Centro Culturale Italo Romeno
Milano

L’amore per la Romania di Patrick Leigh Fermor (II)

Giu 28, 2021

L’amore per la Romania di Patrick Leigh Fermor (II)

 

Il viaggio di Paddy continua, e le straordinarie sorprese che ogni nobile casata riserva all’ospite – come pure gli intrecci sociali e le controversie fra ungheresi e romeni – si ripropongono quando viene accolto nel kastély del conte Jenő Teleki, rampollo dell’alta aristocrazia ungherese. Sua moglie Tinka (Caterina) è di ascendenze romene, e i suoi antenati, pur integrati nella società magiara, avevano sempre sostenuto le aspirazioni della Romania. Così fa anche Tinka, con la quale, ovviamente, il marito si trova in dissenso; ma i due si vogliono molto bene e sono sempre attenti ad esprimere i rispettivi punti di vista con garbo e pacatezza.

Numerose sono le meraviglie della tenuta dei Teleki; il conte è un esperto entomologo e un uomo di cultura, e la sua biblioteca possiede migliaia di preziosi volumi. Mentre si dedica a classificare gli insetti che gli vengono spediti da tutto il mondo (“non si poteva immaginare nessuno più felice di lui”) Paddy compulsa avidamente gli infiniti tesori della biblioteca: enciclopedie in tutte le lingue, memorie e stampe storiche sulla vita in Transilvania, alberi genealogici splendenti di blasoni multiformi, la meravigliosa Géographie universelle di Élisée Reclus. “La famiglia del conte”, leggiamo, “era da sempre dedita ai viaggi, alla scienza e alla letteratura. (…) Il conte Sámuel Teleki, che dalla fine del Settecento fu lo scaltro cancelliere del Principato di Transilvania, mise assieme una biblioteca di quarantamila volumi a Marosvásárhely (Tȃrgu Mureş in romeno), in un edificio fatto costruire appositamente e poi donato alla municipalità. Era zeppo di incunaboli, edizioni principe e manoscritti, tra cui uno dei più antichi di Tacito”.

(Dinanzi a brani come questo non si può non dare ragione allo scrittore Rolf Potts quando afferma che leggendo Fermor sei combattuto tra il desiderio di sequestrarti in una biblioteca e, all’opposto, di fiondarti fuori casa e iniziare a girovagare per il mondo!)

Non manca, nell’ameno soggiorno dai Teleki, un’escursione del tutto particolare, perché viene effettuata in automobile, “un avvenimento solenne in quelle zone di strade pessime”. Dopo essere transitati sotto la collina coronata dai ruderi della fortezza di Deva (infestati a causa del sacrificio della moglie del capomastro, così come accadde nel monastero di Curtea de Argeş e sul ponte di Arta, in Epiro), la comitiva raggiunge il castello di Hunedoara, roccaforte del grande Giovanni Hunyadi, “una costruzione talmente teatrale e fantastica da apparire, a prima vista, assolutamente irreale”.

Paddy sa che Giovanni era figlio di Vajk Hunyadi, un valacco magiarizzato, e che dunque le sue origini sono indiscutibilmente romene; di conseguenza, sul valoroso condottiero pronuncia un giudizio perentorio: “Hunyadi è l’eroe più celebrato della storia ungherese; i romeni lo rivendicano, a ragione, come loro connazionale; e fu il più grande campione della Cristianità del Quindicesimo secolo”.

Le imprese di Hunyadi sono prodigiose: il governo della Transilvania e successivamente dell’intero Regno d’Ungheria, le lotte vittoriose contro i Turchi in Erzegovina, Bosnia, Serbia, Bulgaria e Albania; la rotta cui costrinse sotto le mura di Belgrado l’esercito di Maometto II, trionfo che per anni fu celebrato quotidianamente in tutto il mondo cattolico dai rintocchi delle campane di mezzogiorno.

Altrettanto valoroso si dimostrò suo figlio, Mattia Corvino, che all’età di dodici anni accompagnava il padre nelle spedizioni militari. Oltre che grande condottiero, Corvino fu statista, legislatore, oratore ed erudito; è noto che amava passare le ore notturne nella lettura, e a lui si deve la creazione della prestigiosa Biblioteca Corviniana di Buda. Non meno encomiabile fu la nobiltà d’animo di questo straordinario principe rinascimentale, “che pur avendo sperimentato il massimo dell’ingratitudine e del tradimento non si macchiò mai di atti di disumanità e di vendetta”.

