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	<title>Storia | Cultura Romena</title>
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	<description>Progetto del Centro Culturale Italo-Romeno di Milano</description>
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	<title>Storia | Cultura Romena</title>
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	<item>
		<title>Giornata di studio in onore di padre Dumitru Stăniloae</title>
		<link>https://culturaromena.it/giornata-di-studio-in-onore-di-padre-dumitru-staniloae/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gabriel Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Oct 2023 10:54:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Personalità]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[Sabato 28 ottobre 2023 dalle 09:00 alle 13:30, presso l&#8217;Aula I, si terrà la giornata di studio in onore di padre Dumitru Stăniloae: “Per una teologia filocalica: il contributo teologico di padre Dumitru Stăniloae alla visione cristiana”. Sarà possibile seguire l&#8217;evento anche sul canale YouTube @Anselmianum. Il programma dell&#8217;evento si può scaricare da qui.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 28 ottobre 2023 dalle 09:00 alle 13:30, presso l&#8217;Aula I, si terrà la giornata di studio in onore di padre Dumitru Stăniloae: “Per una teologia filocalica: il contributo teologico di padre Dumitru Stăniloae alla visione cristiana”. Sarà possibile seguire l&#8217;evento anche sul canale YouTube @Anselmianum.</p>
<p><iframe title="Giornata di studio in onore di padre Dumitru Stăniloae" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/cMW8m6G3XI4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Il programma dell&#8217;evento si può scaricare da <a href="https://drive.google.com/file/d/1qHXoopcuNwnvB_jkqr5NlKyzyXC_LF9n/view">qui</a>.</p>
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		<title>In uscita presso Rediviva: &#8220;Dai romani ai romeni. Elogio della latinità&#8221;, di Ioan Aurel Pop</title>
		<link>https://culturaromena.it/in-uscita-presso-rediviva-dai-romani-ai-romeni-eloggio-della-latinita-di-ioan-aurel-pop/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2022 19:23:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[La casa editrice Rediviva Edizioni è lieta di annunciare l'uscita del nuovo titolo della collana Culture e Civiltà: “DAI ROMANI AI ROMENI. ELOGIO DELLA LATINITA” (De la romani la români. Pledoarie pentru latinitate), di Ioan Aurel Pop, 360 p., nella traduzione di Ida Garzonio e Violeta Popescu. Il testo che gode della prefazione del Prof. Bruno Mazzoni, rappresenta il terzo volume dello storico e accademico Ioan Aurel Pop tradotto in italiano presso Rediviva Edizioni, dopo la pubblicazione delle opere: “L’identità romena”, 2019 [Identitatea românească] e Storia della Transilvania, 2018 [Istoria Transilvaniei], coautore insieme al Prof. Ioan Bolovan. Il presente progetto editoriale è stato sostenuto dal Centro Culturale Italo-Romeno di Milano e verrà presentato nell’ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino, sabato 21 maggio 2022, ore 12 00.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Edizioni Rediviva Edizioni di Milano è lieta di annunciare l&#8217;uscita del nuovo titolo della collana Culture e Civiltà: “<strong>DAI ROMANI AI ROMENI. ELOGIO DELLA LATINITA” (<em>De la romani la români. Pledoarie pentru latinitate</em>), di Ioan Aurel Pop</strong>, 360 p., nella traduzione di Ida Garzonio e Violeta Popescu. Il testo che gode della prefazione del Prof. Bruno Mazzoni, rappresenta il terzo volume dello storico e accademico Ioan Aurel Pop tradotto in italiano presso Rediviva Edizioni, dopo la pubblicazione delle opere: “<em>L’identità romena”</em>, 2019 [Identitatea românească] e <em>Storia della Transilvania, </em>2018 [Istoria Transilvaniei], coautore insieme al Prof. Ioan Bolovan. Il presente progetto editoriale è stato sostenuto dal Centro Culturale Italo-Romeno di Milano e verrà presentato nell’ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino, sabato 21 maggio 2022, ore 12 00.</p>
