Centro Culturale Italo Romeno
Milano

Armando Santarelli: Il messaggio ecumenico del “Diario della felicità” di Nicolae Steinhardt, rivista Tendopoli – aprile 2021

Mag 14, 2021

 Non so quanti di voi conoscano la straordinaria parabola umana e spirituale che ha reso un umile prete ortodosso, Nicolae Steinhardt, una delle figure religiose più interessanti e significative dell’intero XX secolo. Nicolae Aurelian Steinhardt nacque il 12 luglio 1912 nel villaggio di Pantelimon (Romania), in una famiglia di origine ebraica.Terminati gli studi liceali, si laureò in Lettere e Giurisprudenza presso l’Università di Bucarest. Dopo diversi viaggi in Svizzera, Austria, Francia e Gran Bretagna, nel 1939 divenne redattore dell’importante Revista Fundațiilor Regale, dalla quale venne però allontanato a causa della “purificazione etnica” voluta dal regime fascista romeno. Dopo il 1944 tornò a lavorare per la Revista, ma questa fu soppressa nel 1948, stavolta dai comunisti. Rifiutatosi di collaborare con la Securitate, la Polizia segreta di Stato, fu arrestato e condannato a tredici anni di prigione. Nelle carceri comuniste si verifica la rivoluzione interiore che segnerà tutta la sua vita e che lo porterà ad abbracciare il cristianesimo ortodosso; significativo è il fatto che il rito con il quale Steinhardt coronerà il desiderio di essere battezzato sarà officiato da ecclesiastici di tutte le confessioni cristiane, conferendo al sacramento un carattere ecumenico. Dopo più di quattro anni di internamento, Steinhardt può beneficiare del decreto di condono per i reati politici ed è rimesso in libertà. Inizia qui l’attività letteraria che ci ha consegnato notevoli opere narrative, migliaia di articoli, traduzioni, note e recensioni pubblicate su varie riviste, e soprattutto il Jurnalul Fericirii (Diario della Felicità), testimonianza drammatica e profonda del percorso interiore che lo condusse alla fede cristiana. Com’è strutturato questo libro, la cui importanza e diffusione cresce di anno in anno, e non solo nell’ambito della Nazioni ortodosse? Il Jurnalul, come recita il titolo, è un’opera costruita in forma di diario, redatto però non secondo un ordine cronologico, ma assecondando il libero flusso dei ricordi. Consapevole della parzialità del recupero memoriale, Steinhardt adatta i tempi verbali alle finalità della narrazione, secondo associazioni per cui gli eventi sono ricondotti non dalla storia all’interiorità, ma, all’opposto, dall’interiorità alla storia. E proprio la discontinuità cronologiconarrativa

costituisce una delle qualità da cui il Jurnalul trae la sua singolarità e la sua forza espressiva. Quasi incredibile è la mole di brani storici e letterari, riflessioni e citazioni colte che fanno del Diario un’opera di enorme erudizione e valore letterario. Steinhardt parla con

accenti commoventi del modo in cui le celle delle prigioni si erano trasformate in vere accademie culturali, dove si insegnava di tutto. La solidarietà fra i prigionieri, estesa alla conoscenza, si esprimeva in riassunti e spiegazioni di romanzi, di saggi, poemi e

persino opere filosofiche. Steinhardt può scrivere che “sin dal primo giorno riscontro una grandissima sete di poesia. Beati quelli che sanno poesie! L’abate Faria sapeva quello che faceva quando, preparandosi per l’isola di Montecristo, imparava a memoria tutti ilibri. Chi impara poesie non si annoierà mai in prigione, non sarà mai solo”. Ricordando il fecondissimo ambiente culturale in cui si era formato, Steinhardt sottolinea la fortuna di appartenere a una generazione per la quale “fra cultura e vita non è esistito uno iato, ma

una simbiosi che è andata quasi fino alla fusione”. Solo per fare un esempio delle qualità letterarie e umane del narratore, la pagina in cui ricorda la straordinaria figura di Alice Trăilescu, moglie di Ionel Trăilescu, addetto militare romeno in Francia. Parigina di origine

bretone, bellissima, così Alice è immortalata nelle pagine del Jurnalul: “La zia Alice era qualcosa di raro: una bretone non credente. Non poteva soffrire i preti e diceva di aver paura quando vedeva le “sottane nere”. Ma in lei la gentilezza e la finezza agivano – sarebbe meglio dire ribollivano – ad un livello di intensità tanto elevato che attraversava la vita avvolta da una nube di fascino, dolcezza, bontà, grazia e altruismo, come accade solo

ad alcuni grandi santi e a certi eremiti. Era dotata da Dio, in cui non credeva nel modo convenzionale, ma a cui si avvicinava per strade certamente a noi sconosciute, anche del dono di far miracoli. Col suo sorriso che scioglieva ogni freddezza, ogni rancore, ogni

