Un passato che non si dimentica

Un passato che non si dimentica

I beni di un popolo sono la sua dignità, l’onore, l’eroismo, la determinazione, per poter definirsi come una Nazione tra gli altri popoli. (Ion Gavrilă Ogoranu)

Dopo la Rivoluzione dell’89, il Popolo Romeno volta pagina, cercando in ogni modo di cancellare il ricordo di un regime dittatoriale durato quasi cinque decenni. In effetti chi avrebbe voluto rivivere e raccontare un passato così buio? Questo periodo è stato spesso identificato con l’assenza di libertà, di cibo, l’impossibilità di viaggiare e conoscere, ma non è stato mai considerato in rapporto al sacrificio di un’intera generazione. Quindi come si può recuperare la storia, una storia sconosciuta, e farla conoscere ai nostri contemporanei?

A volte ritengo che noi romeni abbiamo voltato pagina troppo rapidamente sul nostro passato, su un periodo pieno degli orrori di un regime che ha perpetrato il genocidio delle anime. In fuga dal nostro passato, abbiamo ignorato e dimenticato il dolore e la sofferenza di tutti coloro che si sono sacrificati in quegli anni. L’apertura verso l’Occidente dopo l’89, la libertà di viaggiare e di scegliere, il desiderio di organizzare una vita democratica nel nostro paese hanno gettato un velo sugli orrori passati, sui crimini compiuti dal regime nei confronti di quasi un milione di persone, tutte vicende che si sono trasformate in una sorta di buco nero per il popolo romeno quasi si trattasse di una storia parallela appartenuta a un altro popolo con episodi accaduti lontano da noi.

Se negli anni ’90 qualcuno avesse fatto un’indagine per la strada, facendo alla gente domande sulle carceri comuniste, sul fenomeno Piteşti, sulle deportazioni e il processo di collettivizzazione, le risposte sarebbero state scarse. Persino la resistenza anticomunista e antisovietica in Romania era un argomento quasi sconosciuto alla maggior parte della popolazione. Ancora oggi, quando si discute della resistenza anticomunista romena, si trovano persone pronte ad affermare che la Romania, a differenza di altri paesi, è stata priva di movimenti di questo tipo. Purtroppo nell’opinione pubblica romena e in quella occidentale si registra ancora una scarsa conoscenza del passato e del modo in cui si è instaurato il regime comunista.

Tramite la passaparola i romeni conoscevanno alcuni episodi solo alcuni episodi di reazione al dittatore Ceauşescu e al suo regime, come lo sciopero degli operai di Braşov (novembre 1987)1, un evento di cui mi ricordo, perche a quel tempo, ero una studentessa di un liceo vicino alla sede del partito comunista nel centro di Bucarest, oppure la contestazione di Valea Jiului2 e il movimento di Paul Goma3, ma in generale sembrano ignorare gran parte delle vicende legate alla resistenza armata anticomunista nel loro paese sviluppatasi negli anni immediatamente successivi all’instaurazione del regime comunista.

L’enorme entusiasmo del popolo romeno negli anni ’90 si accompagna a una grande confusione e una scarsa conoscenza di quanto accaduto nel paese e una tale situazione produce spesso giudici facili. Fino ad oggi si è studiato poco il ruolo della resistenza e dei movimenti anticomunisti attivi in Europa dopo la seconda guerra mondiale, perciò sarebbe necessario un approfondimento. Oltre ai fatti ben noti dell’89, l’opinione pubblica dell’Europa occidentale è a conoscenza solo dei maggiori episodi di ribellione popolare contro i regimi oppressivi che dominavano nell’Unione Sovietica e nelle nazioni dell’Est, come la Rivolta ungherese del 1956 o la Primavera di Praga del 1968, mentre restano ancora in gran parte sconosciuti fenomeni come la repressione comunista e la resistenza anticomunista in Romania.

La dittatura comunista in Romania termina il giorno di Natale del 1989, con il processo al presidente Nicolae Ceauşescu e alla moglie Elena, entrambi condannati per genocidio. Un importante particolare da segnalare è il fatto che la Romania è stato l’unico Paese dell’Est europeo dove la transizione dal comunismo alla democrazia è avvenuta nel sangue: circa 1.300 i morti, oltre 3.000 i feriti negli scontri tra esercito e cittadini durante i giorni della Rivoluzione nel dicembre 1989.

