultima istanza, cancellano gerarchie e ambizioni, classi sociali e unioni familiari, amori e amicizie. Ancora: in Du côté de chez Swann l’intero mondo di Combray riemerge dal sapore della madeleine intinta in una tazza di tè; allo stesso modo, una foto in cui è raggruppato l’intero nucleo familiare di Yvonne diviene il boccascena entro il quale collocare e ripercorrere i singoli destini di ognuno.

Tuttavia, a differenza del capolavoro di Proust, che si svolge su un piano ulteriore rispetto ad una realtà spesso sfuggente e ambigua, il romanzo della Adameşteanu è fatto di carne, di dolore, è impregnato di viva oggettività. Certo, la vena parodistica di Proust è ben nota all’autrice; ma se nella Recherche ci imbattiamo in tipi umani (e spesso marionette) suscettibili di infinite correzioni, in Una mattinata cogliamo piuttosto una vena caricaturista, un’accentuazione dei tratti salienti di alcuni personaggi (Vica su tutti).

Anche la saldatura fra i primi e gli ultimi capitoli di Una mattinata ha un sapore proustiano. Nella Recherche, la parte di Méséglise e la parte di Guermantes (ovvero l’infanzia e la vita del tempo perduto) si riuniscono nell’immenso edificio del ricordo del Tempo Ritrovato; analogamente, il cerchio aperto con l’incontro di Vica e il nipote Gelu nella prima parte di Una mattinata, si chiude nell’ultima sezione del romanzo, quando i destini di tutti i personaggi hanno trovato il loro doloroso epilogo. Proprio “Epilogo” è intitolato il capitolo finale, dove il marasma che investe Vica si estende a un’intera società. In una Bucarest imbruttita dai casermoni voluti da Ceauşescu e imprigionata dall’onnipresenza della Securitate, Vica è ormai intaccata non solo nel fisico, ma anche nella psiche. Ha venduto o donato le poche cose che possedeva, ha toccato con mano l’ingratitudine di chi aveva beneficiato o servito, ha visto morire le persone care. Accanto a lei, nell’ospedale dove è ricoverata, è rimasto solo Gelu, il nipote che amava portare con sé nel suo negozio e che giocava coi soldi degli zii sotto il bancone. Gelu è adesso un giovanotto, ma Vica non cessa di consigliarlo o ammonirlo, orgogliosa di aver studiato “alla scuola della vita, corso serale”. L’inesausta tensione di Vica verso quella sincera l’umanità che non ha mai posseduto né riconosciuto negli altri, il suo tempo ritrovato, è contenuto nelle parole finali del romanzo, che Vica rivolge al nipote: “Lascia stare, parliamo piuttosto di quello che dobbiamo! Parliamo di quello che dobbiamo, parliamo dei fatti nostri, che adesso arrivano ‘sti qua e ti fanno andar via… E io non mi sono ancora stancata di te…”.

Quanto a Joyce, è il girovagare di Vica per le strade di Bucarest a indirizzare il pensiero verso il vagabondaggio di Leopold Bloom nella Dublino dell’Ulysses. Ma Joyce trasfigura la quotidianità di Leopold Bloom, e le banali vicende del suo antieroe diventano una raffigurazione simbolica dell’intera storia e dell’esperienza umana. Adameşteanu, invece, entra nel personaggio ricordando sempre che la realtà è fatta dell’irripetibile esperienza concreta dei singoli, dell’eterno contrasto fra chi può permettersi di imbastire multiple relazioni mondane e sentimentali e chi non ha tempo che per racimolare un po’ di cibo, un letto, dei cenci qualsiasi da cucire o rattoppare.

In questo senso, la Adameşteanu è di una sincerità e criticità esemplari. I personaggi del romanzo sono consapevoli di appartenere ad un mondo malleabile, “disabituato alla democrazia”, “incapace di sostenere le proprie rivendicazioni”. Tutti sono espressione dell’ambiente sociale da cui provengono; ma questa identificazione non avviene in modo deterministico. Ne è esempio uno dei principali protagonisti del romanzo, il funzionario ministeriale Titi Ialomiţeanu. Ialomiţeanu viene da una buona famiglia, ma è un figlio della provincia, un giovane che si vergogna della rozzezza delle sue sorelle, e che rimane un uomo timido e impacciato persino quando diventa un habitué dell’alta società bucarestina. E tuttavia, grazie agli ottimi studi, alla protezione accordatagli dal suo insegnante e mentore professor Mironescu, e al carattere conciliante, studiatamente arrendevole e adulatore, riuscirà a scalare le posizioni professionali e mondane, sino a diventare un punto di riferimento per persone collocate socialmente al di sopra di lui.