A Bulci, a poche miglia di distanza dai Teleki, sorge la proprietà di un cugino della contessa Tinka; è un tiratore così infallibile che re Carol II lo ha nominato Grand Veneur de Roi, maestro di caccia del re. In quei giorni, il Grand Veneur ha ospiti di riguardo da Bucarest, che destano in Fermor un grande stupore: tutti parlano perfettamente il francese, il romeno e l’inglese, e vestono in modo così raffinato che si ha l’impressione di essere trasportati fra le pagine di “Vogue”. La contessa Tinka, un po’ giù di tono, osserva con un sospiro: “Certo, sono così eleganti che ti fanno sentire un povero campagnolo sciatto e grossolano!”

Un’altra meraviglia attende Paddy a Zám, nella proprietà di Michele Csernovitz e di sua figlia Xenia, “ammaliante e indimenticabile nella sua pelle color avorio, nei capelli corvini e nei grandi occhi neri da cerbiatta”, ma oggetto delle facezie del conte Jenő e di altri amici per il “suo selvaggio sangue serbo”. Csernovitz è un vero cosmopolita, e i giardini del suo kastély sono ombreggiati da piante esotiche provenienti da tutto il mondo. Paddy ricorderà con vivezza e nostalgia “i giorni trascorsi passeggiando sotto alberi dell’Himalaya e della Patagonia, contemplando il Maros che la luna piena trasformava in mercurio liquido, mentre boschi e torrenti erano percorsi dal canto degli usignoli”.

La successiva ospitalità transilvana passa per il conte István, un personaggio davvero eccezionale. Ha circa trent’anni, è colto e di bell’aspetto, ed è un tiratore e un cavallerizzo d’eccellenza. Mandato a studiare nel noto Collegio Theresianum di Vienna, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale ne era fuggito per arruolarsi in un reggimento di ussari, “giusto in tempo” – commenta ironicamente Paddy – “per partecipare alla disfatta”.

Pieno di spirito e dotato di grande fascino, István indulge però in sarcasmi che lo cacciano spesso nei guai, come dimostrano le quattro “storie di sciabole” in cui ha avuto sempre il ruolo dello sfidato. Coltiva il sogno di arruolarsi nei Lancieri del Bengala, ma il legame atavico con le sue terre e la necessità di amministrarle lo costringono a una dorata prigionia.

Durante una ricognizione della proprietà, István e Paddy si fermano a cena con una quarantina di contadini e allevatori. Il giovane inglese scopre presto che credono tutti nel sovrannaturale e ne hanno una forte paura. Un vecchio pastore narra racconti di spiriti e altre presenze inquietanti; il lupo mannaro è il pricolici (affine al vrkolak slavo) ed è anche un vampiro. La stafie e lo strigoi sembrano un po’ degli spiriti maligni e un po’ dei fantasmi, ma sono assimilabili anche alle streghe, dato che strigoi, come la parola italiana, deriva verosimilmente dal latino stryx.

István si rivela non solo un munifico ospite, ma una miniera di informazioni quanto mai interessanti. Un giorno, invitati a pranzo da alcuni vicini, i due percorrono una foresta ricca di specie arboree; senza scendere da cavallo, il conte, indicando le varie piante, ne esalta pregi e difetti. Il legno della farnia – precisa – va bene per tutto; quello del cerro dà un’ottima legna da ardere, ma viene usato anche per pavimentare le stalle e per le doghe delle botti. Il faggio quasi non lascia braci, il carpino bianco e l’olmo montano sono utilizzati per mobili e casse da morto. Con il frassino si fabbricano utensili e manici di molti attrezzi da lavoro, mentre il legno dei pioppi va bene tutt’al più per farne truogoli, cucchiai e poche altre cose. Sono gli zingari a realizzare questi oggetti, lavorando nella corte del kastély. “Non ci sono soldi di mezzo” puntualizza István, “si dovrebbe fare a metà, ma è già tanto se ne ricaviamo un terzo, se è una tribù onesta. Va meglio con i romeni di certi paesini sperduti sulle montagne, poverissimi e primitivi, ma molto onesti”.

Di ritorno dal banchetto, la giornata torrida e la visione delle acque limpide del Mureş inducono i due amici a tuffarsi nel fiume, completamente nudi. Lasciandosi trasportare pigramente dalla corrente, arrivano a lambire dei campi di cereali, dai quali si diffondono canti femminili. Sono due ragazze dell’età di diciannove-vent’anni, che stanno mietendo un campo di orzo. Quando vedono i bagnanti, scoppiano a ridere.

