Centro Culturale Italo Romeno
Milano

L’amore per la Romania di Patrick Leigh Fermor (VI)

Ago 21, 2021

Dopo aver superato uno dei ponti sulla Dâmboviţa e l’ennesimo quartiere periferico, Paddy decide di alloggiare in un albergo senza pretese, ma dal nome altisonante, il Savoy-Ritz. Sbrigate le formalità con la padrona, Tania, simpatica signora nata a Chişinău, capoluogo della Bessarabia, il giovane si affretta verso una carrozza, voglioso di raggiungere subito Calea Victoriei.

Giunto nella famosa strada bucarestina, rimane stupito ed emozionato dinanzi allo spettacolo che si offre al suo sguardo: automobili di lusso, persone eleganti, vetrine chic con capi alla moda, luci al neon vivaci e multicolori, hotel con splendidi interni osservabili dalle porte di cristallo.

La città presenta i più vari stili architettonici, che vanno dal moldo-valacco al secondo impero, dal medio vittoriano al primo Novecento. Due sontuosi edifici attirano l’attenzione di Fermor: il Palazzo Reale, dove montano la guardia sentinelle in giacche blu e alti cappelli di pelliccia, e il palazzo dei principi Cantacuzeni, arricchito di lampade e di stucchi; ai lati del portone giganteggiano due possenti leoni, dalle cui orbite sfavillano delle luci. I caffè, arredati con gusto e gremiti di gente, si susseguono uno dietro l’altro; dopo mesi trascorsi nei boschi e nelle campagne, il giovane è travolto da quel mondo scintillante: “D’impatto, quel luogo mi apparve come un incubo ammaliante. La prima cosa che mi colpì fu la bellezza delle donne – quegli occhi enormi! – e poi la complessità dei loro abiti. Scommisi con me stesso che a est di Parigi non poteva esistere una giungla di cappelli, plissettature e tagli ricercati, tacchi altissimi e dettagli minuziosi che fosse minimamente paragonabile a questa”.

Anche gli uomini sono abbigliati in modo ricercato ed esagerato; ma è il loro atteggiamento a infastidire Paddy. Su quei volti, infatti, crede di rinvenire espressioni ciniche, beffarde, arroganti. Il giovane arriva a pensare che lo scherno sia il principale argomento di conversazione, e che fra i vari capannelli sia in atto una continua maratona di derisione. Il ripensamento arriva subito: “Era come un’orribile allucinazione. Non è che, preso dalle mie esplorazioni, mi fossi ubriacato senza rendermene conto? Persino allora, seduto nel mio torvo isolamento, sentivo che c’era qualcosa di esagerato nella mia reazione moraleggiante verso l’ambiente che mi circondava. Quanta sorpresa e incredulità, se solo avessi previsto fino a che punto mi sarei affezionato alla Romania!”

Tornato in carrozza nell’albergo di Tania, Paddy vi trova quattro ragazze in vestaglia, molto carine, che stanno consumando la cena. Vengono da diverse regioni della Romania e danno l’idea di essere anime semplici e gaie; in un’atmosfera serena e rilassata, si sorride, si scambiano battute e sfottò, e l’ospite non tarda a capire di trovarsi in una maison di appuntamenti galanti. Arriva una quinta ragazza, ancora più giovane e con un’aria esotica; si chiama Safta ed è una gagauza della Dobrugia, dunque una discendente di quegli invasori Cumani, innestati sul ceppo tataro, che avevano devastato il Basso Danubio nei Secoli Bui della Romania. “La loro lingua”, scrive il narratore, “ormai era turca, ma la fede cristiana. La rimirai con la riverenza di un ornitologo alla fugace vista di uno smergo delle Isole Auckland”.