Dicevo che Titi Ialomiţeanu è uno dei caratteri peculiari del romanzo. Tuttavia, è proprio misurandosi con questa figura impersonale, senza grinta, ma capace di intrufolarsi con successo ovunque, che Adameşteanu incappa in uno dei difetti del romanzo; infatti su Ialomiţeanu l’autrice dice troppo, e, come a voler stigmatizzare la dubbia moralità del personaggio, lo seziona ripetutamente, inchiodandolo alla sua natura di “uomo per ciascun direttore, a turno…”, abile nell’ “ascoltare le confidenze altrui e mettersi il lucchetto alla bocca”, di “soppesare per qualunque cosa i vantaggi e gli svantaggi”, di “andare d’accordo con tutti”, e persino “di porgere l’altra guancia”.

Anche i dialoghi fra i membri della famiglia Mironescu e il signor Ialomiţeanu soffrono, a mio parere, di una prolissità che avrebbe potuto essere contenuta. Stessa critica va rivolta alla troppo minuziosa descrizione degli ambienti in cui si svolge la narrazione; credo che Adameşteanu avrebbe fatto bene a sfoltire il superfluo, senza compromettere per nulla la “sostanza” e con sicuro vantaggio della godibilità della narrazione. A mio parere, sono questi i difetti che impediscono a Una mattinata persa di assurgere a opera perfetta.

Molto bene è delineata la figura di Ştefan Mironescu, primo marito di Sophie, in seguito andata in sposa al miglior amico del professore, il generale Ioaniu, unione – così afferma Vica – caldeggiata dallo stesso professore in punto di morte.

Stimato e influente sul piano professionale (è un apprezzato filologo, e progetta studi innovativi nel campo della fonetica), introdotto negli ambienti più elevati dell’aristocrazia del tempo, il professor Mironescu mostra tuttavia una doppia natura: persona saggia e razionale, indulge però all’idealismo e all’utopia, caratteristiche che si accentuano a mano a mano che smarrisce la capacità di incidere sul reale. Vittima dell’inesorabilità del tempo – quello storico e quello anagrafico – è un uomo deluso dalla vita. Malato di tisi, marito di una donna che – realizza quando è troppo tardi – non avrebbe mai dovuto sposare, abbandonato dai migliori dei suoi allievi, stila il diario dei primi giorni di guerra in preda al sentimento dell’amor patrio e di un’invidia estesa a chiunque abbia ancora l’energia per arruolarsi, per lottare, per amare, per vivere. Sono note rese in uno stato di torpore spirituale, e così ingenue e inconsistenti che – ammette egli stesso – “sembrano scritte da un liceale”. Non è un caso che dalla sua prima apparizione in un alone di bonaria superiorità sugli interlocutori, il professor Mironescu si trasformi ben presto in un individuo dominato dalla sfiducia e dal disgusto.

Il suo dramma è aver perduto la sicurezza interiore. Così, mentre conserva una spiritualità passiva (commozione al suono delle fanfare, sincera pena per i soldati che partono per il fronte) arriva a disconoscere lo spirito filantropico della borghesia intellettuale cui appartiene, e si dichiara contrario all’impegno della moglie Sophie e dell’amica Marie-Liliane a favore della popolazione colpita dai disastri della guerra.

La scena finale del romanzo (parte IV), con Vica che insiste nel non andarsene finché non avrà avuto i 50 lei, e Ivona che, chiacchierando dei bei tempi andati, continua a rimandare l’atto di generosità che l’altra si aspetta, è una perfetta rappresentazione delle esigenze primarie delle diverse classi sociali. Vica ha bisogno di mangiare, ad accompagnarla è l’eterna fame di chi ha vissuto in povertà, e non ha remore nel chiedere cibo, soldi, vita. Ivona, al contrario, si priva del cibo pur di risparmiare, pensa a salvare le apparenze (e almeno in questo assomiglia alla madre), e a conservare accanto a sé un marito frivolo e traditore, ma che è l’unica figura umana rimasta al suo fianco. La mattinata perduta di Vica ed Ivona ci rivela un mondo perduto, dove tutti i protagonisti appaiono fatalmente dei sopravvissuti, non riconciliati con una storia che li ha gettati nella dimensione comune della subalternità e dell’insignificanza.

Concludendo, possiamo affermare che Adameşteanu ha saputo conseguire il giusto sincretismo tra la dimensione storica, sociale e individuale. Ma il miracolo compiuto dall’autrice è un altro: impietosa con ciascuno dei personaggi descritti, attenta ad interrogarli e a non fornire risposte alle domande fondamentali della loro esistenza, Adameşteanu ci consegna una storia toccante e al contempo scevra da qualsiasi sentimentalismo, nuda e reale come poche altre nel panorama letterario europeo.