La Croce, regola di vita

La Croce, regola di vita

La Croce rappresenta la quintessenza dell’intera missione di Cristo sulla terra. Ogni volta che il Signore parla della sua missione, del battesimo con il quale dovrà essere battezzato, del bicchiere che dovrà bere o del modo in cui bisogna seguirlo, fa riferimento alla Croce. Tutto nelle sue parole e anche nei suoi silenzi rimanda al punto finale costituito dal Gòlgota.
Nello stesso tempo, la Croce è l’unica chiave che abbiamo per comprendere il mistero più profondo del mondo e della vita. Volendo prepararci ad affrontare la vita senza avere brutte sorprese, ci sono utili gli studi, i mestieri, la conoscenza di più lingue straniere, la cultura scientifica e le arti, ma l’insegnamento più importante di cui dobbiamo tenere conto è il Gòlgota. Senza questa conoscenza non saremmo in grado di padroneggiare il mestiere di essere “uomini nel mondo”. Almeno non così come Dio ci vuole.

Quando Gesù ci ha detto “Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24; Mc 8, 34; Lc 9, 23), ci ha insegnato la regola più importante della vita, una regola nuova, mai vista in nessun’altra religione del mondo. È la regola di vita di Dio stesso e si basa sull’amore che si sacrifica per gli altri. Una regola che Cristo ci ha insegnato con i fatti e non tanto con la predicazione. Ed è una regola che vale per noi non solo in questa vita, ma anche nell’eternità. Vivere secondo i comandamenti di Dio significa anche salire sulla croce insieme a Cristo, soffrire insieme a Lui. Tutti i cristiani attraversano, a un certo punto della vita, le due sofferenze del Signore: lo scherno e la crocifissione. Lo dice lui stesso davanti ai suoi discepoli: “Ricordatevi della parola che vi ho detta: Il servo non è più grande del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15, 20). Ma, come ci insegnano i Padri della Chiesa, queste sofferenze subite nel nome di Dio ci aiuteranno a guadagnare l’amore per Dio e per gli uomini. La grazia viene solo nell’anima che conosce la sofferenza, fino in fondo.

Non è semplice però parlare della croce, della sofferenza e dell’amore per gli altri nella società moderna, che attraverso tutto quello che ci offre ci invita alle comodità, al conforto, al divertimento, alla superficialità, all’individualismo e a spendere il minor sforzo possibile per raggiungere il maggior guadagno. Ma questo non vuol dire che la natura umana sia cambiata così tanto da rendere la parola di Dio inattuale, o che sia troppo tardi o addirittura inutile parlare di queste cose, le uniche attraverso le quali possiamo trovare la salvezza della nostra anima. Anzi, a maggior ragione, bisogna insistere sul fatto che il distacco troppo grande tra il nostro modo di vivere e i comandamenti di Dio ci porterà nella situazione di perdere anche il senso della nostra vita. Forse non per caso la malattia più diffusa del secolo è la depressione, chiamata anche la malattia della mancanza di senso.

Parliamo spesso della mitezza di Gesù – ricordando il fatto che è andato alla morte come un agnello che va a essere sacrificato. Ma ci dimentichiamo di parlare anche del suo coraggio, senza il quale non avrebbe potuto accettare la terribile morte sulla croce. Questo coraggio di sopportare l’umiliazione e il dolore fisico è la prova ultima che Dio ha assunto fino in fondo la condizione umana. L’intelligenza, la saggezza, l’insegnamento, i miracoli e persino la bontà e la carità del Signore non sarebbero state delle prove serie in questo senso. Solo il coraggio davanti al dolore, alla solitudine e alla morte non inganna. Le ferite, il sangue e la morte non possono essere simulate. Sono sgradevoli? Certo, ma sono categoriche e non ingannano. Soltanto la disperazione umana sulla croce dimostra l’onestà e la serietà del sacrificio, gli impedisce di essere chissà quale gioco, quale dramma sacro. Cristo non ha ammiccato dalla croce ai suoi discepoli per dir loro: tutto questo serve a gettar fumo negli occhi, state tranquilli, la sappiamo lunga, ci vediamo domenica mattina! Il suo è stato un vero sacrificio, perché un sacrificio simulato non può essere una testimonianza di autentico amore, né può dare frutti reali.

Senza la Croce non ci sarebbe stata la Risurrezione. Per questo siamo chiamati non solo a rinascere a nuova vita nello Spirito, ma anche, perché ciò sia possibile, a rinunciare a noi stessi e a prendere ogni giorno la nostra croce.

padre Gabriel Popescu

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