La Romania nel Commonwealth athonita

Dic 5, 2019

In un precedente articolo pubblicato su culturaromena.it, ho parlato della presenza e dell’inestimabile ruolo svolto dai romeni nella storia del Monte Athos. In particolare, avevo messo in evidenza il prezioso sostegno che molti regnanti romeni, in special modo durante il lungo periodo della Turcocrazia, garantirono a tutti o quasi i monasteri della Santa Montagna.

Non può non rendere orgoglioso ogni romeno l’osservazione che troviamo in A History of the Athonite Commonwealth (2018), ultima fatica letteraria del prof. Graham Speake, fondatore e presidente dell’Associazione Internazionale The Friends of Mount Athos: “Senza il supporto dei romeni, è verosimile che molti dei monasteri (athoniti) non sarebbero sopravvissuti sino ai nostri giorni”.

Se Voivodi e Metropoliti romeni si sono rivelati di un’ammirevole munificenza, il Monte Athos ha sensibilmente influito, a sua volta, nella realtà storico-religiosa della Romania, favorendo, come vedremo, la creazione di molte comunità monastiche e lo sviluppo, o il consolidamento, di quella tradizione spirituale che va sotto il nome di esicasmo.

Ovviamente, i benefici spirituali originati e diffusi dal Monte Athos non hanno riguardato solo la Romania; nel mondo Ortodosso accade da secoli che monaci plasmati nel clima religioso del Monte Athos tornino nei luoghi d’origine, trapiantandovi il patrimonio spirituale e gli insegnamenti appresi in un luogo consacrato da sempre alla preghiera e all’unione con Dio.

Ci pare giustificata, dunque, la denominazione di “Commonwealth Athonita” che Speake – nell’ambito del più ampio Commonwealth Ortodosso indagato da Paschalis Kitromilides, a sua volta debitore del capolavoro di Dimitri Obolensky The Byzantine Commonwealth (1971) – riferisce a quel mondo pan-Ortodosso che ha visto i Padri athoniti fondare ovunque monasteri e centri di spiritualità, e porsi come indispensabili guide per le nuove leve del monachesimo.

La fiaccola athonita è accesa, oggi, in diversi Paesi occidentali, compreso il nord America; naturalmente, è nell’area balcanica e nell’Europa orientale che i semi della spiritualità della Santa Montagna hanno trovato, nei secoli passati, il terreno più fertile.

Così, fu dopo un soggiorno al Monte Athos che Sant’Antonio di Pečerska (983-1073) e il suo discepolo Teodosio (1035-1074) fondarono sul Monte Berestov, vicino la citta ucraina di Kiev, il celebre Monastero delle Grotte (o Pečerska Lavra).

Volgendo lo sguardo più ad ovest, risalta la figura di San Sava di Serbia (1175-1236). Figlio del grande Stefan Nemanja, all’età di 17 anni Sava abbandonò la terra natale per il Monte Athos, dove, oltre a dare nuova vita a diversi cenobi, fondò, nel 1198, il monastero di Chilandari. Dopo un primo ritorno in Serbia, Sava raggiunse nel 1219 la città di Nicea (nuova capitale dell’Impero bizantino, essendo Costantinopoli in mani latine a seguito della crociata del 1204) e lì fu consacrato arcivescovo dal Patriarca Manuel I Charitopoulos: è la nascita della Chiesa Ortodossa di Serbia, per gran parte improntata alle pratiche liturgiche e alla tradizione spirituale del Monte Athos.

Molti altri campioni dell’esicasmo illumineranno le terre dell’Europa orientale e dei Balcani in virtù dei doni spirituali assimilati nella roccaforte ortodossa dell’Athos. Basti citare la figura e l’opera di San Sergio di Radonež (1322-1392), instancabile riformatore monastico della Russia medievale, il quale, nello stabilire la regola del Monastero della Trinità di Sergiev Posad, si ispirò a quella, di stampo athonita, adottata 300 anni prima da Teodosio nella Pečerska Lavra di Kiev.

