Centro Culturale Italo Romeno
Milano

Ingrid Beatrice Coman, scrittrice

Mar 23, 2009

Ingrid Beatrice Coman

Ingrid Beatrice Coman

 

Poter vivere un momento storico di “rivoluzione” nel senso di cambiamento drastico del contesto sociale è un privilegio e una maledizione nello stesso tempo…

 

Fai parte di una generazione che ha avuto la fortuna di conoscere un’altra realtà in Romania, ben diversa da quella dei nostri genitori. Mi riferisco alla realtà storica dovuta agli eventi del 1989, quando tu eri poco meno che diciottenne. Come vedevi le cose da quella bella città dove sei nata? Che ricordi hai?

Sono nata a Tecuci, una cittadina tranquilla nel cuore della Moldavia, che ricordo ancora con tenerezza e nostalgia, anche se magari in quel periodo fu testimone di momenti difficili della mia vita. Succede sempre così: quando nasci in una piccola città di provincia, cresci con il desiderio di andare via e sogni la grande città, come se grandi cose potessero succedere solo in grandi posti. Poi diventi adulto e quel sogno ti trascina via, a rincorrere qualche terra promessa da qualche parte nel mondo. E continuerai a farlo per tutta la vita, anche se in realtà la terra promessa non la troviamo mai. Ma questa è un’altra storia. Quando poi la grande città l’ho trovata davvero e la sua vita mi ha cambiato e modellato a modo suo, solo allora ho cominciato ad avere nostalgia del mio piccolo borgo, dei momenti di tranquillità, della biblioteca in centro, del mio accento moldavo, della piccola chiesa di quartiere. Tecuci della mia infanzia è stato però teatro anche di eventi che avrebbero, in qualche modo, condizionato ancora per molto tempo il mio modo di essere. Tanto studio per le materie che contavano, la dedizione e la passione di alcuni professori di valore, mischiato alla propaganda spiccia insegnata da personaggi altrettanto spicci, che si portavano via buona parte del nostro tempo e del nostro spazio mentale.

Poter vivere un momento storico di “rivoluzione” nel senso di cambiamento drastico del contesto sociale è un privilegio e una maledizione nello stesso tempo. Un privilegio perché improvvisamente ti accorgi che il mondo non è tutto lì dove credevi che fosse, nelle tue piccole poche certezze, che ci sono infinite altre strade da esplorare, che è tutto di nuovo da costruire e tu puoi fare la tua parte. Dopo tutto mettersi in discussione è sempre un buon punto di partenza per potersi rinnovare. Ed è una maledizione quasi per gli stessi motivi. Di colpo ci si accorge che niente è più come prima, che d’un tratto il mondo si è messo a correre in una direzione diversa e sconosciuta, e se resti fermo ti lascerà indietro, non ti aspetterà. L’euforia post rivoluzione è svanita appena le persone si sono accorte che dovevano comunque tornare alla fatica di tutti i giorni, che le loro famiglie dovevano tirare avanti lo stesso e i loro bambini dovevano continuare a mangiare e vestirsi e andare a scuola.
Ciò che ho sempre notato nelle realtà di tutti i paesi che si sono trovati ad affrontare un contesto storico simile è che il concetto stesso di rivoluzione viene frainteso, mistificato. Forse perché si ha troppa voglia di cambiare, di scrivere la parola fine su un passato che non si vuole più. Il fatto è che la rivoluzione si affretta a toglierti un mucchio di cose che erano pur sempre parte della tua vita, ma non ha nulla da darti in cambio nel futuro immediato. In un certo senso una rivoluzione è una promessa, una cambiale, un passato da ipotecare per un futuro migliore. Ma il futuro migliore è un orizzonte che ti imbroglia, più gli cammini incontro più lui si sposta. E intanto devi fare i conti con il presente e non sai cosa fartene di tutta quella libertà che viene sbandierata solo in televisione, mentre là fuori il mondo si è fatto una giungla sempre più fitta in cui è difficile sopravvivere. Ti dicono che sei libero di volare, ma non ti spiegano come farti crescere le ali.