Con la conquista definitiva del potere, il Partidul Comunist Român [Il Partito Comunista Romeno] scatena un terrore sistematico contro gli oppositori politici, siano essi reali o immaginari. Il mezzo repressivo dei nuovi governanti viene messo a punto il 30 agosto del 1948, quando la Direzione Generale della Sicurezza dello Stato (Siguranţa Statului) si trasforma in Direzione Generale della Sicurezza del Popolo (Departamentul Securităţii Statului, più comunemente chiamata Securitate). Il regime comunista in Romania si basa su una continua repressione esercitata grazie alle informazioni della Securitate, i noti servizi segreti che registrano tutte le comunicazioni e si occupano dei dissidenti e tutti quelli che nella visione del partito vengono considerati potenziali nemici. La costituzione di un’estesa rete di informatori, che opera tra la popolazione e all’interno delle carceri, completa il controllo del governo sulla società romena.

Quando la Romania appena trasformata in un paese comunista decide di adattare il proprio sistema penitenziario, si rivolge direttamente al modello sovietico, il gulag, così trasforma le prigioni esistenti in una sorta di gulag in miniatura, copie fedeli del gulag sovietico. Le due grandi categorie sociali più controllate sono le cosiddette “élite” (politiche, intellettuali, religiose) e la generazione-ponte tra la vecchia società e la nuova costituita dagli studenti. Attraverso i provvedimenti della nuova Carta costituzionale, che prevede il divieto assoluto di critica al governo per i singoli e per tutte le associazione che abbiano “natura fascista o anti-democratica”, il regime comunista mostra il suo vero “volto”. Dopo il 1945 avvengono centinaia di arresti su basi legali molto dubbie, anche dal punto di vista comunista, in seguito ad alcuni decreti governativi o ministeriali, mai pubblicati e rimasti segreti. Man mano che il partito comunista diventa più forte, più organizzato, il numero degli arresti aumenta, gli oppositori diventano più numerosi. Il decreto del 3 gennaio 1950, con cui inizia la tragedia per tutti gli oppositori del regime, stabilisce l’arresto di chi «mette in pericolo o tenta di mettere in pericolo il regime di democrazia popolare e la costruzione del socialismo o diffama il potere statale e i suoi organi, anche se i relativi atti non costituiscono infrazioni»4. Si tratta di un decreto che dà via libera all’arresto di migliaia e migliaia di persone con qualsiasi tipo di motivazione (per esempio, se durante un’inchiesta la Securitate riveniva nella casa dell’indagato uno zaino, al principale capo di imputazione si aggiungeva subito l’accusa di tentata fuga sulle montagne per organizzare la lotta contro il regime).

La nazionalizzazione delle terre, delle banche e delle maggiori imprese del Paese, messa in atto dall’11 giugno del 1948, è lo strumento che completa il processo di sovietizzazione del Paese. È il momento in cui tanti proprietari aderiscono al movimento dei partigiani, come forma di protesta contro il nuovo regime. Nell’autunno del 1944, sulle montagne della Romania, si costituisce la resistenza armata anticomunista e antisovietica, le cui pagine vengono scritte da militari, studenti, contadini, operai, uomini e anche donne, pagine di storia cadute nell’oblio.

Come accennato sopra, i romeni vengono a conoscenza della partecipazione di tanti gruppi alla resistenza solo dopo gli anni ’90 tramite la testimonianza di alcuni combattenti o di gente sopravvissuta. Grazie ai ricordi di persone ancora vive, tra cui Ion Gavrilă Ogoranu5, il medico Teofil Mija6, siamo entrati nel mondo dimenticato e nel passato travagliato del popolo romeno negli anni dell’inizio del comunismo. Così abbiamo scoperto che l’instaurazione in Romania del regime comunista è avvenuta non senza difficoltà e non senza opposizioni. Figura emblematica della resistenza e della volontà di mantenere inalterata la propria integrità è stata la contadina Elisabeta Rizea del villaggio di Nucşoara, in provincia di Argeş ricordata nel nostro libro.

Nel 2006 il presidente romeno Traian Băsescu decide di costituire una commissione1 per indagare sul passato del regime, un atto ormai necessario, ma considerato tardivo dall’opinione pubblica romena. Il risultato dei lavori: Il Rapporto della Commissione Presidenziale per l’Analisi della Dittatura Comunista in Romania7, pubblicato nel 2006, redatto allo scopo di gettare luce su un periodo così buio della storia contemporanea romena. Il rapporto dedica alcuni capitoli alla repressione operata dai comunisti per quasi cinquant’anni, una repressione vissuta dai personaggi riuniti nel nostro libro.