Ancora, dobbiamo ricordare Nil Sorskij (1433-1508) e Massimo il Greco (1480-1556), entrambi familiarizzati al Monte Athos con la dottrina esicasta, ed entrambi divenuti autorevoli esponenti, in terra di Russia, di una teologia ispirata alla povertà e all’ascetismo; Cosmas d’Etolia (1714-1779), apostolo della fede ortodossa in Grecia e in Albania; Paisij Veličkovskij (1722-1794), la cui inestimabile opera di diffusione dell’esicasmo interesserà l’intero oriente d’Europa; Nicodimo l’Agiorita (1749-1809), che insieme a Macario di Corinto pubblicò a Venezia, nel 1782, la raccolta di testi esicastici nota come Filocalia.

Veniamo ora al tema principale di questo scritto. Quale ruolo ha giocato il Monte Athos nello sviluppo del monachesimo e più in generale della spiritualità romena?

E’ necessaria una premessa: non c’è dubbio che il maggior contributo spirituale offerto dall’Athos ai Paesi ortodossi sia costituito dalla teorizzazione e dalla diffusione della dottrina esicasta. Come per altre regioni dell’Oriente cristiano, l’esicasmo penetra in terra romena immediatamente dopo la decisiva codificazione della preghiera del cuore operata da Gregorio il Sinaita (c.1265-1346).

Ma – ed è questo l’elemento che distingue la Romania da altre Nazioni ortodosse – l’innata religiosità dei romeni aveva già dato a vita a forme primigenie di preghiera del cuore con la nascita degli “esicasteri paesani”, centri di vita spirituale sorti intorno a piccoli insediamenti monastici o siti eremitici.

Padre Ioanichie Bǎlan, nello splendido Vetre de sihǎstrie româneascǎ (1981), afferma che l’ideale di un’esichia ricercata in seno alla natura è qualcosa di connaturato all’animo romeno. Nelle dorsali montane e nelle immense foreste carpatine, i romeni, scrive Padre Bǎlan, “hanno vissuto come in una grandiosa cattedrale, come in un meraviglioso esicastero naturale”.

Dunque, la restaurazione operata dal Sinaita e la sintesi teologica di Gregorio Palamas (1296-1359) trovarono in Romania una comunità cristiana particolarmente sensibile alla loro ricezione. Curiosamente però, gli agenti principali della propagazione esicasta in terra romena furono due monasteri bulgari, quelli di Paroria e Kilifarevo, e un monaco macedone, Nicodemo di Tismana.

Il monastero di Paroria, situato nel sud est della Bulgaria, era stato fondato proprio da Gregorio il Sinaita. Gregorio dimorò a Paroria dal 1330 sino al 1346, anno della sua morte. Con la presenza di questa carismatica figura spirituale, Paroria divenne presto il principale centro di irradiamento dell’esicasmo nell’intera area dei Balcani. Discepoli di ogni terra dell’est Europa affluivano nel monastero, divenendo a loro volta guide spirituali di altri monaci e diffondendo la dottrina esiscasta nei Paesi d’origine. Non pare fuori luogo, dunque, l’adozione del termine di “Internazionale esicasta” coniato dallo storico e teologo Alexandru Elian in riferimento allo straordinario movimento cosmopolita che prese le mosse dal monastero di Paroria.

Uno dei più attivi discepoli di Gregorio fu Teodosio di Turnovo (c.1300-1363). Mentre vagabondava fra un monastero e l’altro della Bulgaria, Teodosio ebbe notizia della recente fondazione di Paroria, dove fu accolto da Gregorio e dove apprese la pratica della preghiera del cuore. Alla morte del Sinaita, Teodosio iniziò nuovamente a peregrinare nel mondo ortodosso, per poi tornare nella nativa Bulgaria, fondandovi il monastero di Kilifarevo. Anche Kilifarevo divenne presto un nuovo centro di diffusione dell’esicasmo, una comunità pan-ortodossa che vedeva l’unione spirituale di bulgari, serbi, romeni, ungheresi. La presenza di monaci romeni nei monasteri di Paroria e di Kilifarevo rende naturale la trasmissione nella terra di Romania dei fermenti e delle conquiste maturate in uno dei periodi più fecondi per la tradizione esicasta. Se poi consideriamo che nello stesso periodo (seconda metà del XIV secolo) in Romania affluivano monaci provenienti dal monastero athonita di Koutloumoussiou, ricostruito in quegli anni dal voivoda Nicholas Alexander Basarab e da suo figlio Vladislav I Vaicu, e popolato quasi interamente da romeni, comprendiamo quanto la tradizione spirituale della Santa Montagna stesse ulteriormente potenziando l’innato sentimento religioso dei romeni.

