Percorsi di instabilità nella letteratura della migrazione romena

Set 1, 2013

Percorsi nella letteratura della migrazione romena

Per i nostri lettori proponiamo uno scritto di Valeria Nicu che riguarda la condizione della migrazione vista negli occhi degli scrittori e poeti romeni e non solo. Di seguito la prima parte..

Il cuore non aveva né nostalgia, né dubbio, né apprensione. Ancora per lui le cose erano intere, e tale era lui stesso. Se avesse potuto prevedere la terribile sorte che l’attendeva forse avrebbe trovato anch’essa naturale e compiuta, pur in tutto il suo dolore.”(Italo Calvino, Il visconte dimezzato)

Sulla condizione dell’esule si è scritto molto. Condizione tragica, drammatica, estrema, eroica, dai caratteri definitivi, fatalistici e assoluti. Molto più negletta e marginalizzata è la questione migratoria contemporanea con il suo carico irrisolto di ridefinizione identitaria. Una moderna odissea che scruta e saggia i nostri limiti, chiamando in causa tutte le forze, le capacità, le energie sommerse, la sensibilità di chi la affronta in prima persona e di chi la vive di riflesso

La migrazione oltre ad essere spostamento fisico è anche, e soprattutto, un evento simbolico che avviene nel tempo, nella mente, nella psiche. Se si prendono in considerazione gli effetti psicologici della migrazione ci si accorge come vi sia un labile confine tra disagio e patologizzazione, un’ampia zona d’ombra che è stata evidenziata sia dalla letteratura medico-scientifica sia dalla cosiddetta letteratura della migrazione.

Così scrive, ad esempio, Nora Moll nel saggio Identità dis-integrate: le narrazioni della psiche nella letteratura migrante italiana: gli scrittori [della migrazione ci ricordano][…] che il confine tra lo stato d’animo della sofferenza/tristezza/solitudine/estraneità e le psicopatologie quali disturbi alimentari, autolesionismo, depressione, disturbi dissociativi e/o psicosi ossessive è piuttosto sottile.1

La letteratura della migrazione – trans-culturale, italofona, creola, non nativa – nell’accogliere e rielaborare i percorsi esistenziali del migrante, come la letteratura di sempre in ogni luogo, s’interroga sul dolore. Un dolore esistenziale legato al trauma da sradicamento o da reinserimento, al gioco dell’appartenenza/non-appartenenza: un disagio che impregna di sé il testo e lascia profonde stigmate.

Esiste una ormai nutrita letteratura specialistica sul disagio e sulla psicopatologia che colpisce i soggetti migranti, corpus che ha il suo antesignano negli studi sugli effetti del colonialismo dello psichiatra martinicano Franz Fanon.2 Ad oggi si contano numerose, benché scollegate, anche le iniziative di terapia e sostegno nell’ambito dell’etnopsichiatria.

Come sottolinea Natale Losi in Vite Altrove. Migrazione e disagio psichico,3 le “sofferenze d’identità” non riguardano solo i pazienti immigrati ma anche i nativi e il malessere psichico del migrante risale spesso a conflitti vissuti nell’esperienza pre-migratoria. Nonostante ciò, è innegabile però che il trauma dell’esperienza migratoria, lo shock trans-culturale acuisca la percezione del Sé mettendo in moto complesse dinamiche identitarie.

Un primo trauma è sicuramente lo sradicamento. L’individuo non è disgiunto dal contesto in cui vive, ma partecipa di una dimensione olistica. Così la migrazione si configura come quel momento in cui il corpo viene strappato al complesso organismo in cui è inserito, in cui vengono recise le autostrade relazionali, le arterie pulsanti, lasciando dietro ferite e lacerazioni cauterizzate alla meglio in un contesto di emergenza. A questo proposito lo scrittore Julio Monteiro Martins4 teorizza una migrazione come “naufragio” e “suicidio assistito”5: l’individuo, intessuto tra storia privata e immagine pubblica, nel migrare, affronta il naufragio di una rete invisibile di collegamenti affettivi e sociali, che concettualmente si avvicina non solo ad una scomparsa alla vista ma ad una morte reale come testimoniato dal lutto diffuso e oscuro che il migrante si porta dentro:

Ricordiamo che è parte della natura profonda dell’uomo dividere inconsciamente l’umanità in “vivi” e “morti”. Il migrante rientra nella seconda categoria. Rappresenta “lo scomparso” per tutti i personaggi della sua vita precedente, ma soprattutto, oscuramente, per sé stesso.6

Il migrante, infatti, secondo Monteiro Martins, nel tentativo di rinascere altrove, reincarnarsi nuovamente, deve ricorrere ad una sorta di “suicidio amministrato”: un atteggiamento radicale che è morte e metamorfosi e che rende conto dell’immane sforzo e investimento esistenziale e di energie necessarie per una tale portentosa riconversione: processo che non manca di creare fratture di natura psicologica e generare forte instabilità emotiva.

Altri ancora sono poi i disturbi che possono colpire il soggetto trans-culturale come, per citare ancora Losi, “la crisi d’identità irrisolta, la depressione e disadattamento sociale cronico.”7

Questo intervento, però, non ha velleità socio-antropologiche, ma si propone, piuttosto, di rintracciare all’interno dei testi dei cosiddetti migrant writers più che gli effetti, le reazioni psicologiche ai complessi spostamenti d’identità, le forme metaforiche ove s’incunea il disagio migratorio, leggendo in filigrana i residui di un malessere a tratti implacabile.

Questi autori, infatti, quand’anche non tematizzino apertamente sulla migrazione, disseminano i testi di spie raccolte in un percorso che dalla semplice incertezza identitaria e difficoltà a riconoscersi e ad ottenere riconoscibilità, va fino alla scissione e allucinazione dell’io. Un excursus tra le opere, dunque, che procede per individuazione di addensamenti e nuclei tematici come la fenomenologia dell’onirico, dello spaesamento, dello sdoppiamento; un percorso che mira anche al rilevamento dei paesaggi mentali e fantasmagorie a cui questi autori danno luogo.

“L’instabilità” del titolo, per analogia con certi elementi chimici che non rimangono a lungo nella medesima configurazione, vuole rimandare a tre idee: all’idea di luogo nel senso di una illusoria sedentarietà del migrante sempre suscettibile di imminenza di cambiamento; alla psiche in riferimento alla pulsione scissionistica e disgregatrice dell’io; alla portata destabilizzante della letteratura della migrazione nei confronti delle certezze granitiche occidentali. Con il termine instabilità, in definitiva, si vuole trasmettere quella sensazione di spaesamento e di vertigine e di precarietà esistenziale che da questi testi si evince.

Il problema della riconoscibilità e dell’autoriconoscimento

Un primo nucleo problematico si organizza attorno all’estraneazione dell’individuo migrante a contatto con una realtà, estraneazione dovuta al fatto che nel cambiamento dell’habitat umano si passa anche ad una diversa percezione del tempo e dello spazio. Accade così che l’impossibilità del migrante di aderire ad un ambiente estraneo, privo di ricordi, si traduce in un senso costante di frustrazione e di alienazione, mentre l’instabilità anagrafica, la sensazione di clandestinità diventa sensazione di costante marginalizzazione ed esclusione dal consesso umano.

Molti testi italofoni tradiscono, infatti, in relazione ai luoghi, alla nuova casa, una sensazione di estraneità, di disorientamento, di impossibilità di autoriconoscimento:

Finestre

[…] Quando mi sveglio ansimante

nel mezzo della notte

o la mattina presto stanco e ottuso,

non so mai dove sono.

Tante volte

ho cambiato paese e città,

piume e pellame,

che non riesco a ricordare

l’ultimo spostamento.

Le pareti sono sempre uguali.

Lampadari, accappatoi, tappetini

li trovo dappertutto.

Resta solo la finestra

in grado di spiegarmi

le cose.