Tania, la titolare, vuole dire la sua e racconta di quando, da giovane, aveva cantato nei cabaret e insieme praticato lo stesso mestiere delle sue pigionanti. Ma ci tiene a precisare che nelle città ucraine e russe in cui aveva lavorato la clientela era di prima classe, e le ragazze, provenienti da tutte le Russie, davvero bellissime. Nella conversazione, la donna pronuncia inevitabilmente la parola curvă, il termine romeno per prostituta. Anni più tardi, Paddy avrebbe ascoltato un gustoso aneddoto legato a quella parola. Una sua amica, reduce da un tour automobilistico in Italia, gli aveva raccontato che la scritta italiana serie di curve, presente sui segnali dei tornanti di montagna, in romeno significava “fila di puttane”, e la cosa faceva talmente ridere il suo autista che avevano rischiato più volte di finire fuori strada.

La Russia ritorna nella conversazione quando Fermor pone una domanda sui vetturini della città, avendo saputo che sono tutti o quasi moscoviti. I muscali! Gli scapeţi! esclamano le ragazze fra le risa, mentre una di loro fa il gesto delle forbici con le dita. È Tania a spiegare che i “moscoviti” appartengono a una specie di setta diffusa nel sud della Russia e in Bessarabia, e che in Romania ha il suo quartiere generale a Galaţi. Dopo essersi sposati e aver avuto uno o due figli, essi si castrano; di conseguenza ingrassano, prendono la voce in falsetto e l’aria da eunuchi che Paddy stesso ha notato. In seguito, il giovane scoprirà che quell’incredibile informazione corrispondeva a verità; gli scapeţi facevano i vetturini in tutto il Regat!

Il giorno seguente, dopo essere stato accudito con vera gentilezza dalle ragazze della pensione, Paddy, in abiti puliti e perfettamente stirati, raggiunge di nuovo il centro di Bucarest, avendo ricevuto l’invito ad assistere alla prima della Bohème. Ha un po’ di tempo, e decide di fare una tappa nel caffè della sera precedente. La sorpresa è notevole; la fauna umana è la stessa, ma la sua prospettiva è decisamente cambiata: “Adesso lo stile dei presenti mi appariva semplicemente latino, vistoso e pittoresco e, con una certa condiscendenza, pensai che probabilmente era gente del tutto a posto”.

Il lusso abbagliante del Teatro dell’Opera, l’eleganza dei presenti, l’ottima esibizione degli orchestrali, contribuiscono a trasportare il giovane in uno stato di ipnosi e di comprensibile eccitazione. La festa che segue la rappresentazione vede circolare cibi raffinati e liquori di ogni genere, e si protrae sino all’alba, con risultati inevitabili. Quando Paddy torna al Savoy-Ritz, Tania capisce al volo di che cosa c’è bisogno; l’infallibile soccorso è rappresentato da due uova crude rotte in un bicchiere.

Ma è già tempo di lasciare la pensione di periferia, perché Paddy ha deciso di accettare l’ospitalità di un diplomatico dell’Ambasciata tedesca a Bucarest, Josias von Rantzau. Appartenente a un’antica e nobile famiglia, importante sia per la storia della Danimarca che della Germania, von Rantzau è un uomo di bell’aspetto, gentile e colto. È scapolo e vive in un appartamento tranquillo, pieno di comodità ma soprattutto di libri: “Avevo intenzione di imparare tutto ciò che potevo sulla Romania, e in effetti, nonostante l’intensa vita sociale, riuscii a scoprire molte cose; tutta la storia della Romania di Seton-Watson, larghe parti di Nicolae Iorga e Alexandru Xenopol, e per l’atmosfera generale due scrittori diametralmente opposti: la principessa Martha Bibescu e Panaït Istrati. L’una rappresentava il livello più elevato della società romena gallicizzata e scriveva in un francese incantevole; l’altro era autodidatta e molto meno raffinato nel linguaggio, e raccontava le sofferenze della povertà e i sotterfugi dei più umili. Dal punto di vista letterario, il territorio intermedio fra i due mondi restava inesplorato”.

Senza soluzione di continuità, Paddy, a questo punto, fissa con parole indimenticabili l’incipiente amore per la Romania: “Anche il romeno (forse la più semplice fra le lingue romanze, a dispetto del fatto che sia l’unica in cui le terminazioni dei casi latini siano miracolosamente sopravvissute) iniziò a rivelarmi i suoi segreti. Armato di dizionari e grammatiche lottai per capire le poesie di Eminescu, Alexandri e Octavian Goga, e feci progressi con le poesie francesi di Carmen Sylva e Le Rhapsode de la Dȃmboviţa di Hélène Vacaresco. Tutto ciò che aveva a che fare con la Romania iniziò ad emanare un incanto contraddittorio e potente”.