Nella diffusione della più genuina tradizione athonita ritroviamo quasi sempre l’ispirazione e l’opera di uomini illuminati che hanno sentito il bisogno di condividere i doni spirituali assorbiti al Monte Athos. Per quanto riguarda la Romania, questo ruolo fu svolto da un monaco di origini macedoni, Nicodemo di Tismana.

Nato intorno al 1320 a Prilep (città sita nell’attuale Repubblica di Macedonia del Nord) da padre greco e madre serba, Nicodemo trascorse il noviziato e i primi anni monastici nel cenobio serbo di Chilandari. Sappiamo che nello scrittorio di Chilandari si copiavano testi delle Sacre Scritture e di teologi come San Giovanni Crisostomo e Teodoro Studita, ma si traducevano anche, in slavonico, le opere di Gregorio il Sinaita, Gregorio Palamas e altri testi della letteratura esicasta; nessun dubbio che Nicodemo abbia attinto nel monastero di Chilandari i princìpi della dottrina esicasta.

Non siamo a conoscenza di quando Nicodemo lasciò l’Athos per il nord della Serbia, dove, con l’appoggio del grande Stefano IV Dušan (1308-1355), fondò il monastero di Vratna. Dopo aver rifiutato l’invito del principe Stefan Lazar Hrebeljanović a divenire capo della Chiesa di Serbia, Nicodemo attraversò il Danubio e si stabilì nei pressi di Severin, in Valacchia. Qui, intorno al 1370, grazie al sostegno del voivoda Vladislav I Vaicu (1364-1377), fondò il monastero di Vodiţa.

Con il patrocinio spirituale del Patriarca di Costantinopoli Philotheos Kokkinos e del Metropolita Giacinto di Ungro-Valacchia, Nicodemo venne nominato abate del monastero, adottandovi le norme del typicon di Chilandari, comprensive dell’adesione a una spiritualità di stampo esicasta.

Forse per il fatto che la regione di Severin, dopo il 1377, era caduta in mani ungheresi e soggetta alla Chiesa di Roma, Nicodemo, nel 1384, si traferì più a nord, nella selvaggia area di Tismana; qui, con l’appoggio del voivoda Radu I e poi di Mircea il Vecchio, fondò un nuovo monastero, quello di Tismana, che divenne presto il centro di irradiazione dell’esicasmo nella regione valacca, e una delle principali culle del monachesimo romeno. 

Nell’anno 1399 Nicodemo si spostò in Transilvania, dove, prima di tornare ad uno stato eremitico, ebbe modo di fondare il monastero di Prislop. E’ a questo periodo che risale la sua trascrizione in slavonico del Tetravangelo che attualmente rappresenta uno dei tesori del Museo Nazionale di Storia Romena di Bucarest. Nel 1406 Nicodemo tornò nel monastero di Tismana e nominò come successore l’abate Agatone di Vodiţa. Ritiratosi nella sua grotta, in reclusione esicasta, ivi morì il 26 dicembre 1406.

Oltre a quelli sunnominati, la tradizione attribuisce a Nicodemo la fondazione dei monasteri di Gura Motrului, Topolniţa, Coşuştea-Crivelnic e Vişina, situati nella regione storica dell’Oltenia. E’ importante sottolineare che praticamente tutti i monasteri fondati da Nicodemo continuarono a prosperare e a praticare la tradizione esicasta, divenendo così, in terra di Romania, altrettante roccaforti della più autentica fede ortodossa. Se consideriamo che sono attribuibili a discepoli di Nicodemo alcune delle più importanti fondazioni monastiche della Moldavia e della Bucovina, come Neamţ, Poiana Siretului, Bistriţa, Moldoviţa, Humor ed altre, diventa evidente come l’opera monastica di Nicodemo si sia estesa a tutte e tre le regioni che costituiranno il primo nucleo nazionale della Romania.

