Centro Culturale Italo Romeno
Milano

Leggere è un rischio

Mag 29, 2022

La solitudine, il silenzio… quante persone, oggi, aspirano a possedere questi tesori! Tesori, certo, preziose condizioni esistenziali di cui la maggior parte della popolazione mondiale non può godere.

Tuttavia, possiamo almeno puntare al possibile, a ciò che, nonostante tutto, rimane ancora in nostro potere.

Solitudine? Sì, una relativa solitudine si può attingere, perché nessuno ci impedisce, nel tempo libero, di rimanere tranquilli nella nostra stanza, spegnere il cellulare e dedicarci ai nostri hobby, o alla meditazione, alla preghiera, alla lettura.

Silenzio? Certamente fruibile in un piccolo borgo, e in Italia ce ne sono migliaia; impossibile invece nelle città, anche se sappiamo tutti che i rumori non ci riescono così fastidiosi quando siamo immersi in attività che catturano la nostra attenzione.

Insomma, non è necessario rivestire i muri della propria camera con pannelli di sughero, come fece Marcel Proust nella stanza da letto di Boulevard Haussmann, rendendo quell’ambiente ancor più propizio alla creazione della meravigliosa cattedrale letteraria di Alla ricerca del tempo perduto.

Com’è noto a chi ama il genio francese, in quest’opera Proust ha letteralmente vivisezionato sentimenti come la gelosia, l’amore colpevole, l’oblio, l’amicizia, e temi come la memoria involontaria, il tempo, il ruolo salutare della sofferenza, il valore dell’opera arte.

Qui voglio parlare dell’importanza che Proust attribuisce alla lettura, un argomento sul quale, ovviamente, ha da dirci molte cose. Il punto di partenza è costituito dalle riflessioni espresse sul tema dal critico d’arte John Ruskin.

L’inglese John Ruskin (1819-1900) è ricordato come il grande rivalutatore dell’arte gotica, che apprezzava per il legame tra l’espressione artistica e i valori religiosi e morali sui quali essa si fondava. Proust è subito colpito dal pensiero del critico inglese, nel quale scopre una delle leggi che saranno alla base della Recherche: l’artista si pone fra il soggetto umano e la natura, di cui è l’indagatore e il decifratore.

Ben presto Marcel iniziò a studiare l’intera opera ruskiniana, e tradusse due importanti saggi del critico, La Bible d’Amiens (1904) e Sésame et les lys (1906). È in quest’ultimo testo che Ruskin elogia la lettura, intesa come «una conversazione con uomini molto più saggi e più interessanti di quelli che possiamo avere l’occasione di conoscere nella nostra cerchia». Ma nella prefazione alla traduzione del Sésame, Proust, pur ribadendo la sua ammirazione per lo scrittore inglese, si dichiara in disaccordo sulle considerazioni relative alla lettura e al suo valore.

Anzitutto, Proust afferma come l’importanza della lettura nella fanciullezza non risieda tanto nel libro che si legge, ma nelle memorie, anche inconsce, che in esso si racchiudono. Inoltre sostiene che la differenza fra la lettura e la conversazione non consiste nella maggiore saggezza o importanza dell’una rispetto all’altra, ma nel fatto che leggendo noi continuiamo «a godere della potenza intellettuale che si possiede nella solitudine e che la conversazione dissipa immediatamente».

Proust amava la conversazione colta, frequentò i migliori salotti letterari della Parigi del suo tempo; e tuttavia, nella maturità artistica, lo vediamo sostenere che «nella conversazione, la comunicazione ha luogo per il tramite dei suoni, lo choc spirituale è indebolito, l’ispirazione, il pensiero profondo, impossibili».

Ma Proust va oltre, arrivando a formulare una critica circostanziata alla lettura stessa; anche i migliori fra i libri, sostiene, non potranno mai darci quanto vorremmo, ma solo suscitare in noi il desiderio della conoscenza. Leggere rimane, in fondo, un atto passivo, che rischia di tenerci alla superficie della coscienza, allontanandoci dal nostro io più profondo. «La lettura», «rimane alle soglie della vita spirituale; può introdurci in essa, ma non la costituisce», perché «la verità non possiamo riceverla da nessuno e dobbiamo cercarla noi stessi».