Le cose della mia vita.[…]8

Oltre la paura

[…] Nina si rifugiò nella sua stanza tetra, senza ricordi e tracce di sé. Un letto, una scrivania, un armadio: i mobili di un albergo, di una prigione arredata più dell’indispensabile.[…]9

Ah, se mi chiamasse qualcuno stasera dalla patria

[…]Il vuoto della stanza sgombra,

il peso della nostalgia,

la pelle oscura della notte mediterranea

mi schiacciano il cervello[…].10

Come ci ricorda Remo Bodei ne La vita delle cose 11 la casa è il guscio dell’intimità così come l’ambiente, gli oggetti, i luoghi incorporano i ricordi, le aspettative, i sentimenti, diventando diretta pertinenza dell’io e simbolo che tiene insieme le schegge disperse di una vita. Gli autori citati – Julio Monteiro Martins, Irina Turcanu 12, Gëzim Hajdari 13 – al contrario, ci dicono di muri privi di memorie, privi di sé, ci dicono di un vuoto mai risemantizzato, di un universo che non ha nulla di familiare (heimlich) e che irrompe, invece, in tutta la sua forza straniante. La casa si configura, infatti, di volta in volta come luogo neutro, quasi albergo, spazio occasionale e provvisorio oppure come luogo che genera un rapporto disforico, una prigione, spazio opprimente e costrittivo.

Se pensiamo che “abitare” (da habere, letteralmente “avere consuetudine con un luogo”) condivide la radice etimologica con “abito” (habitus), inteso come “vestito”, è chiaro come in questo caso venga meno l’involucro primo della personalità, quel nido di cui si riveste il nostro corpo che è la casa e che perde la sua funzione protettiva e rassicurante nei confronti delle aggressività esterne. La casa, infatti, sempre più ambiente respingente ed inospitale, diventa impossibilità di riconoscersi, di ancorare le proprie ansie, di trovarvi requie, acuendo così il senso persistente di instabilità e di non-appartenenza. Solo la finestra-frontiera, topos ricorrente anche in un altro autore italofono Ron Kubati 14, rivela la possibilità di uno sguardo proiettivo e positivo.

Vi sono poi altri autori migranti nei quali il senso di dis-appartenenza e di marginalizzazione diventa più radicale e viene simbolizzato attraverso la figura del barbone, del senza-casa 15 e senza-nome, del diseredato. Un tema questo dell’homeless e dell’outsider che dispiega una pluralità di valenze:

Senzatetto

Dove andare

Steso

Non lacrimare

Peso

Di una vita senza nome

Senza dove e senza come

Errabondo

Nel mondo

E nel buio più profondo

Io mi nascondo.16

Ecatombe

[…] farfalle pubblicitarie

di negozi falliti

poveri in saldo

colf alla mano

e 3X2 nelle confessioni pasquali.17

Qualche volta

Qualche volta sono quello

che gli altri scartano,

immondizia del mondo,

della società.18

Gli estratti citati (di Mihai Butcovan19, i primi due, di Viorel Boldis20, l’ultimo,) testimoniano una triplice alienazione: quella dello straniero sradicato, continuamente fuori posto, del poeta-clochard, ma anche del dramma dell’uomo-merce e scarto nella società dei consumi.

È chiaro qui che la figura del reietto non è sintomo solo di una marginalizzazione cronica dell’uomo-poeta e dello straniero, ma, proprio in virtù della sua esclusione dalla società e del suo continuo decentramento, si rende portatrice, come in tutta la letteratura novecentesca, di un’ottica privilegiata, di un’eversiva verità. I pazzi, i buffoni, gli emarginati,infatti, nell’essere il “fuori”, hanno una visione più lucida sul “dentro”.

Accade così che molti componimenti di Butcovan e Boldis che ruotano attorno alla tematica del permesso di soggiorno 21, da una parte tradiscono l’assillo di trovare una legittimazione, un ruolo, una collocazione per il proprio essere, e si pongono quasi come richiesta di “autorizzazione” ad esistere in una qualche forma, mentre dall’altra si ergono ad amara denuncia 22 della bugia identitaria del “noi siamo”, della trivialità delle classificazioni che, temendo la fluidità della figura del migrante, tendono ad inglobarlo e neutralizzarlo attraverso l’omologazione e la riduzione al silenzio.

Tornando al tema dell’invisibilità e dell’anonimato che genera malessere nel migrante, possiamo notare come queste siano messe in rilievo da un processo di pietrificazione, spersonalizzazione e reificazione dell’individuo così come avviene sistematicamente, ad esempio, nella poesia di Boldis:

Come una statua

Essere straniero

è peggio che essere una statua.