Dall’inizio alla fine il comunismo in Romania si è mantenuto con il terrore e con le minacce che aleggiavano dovunque. Paura era la parola d’ordine che non veniva mai usata nel vocabolario quotidiano, ma definiva qualsiasi gesto. Fare una stima del numero di persone decedute durante il regime è molto difficile, a causa della scarsa affidabilità delle fonti di informazione di allora soggette a pesanti controlli. Secondo alcune stime sarebbero più di un milione le persone arrestate, interrogate, torturate e “rieducate” nei lager nel periodo della presidenza di Gheorghe Gheorghiu-Dej9. Una repressione che non avveniva per reali minacce o pericoli all’ordine pubblico ma, di regola, al solo scopo di intimorire la popolazione, demoralizzare la gente. Molti libri, apparsi come testimonianze di quei tempi, ricordano come nel buio della notte la gente quasi smettesse di respirare sentendo i motori della macchine ferme davanti al cancello delle proprie abitazioni. Alcuni di quelli che sapevano di essere ricercati si preparavano già con il cappotto indosso, perché i tempi dell’arresto erano così rapidi che l’indagato non aveva neppure il tempo di indossare un abito pesante e, una volta prelevati da casa, il rientro rappresenta un’autentica incognita.

Violeta P. Popescu – Tratto dal libro: Le catacombe della Romania. Testimoniane dalle carceri comuniste (1945-1964), Rediviva, 2014, Documentazione e traduzione (Lorena Curiman, Claudia Bolboceanu, Mirela Tingire)210 p.

Note

1 Nel novembre 1987 Braşov diventa teatro di una protesta operaia presso l’industria di mezzi pesanti Steagul roşu [La bandiera rossa]. Il 15 novembre prende parte alla protesta anche la popolazione locale che si unisce al corteo degli scioperanti occupando la sede del partito nel centro della città. La rivolta viene domata e seguono le consuete repressioni; tuttavia si ritiene a ragione che questo episodio segni l’inizio di una mobilitazione morale poi sfociata negli avvenimenti del dicembre 1989.

2 La prima protesta operaia scoppia nel 1977 con la rivolta dei minatori di Valea Jiului (la valle del fiume Jiu nel distretto di Hunedoara). Provocata dall’aumento delle ore di lavoro e dalla riduzione delle pensioni, la rivolta dei minatori si svolge in modo pacifico per tre giorni (1-3 agosto); lo stesso Nicolae Ceauşescu giunge sul posto per sbloccare lo stallo e parlare direttamente con gli operai. Fra la folla che lo attende per la prima volta si levano grida di dissenso (Abbasso Ceauşescu! Abbasso la borghesia proletaria!). Malgrado le promesse, entra subito in azione la Securitate: intere famiglie del luogo vengono deportate, molte persone sono condannate e altre muoiono in circostanze sospette, mentre gli scioperanti più attivi, filmati di nascosto, vengono indagati e sottoposti a torture.

3 Paul Goma, è nato nel 1935 nel villaggio di Mana in Bessarabia (l’attuale Repubblica Moldova) è uno dei maggiori scrittori romeni contemporanei, simbolo della dissidenza antisovietica. Firmatario di Charta 77 e di due provocatorie lettere aperte a Ceauşescu, viene espulso dalla Romania. Nel 1977 una lettera di solidarietà con Charta 77 gli vale l’arresto e l’accusa di alto tradimento. Liberato per le proteste internazionali, in novembre è costretto all’esilio. Da allora vive a Parigi. Due dei suoi libri sono stati tradotti in italiano: L’arte della fuga, a cura di M. Cugno, Voland, Roma, 2007 (ed. orig.: Arta Refugii Editura Dacia, Cluj, 1991); Nel sonno non siamo profughi. Un’infanzia in Bessarabia, trad. di D. Zaffi, Keller editore, Rovereto (TN), 2010 (ed. orig.: Din calidor: o copilărie besarabeană, Editura Albatros, Bucureşti, 1990).

4. Il rapporto Băsescu. In romeno Raportul Comisiei Prezidenţiale pentru Analiza Dictaturii Comuniste din România. Il testo integrale, di ben 666 pagine, si può leggere al link seguente: http://www.presidency.ro/static/ordine/RAPORT_FINAL_CPADCR.pdf (ultimo accesso: 6 novembre 2013). [trad. nostra].

5. Ion Gavrilă Ogoranu (1923-2006) è stato un celebre oppositore del comunismo, uno dei capi della resistenza armata sui monti Făgăraş.

6 Teofil Mija (1923-2010) medico, leader del movimento della resistenza armata anticomunista della zona Codrii Fetea

7. Comisia Prezidenţială pentru Analiza Dictaturii Comuniste din România [La Commissione Presidenziale per l’Analisi della Dittatura Comunista in Romania], nota anche come Comisia Tismăneanu dal nome del suo presidente.

8. Il rapporto Băsescu, op.cit.

9. Gheorghe Gheorghiu-Dej (1901-1965) è stato presidente della Romania negli anni 1961-1965

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