Nel contesto soffocante e pieno di paure degli ultimi anni di dittatura, si avvertiva quella stessa limitazione anche nelle scuole, nel senso di regole ferree, argomenti tabù per gli studenti e gli insegnanti. Hai avuto anche tu questo sentimento di timore, di sottomissione?

Non ho dimenticato la disciplina ferrea applicata nelle scuole: sembrava creata per schiacciare la nostra personalità e quel poco di dignità che cercavamo di costruirci. Eravamo solo dei numeri e ricordo ancora la fatica che facevo a tenermi cucita la mia matricola no 84: non c’era filo resistente abbastanza da tenerlo fermo, continuavo a perderlo e questo mi metteva spesso nei guai con le autorità del liceo. Perché ne dovevi avere una sull’uniforme di scuola, ma se uscivi nel pomeriggio vestito in modo diverso, la dovevi portare anche sul cappotto o la giacca. Questo a volte era umiliante. Per non parlare della famosa “tenuta”: i capelli non erano mai tirati abbastanza, la fascia bianca che doveva tenerli legati non era mai a portata di mano, la frangetta era reato e il trucco sembrava un crimine contro il partito stesso!

“State attenti, perché si può interpretare politicamente”, ci dicevano gli insegnati più benevoli, mentre altri potevano anche bocciarti per un burro cacao. Ma alla fine ci si abituava a tutto, cercando di fare lo slalom tra tutte le imposizioni per non perdere te stesso, e tenerti strette le cose in cui riuscivi ancora a credere.

C’era un’isola dove evadere nella tua infanzia e adolescenza? Cosa significava tempo libero per un bambino e un allievo? E penso al fatto che la diffusione di un programma di cartoni animati rappresentava la festa più grande per un bambino a quei tempi.

C’erano tanti libri che amavo, la biblioteca della città godeva di una buona scorta e il direttore era sempre a caccia di cose nuove. Sceglievo un posto vicino all’ampia finestra che dava sui castani e potevo passarci ore senza che nessuno mi disturbasse. Si sognava molto e ci si innamorava con niente. Mancava la televisione, sì, e le due ore di trasmissione alla sera erano uno schiaffo al buon senso e all’intelligenza. Ricordo che da bambini curavamo i giorni della settimana per arrivare alla domenica, parche nel primo pomeriggio c’erano dieci minuti di cartoni animati. Allora ci arrabbiavamo, oggi mi viene da sorridere.

In fondo, l’assenza della televisione ci spingeva a cercare la letteratura, la musica, giravano sempre libri che ci si scambiava tra i compagni. Il teatro arrivava di rado a Tecuci, comunque molti di noi non avremmo potuto permettercelo. Ma di libri ce n’erano tanti, e a volte in biblioteca si trovavano anche autori censurati, dimenticati dalle autorità e conservati dal bibliotecario. Verso la fine del liceo si organizzavano anche balli, ma io ero troppo timida per andarci.

Poco meno che maggiorenne, come hai percepito gli eventi del 1989?Hai avuto la sensazione di partecipare a un vero evento storico? Che stato d’animo sentivi tra la gente? Nei giorni della Rivoluzione molti giovani sono morti sulle strade uccisi dalle pallottole…

La Rivoluzione ci ha colti di sorpresa, facendoci precipitare in un pericoloso burrone psicologico. C’era una strana euforia, soprattutto tra i giovani, mentre gli anziani guardavo tutto con più riserve. Si era pronti a morire per niente, ad andare in strada, a combattere, a farsi sparare. Pareva che anche se fossimo morti, saremmo diventati una specie di Angeli della Rivoluzione, votati alla causa per l’eternità. Quando poi ci siamo svegliati, ci siamo accorti che per l’ennesima volta qualcuno ci aveva imbrogliati con la favola sbagliata in cui muore sempre il cattivo. Invece era stata uccisa tanta gente innocente, a volte seguendo criteri arbitrari e casuali, e tutto questo in nome di una verità che ancora oggi fatica venire alla luce.

Intervista tratta dal volume “Personalità romene in Italia”, di Violeta Popescu, Edizioni dell’Arco, Milano 2008.

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