Stai lì inerte, affamato e infreddolito

[…]

Gli altri nemmeno ti odiano,

ti guardano appena annoiati,

si stringono il naso

e si fanno i fatti loro.23

Nella voce dei migranti è dunque palpabile l’ansia per l’impossibilità di una riconoscibilità: il non riconoscersi nell’habitat forastico ma soprattutto il non riconoscersi umanità24 nello sguardo dell’Altro, essendo ormai l’individuo ridotto a scarto e costretto ad una continua deprivazione e negazione di sé.

Così nelle opere dei migranti, come sottolineato in un intervento da Fulvio Pezzarossa,25 s’intrecciano continuamente non-luoghi, non-case, non-persone26: i loro testi sono teatro di “un’umanità instabile e in fuga, costretta a rinunciare al contatto fisso col territorio”27, sono testi che fungono da cassa di risonanza di un io dolorante, io che, come “canta” Monteiro Martins, è condannato ad essere “eternamente assente dalla grazia di casa mia”.28

NOTE:

1. N. Moll, Identità dis-integrate: le narrazioni della psiche nella letteratura migrante italiana inTrattato italiano di psichiatria interculturale e delle migrazioni, P. Bria, E. Caroppo, M. Colimberti, P. Brogna (a cura di), Roma, Società editrice Universo 2010, p. 390.

2. F. Fanon, I dannati della terra, Torino, Edizioni Comunità, 2000; Pelle nera maschere bianche, Milano, Tropea, 1996; altri testi di riferimento sono N. Losi, Vite altrove. Migrazione e disagio psichico, Roma, Borla, 2010; M. Grasso, Disagio comunicativo, culturale e psichico nella migrazione: sistemi familiari ed educativi, Palermo, La Zisa, 2000; E. Caroppo, M. Colimberti, P. Brogna (a cura di), Trattato italiano di psichiatria interculturale e delle migrazioni, Roma, Società editrice Universo 2010; Per prospettiva integrata con l’analisi dei testi letterari i saggi di P. Cardellicchio,letteratura e identità nell’esperienza del migrante, reperibile all’indirizzo http://www.babelonline.net/home/002/editoria_online/cinema/cardillicchio.pdf; M. Cristina Mauceri, M. Grazia Negro, Nuovo immaginario italiano:italiani e stranieri a confronto nella letteratura italiana contemporanea, Roma, Sinnos, 2009, pp. 273-297; N. Moll, Op.cit., p.387-398; S. Camilotti, La letteratura della migrazione in lingua italiana e i suoi riflessi sul concetto di identità culturale: una casistica provvisoria di testi, in F. Pezzarossa, I. Rossini (a cura di), Leggere il testo e il mondo. Vent’anni di scritture della migrazione in Italia, Clueb, 2011, pp. 219-229.

3. N. Losi, Op.cit.,pp.16,52.

4. J. Monteiro Martins (Brasile, 1955): scrittore di origini brasiliane, personalità di spicco in campo letterario e politico, dopo numerosissime pubblicazioni in Brasile, in Italia, dove vive dal 1995, ha pubblicato Il percorso dell’idea (1998), Racconti italiani (2000), La passione del vuoto (2003 ), madrelingua (2005) e L’amore scritto (2007), Non siamo in vendita – voci contro il regime (con A. Tabucchi, B. Bertolucci, D. Fo, E. de Luca e G. Vattimo, 2001). Stabilitosi in Toscana, insegna Lingua e traduzione portoghese all’Università di Pisa e scrittura creativa nel ambito del Master della Scuola Sagarana, oltre ad essere direttore della presente rivista.

5. Intervista con Julio Monteiro Martins: a Laura Barile in Letteratura migrante/letteratura mondiale, in Scrittura e migrazione. Una sfida per la lingua italiana, a cura di Laura Barile, Donata Feroldi e Antonio Prete, Siena, Edizioni dell’Università, 2009, pp. 39-54

6. Ibidem.

7. N. Losi, Op.cit., p. 52.

8. J. Monteiro Martins, Finestre in Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano, M. Lecomte (a cura di), Firenze, Le lettere, 2006, p. 137.

