Centro Culturale Italo Romeno
Milano

Le mie amiche romene, il dor, l’autunno della vita di Armando Santarelli

Mar 8, 2026

 

È uno stato d’animo piuttosto amaro, quello che mi pervade da qualche tempo. È fatto di ricordi, di nostalgia, di consapevolezza del tempo andato, di qualcosa che si è perduto.

Quando va così, ad affiorare è un sottile dolore; altre volte, un dolore misto a uno strano, pacato piacere. Nella lingua italiana non abbiamo un sostantivo adeguato per esprimere questo sentimento; l’ho trovato, invece, nel romeno, ed è uno dei vocaboli più straordinari delle lingue del mondo: è il termine dor.

Dor, una parola quanto mai ricca di sovrapposizioni semantiche. Dor, il sentimento che nasce dal fondo metafisico dell’animo romeno e che è riflesso nell’ethos, nelle tradizioni, nel folclore, nella poesia, nel tesoro dei canti popolari della Romania. Dor: forse un’espressione un po’ “consumata” dall’edonismo, dalla virtualità e dalla superficialità del mondo odierno? No, perché il dor ha a che fare con l’essenza della vita; è il dor a impedirci di rompere i ponti col nostro vissuto e condurci agli stati d’animo che, a differenza della felicità, ci hanno messo alla prova, temprato, reso più umani.

È tramite il dor che le cose materiali e spirituali del passato tornano a noi rivestite di un “supplemento d’anima” (per dirla alla Cioran). Ma la voce dor ha molti altri significati: è il sentimento di un perenne spaesamento, è esondazione del proprio dolore verso il mondo, è attaccamento verso qualcosa di perduto, è nostalgia o afflizione per l’assenza di una persona, per la lontananza dal proprio villaggio, dalla propria gente, dalla patria.

Penso, onestamente, che non avrei mai indagato la conoscenza di questa e altre perle della cultura romena, se non avessi tanto a cuore la Romania. In tale processo, hanno rivestito una parte rilevante le mie prime amiche romene, che qui intendo ringraziare e omaggiare.

In esse ho trovato sempre qualcosa di fraterno: sono felicemente romene e felicemente legate all’Italia. Ovviamente diverse fra di loro, è un comprensibile dor de ţară ad accomunarle: amano la propria terra di un sano patriottismo, e sono orgogliose di poterne diffondere i valori, la cultura, la spiritualità, la bellezza. Sono tutte donne del fare: abitano il presente, e invece di perdersi nel mare delle contraddizioni nostrane si sono concentrate sulle conquiste e le qualità che condividiamo, operazione che gli italiani non avrebbero saputo fare meglio.

Valentina è stata la prima a parlarmi di un fenomeno di cui ignoravo la portata: «Eravamo geto-daci, un ceppo dei Traci. I romani conquistano le nostre terre, poi, dopo 165 anni, si ritirano. Arrivano goti, unni, avari, slavi, magiari, sassoni, mongoli, turchi, ma noi parliamo ancora latino!». Valentina non ha mai amato pubblicità e onori; a contare, per lei, è l’etica e la professionalità del lavoro. Venticinque anni di insegnamento nell’Università Statale di Milano, dieci anni di impegno quotidiano per il massimo dizionario nelle nostre lingue, e due eccezionali grammatiche per lo studio del romeno. Sin dal nostro primo contatto, non abbiamo mai smesso di scambiare conversazioni intessute delle più varie riflessioni, curiosità, notizie, aneddoti sul mondo culturale della Romania.

Luiza mi immerse in un istante nel mondo del villaggio romeno, inviandomi il brano di un’intervista al critico letterario Dan C. Mihăilescu: «Tutto quello che non possiede la marca dello spirituale, della normalità e della fede, non vincerà. Per quel che riguarda noi, i romeni, questo vale ancora di più, perché non dimentichiamolo, la prima domanda che il contadino romeno ti faceva quando ti incontrava sulle stradine del paese, per identificarti, era: “Al cui eşti tu?” Non possiamo spezzare definitivamente le nostre radici cristiane e romene. Sono convinto che sarà sempre così. Il paese romeno non morirà, non importa quanto siamo tentati a pensarlo oggi, considerando quanto sia assalito dalla volgarizzazione. C’è una santa caparbietà nelle persone che non lasciano morire il paese».