scatto di cattiveria e di accanimento, sapeva far scomparire l’inimicizia, lenire i dolori, risvegliare speranze. Era sempre pronta, ad ogni ora del giorno e della notte, con la pioggia, col vento, con la tormenta o nel pieno della calura, a saltar giù dal letto, uscire di

casa, correre in capo al mondo per andare a dare una mano, per togliere qualcuno dai guai o dagli impicci, o, semplicemente, per fare un piacere, in breve, per essere d’aiuto. Al momento del bisogno, non esitava a dire una bugia, anzi molte, a elemosinare, ad

insistere, ad entrare dalla finestra dopo essere stata invitata a uscire dalla porta, ad umiliarsi (secondo il metro dell’uomo comune, perché in lei era inesistente la parola “umiliazione” per il bene altrui, come anche la parola “stanchezza”), a prendere su di sé colpe altrui se da ciò dipendeva la tranquillità di colui che era ricorso a lei”. Il nucleo forte dell’opera di Steinhardt è però la conquista della fede cristiana. Il Diario è la testimonianza più riuscita del compito di correlare il mondo della vita con la fede, e attraverso di essa la felicità interiore

che, scrive l’autore, “non avevo conosciuto neppure durante l’infanzia, a Brasov, con la mamma”. Già nei primi istanti che seguono il battesimo celebrato col rito ortodosso, Steinhardt viene pervaso da un’indicibile senso di libertà e di pienezza interiore. E’ la rinascita nello spirito

che lo condurrà alla compassione, alla tolleranza, a dichiarare che “ciascuno ha un pochetto di ragione”, che “tutti godono del buio e della luce”, che “l’amore per il nostro prossimo è il nostro vero dovere”, che “la reale veritas si chiama caritas”. In poche testimonianze autobiografiche il Cristianesimo è stato connotato con una semplicità e allo stesso tempo con una così singolare potenza semantica e spirituale: “Il Cristianesimo non è per gli uomini che vi vedono una specie di vago e mite cretinismo, buono per i bigotti e i creduloni. Il Cristianesimo è bollore, è scandalo, è pura follia, più audace e più esigente di qualunque teoria estremista. E’ una superdistensione, un super LSD. A paragone della dottrina cristiana, delle sue richieste e dei risultati, tutti gli stupefacenti e gli allucinogeni sono un impiastro, una diluzione minima Hanemann, un ferro vecchio”. Parole forti, sembra di ascoltare un San Paolo moderno, che al furore oratorio unisce l’esigenza della sistemazione del pensiero in una dottrina implacabilmente chiara e

calata nella prassi. Perché quando si tratta di enucleare le virtù che caratterizzano un vero cristiano, Steinhardt non manifesta incertezze dottrinarie, non si perde in complessità teologiche, ma indica con ammirevole nitidezza che il cristianesimo si incarna in tre valori fondamentali:

l’agape, la fratellanza, l’amore universale e disinteressato: “Nel cristianesimo l’amore non è un precetto qualsiasi, è la sola cosa che rimarrà quando sarà scomparso tutto; il Cristianesimo è sempre una forma di cavalleria. Solo che ha in più anche una nobiltà super-rogatoria, quella della bontà e

dell’amore. la gioia interiore: “Il cristianesimo è la religione della felicità. Una buona novella che cosa può produrre se non gioia?” Se credi, se porti Cristo dentro di te, e sai dunque che un giorno avrai l’Eternità, come puoi non essere felice? “Riguardo all’avvicinarsi a Cristo, la

prova che non inganna, il criterio definitivo è la buona disposizione d’animo. Solo lo stato di felicità dimostra che appartieni al Signore”. il perdono: Cristo ha perdonato i suoi uccisori. E il cristianesimo è l’insegnamento di Cristo, cioè dell’amore e della forza salvatrice del perdono”. Il perdono vero, cioè la dimenticanza. “Perdoniamo difficilmente chi ci ha fatto male, o se perdoniamo non dimentichiamo. Ancor più difficilmente perdoniamo noi stessi. Ma il ricordo avvelena. Per ottenere la pace interiore dobbiamo arrivare, col pentimento, oltre il pentimento: a perdonare e a perdonarci.

Perché la cosa più difficile è perdonare quelli ai quali abbiamo fatto un torto”. Invito tutti a procurarsi questo testo, edito in Italia da Rediviva Edizioni. Nessuna teologia speculativa, nessuna dottrina astrusa o precettiva: solo la realtà, l’esempio di un’adesione convinta al messaggio di Cristo.

Perché “fare del bene è l’unico capitale di cui possiamo disporre ogni momento, ed è la regola più egoista, perché lei sola dà la tranquillità e la pace interiore”.

Armando Santarelli

FONTE. Rivista TENDOPOLI  n. 02 MARZO – APRILE 2021