“Evidentemente”, commenta Fermor, “l’acqua non ci copriva quanto pensavamo”.

István fa da interprete: “Dicono che dovremmo vergognarci e minacciano di portarci via i vestiti”, poi urla di rimando: “Non dovreste offendere degli sconosciuti. Attente, ché veniamo a prendervi”

“Non oserete mai in quelle condizioni, nudi come rane!”

“A cosa credete che servano quelle?”, replica István, indicando delle frasche. “Potremmo farci un bel costume, come Adamo”.

“Non ce la farete mai a prenderci, con quei piedini delicati fra le stoppie, siete troppo signori! E guarda i tuoi capelli, stai diventando calvo!”

“E quel fanciullino”, rincara la seconda ragazza, “non avrà mai il coraggio”.

Senza più dire una parola, i due risalgono la riva veloci come coccodrilli e puntano le ragazze, che quando si vedono quasi raggiunte agitano i falcetti con finta aria di minaccia. Ma la fronzuta protezione adamitica e i saltelli con cui i due amici sono stati costretti ad avanzare suscitano nelle fanciulle nuovi scoppi di risa e innocui lanci di spighe. Abbandonando ogni resistenza si rifugiano dietro un covone di fieno, dove tutti e quattro crollano a terra in un turbinio di paglia e di risate.

Dopo il solstizio d’estate, la meravigliosa campagna di Romania offre il meglio dei suoi tesori. Arrivano le pannocchie arrostite e le trote di montagna, le ciliegie, le fragole, le albicocche, gli squisiti meloni e i lamponi. Il gusto piccante della paprika viene attenuato dal cetriolo tagliato in scaglie finissime e dal selz spruzzato nei bicchieri di vino dove galleggiano pezzetti di ghiaccio ricavati dalla neve invernale conservata in grotte sotterranee. I carri stridono sotto il peso delle albicocche, eppure gli alberi ne sono ancora carichi; i frutti sono messi a fermentare in grossi tini, l’odore dolciastro si spande ovunque, e già a mezzogiorno lo spirito distillato comincia ad abbattere, come un cecchino, un contadino dopo l’altro.

Riposte le falci, le roncole e le coti viene il tempo della trebbiatura, con le macchine sbuffanti che riempiono le valli del loro battito cupo. Ma in montagna sono i cavalli a separare il grano, attaccati a slitte e rulli di legno; segue la spulatura, con le nuvole di chicchi luccicanti lanciati per aria, e finalmente, su carri trainati da buoi, il trasporto dei sacchi nei granai. Paddy nota che i carrettieri, invece di “stânga” o “dreapta”, urlano ai buoi “heiss” e “tcha”, le stesse parole con cui ha sentito incitare i bufali. István, ignaro a quale lingua appartengano, si limita a dire che sono stati i turchi a introdurre i bufali, probabilmente dall’Egitto, benché originariamente venissero dall’India. In seguito, Paddy appurerà che quelle parole non sono né turche, né arabe, né romanì, né hindi e neppure urdu; il mistero, dunque, non sarà fugato.

Luglio è il mese che porta nella valle le famiglie bucarestine, in cerca di refrigerio dalla calura della città. Iniziano banchetti, bagni nel fiume, partite a tennis, balli, canti, in un calendario punteggiato di feste, sagre e matrimoni. È il gran momento degli zingari, con le note dei loro strumenti che risuonano ovunque, e le piazze contornate da ballerini in costumi meravigliosi; con le mani sulle spalle dei vicini, a gruppi di duecento e più, giovani e meno giovani battono simultaneamente i piedi a terra, nel ritmo della horă e della sârbă.

Particolarmente movimentate sono le feste nuziali, col rituale del rapimento della sposa, la folla che la solleva al grido di “Hai! Hai! Hai! Hai!”, il suono dei violini, dei contrabbassi e dei clarinetti, gli strilli, il battito dei piedi dei ballerini “Hai pe loc, pe loc, pe loc!”, la risposta in rima “Să răsară busuioc!”, le danze sfrenate, e infine, alle prime luci dell’alba, una malinconica doină tzigana a chiudere la celebrazione. (Sin da questo brano si evince la simpatia di Fermor per il mondo tzigano, per la spontaneità e le forze vitali che è in grado di esprimere; né lo scrittore cede mai alla retorica di contrapporlo al mondo civile delle convenzioni borghesi e dell’ordine aristocratico).

(continua)

di Armando Santarelli