<p>Con attenzione e puntualità il libro del Professor Ioan Aurel Pop affronta importanti argomenti legati all’origine del popolo e della lingua romena collocati nell’universo della latinità, affiancandoli alla realtà dei fatti, grazie alle fonti e alle analisi storiografiche, approfondendo varie teorie (il<em> dacismo</em>, in particolare) che negli anni hanno creato un acceso dibattito da parte degli storici. Un lavoro necessario, che si propone di spiegare il problema dell’i­dentità etnica e linguistica dei romeni in un contesto universale per la comprensione del grande pubblico. Come confessa l&#8217;autore nella sua prefazione, il volume <em>è stato scritto grazie agli sforzi di decine di generazioni di storici che, sin dal Rinascimento fino a oggi, hanno studiato il destino dei romeni, il loro statuto e il loro ruolo in questa parte del mondo, la loro specificità e la loro lingua.</em> Tutto il libro è incentrato sul tentativo di rispondere nel modo più completo, chiaro e intellettualmente onesto a delle semplici domande sull’origine del popolo e della lingua romena, portando all’attenzione il fatto che i romeni fanno parte del gruppo dei popoli romanzi e parlano una lingua neolatina: “<em>i romeni sono i discendenti della romanità orientale, e la testimonianza suprema di questo fatto è la loro lingua, di cui fa parte il loro nome, portatrice in sé della memoria di Roma”.  </em></p>
<p>(…)  Questo lavoro si propone di spiegare il problema dell’i­dentità etnica e linguistica dei romeni, in un contesto universale, per la comprensione del grande pubblico e, pertanto, non è un prodotto puramente scientifico. Il suo linguaggio non è strettamente specia­listico, e di conseguenza alcuni studiosi potrebbero restare insoddi­sfatti o delusi. Ho tentato di sintetizzare molti argomenti, in modo da non rendere difficile la lettura e la comprensione del messaggio. Tuttavia, l’idea di facilitare non va intesa come una deviazione dalla verità umana possibile. D’altra parte, il contenuto del libro opera con testimonianze raccolte da diverse lingue, soprattutto dal latino, che avrebbe potuto costituire un ostacolo nella lettura. Pertanto, ho tra­dotto in romeno tutti i testi di altre lingue. Abbiamo corso questo rischio, anche se il traduttore è un “traditore” &#8211; come dicono gli ita­liani &#8211; perché niente può equivalere al testo originale, genuino, né il fascino del linguaggio base in cui è stato scritto. Se non è risultato appunto un lavoro semplice, chiaro e intelligibile per alcuni, o se il suo livello scientifico-accademico non è all’altezza attesa da altri, è esclusivamente colpa dell’autore. Forse l’impegno funzionerà meglio in futuro. <em>Feci quod potui, faciant meliora sequentes (“Ho fatto quello che ho potuto, facciano meglio coloro che verranno dopo</em>”). (…) L’appartenenza dei romeni alla latinità, la loro qualità di membri della grande famiglia dei popoli romanzi racchiude una certa dote storica e indica una forma di evoluzione, sviluppata all’unisono col flusso della civiltà di successo partendo dal Mar Mediterraneo e arri­vando alla Terra di Fuoco, al Capo di Buona Speranza o a Macao. Tali realtà non rappresentano alcun merito dei romeni, ma li mettono in linea con il mondo, stabiliscono le loro convergenze e spiegano molte delle loro conquiste. La latinità dei romeni non è motivo di lode o di vergogna, ma è una realtà semplice, quella di essere imparentati, lin­guisticamente e culturalmente, con gli italiani, gli spagnoli, i francesi, i portoghesi (…) <strong>IOAN AUREL POP<em>  </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>    La materia che Ioan Aurel Pop esamina qui, e offre al lettore in una apprezzabilmente colta e allo stesso tempo amabile trattazione, riesce a rispondere a un’intera serie di domande che sono solite accompagnare la sana curiositas di un ampio pubblico di non specialisti, pur garantendo in ogni caso, col presente volume, un livello di una buona e seria divulgazione. Poco meno di cent’anni fa ebbe particolare risonanza un accattivante titolo che recitava “Un enigma e un miracolo storico: il popolo romeno”, opera di G.I. Brătianu (pubblicato in italiano, oltre che in francese, a Bucarest, nell’anno 1942). Una suggestione che trova una semplice eco in uno dei numerosi capitoli che compongono il bel lavoro di Ioan Aurel Pop, in cui troviamo puntualmente discussi i temi classici relativi all’etnogenesi del popolo romeno, alle specificità di questa isola linguistica neolatina all’interno di una compagine di popolazioni slave (e magiare), agli sviluppi semantici dell’etnonimo romanus&#8230; con una particolare propensione, da parte dell’Autore, ad analizzare con l’acribia filologica dello storico di professione le specificità lessicali della lingua romena sull’ampio asse della diacronia, con trouvailles a volte sorprendenti. (…) Una storia ricca e complessa, che ha accomunato ancora una volta in parallelo i destini di due comunità, quella italiana e quella romena, che hanno conquistato negli stessi anni la loro indipendenza, con la legittima creazione, grazie al sostegno esterno di Napoleone III, di due Stati nazionali che hanno saputo degnamente affermarsi all’interno dell’Europa delle nazioni e che si sono trovati ad affrontare, più di una volta, sfide difficili e complesse. </em><strong><em> Dalla prefazione del Prof. BRUNO MAZZONI, Università di Pisa </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><em> </em><strong>IOAN AUREL POP, Presidente della più alta istituzione culturale della Romania, l’Accademia Romena di Bucarest</strong>, professore e già rettore del prestigioso ateneo transilvano, l’Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca, è autore e coautore di oltre settanta libri, trattati e manuali e più di cinquecento studi e articoli, tra cui i più recenti sono <em>Cultural Diffusion and Religious Reformation in Sixteenth-Century Transylvania. </em><em>How the Jesuits Delath with the Orthodox and Catholic Ideas</em> (The Edwin Mellen Press, Lewiston – Queenston – Lampeter, 2014), <em>A Short Illustrated History of the Romanians</em> (Editura Litera, București, 2017). Ben noto a li­vello internazionale nel campo degli studi relativi al Sud-Est dell’Eu­ropa gli è stato conferito il titolo <em>Doctor Honoris Causa</em> da dieci università della Romania e dell’estero. È membro di alcune accademie e società scientifiche straniere, tra cui l’<em>Accademia europea</em> delle <em>scienze e</em> delle <em>arti</em> di Salisburgo (Austria), l’Accademia nazionale virgiliana di Mantova (Italia), l’Ateneo veneto di Venezia (Italia), l’Accademia europea delle scienze, delle arti e delle lettere di Parigi (Francia). È stato <em>visiting professor</em> presso alcune università degli Stati Uniti, dell’Italia, della Francia, dell’Ungheria e dell’Austria, e direttore dell’Istituto culturale romeno di New York (Usa) e dell’Istituto romeno di cultura e ricerca umanistica di Venezia (Italia). Dal 1993 è direttore del Centro di studi transilvani di Cluj-Napoca dell’Accademia romena.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Autore: Ioan Aurel Pop</p>
<p>Titolo in romeno: <em>De la romani la români. Pledoarie pentru latinitate</em></p>
<p>Titolo in italiano: <em>Dai romani ai romeni</em>. <em>Elogio della latinità</em>, Anno: 2022</p>
<p>Traduzione dal romeno di Ida Grazionio e Violeta Popescu</p>
<p>Collana: «Culture e civiltà»</p>