Di Violeta vorrei ricordare, anzitutto, il gesto che ha segnato l’inizio della nostra amicizia. Quando le scrissi per dirle che volevo acquistare I principi della Corte-Antica, lo straordinario capolavoro di Mateiu Ion Caragiale, mi fornì tutti i dettagli, poi, nel pacco inviatomi, inserì gratuitamente altri due volumi, Andiamo in Romania (splendida introduzione al patrimonio culturale, storico e paesaggistico romeno) e Tra oblio e memoria (intensa testimonianza della condizione carceraria, ad opera di Micaela Ghiţescu). Violeta è una persona riservata, sobria, misurata, caratteristiche che non le hanno impedito di realizzare le più concrete ed encomiabili iniziative a favore della conoscenza della cultura romena.

Ad Afrodita mi rivolsi per la prima volta inviandole il commento al Jurnalul fericirii di Steinhardt. Dopo aver risposto che era contenta di pubblicarlo, mi invitò subito a continuare la collaborazione con Orizzonti culturali italo-romeni, la rivista bilingue che ha fondato e tuttora dirige, e che è assurta a un assoluto rilievo nel panorama letterario dei nostri Paesi.

Adina ha tradotto gratuitamente, e in modo eccellente, il mio romanzo dedicato a una badante; inoltre, mi ha avvicinato al cinema romeno e all’artista che ha affermato «essere romeno è una meraviglia del mondo». È Dan Puric, l’attore e mimo che fa della resistenza la massima virtù del popolo romeno, che parla della fierezza derivante dalla comune base etnica, linguistica e religiosa, che ha commemorato più volte i martiri ed eroi imprigionati, torturati e uccisi nelle carceri comuniste.

Quanto a Tatiana, la sua cifra umana si riassume in una parola e in un comportamento assai raro: generosità. La donna più munifica che io abbia conosciuto è moldova, aggettivo di nazionalità che per lei equivale a “romena”. La difficile, ma non impossibile riunificazione, o meglio l’unificazione europea, avviene tutti i giorni a casa sua, dove se arriva un ospite inatteso nessuno si scompone, perché la generosità della padrona di casa ha contagiato tutta la famiglia. Tatiana organizza incontri culturali, e si fa in quattro pur di non mancare una riunione letteraria o sociale, alle quali partecipa recando sorrisi, conoscenza e il pane caldo che prepara mentre studia o accudisce alla sua allegra tribù.

Gabriella mi ha aperto le porte dell’Accademia di Romania e dato molti utili consigli nello studio della cultura romena.

Elena – capace di coniugare l’umiltà con l’importante e delicata responsabilità di Presidente dell’Associazione della Stampa Estera in Italia – mi ha aiutato più volte, e mi ha “lanciato” sulle pagine della Gazeta Românească.

Doina; quando le chiesi notizie sulla cucina moldava, in modo che potessi parlarne con cognizione di causa nel romanzo che stavo scrivendo, rispose così: «Armando, non sai quale emozione mi procuri quando mi chiedi di aiutarti in questo modo, “obbligando” me stessa a cercare significati che la vita nasconde proprio in virtù della loro scontata evidenza. Mi hai detto che nel tuo romanzo parlerai di uno dei più tipici dolci romeni, la plăcintă, che ha conservato non solo l’etimo, ma anche l’antica ricetta della “placenta” del tempo dei romani. Ma la tua eroina è nata in Moldavia, dove le plăcinte vengono chiamate “poale-n brâu”. Le “poale” si riferiscono alla parte sporgente del vestito lungo (o del grembiule tradizionale, chiamato catrintza) che le donne moldave vestivano. Quando dovevano cucinare, per essere più agili nei movimenti sollevavano le maniche dei vestiti e anche gli angoli, i lembi delle catrintze (quindi le “poale”) e le piegavano all’altezza della cintola (appunto, nel “brâu”). Quindi, è dal gesto che facevano le nostre brave massaie che deriva il nome “poale-n brâu”».

Le mie brave amiche romene, quelle che ho nominato e molte altre; sono state loro a permettermi di familiarizzare con la Romania prima ancora che ne facessi esperienza diretta.

A tutte queste persone esprimo la mia sincera riconoscenza, perché hanno contribuito a rendere più bella e ricca la mia esistenza. Penso spesso a quanto di buono abbiamo fatto e continuiamo a fare insieme, e provo esattamente quello stato d’animo, un piacere misto al dolore per il tempo andato, un sentimento che mi fa sentire ancor più solidale con la terra romena, la sua storia, il suo popolo, e che mi conforta nel malinconico autunno della mia vita.

Foto. Vasile Nicoara

 

Loading