In seguito, Paddy diventerà uno dei grandi testimoni dell’universale e profonda ospitalità dei romeni verso gli stranieri; intanto, in questa sua prima esperienza bucarestina mette in risalto la vena bohémienne e anticonformista della società romena più elevata. Per esempio, sottolinea la straordinarietà del fatto che in una società elegante, dove si parla un perfetto francese, a nessuno sembra importare della trasandatezza individuale. La sua prima, negativa impressione è definitivamente ribaltata: “È da notare il significativo cambiamento della mia prospettiva etica rispetto al rigetto delle prime ore trascorse nella capitale. Questo particolare strato della società romena è di gran lunga l’ambiente più sofisticato, più civilizzato e in un certo senso più idiosincratico con cui abbia mai avuto a che fare”.

È il momento, per il narratore, di procedere a una breve esposizione della storia della Romania. Dopo aver ricordato i grandi voivodi di Moldavia e di Valacchia, fra i quali spiccano le figure di Stefano il Grande e Michele il Valoroso, si sofferma sul governo centenario dei Fanarioti. Pur riconoscendone la tirannia, l’avidità, la corruzione, Fermor afferma di non poter escludere che senza la flessibilità e il talento per i compromessi di quei governanti, i Principati sarebbero sprofondati in una totale sottomissione al giogo ottomano, con conseguenze inimmaginabili per le vecchie istituzioni nazionali. Nel Settecento, osserva, i Fanarioti rappresentavano l’unico elemento civilizzato dell’intera Europa sud-orientale; amici della letteratura e dell’arte, fu soprattutto per loro tramite che le idee e le lingue occidentali penetrarono in Romania. Fermor ricorda che la prima Bibbia rumena fu tradotta su ordine di Şerban Cantacuzino e che una figura come quella di Alessandro Mavrocordato, capo della rivolta greca e amico di Byron e di Shelley, non avrebbe potuto levarsi da nessun’altra terra dell’Europa dell’Est.

È comunque l’influenza francese a rimanere egemone, e non soltanto nella lingua, ma nell’architettura di Bucarest e nello stile di vita dei boiari, molti dei quali ben introdotti in ambienti di grande classe e cultura della società parigina. Paddy nota che la Romania assomiglia alla Francia anche per il ruolo giocato in società dalle donne, assai più importante di quello riconosciuto loro in altre Nazioni. Ma la sua ammirazione è estesa all’intera cerchia degli aristocratici: “Ciò che distingueva i romeni dal resto dell’aristocrazia gaudente d’Europa era il loro antifilisteismo: un’incontestabile passione per l’erudizione fine a sé stessa, per la letteratura, la pittura, la musica, la scultura e i movimenti d’idee, che trasformava le loro case in covi di accademici. (…) Non sorprende che Proust fosse così profondamente attirato dai romeni di Parigi e che ne cercasse l’amicizia. Per me era eccitante, stimolante sentire il nome Marcel lasciato cadere con leggerezza e facilità nelle conversazioni, e scoprire che Anna, che pareva essere cugina di tutti, era la Comtesse de Noailles; che Paul, se non era Morand, che aveva sposato Hélène Soutzo, allora era Valery…”.

Paddy si sente così ben integrato nella società bucarestina che dopo una sola settimana gli pare di aver vissuto nella città da sempre. Partecipa a eventi e feste grandiose, è ospite per due volte nel palazzo romeno-bizantino di Mogoşoaia, che Martha Bibescu aveva riportato alla sua antica magnificenza. Sotto l’ala protettiva dei suoi benefattori, incontra alcuni dei personaggi più in vista della Romania: Nicolae Titulescu, il Ministro degli Esteri, persona istrionica e genio comico di prim’ordine; Grigore Gafencu, uomo bellissimo e pieno di fascino, ma anche di coraggio e di determinazione; Anton Bibescu, figura distaccata, teutonica, beffarda; Maruca Cantacuzino, “già quasi mitica”, sposata al compositore George Enescu; Gheorghe Cantacuzino, il migliore architetto del Paese, e la consorte Elizabeth; Dimitrie Sturdza, vero talento per l’ironia distruttiva, ma capace di una grande gentilezza; Grégoire Duca, il raffinato fratello dello statista Ion Duca, assassinato l’anno precedente (1933) dalla Guardia di Ferro.