Il pensiero del genio francese appare inattaccabile; eppure il suo primo grande biografo, George D. Painter, trova il modo di emendarlo, sottolineando che Proust, nella sua disamina, sembra trascurare la capacità della lettura «di trasmettere la visione, le idee di cui il libro partecipa, sì che la rivelazione dello scrittore diventi quella del lettore. Questo fu anche il fine di Proust quando scrisse la Recherche».

Credo sia sufficiente questo triplice intreccio intellettuale (Ruskin-Proust-Painter) per avvicinarci alla bellezza e all’importanza di leggere, alla sua centralità se davvero vogliamo dare alla vita un valore aggiunto.

Per quanto mi riguarda, ho già scritto che non ho avuto bisogno della clausura imposta dalla pandemia per stare vicino ai libri che ho accumulato nel corso di una vita, nell’illusione (molto diffusa fra gli amanti dei libri, in verità) di poterli leggere tutti; pia illusione, appunto.

Inevitabilmente, mi succede ogni tanto di soffermarmi su alcune opere che da sempre desidero leggere, ma che, per ragioni che non so definire, ho posposto ad altri libri; e se c’è un motivo per cui vorrei vivere una seconda vita è proprio questo, leggere non solo alcuni, ma tutti i Dialoghi di Platone, tutte le opere di Leopardi, tutti i racconti di Cechov, e i migliori libri di viaggio scaturiti dall’errabondo e avventuroso spirito umano. La realtà è che gran parte dei testi che ho appena menzionato sono già negli scaffali della mia libreria, ad attendere pazientemente il loro turno. Ma ogni volta altre esigenze incalzano, perché l’ultimo Premio Strega va letto, come pure la più recente biografia di Dostoevskij, e poi il fresco libro di spiritualità ortodossa, e ancora il saggio di Jonathan Safran Foer sulle ragioni dell’animalismo…

Il problema è che la droga-libro è molto potente e facile da procurarsi. Quanti piaceri conosciamo nella vita? Tanti: mangiare, fare l’amore, viaggiare, conversare, aiutare il prossimo, godere delle bellezze naturali, fare sport. Ma uno solo non necessita che di un piccolo oggetto da tenere fra le mani; perché come ha osservato Umberto Eco, «il libro appartiene a quella generazione di strumenti che una volta inventati non possono essere migliorati, come la forbice, il martello, il coltello, il cucchiaio, la bicicletta. Il libro è ancora la forma più maneggevole, più comoda per trasportare l’informazione». Trasportarla e fecondarla, aggiungo io, perché letto un libro si desidera leggere quelli cui fa riferimento, quelli in grado di completare e arricchire ciò che abbiamo appreso.

È sempre Umberto Eco ad aver espresso una verità incontestabile riferita al miracolo della lettura: «Chi non legge, a settant’anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto cinquemila anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro».

Ma i libri ci insegnano anche a conoscere gli altri. Nell’età adolescenziale scoprii quanto fosse facile intendersi con persone che amavano gli stessi libri e gli stessi autori che leggevo o meditavo di leggere. Spesso emergevo euforico, quasi trasfigurato da certe letture, come Lo straniero di Albert Camus, o Cristo si è fermato a Eboli, o La luna e i falò; e avrei voluto avere il loro autore dinanzi a me, per manifestargli tutta la mia ammirazione e la riconoscenza per avermi donato non solo delle ore piacevoli, ma la conferma che i libri sarebbero stati miei compagni fedeli per la vita.

Luci accese verso il passato, la storia, i nostri simili, i libri, però, sono anzitutto rivolti a noi stessi. Nel primo anno di liceo, il professore di italiano ci lesse questo pensiero di Petrarca: «Interrogo i libri e mi rispondono. E parlano e cantano per me. Alcuni mi portano il riso sulle labbra o la consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso».

Niente di più vero, perché non vale soltanto il detto “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, ma anche l’affermazione “dimmi che libri leggi e ti dirò chi sei”. Come ha scritto il critico letterario Alfonso Berardinelli, «si leggono i libri che meritiamo di leggere. Leggere è un rischio, perché è un atto che ci giudica».

Armando Santarelli