Eminescu e l’esegesi italiana (2), Doina Condrea Derer

Eminescu e l’esegesi italiana (2)

Doina Condrea Derer

Presenterremò la seconda parte dello studio approfondito, scritto dalla prof.ssa Doina Condrea Derer e pubblicato nel volume ”Mihai Eminescu, Antologia Critica”, editura Anima Milano-Bucuresti 1993.

Con Umberto Cianciolo ci situiamo in un’altra tappa, come dimonstrano i riferimenti alla pubblicistica di Mihai Eminescu ed i nomi degli editori e studiosi citati. Infatti negli anni che separano il suo volume (con ventidue poesie tradotte con finalità didattica, in prosa, rispetto alle settantotto (9) del suo predecessore, che pur mantenendo la forma versificata, in realtà dà sempre una traduzione letterale) da quello di Ortiz, si era verificata una svolta grazie a Murarasu, Perpessicius, Caracostea, Calinescu e Vianu. Lo studioso italiano, che conosce bene i lavoridi tutti questi e che in qualche modo aveva la strada spianata da Carlo Tagliavini, da Ramiro Ortiz e dal proprio maestro, Bertoni, no si sofferma più sugli avvenimenti della biografia esterna di Eminescu, ma solo su quelli che danno conto della sua fisionomia spirituale ed artistica.
Cianciolo, conoscitore non solo della cultura del proprio paese, ma anche della poesia moderna di tutta l’Europa, giudica Eminescu in rapporto alla letteratura romena contemporanea al Poeta, “arcadeggiante in ritardo e banalemente nuova nella storia della lingua romena”.
Quanto al poema Luceafarul, Cianciolo ritiene che esso raccolga armoniosamente tutti i motivi della lirica del nostro, tranne la poesia nazionale e civica. Il protagonista, Iperione, è per lui il simbolo di tutte le rinunzie e l’estremo rifugio della fantasia del poeta.

Quando Rosa del Conte si accinse a elaborare il suo libro (non più un saggio introduttivo, ma un imponente volume (10), l’immagine che si aveva di Eminescu era molto più ricca e sfumata. Perpessicius avevea continuato tenacemente il suo estenuante lavoro iniziato nel 1939, erano stati pubblicati gli inediti e le variante delle liriche. La bibliografia crtica vantava inoltre interventi fondamentali. Infatti, la studiosa cita D. Popovici, gli ultimi scritti di Calinescu, Arghezi, le pagine sul’’epiteto emineschiano di Vianu, P. P. Panaitescu, Iorgu Iordan , slavisti romeni e stranieri, è da provà di un’ottima conoscenza della cultura romena del periodo arcaico e medio (una delle appendici del libro lo riconferma), che giudica nella sua complessità in sottile polemica con i dogmatici.

Una nuova tappa attraversava allora anche la critica e la storiografia letteraria italiana. Si erano affinati i metodi di analisi testuale in prospettiva storicista nonchè la critica stilistica, dei quali Rosa del Conte si era probabilmente appropriata da tempo, e che mette a profitto anche nello studio di Mihai Eminescu. Lo dimostrano i capitoli in cui si insiste con rigore filologico su termini chiave come veac, incheaga, strabate (che rimandono, secondo lei, alla gnosi), stea. vami, eccetera.
Lo studio delle varianti di un medesimo componemento conduce Rosa del Conte a conclusioni di particolare importanza; l’autrice osserva, per esempio, un vero processo in seguito al quale il lirico rinunzierà alla rappresentazione decorativa e al naturismo di stampo fiabesco, a favore di un maggior fusione tra sostanza concettuale e poesia.
Gli anni’60 furono anni di grande apertura nella critica italiana, quando gli specialisti prevenivano contemporaneamente alla conoscenza di indirizzi vari (formale, strutturale, di ispirazione psicanalistica, sociologica ecc.) che offrivano nuovi spunti per la ricerca testuale e storiografica. Il libro “Eminescu e dell’assoluto appare quando la diversificazione e la moltiplicazione delle pospetive stava appena incominciando e quando Rosa del Conte era già salda nella propria tecnica di lavoro. La struttura del libro (in sostanza bipartito, con i capitoli iniziali dedicati all’aspetto contenutistico basato sul criterio tematico – il motivo della morta giovane, il motivo sociale, cristologico, etico, la categoria temporale eccetera – e gli altri capitoli dedicati all’arte ed al linguaggio) e l’abito mentale e verbale lasciano vedere che la studiosa propendeva per la tradizione storiografica italiana , per la migliore. L’accento cade di conseguenza sull’informazione (ricchissima, svariata), sulle analisi contenutistiche particolareggiate (ne derivano anche gli insistiti titoli esplicativi dei sottocapitoli), sull’approccio strettamente filologico.
L’autrice concorda nel contempo con l’eminescologia romena di più alto livello, con Calinescu innanzitutto, anche se non mancano piccole differenze .