L’entusiasmo di Paddy si estende alla cucina romena: “Il cibo in Romania era fantastico: un nucleo indigeno molto originale, più il contributo di tutte le migliori influenze delle cucine russa, polacca turca, austriaca, ungherese e francese”.

Gli ultimi giorni trascorsi in Romania investono la zona nord di Bucarest, con la località alpina di Sinaia e il castello di Peleş. Sinaia desta in Paddy un certo sgomento, un senso di estraneità: ville moderne, salotti alla moda, un campo di golf, mondanità estesa ad ogni aspetto della vita; il giovane non può evitare di pensare che proprio da quei passi montani erano sciamate, nel 1241, le orde di Gengis Khan che avrebbero devastato l’Europa. La maggiore attrazione dei luoghi si rivela il castello reale di Peleş, ma la descrizione che leggiamo in La strada interrotta è superficiale e deludente: “Un ammasso di merlature e torrette ad angolo acuto di legno e muratura, un audace Balmoral dei Carpazi”.

La sede della legazione spagnola a Bucarest e il Palazzo Stirbey sono le ultime dimore ad accogliere il viaggiatore inglese. Perico e Lili Prat, diplomatici spagnoli, sono grandi amici del maestro Arthur Rubinstein, e dopo ogni suo concerto a Bucarest lo invitano nella legazione. Qui Paddy vive una serata straordinaria, perché Rubinstein, dopo aver suonato Chopin, si lancia in balli, imitazioni e conversazioni scherzose, contagiando col suo buonumore tutti i presenti. Quanto al Palazzo Stirbey, esso è costruito in un meraviglioso stile Reggenza; le lunghe stanze hanno i soffitti supportati da bianche colonne di legno, e il parquet appare leggermente ondulato, imperfezione che aumenta il fascino degli interni.

Con nell’animo le straordinarie esperienze vissute nella capitale romena, Paddy ricomincia il cammino verso sud, traversando il Danubio a Giurgiu e poi dirigendosi ad est, fino a raggiungere la città bulgara di Varna. Da lì, scendendo lungo le rive del Mar Nero, arriverà a Costantinopoli il 1° gennaio 1935, coronando il suo sogno.

Il giovane inglese non sa che meno di un anno dopo tornerà nuovamente in Romania, e stavolta per rimanervi per ben quattro anni. La storia è questa: dopo aver raggiunto Costantinopoli, Paddy decide di visitare il Monte Athos, dove rimarrà dal 25 gennaio al 18 febbraio 1935. Lasciata la Santa Montagna dell’Ortodossia, percorre verso sud l’intera Grecia continentale, arrivando ad Atene nel maggio 1935. Nel corso di una festa alla quale è stato invitato da un diplomatico britannico, conosce una donna snella ed elegante, in grado di esprimersi perfettamente in inglese, in romeno e in francese: è Marie Blanche Cantacuzino, detta Balaşa, appartenente a due fra le più prestigiose dinastie dell’Europa orientale. Il padre, Leon Cantacuzino, vanta tra i suoi antenati un imperatore di Costantinopoli, Giovanni VI Cantacuzino; la stirpe annovera inoltre voivodi, militari, ministri, diplomatici e poeti. Quanto alla mamma di Balasa, Anne Văcărescu, proviene da una della più antiche famiglie di boiari della Valacchia.

Il colpo di fulmine è reciproco e subitaneo. “I liked you immediately”, gli scriverà lei anni più tardi, “you were so fresh and enthusiastic, so full of colour and so clean. I shall never forget that impact of fresh air”.