<p>Impaginazione: Gabriel Popescu</p>
<p>Pagine: 340<br />
Lingua: italiano<br />
Prezzo: euro 17,00<br />
Formato: libro cartaceo<br />
Prima edizione in romeno: București &#8211; Chișinău; Editura Litera, 2019</p>
<p>Copertina: Dettaglio Colonna Traiana, ROMA</p>
<p>ISBN: 978-88-97908-68-5</p>
<p><strong>Edizioni Rediviva, 12 maggio 2022</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pagini de istorie românească în Italia:  Legiunea Voluntarilor Români din Italia 1918</title>
		<link>https://culturaromena.it/pagini-de-istorie-romaneasca-in-italia-legiunea-voluntarilor-romani-din-italia-1918/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Nov 2020 15:24:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[O pagină frumoasă de istorie din lupta românilor pentru Reîntregire o reprezintă înființarea în mod oficial la 15 octombrie 1918, a Legiunii Române din Italia, constituită din ofițeri şi soldați de etnie română, proveniți din fostul Imperiu Austro-Ungar, aflați pe teritoriul Italiei în calitate de prizonieri de război luați de armata italiană în luptele duse cu armata austro-ungară. Această inițiativă a fost rezultatul unui efort diplomatic şi politic fără precedent, în special în anii 1917 și 1918, desfășurat în principal în cancelariile occidentale, la Londra, Roma şi Paris. Această unitate s-a constituit din voluntarii de naționalitate română selectați din rândul prizonierilor de război austro-ungari care au ajuns pe teritoriul italian. Legiune constituită cu scopul de a lupta, de această dată, împotriva imperiului austro-ungar, alături de armata italiană. Italia și România au avut în pragul și în prima fază a Primului Război Mondial o politică externă similară în mai multe aspecte. Ambele țări la începutul războiului făceau parte dintr-o alianță care s-a dovedit un obstacol pe drumul împlinirii dezideratelor naționale. În aprilie 1915, Italia a semnat la Londra un tratat secret cu Anglia, Franţa şi Rusia. Tratatul ceda Italiei o porțiune însemnată din teritoriul Austriei în schimbul intrării sale în război de partea Aliaţilor. Pe 23 martie, Italia declara război Austro-Ungariei. De-abia un an mai târziu (august 1916) avea să declare război şi Germaniei. Regatul României dupã doi ani de neutralitate a pãrãsit Puterile Centrale și s-a aliat la 4/17 august 1916 Antantei, prin semnarea cu aceasta a convențiilor politice și militare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Legione Romena d’Italia</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>O pagină frumoasă de istorie din lupta românilor pentru Reîntregire o reprezintă înființarea în mod oficial la 15 octombrie 1918, a Legiunii Române din Italia, constituită din ofițeri şi soldați de etnie română, proveniți din fostul Imperiu Austro-Ungar, aflați pe teritoriul Italiei în calitate de prizonieri de război luați de armata italiană în luptele duse cu armata austro-ungară. Această inițiativă a fost rezultatul unui efort diplomatic şi politic fără precedent, în special în anii 1917 și 1918, desfășurat în principal în cancelariile occidentale, la Londra, Roma şi Paris. Această unitate s-a constituit din voluntarii de naționalitate română selectați din rândul prizonierilor de război austro-ungari care au ajuns pe teritoriul italian. Legiune constituită cu scopul de a lupta, de această dată, împotriva imperiului austro-ungar, alături de armata italiană. Italia și România au avut în pragul și în prima fază a Primului Război Mondial o politică externă similară în mai multe aspecte. Ambele țări la începutul războiului făceau parte dintr-o alianță care s-a dovedit un obstacol pe drumul împlinirii dezideratelor naționale. În aprilie 1915, Italia a semnat la Londra un tratat secret cu Anglia, Franţa şi Rusia. Tratatul ceda Italiei o porțiune însemnată din teritoriul Austriei în schimbul intrării sale în război de partea Aliaţilor. Pe 23 martie, Italia declara război Austro-Ungariei. De-abia un an mai târziu (august 1916) avea să declare război şi Germaniei. Regatul României dupã doi ani de neutralitate a pãrãsit Puterile Centrale și s-a aliat la 4/17 august 1916 Antantei, prin semnarea cu aceasta a convențiilor politice și militare.</p>