In una nota del libro si afferma che gli italianisti romeni accostano “troppe volte e non sempre a ragione” Eminescu a Leopardi. Secondo l’autrice sarebbe più giustificato il parallelo col Pascoli del Ciocco, con Rilke e con altri lirici europei. Ciò non toglie che l’autrice invochi illirico recanatese a proposito del postromantico romeno, quando tratta della vocazione titanica o visionaria dei due e, più ancora dei due e, più ancora, del “dramma del divenir cosmico’.

La critica italiana degli ultimi decenni ha individuato elementi preesistenzialisti nell’opera leopardiana. Se ne può parlare anche a maggior ragione per Eminescu, appartenente alla generazione succesiva rispetto a quella del recanatese, che avevea accolto e valorizzato non solo una cultura filosofica più varia (abbracciando metafisica occidentale e orientale), ma anche, più in generale, le varie suggestioni maturate nel secolo XIX.

(…) Il libro Eminescu o dell’Assoluto, cosi come indica il titolo, è strutturato in base ad una tesi centrale: il ruolo guida della visione cosmica nella creazione del lirico “assestato di assoluto”.
Ad esso viene subordinata tutta l’opera poetica, gli idili compresi, come pure la narativa (si veda l’appendice sul Povero Dionigi).
Per condurre la sua analisi, la studiosa sceglie la via della dimonstrazione erudita. Ogni singola questione è fatta risalire alle sue lontanissime origini e viene offerta l’immagine completa non soltanto delle componenti dell’opera di Mihai Eminescu, ma anche della materia che più o meno direttamente ad essa si riccolega. Un’immagine, una frase che richiamano, ad esempio, un concetto kantiano o schopenhaueriano conducono ad un loro esame puntuale nell’ambito della teoria generale dei due pensatori.

(…)
Oltre ai testi per i quali la storiografia letteraria romena sa con certezza essere stati conosciuti dal poeta, Rosa del Conte suggerisce nuove fonti, partendo dalle possibili interpretazioni delle sue pagine. Si tratta non di semplici segnalazioni, bensi di veri ed esaurienti esami filologici. E’ un campo in cui sono più che evidenti i meriti della studiosa italiana, la cui brama di eticità risulta non solo dalle sottili osservazioni sull’eroica ricerca di purezza morale di Eminescu, ma anche del travaglio della sua indagine. Nell’apendice che ricorda “le fortune e le sfortune di Eminescu bibliofilo” è dato l’elenco dei testi che egli propose di qcquistare alla Direzione della Biblioteca Centrale di Iasi nel 1865.

La salda documentazione e la capacità de aderire al testo eminamente poetico emineschiano permettono all’autrice di situarsi, volta a volta,all’interno e al di fuori della cultura romena e di insistere su sfaccettature e aspetti privilegiati appunto attraverso il cambiamento di prospettiva. E’ una delle tante ragioni per cui è sempre benvenuta l’intepretazione di specialisti appartenenti anche ad altri universi letterari. Tanto più che non esiste ancora una traduzione italiana poeticamente valida della lirica di Eminescu.

La generazione di Ramiro Ortiz, la generazione di Umberto Cianciolo e di Rosa del Conte hanno portato con le loro pagine analitiche un notevole contributo alla conoscenza di Mihai Eminescu in Italia; lo hanno fatto con rigore e squisitezza. I grandi artisti vanno però riscoperti da ogni singola generazione e reinterpretati nelle condizioni del continuo affinamento della tecnica di approccio testuale e della mutata sensibilità; tanto più quando questi – ed è il caso del grande autore romeno – hanno lasciato un’opera duratura, alla quale il passar del tempo non nuoce. L’ermeneutica ed i lettori hanno in tal modo solo da guardare.

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