Anche Paddy è catturato subito dal fascino di quella donna. Balaşa è bella, raffinata, ama la pittura e dipinge lei stessa; ha sedici anni più di lui, ha classe ed esperienza, e vuole ingentilire e disciplinare l’esuberanza e l’irrequietezza del giovane. Terminato con un divorzio il matrimonio con il diplomatico spagnolo Francisco de Amat y Torres, Balaşa è libera di vivere una nuova storia sentimentale. Il primo nido d’amore è un romantico mulino ad acqua a Lemonodassos, sulla costa orientale del Peloponneso, di fronte all’isola di Poros. Gli innamorati vi trascorrono l’intera estate del 1935, “vivendo come Dafni e Cloe” (così Artemis Cooper nella biografia di Fermor). Ma le limitate rendite reciproche, e la consapevolezza che persino la Grecia ha poco di attrattivo nei mesi invernali, suggeriscono a Balaşa di trasferirsi nel conac di famiglia di Băleni, in Moldavia, non lontano dal confine con la Bessarabia.

La dimora dei Cantacuzino presenta l’aspetto tipico delle magioni di campagna moldave; ha un solo piano, e si sviluppa orizzontalmente; la candida facciata è intervallata da grandi persiane verdi. La campagna all’intorno è disseminata di tali costruzioni, e a Fermor dà l’idea di un mare solcato da una flotta di navi bianche. A Băleni, i due innamorati vengono accolti dalla sorella di Balasha, Hélène (detta Pomme) e da suo marito Constantin Donici; sono loro a governare la proprietà da quando, nel 1923, sono morti entrambi i genitori. La realtà non è incoraggiante; le riforme agrarie seguite alla Prima Guerra Mondiale hanno notevolmente ridotto i latifondi; inoltre, il Paese è ancora in preda alla stagnazione economica causata dalla Grande Depressione. A salvarsi sono il commercio del grano e del bestiame, sebbene le transazioni economiche si basino ancora, per buona parte, sul baratto e i pagamenti in natura. Né sono scomparsi alcuni costumi feudali; un visitatore ricorda che quando Balaşa si recava in mezzo ai campi i contadini si inginocchiavano e le baciavano le mani.

Nonostante ciò, i rapporti fra il personale delle dimore gentilizie e i loro padroni non avevano un carattere oppressivo; i salari erano appena sufficienti per campare, ma lavorare presso le famiglie altolocate garantiva un certo prestigio. A Băleni, grazie alla mitezza e alla buona amministrazione dei proprietari, regnava un clima quasi familiare, e ognuno compiva con serietà il proprio dovere. Paddy trascorre a Băleni l’intero anno 1936. Traduce dal francese il libro di un amico, legge Mallarmé, Apollinaire, Gide e per la prima volta nella sua interezza Alla ricerca del tempo perduto di Proust. Legge anche Tolstoj e Turgenev in traduzione francese; intanto migliora il suo romeno, e con l’aiuto di Balaşa traduce in inglese la Mioriţa. Il quadro della dolce vita moldava è riassunto in modo semplice e splendido in un brano di Travels in a land before darkness fell: “Un pastore di nome Petru suonava un lungo flauto di legno. Il padre di Ifrim (il maggiordomo) costruì per me una ribeca a tre corde, utilizzando il legno di un noce abbattuto da una tempesta; Anton, esperto violinista dalla faccia rincagnata, suonava e cantava ad ogni visita, supportato da una mezza dozzina di zingari stanziati nel villaggio. C’era una vecchia che sapeva come formulare e rompere gli incantesimi; un’altra, tramite una magia, era in grado di liberare il villaggio dai ratti. Dopo la tosatura delle pecore (la clacă), una cinquantina di ragazze e di anziane, munite di conocchie, si riunivano in una rimessa per filare la lana; erano giornate allegre, con cibo abbondante, bevande, canzoni e racconti”.

Con la conoscenza della Moldavia, e di altre regioni romene, l’amore di Paddy per la Romania si consoliderà. I romeni non potranno che essere orgogliosi del fatto che siano state la Grecia e la Romania le terre che più hanno toccato il cuore del maggiore scrittore di viaggi del Novecento.

di Armando SANTARELLI 

FINE