Centro Culturale Italo Romeno
Milano

UNA LINGUA E-ROMENA? di Armando Santarelli

Ago 30, 2022

Il Dizionario enciclopedico delle lingue dell’uomo (2007), straordinaria opera del francese Michel Malherbe, stima in circa 3.000 le lingue parlate attualmente nel mondo. Tuttavia, se consideriamo anche quelle meno importanti, arriviamo ad un numero compreso fra le 6.500 e le 7.000; un dato davvero sorprendente è che delle migliaia di lingue in uso ai nostri giorni non più di 150 sono scritte.
È fin troppo evidente che il mondo linguistico come oggi lo conosciamo è stato delineato dalle dinamiche della storia umana. L’evoluzione di una lingua tiene conto di diversi fattori, ma uno è preponderante rispetto agli altri: la lingua si forma e segue il destino della comunità che la utilizza. Le lingue di società piccole e incapaci di allargare la propria influenza rimangono patrimonio esclusivo di quelle comunità e rischiano continuamente di scomparire; le lingue di grandi Potenze sono invece destinate a prevalere e a diffondersi.
Gli idiomi che si sono affermati nel mondo, e che gratifichiamo con l’espressione “lingue di cultura”, non sono dunque quelli più “nobili”, o più elevati, o più comprensibili, ma quelli parlati da popolazioni capaci di estendere il loro dominio a genti e culture diverse; è stata la forza politica e militare di Roma a fare del latino la lingua dei sudditi dell’Impero.
Com’è noto, le lingue del mondo sono classificate in famiglie linguistiche; gli idiomi ricompresi in ciascuna famiglia hanno in comune analogie di vocabolario, di grammatica e di fonetica, oltre a una parentela storica accertata. Tutti sappiamo che il romeno e l’italiano fanno parte del gruppo delle lingue indoeuropee, così denominate perché diffuse in un’area estesa dall’India all’Europa; è un gruppo che oggi conta 200 lingue parlate da circa tre miliardi e mezzo di persone.
Ma quando, e come si è formata la lingua romena? Sintetizzando secoli di ricerche e di studi effettuati con criteri storici, linguistici e filologici, possiamo affermare con sufficiente margine di scientificità che:
1) la formazione del popolo e della lingua romena sono andate di pari passo;
2) l’area in cui è avvenuto questo processo, come sostenuto dalla maggior parte degli specialisti, è situata sia a nord sia a sud del Danubio, ovvero in uno spazio formato dalla Romania antiqua (quella conquistata da Traiano, praticamente la Dacia, la Mesia e la Pannonia) e la Romania nova (quella in cui si era esteso l’uso del latino, lingua che la popolazione autoctona mantiene sebbene non più soggetta ai romani).
Più precisamente: i romani avevano contatti con le genti traco-geto-daciche già prima della conquista di Traiano, ed è certamente plausibile che alcune parole latine fossero penetrate nella cultura locale. Dopo la conquista, i romani occupano le terre daciche per 165 anni; non c’è dubbio che in questo periodo il latino diventi la lingua preponderante, perché parlata dai dominatori, che oltretutto provengono da una civiltà per molti aspetti più avanzata.
Nel 271 d.C. si verifica il ritiro di Aureliano, ma il latino non scompare dall’uso; anche la cristianizzazione dello spazio tra i Carpazi e il Danubio, che si consolida dopo l’Editto di Milano sulla libertà di culto del 313 d.C., contribuisce alla conservazione di parole latine.
È verosimile che, in tutto questo arco di tempo, siano esistiti più nuclei di popolazione che contribuirono alla persistenza della latinità sul piano linguistico. Sentiamo il filologo Alexandru Niculescu: «Nelle zone carpato-danubiane e danubiano balcaniche i romeni sono riusciti a creare, mediante concentrazioni e dispersioni successive e frequenti delle loro comunità, una continuità mobile, in uno spazio formato dalla Romania antiqua e dalla Romania nova. Il suo risultato è la lingua romena» (Individualitatea limbii romȃne ȋntre limbile romanice 2, Editura Stiinţifică şi Enciclopedică, 1978).
È la stessa conclusione cui era giunto il grande linguista e filologo Alexandru Rosetti in Istoria limbii române, I: Limba latină (1938-1940): «La lingua romena è la lingua latina parlata ininterrottamente nella parte orientale dell’Impero Romano che comprendeva le provincie danubiane romanizzate (Dacia, Pannonia Meridionale, Dardania, Mesia Superiore ed Inferiore) dal momento della penetrazione della lingua latina in queste province e sino ai nostri giorni».
Dunque, alla luce degli studi suddetti, e di altri più recenti, è da respingere la teoria che ipotizza una sparizione della lingua latina dopo il ritiro dei romani e una nuova latinizzazione del romeno a partire dal secolo XIII.
Certamente, dopo il VI secolo, con la migrazione degli slavi, il romeno aggiunge molte parole di questa etnia al proprio vocabolario; altre, come sappiamo, verranno dal francese, dal turco, dal greco, dall’ungherese, dal tedesco, dall’italiano. Tuttavia, non solo il nucleo di base del latino rimane prevalente, ma come specifica il presidente dell’Accademia Romena Ion Aurel Pop, nei secoli XVIII-XIX, a seguito della crescita della cultura, la lingua romena arricchisce il suo vocabolario latino con neologismi e regole grammaticali. Il prof. Pop e altri storici insistono sul fatto che, già nei secoli XIV-XVI, la romanità dei romeni e la latinità della lingua romena era evidente non solo ai romeni, ma anche agli stranieri che venivano in contatto con loro.
