“I poeti non scelgono mai l’esilio” di Viorel Boldiș

I poeti non scelgono mai l’esilio, perché loro già dalla nascita sono in esilio su questa terra. Sono un po come gli uccelli: quanto tempo volano si sentono liberi, mentre sulla terra ferma non sono più al loro aggio. Non ho mai visto un uccello rinunciare al volo almeno che non sia costretto da qualcosa, o da qualcuno, o dalla natura stessa.

Cos’è, dunque, l’esilio per il poeta? È il vivere lontano dal luogo di nascita o è il vivere da uccello con le ali spezzate? È una rottura tra se stesso e il mondo, o un distacco dell’anima dal corpo? È un percorso inevitabile, o una via di fuga? È la tristezza come ferita sulla pelle, o lo sguardo fermo a mezz’aria? L’esilio è una scelta o una pena?

Quando Ovidio fu esiliato a Tomi, si rammaricò. Ma siamo sicuri che non era una sua scelta? Certo, magari una scelta del subconscio, un inconsapevole autopunizione, volta a far si che il suo estro poi divaghi nei lamenti di Tristia.

I poeti vengono mandati in esilio per vari colpe, politiche o non, ma s’illudono quelli che pensano che l’esilio sia la prigione per eccellenza del poeta: il poeta non può mai essere imprigionato,confinato, relegato… Io oggi sono qui, in un paese che non è mio, e scrivo in una lingua che non è mia, ma quello che scrivo ha le radici ben impiantate nella mia terra natia, e se pur le mie parole prendono corpo e vestono la carne della vostra lingua, il sangue che scorre tra i vostri vocali e consonanti, altro non è che il sangue della mia lingua madre.

Alcuni dicono che tanti poeti scelgono l’esilio perché può essere stimolante dal punto di vista creativo. È come dire che gli uccelli ogni tanto scendono sulla terra per cibarsi, o per non dimenticare il cammino. Sarà così, ma il prezzo da pagare è molto alto. La tristezza che esso genera si cella come un ombra nello sguardo del poeta, e la malinconia s’annida nel suo cuore come una lacrima del boia nel palmo del condannato.

L’esilio genera una sensazione di estraneità permanente, estraneità già intima alla natura del poeta. Quando all’acqua si aggiunge acqua,questa trabocca. Il poeta è il vaso dove gli atri versano i loro peccati e poi lo mettono fuori dalla porta, lo esiliano. Quando ai peccati si aggiungono altri peccati, il poeta trabocca. E da le sue viscere escono fuori tutti i peccati del mondo. L’esilio dei poeti non è altro che l’espiazione dei peccati del mondo, naturalmente Pasqua a parte!

Ho scelto deliberatamente di non fare differenza tra l’esule e l’emigrante, perché credo che nessuno scelga liberamente di abbandonare la propria casa, la sua patria, i suoi amici. C’è sempre un motivo dietro a una simile “scelta”. Che sia questo un motivo economico o politico, è sempre un motivo legato alla vita e alla morte.
Si parte per trovare una nuova casa, una nuova vita in una nuova patria. Ma poi il poeta esiliato finisce intrappolato nell’una e nell’altra,e non sa più dov’è la sua casa, la sua vita, e non sa più qual’è la sua vera patria. E allora l’esule Poeta decide che la sua casa, la sua Patria, non è quella casa su un pezzo di terra, né quella Patria che ha sul passaporto, ma è l’idea di casa, l’idea di patria che lui abita. Sì, il Poeta s’inventa una casa e una patria tutta sua, che vive nelle sue poesie, nei suoi ricordi. In questo modo il poeta sfugge a qualsiasi confinamento: le idee non possono essere imprigionate. Lui sa chele dimore fate di mattoni sono sempre provvisorie. Confini e barriere che ci rinchiudono nella sicurezza del territorio statale o familiare possono anche diventare prigioni, e spesso lo diventano. I poeti migranti attraversano i confini, rompono le barriere, oltrepassano i muri.

Un monaco sassone del dodicesimo secolo, Ugo di San Vittore, scrisse:
“È,quindi, una fonte di grande virtù per la mente ben allenata imparare, a poco a poco, a cambiare anzitutto rispetto alle cose invisibili e transitorie, in modo da riuscire in seguito a lasciarsele del tutto alle spalle. L’uomo che considera dolce la propria patria è ancora un tenero principiante; colui per il quale ogni territorio è come il proprio suolo natio è già forte; ma perfetto è colui per il quale l’intero mondo è come una terra straniera. L’animo tenero ha concentrato il proprio amore su un unico posto nel mondo; l’uomo forte ha esteso il proprio amore a tutti i luoghi; l’uomo perfetto ha estinto il proprio. “

Non so se il Poeta è un uomo forte, e di sicuro non è perfetto, fatto sta che io amo tutti i luoghi che calpesto con i miei piedi, anche quelli che magari non sono stati molto ospitali con me.

Arrivai in Italia di notte, dopo tre giorni di viaggio quasi clandestino. All’indirizzo che avevo in tasca non ho trovato la casa del mio“amico” che avrebbe dovuto ospitarmi, ma il cimitero di Brescia.Che lo crediate o no, da allora i cimiteri mi affascinano, eppur non avendo nessuno da piangere in quel cimitero, ogni tanto vado lì e mi perdo tra i suoi sentieri. Strano, ma riesco sempre a ritrovarmi meglio che in qualsiasi altro posto.

Amo i posti dove ho vissuto la mia infanzia e la mia giovinezza, sono sempre presenti nella mia mente, ma sopratutto nella mia anima. Non odio però i posti che mi hanno fatto soffrire, e magari mi hanno spinto a scrivere parolacce nelle mie poesie. Tutti fanno parte della mia vita, della mia crescita, del mio cammino.

Non ho mai capito perché mi chiamano poeta migrante, in realtà tutti i poeti sono migranti. Magari non tutti hanno l’occasione di spostarsi da un paese all’altro, ma non c’è poeta che non migri almeno con la mente, con il pensiero. Pensate a Dante: avrebbe mai potuto scrivere la Divina commedia senza che la sua mente vaghi nei più remoti angoli della terra e oltre terra?

Credo che parte della la mia poesia nasca proprio dal contrasto fra l’amore e la malinconia per i luoghi d’infanzia, e la lontananza e la sofferenza del migrante. L’arte e la poesia, come la vita d’altronde,non nasce mai dalla quiete delle cose, ma dal loro fermento, dal loro infinito mutamento.

Sono arrivato al punto di aver paura di fermarmi, di piantare i piedi in un pezzo di terra e decidere di smetterla con il vagare per il mondo.Altri invece hanno paura di me, non sapendo che in realtà hanno paura di loro stessi. Qualche anno fa, insieme alla poetessa di origini brasiliane Rosana Crispim Da Costa, dovevamo presentare i nostri libri di poesia in un paesino sul lago D’Iseo. Il giorno prima, i muri del paesino sono stati riempiti di volantini che dicevano più o meno questo: Non abbiamo bisogno di poeti stranieri… abbiamo già i nostri poeti! Di solito, alle serate di poesia come quella arrivano 20 – 25 persone, quella sera c’erano invece 200 persone! E io, per la prima volta, mi sono sentito un poeta importante!

Non scrivere in un’altra lingua fa di me un poeta migrante, ma essere migrante fa di me un poeta libero. L’esilio, per quanto possa sembrare contraddittorio, può confinare fisicamente un poeta ma non può mai imprigionare la sua poesia, anzi, la liberà e la apre al mondo intero.


Viorel Boldis

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