9. I. Turcanu, Oltre la paura in Lingua madre duemilaundici, D. Finocchi (a cura di), p. 248.

10. G. Hajdari, Ah se mi chiamasse qualcuno stasera dalla patria in Maldiluna, Nardò, Besa, 2005, p.228.

11. R. Bodei, La vita delle cose, Roma-Bari, Laterza, 2009, p.50.

12. I.Turcanu (Romania, 1984): scrittrice e pubblicista di origini romene, in Italia, dove vive dal 2001, ha pubblicato i romanzi Alia, su un sentiero diverso (2008), La pipa, Mr. Ceb e l’Altra (2010) La frivolezza del cristallo liquido (2011). Ha inoltre curato l’antologia Ritorno (2013).

13. Gezim Hajdari (Albania, 1957): poeta di origini albanesi, in Italia, dove vive dal 1992, ha pubblicato numerose sillogi Ombra di cane (1993), Sassi controvento (1995), Antologia della pioggia (2000), Erbamara (2001), Stigmati (2002), Spine Nere (2004), Maldiluna (2005), Poema dell’esilio (2005), Peligòrga (2007), Corpo presente (2011), Nur. Eresia e besa (2012).

14.R. Kubati, M, Nardò, Besa, 2002.

15. Sulla figura del migrante “senza mobili” cfr. Sayad per il quale è un paradosso immaginare un immigrato con una casa in quanto, come nomade, è sempre percepito solo come “corpo senza beni”: A.Sayad, Immigrazione o i paradossi dell’alterità. L’illusione del provvisorio, Verona, Ombre corte, 2008, p. 56.

16. M.M. Butcovan, Senzatetto in Dal comunismo al consumismo, fotosafari poetico esistenziale romeno-italiano, Ferrara, Linea BN Edizioni, 2010, p. 92.

17. Ivi, p.48.

18. V. Boldis, Qualche volta in Da solo nella fossa comune, Bologna, Gedit Edizioni, 2006, p. 8.

19. M. M. Butcovan (Romania, 1969): scrittore di origini romene, in Italia, dove vive dal 1991, ha pubblicato il romanzo Allunaggio di un immigrato innamorato (2006), e le raccolte poetiche Borgofarfalla (2006), Dal comunismo al consumismo. Fotosafari poetico esistenziale romeno-italiano (2009).

20. V. Boldis (Romania, 1966): scrittore di origini romene, in Italia, dove vive dal 1995, ha pubblicato le raccolte poetiche Da solo nella fossa comune (2006), Rap…sodie migranti (2009), 150 grammi di poesia d’amore (2013), oltre al racconto Il fazzoletto bianco (2010)

21. Come, ad esempio, Permesso di soggiorno, prego, Regole in Borgofarfalla, San Giovanni in Persiceto, Eks&Tra, 2006, pp. 48, 73; Permesso di soggiorno, Primavera italiana, Scuola per stranieri in Dal comunismo al consumismo…, cit., pp. 21, 44, 53.

22. L’autore si definisce “l’osservatore rumeno”.

23. V.Boldis, Come una statua in Op.cit., p. 27.

24. Cfr. P. Cardelicchio, Op.cit., p. 7.

25. F.Pezzarossa, Una casa tutta per sé. Generazioni migranti e spazi abitativi in Certi confini. Sulla letteratura italiana della migrazione, a cura di L. Quaquarelli, Milano, Morellini Editore, 2010, p. 64.

26. A. Dal Lago, Non-persone: l’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 1999.

27. F.Pezzarossa, Op.cit., p. 62.

28. J. Monteiro Martins, Vivere in esilio in La grazia di casa mia, raccolta in corso di stampa.

Fonte: la rivista Sagarana

A cura della dott.ssa Valeria Nicu

Nata in Moldavia, all’età di 14 anni sono giunta in Italia insieme alla mia famiglia. Diplomata in lingue straniere mi sono poi laureata in Lettere presso l’Università di Macerata con una tesi su Margaret Mazzantini. In procinto di laurearmi in Filologia classica e moderna con una tesi sugli scrittori rumeni italofoni, sono docente di italiano per stranieri e traduttrice presso l’Accademia Internazionale di Ascoli Piceno oltre che interprete e traduttrice per il tribunale locale.