Lo scrittore romeno Bujor Nedelcovici presente al Salone del Libro di Torino

Lo scrittore romeno Bujor Nedelcovici presente al Salone del Libro di Torino

Lo scrittore Bujor Nedelcovici presente al Salone del Libro di Torino

Bujor Nedelcovici (n. 1936) è lo scrittore della libertà che ha pagato con l’esilio il coraggio delle sue idee: dal romanzo Zile de nisip (Giorni di sabbia) è stato tratto il film Faleze de nisip (Scogliere di sabbia) che gli ha procurato l’espulsione dalla Romania nel 1981, con un discorso rimasto celebre del dittatore Ceauşescu. Continua a scrivere a Parigi e, dopo la caduta del regime, viene riabilitato e considerato uno degli scrittori più importanti della resistenza alla dittatura. Nel 1986 il Pen Club Français gli conferisce il “Prix de la Liberté” per il romanzo Al doilea mesager (Il secondo messaggero) e nel 1990 viene nominato “Chevalier de l’Ordre des Arts et Lettres”.

Bujor Nedelcovici

Bujor Nedelcovici

 

Domenica 11 maggio: Ore 15.30-16.30 – Stand della Romania. Incontro con Bujor Nedelcovici
In occasione della presentazione del suo libro La mattina di un miracolo, traduzione di Ingrid Beatrice Coman (Rediviva). Con l’autore intervengono: Ingrid Beatrice Coman e Bruno Mazzoni

Un uomo, un destino -Ingrid B Coman

18 maggio 2012. Una data che mi sono segnata sul calendario e che mi resterà stampata nell’agenda e nell’anima.

Spinta da un moto di curiosità intellettuale e spirituale, ho preso l’aereo per Parigi con l’unica temeraria intenzione di conoscere uno dei nomi della letteratura romena che da tempo risuona più di tutti nella nostra coscienza collettiva e nella mia coscienza personale: Bujor Nedelcovici.

La tecnologia del mondo moderno avrà pur compresso lo spazio e il tempo (in tre ore sono giunta a Parigi), ma la sensazione penetrante che ho avuto e che non mi ha abbandonato neppure un istante è stata quella del viaggio nel tempo. E questo perché Bujor Nedelcovici è stato, per anni di fila, l’uomo che era partito, lo scrittore che stava oltre confine, e questo lo aveva avvolto in una fitta nebbia di mistero.

Bujor Nedelcovici era lo scrittore della libertà, quello che aveva deciso, in un momen to di lucidità personale e storica, di fare il primo passo in un viaggio che sarebbe stato senza ritorno, definitivo, totale. Questo viaggio non significava solo il treno preso per Parigi, ma aveva un significato molto più profondo. Era, per lui, il viaggio verso casa lontano da casa, cioè quel sentiero segreto e faticoso che ci conduce verso la nostra anima, verso la verità, verso gli ideali senza compromessi.

Quanto dolore, rinuncia e lacerazione interiore avrebbe comportato tutto questo, solo l’anima dell’uomo Nedelcovici lo sa. Annullato, rifiutato, obbligato per 12 anni a vivere una vita che non gli apparteneva, in un mondo che non lo conosceva, con le mani nella pasta di occupazioni umili, così come gli imponeva il sistema, nel tenta tivo, forse, di fargli avvizzire le dita tanto che non potesse più tenere in mano una penna – l’arma temuta dello scrittore – lui non si è spezzato e non è caduto a terra. I calli hanno reso la mano dello scrittore Nedelcovici ancora più salda nel reggere la penna, il corpo si è forse modificato e adattato allo stile di vita crudele e le spalle si sono curvate un po’ sotto il peso dell’ingiustizia, ma l’anima è rimasta integra, immu tata, intatta.

Lo sguardo lucido ha fatto di lui un martire del tempo che viveva e quello stile di vita, impresso a forza nelle cellule del suo corpo, sarebbe stato il prezioso bagaglio della memoria a cui avrebbe attinto la sua opera letteraria successiva.
Nessuno è fatto per soffrire. Dio ci ha plasmato dalla carne e dalla scintilla divina, dal fango e dalla polvere di stelle, proprio perché le mescolassimo e le nobilitassimo con la gioia di vivere. Però il destino scivola, a volte, su strade oblique e labirintiche, e le lezioni di dolore non vengono impartite come gli esercizi di grammatica a scuola, a poco a poco, dalle più semplici alle più complesse.

Raramente riusciamo a opporci. Abbiamo fame e abbiamo freddo, ci brucia l’occhio del ciclope accecato del regime in cui siamo nati, abbiamo nostalgia di casa e abbiamo paura della solitudine, del distacco, dell’oblio e della morte che a volte arriva in anticipo, con passo felino, e ci assapora senza fretta, un boccone alla volta giorno dopo giorno: un piede più zoppo, una spalla più curva, un sogno abbando nato dopo aver perso la speranza.

L’uomo Nedelcovici ha vissuto sicuramente tutto questo. Ha conosciuto la grazia di cui lo ha dotato il buon Dio e le privazioni del silenzio impostogli. Ha conosciuto l’amicizia e il gusto amaro del tradimento. Ha conosciuto l’amore e la separazione. Ha conosciuto la gioia della casa e la sensazione di precipitare nell’abisso senza fondo dell’esilio e in quel momento ha imparato a costruirsi una dimora là dove nessuno la può abbattere: nella sua anima.
Però la fiamma della verità che ha modellato la sua vita non ha mai vacillato, facendo di lui uno scrittore scomodo per i regimi passati e presenti.

Emarginato, a volte persino accuratamente evitato, lui si è innalzato al di sopra di tutte le imperfezioni della natura umana dei suoi contemporanei e ha deciso di vivere nella torre d’avorio di una nobile solitudine, là dove l’aria è così forte che ci vuole coraggio persino per respirare. Là dove non c’è posto per le falsità e le ipocrisie e la verità cresce spontanea alle finestre, come gerani esotici dalle radici ben conficcate nel terreno della memoria.
La generazione dei miei genitori si è vista proibire gli scritti di Nedelcovici.
La mia generazione si è vista strappare i suoi libri dalle biblioteche e il suo nome dai manuali scolastici.

Questa amnesia forzata si è prolungata, a volte, ben oltre il 1989 e nella nostra vita di ogni giorno se ne sentono ancora le conseguenze negative. Io però ho un desiderio, una speranza che trasformerò in certezza: mio figlio potrà leggere i libri di Bujor Nedelcovici e potrà raccontare di un tempo passato, ma non lontano, in cui gli scrittori si mescolavano al destino dei loro libri in una perfetta alchimia e gli uomini crescevano in verticale protendendosi verso la luce come querce resistenti al tempo e alla morte.
Parigi, 2013.
(Traduzione dal romeno di Davide Arrigoni)
pubblicato nell’Annuario “Impronte culturali romeni in Italia” del Centro Culturale Italo Romeno 2014

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