Andando oltre la questione delle origini, arriviamo ad alcune realtà che si profilano come una minaccia per le nostre lingue, per la loro indubbia varietà e ricchezza. Innanzitutto c’è il dato di fatto dell’invadenza dell’inglese, lingua della globalizzazione e delle innovazioni tecnologiche. Nessun problema per le nuove e intraducibili voci create dallo sviluppo tecnologico e scientifico. Diverso è il discorso per gli anglicismi, il cui uso ingiustificato penalizza i corrispondenti vocaboli romeni e italiani; perché dovremmo usare la parola location invece di sito, luogo, area, spazio, smart working (espressione che non esiste altrove!) per telelavoro, devolution per decentramento, lecture per conferenza?
La seconda minaccia nasce dall’onnipresenza dei social, che diffondono una lingua gergale e sgrammaticata. Il problema principale riguarda, ovviamente, la cosiddetta generazione Z, i nativi digitali, formatisi in un contesto culturale che comporta un uso spesso brutale e ripetitivo del linguaggio del web. Tuttavia – e ciò può sembrare paradossale – su questo punto i linguisti e i filologi si mostrano meno preoccupati, perché lingue strutturate come le nostre hanno sempre mostrato una buona capacità di tenuta nei confronti delle novità che investono soprattutto la lingua parlata.
Il dato certo è che ogni giorno perdiamo una o più parole del nostro lessico. Se da una parte è un fenomeno del tutto normale, dall’altra è impossibile non sottolineare quanto esso si sia accentuato negli ultimi decenni. È innegabile che oggi si faccia un largo uso di quelli che potremmo chiamare e-romeno, e-taliano, ovvero di un linguaggio fatto di espressioni tronche, frasi secche ed elementari. Viene altresì spontaneo collegare questo parlare basico con l’astrattezza, l’approssimazione, il menefreghismo di certi comportamenti; quando trascuriamo o scacciamo le parole della cultura e dei sentimenti è un intero pezzo di mondo a fuggire da noi.
A complicare la questione, il fatto che i nostri idiomi sono bistrattati non solo dalla gente comune, ma anche da chi ha una grande visibilità e possibilità di influenzare la lingua scritta e parlata; i politici, i personaggi dello spettacolo, ma anche alcuni giornalisti, non si impegnano abbastanza per tenere alto lo standard della lingua che usano dinanzi a milioni di telespettatori o utenti di internet.
E c’è di peggio: persino il mondo della cultura non contribuisce a migliorare le cose; è noto che le Case Editrici, tramite i loro editor (non sarebbe meglio chiamarli curatori editoriali?) tendono ad addomesticare i testi che scelgono di pubblicare, spesso semplificandone la sintassi o il vocabolario, nel timore che possano risultare retorici, superati, indigesti.
Non sto dicendo che scrittori e operatori culturali debbano rinunciare a innovare, ad esprimere il proprio stile, a emanciparsi da fraseologie e costrutti che la realtà costringe a un tramonto fisiologico; ogni generazione si lascia alle spalle una fetta del lessico utilizzato dalla precedente. Il problema è che, a prescindere dal fatto linguistico, la contrazione di un idioma rappresenta un danno per il nostro pensiero, per la nostra ricchezza interiore. Le parole sono idee, sono i mattoni del nostro edificio mentale e culturale, e quanto più materiale linguistico si possiede tanto più varie e complete risulteranno le costruzioni che saremo in grado di ricavarne.
Vogliamo davvero impoverire la lingua che Norman Manea, nell’esilio statunitense, non volle mai abbandonare, perché rappresentò sempre, per lui, uno strumento di salvezza, «il rifugio infantile della sopravvivenza?»
La lingua che invece Cioran lasciò a favore del francese, ma rimpiangendola – come leggiamo nei Cahiers 1957-1972 – così: «La straordinaria lingua romena! Ogni volta che torno a immergermi in essa (o meglio, che ci penso, perché, ahimè, non la uso più), ho la sensazione di aver commesso una criminale infedeltà a distaccarmene. La sua facoltà di dare a ogni parola una sfumatura di intimità, di farne un diminutivo; un addolcimento di cui beneficia persino la morte: morţişoara… C’è stato un tempo nel quale in questo fenomeno non vedevo che una tendenza a sminuire, svilire, degradare. Ora invece mi sembra un segno di ricchezza, un bisogno di conferire a ogni cosa un “supplemento d’anima”».
«Ogni degradazione individuale o nazionale», scrisse il grande Joseph de Maistre, «è immediatamente annunciata da una degradazione rigorosamente proporzionale del linguaggio». E Wittgenstein affermava che «i confini del nostro linguaggio costituiscono quelli del nostro mondo personale».
Lo studio della storia, le buone letture, il ritorno ai temi e alle composizioni scolastiche, un corretto modo di parlare e di scrivere: tutte cose fattibili, che ci salverebbero dallo stupido e grave errore di consegnarci a una lingua omologata, impoverita, immiserita.

31 agosto 2022