Aura Christi: Teoresi mistica della carne di Francesco Corsi

Aura Christi: Teoresi mistica della carne di Francesco Corsi

Foto. Aura Christi – Maria Floarea Pop, dr. Iulian Mihai Damian presentazione Accademia di Romania. Roma – giugno 2017

 

Aura Christi: Teoresi mistica della carne

Difficile trovare un poeta o un filosofo che possa con le sue liriche afferrarti i sensi, l’anima, incidere un segno profondo nel tuo modo di guardare la vita. Aura Christi, con una complessa semplicità che è solo

compiutezza di una infinita ricchezza interiore, conduce il lettore dentro le viscere dell’essere. Oltre il concetto di una metafisica classica, che vede lo sguardo come una pura teoresi che legge la verità in modo

asettico, Aura compie un “passo indietro”, lo stesso passo che compì Martin Heidegger, verso l’ “acqua sporca della verità” nietzscheana. L’oscurità sferza l’anima , con una forza nera che “non può essere mia” e

“spinge le navi sulla rotta del ritorno” verso il cuore del divino. Nel buio insopportabile, nel freddo che raggela ogni angolo di noi stessi, si trova misteriosamente una “ruvida luce”, che prende le sembianze

umane di un sorriso, il sorriso di Dio. Il grande poeta T.S. Eliot canta il buio, il gelo del silenzioso funerale della vita, dove non c’è nessuno da seppellire, ma c’è il nulla, un nihil persistente, che secondo il poeta Paul

Celan “sta e sta”. Quel freddo che ci strazia la carne, penetra nelle ossa, fino a farci subire la tortura della privazione del senso. Il buio che causa il non vedere, è la privazione per eccellenza che ci impedisce di

conoscere, di vedere una via, di dare un percorso alla nostra vita, di nutrire una qualche speranza. Nel buio vi è la caduta, quella condizione che Heidegger definì geworfenheit, esser gettati, scaraventati in un abisso,

dagli abissi, ignoranti circa il da dove e verso il dove. In questa costitutiva ignoranza, c’è solitudine; “Domine, cado e cado ancor più verso i roventi pomeriggi”. L’aria è nera, i soli sono color del sangue.

Eppure “D’un tratto qualcuno fa luce”. La poetessa ritrova l’ “Asse dell’essere” negli alberi, nella sua amata natura… dove i fiocchi di neve cadono, la pioggia fluisce e le rose irrompono nel calore estivo, “C’è

qualcuno”. “Dinanzi agli dèi d’erba e dinanzi agli alberi m’inchino”. Più che un eco di panteismo, si coglie in Aura un’apertura al segno celeste che giunge a lei fin dal crogiuolo della sofferenza. E se nell’esperienza

della cieca oscurità, del nulla, sorge spontanea una forza, quella forza nera che “non può essere mia” è così oscura da essere luce. E se il precipizio nell’abisso ci fa cogliere la presenza luminosa, quanto più ogni essere vivente ci sembrerà ammantato di luce divina!

Le “Divine e mute pietre” al tramonto, sembrano aprire un altro grande tema: il tema del silenzio. Il silenzio degli abissi, dove sofferenza e orrore straziano l’anima e costringono quasi il poeta a mettersi a scrivere. Ma il punto forse più cruciale della poetica di Aura Christi sta negli occhi, che sono sorgente di ogni vita, “pietra fondante del tutto”: nell’atto del vedere

Aura trova tutta la mistica dell’essere, che vede e sogna il vortice dei pianeti dalle somme altezze, agli abissi del punto zero dell’inizio, quando tutto s’inventava “dagli Occhi”. Nell’atto del vedere, quindi vi è ogni

fondamento, vi è la possibilità della conoscenza, ma non è un vedere apollineo e neppure platonico, piuttosto è una vista che nasce dall’oscuro, una capacità di conoscere che non vuole epurare, esorcizzare la sofferenza, ma vuole considerarla matrice dell’essere. Aura esprime filosofia quando fa poesia, esprime

poesia quando fa filosofia e lo fa perché in questo circolo ermeneutico sta, per l’appunto, la propria vita

vissuta.

Francesco Corsi

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