L’altro grande fermento religioso giunto in Romania dal Monte Athos si registra trecento anni dopo l’opera di Nicodimo, grazie alla straordinaria figura spirituale di Paisij Veličkovskij. Paisij, nativo dell’Ucraina, era arrivato una prima volta in terra romena nell’anno 1743, ed era stato iniziato alla pratica esicasta in alcuni monasteri della Muntenia. Nel 1746 raggiunge il Monte Athos, dove trascorrerà 17 anni, dedicati ad assorbire i carismi che lo porteranno a perfezionare il suo ideale di vita monastica cenobitica, che vede incarnata in tre valori fondamentali: la povertà, l’obbedienza e la pratica della preghiera esicasta.

Forte di tali conquiste, Paisij lascia la Santa Montagna nel 1775 e si insedia nei monasteri moldavi di Dragomirna, Secu e infine Neamţ, nel quale riesce a coagulare e dirigere una comunità di più di mille monaci provenienti da ogni Paese ortodosso. La capacità di saper guidare e tenere insieme un gran numero di monaci di varie nazionalità è uno dei carismi riconosciuti a Paisij, insieme a quelli di promuovere la rilettura delle Scritture e la pratica della preghiera del Cuore.

Incalcolabile è, naturalmente, l’influenza della sua traduzione della Filocalia greca che, come abbiamo visto, era stata stampata a Venezia nel 1782. Il Dobrotoljublje – la traduzione in slavonico operata da Paisij – sarà stampata a Mosca nel 1793, e troverà un’eco immediata nelle varie Nazioni ortodosse, Russia e Romania su tutte.

Paisij muore nel 1794; nessuno è più riuscito ad eguagliarne l’immenso prestigio spirituale, ma quella che Padre Elia Citterio dei Fratelli Contemplativi di Gesù chiama la rivoluzione paisiana, ovvero che il cenobio (e non più solo lo stato eremitico) può diventare luogo privilegiato della pratica esicasta, è ancora in atto in gran parte del mondo monastico ortodosso.

Le interazioni tra Monte Athos e Romania non finiscono qui. Infatti, dalla metà del XVI secolo prende vita un ulteriore legame dei romeni con la Santa Montagna, ovvero la dedicazione di molti monasteri alle fondazioni monastiche athonite. E’ importante precisare che la dedica comportava la cessazione della giurisdizione e dell’amministrazione del vescovo locale, cui subentrava il monastero athonita a cui il cenobio romeno veniva dedicato. Tutto ciò aveva dei risvolti anche in campo economico; infatti, il reddito del monastero romeno che eccedeva il fabbisogno veniva versato al corrispondente monastero athonita, che normalmente ne inglobava anche le terre possedute.

Secondo lo storico e teologo Ioan Moldoveanu, la prima di queste dediche avvenne intorno al 1500, quando il monastero olteno di Robaia-Zdrelea fu dedicato a quello athonita di Xenophontos. E’ stato calcolato che nel corso di quattro secoli non meno di 125 monasteri romeni sono stati posti sotto l’autorità del Monte Athos; sebbene le condizioni giuridiche ed economiche non siano le stesse di un tempo, per gran parte di essi i legami spirituali con la Santa Montagna rimangono forti e operosi.

Vorrei concludere questo breve contributo con una riflessione; il citato lavoro di Speake A History of the Athonite Commonwealth reca quale sottotitolo “The Spiritual and Cultural Diaspora of Mount Athos”. Non c’è alcun dubbio che la diaspora athonita abbia arrecato enormi benefici spirituali ad ogni Paese ortodosso, Romania compresa, e che il flusso di energie umane e spirituali da e per il Monte Athos prosegua con rinnovato vigore; la Santa Montagna rappresenta tuttora il maggior centro di aggregazione pan-ortodosso. E ancor oggi, il popolo romeno credente continua a trarre speranza e conforto dalla voce del Monte Athos, perché da secoli ha imparato ad ascoltarla e ad assecondarne gli insegnamenti.

ARMANDO SANTARELLI

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