<p>După o perioadă de neutralitate, în care fiecare a analizat posibilitățile legate de obținerea unor teritorii, Italia și România și-au încălcat alianțele preexistente, intrând în război împotriva Triplei Alianțe, respectiv în luna mai 1915 Italia și apoi România în luna august 1916. Războiul a început pentru provinciile românești aflate sub stăpânire austro-ungară pe 28 iulie 1914, odată cu declarația de război adresată Serbiei de către Monarhia dualistă. Proclamația împăratului Francisc Iosif „Către popoarele mele credincioase”, făcea apel la toți supușii imperiului să răspundă cererii de mobilizare şi să ia parte la luptele contra dușmanului comun. Pentru românii din Banat, Transilvania sau Bucovina era o luptă care nu le aparținea din punctul de vedere al aspirațiilor lor naționale. Deși erau chemați de împărat, mentalitatea românilor se schimbase. Ideea de „bunul împărat”, care dominase patriotismul dinastic se îndrepta încet către desuetudine, câștigând tot mai mult loc în sufletele lor, regele de la București.</p>
<p>După ordinul de mobilizare din 31 iulie 1914, primele unități au plecat pe front pe 1 august, majoritatea regimentelor românești fiind trimise în Galiția. În cartea sa „Trei luni pe câmpul de război”, Octavian Tăslăuanu asemăna drumul românilor spre front cu: “un convoi de morți petrecut de lacrimile și bocetele celor rămași acasă (…). Nicăieri nici-o însuflețire și nici-o bucurie (…). Ca o ceată de slugi, de robi ai datoriei, mergeam la porunca stăpânului (…). Să murim” . În august 1913, un raport confidențial care ajungea la Ministerul de Interne de la Viena vorbea despre „Mişcarea pentru România Mare”, dând informații despre felul în care se manifesta ea atât în Regatul României, cât şi în provinciile româneşti care făceau parte din Austro-Ungaria. Reiese clar din raport faptul că intelectualii şi masele deopotrivă „au atins deja o importantă maturitate naţională”, ceea ce determină o mișcare amplă, „care a pătruns în toate păturile populaţiei şi a prins rădăcini peste tot”, românii din monarhia dualistă fiind tot mai devotaţi „ideii de România Mare” .</p>
<p>De la începutul războiului, Austro-Ungaria a fãcut concentrări masive, 930 000 de combatanți, dintre care 500 000 de soldați proveneau din Transilvania, Banat și Bucovina, teritorii cu populație majoritare de etnie românã. Regimentele austro-ungare au fost duse sã lupte departe de România, în Galiția, Munții Alpi, în Franța și Belgia la Verdun, pe Somme și pe Ypre. Primii soldați români transilvăneni au fost luați prizonieri de italieni în iulie 1915, fiind internați în lagărele situate în norul Italiei, în zona Mantova, Cavarzere (Veneția), Ostiglia (Mantova). Pe teritoriul Italiei erau peste 50 de lagăre în care se găseau soldaţi români alături de alţi camarazi de-ai lor de altă etnie din armata austro-ungară. În primăvara anului 1918, numărul lor era estimat la aproape 18.000, fiind încarceraţi între Nord – regiunea Lombardia – şi Sud – Sicilia. Situația prizonierilor români era destul de delicată în acel moment, ținând seama că Regatul României a semnat pacea forțată și aliații nu erau cu totul convinși de ideea dezagregării Monarhiei Austro-Ungare. Organizarea lor într-o Legiune a voluntarilor nu a fost întru totul ușoară și acceptată imediat. Lucrurile se schimbă însă după greaua înfrângere și căderea frontului italian la Caporetto în toamna anului 1917. Noul guvern italian condus de Vittorio Emanuele Orlando s-a arătat mult mai sensibil față de guvernele precedente la tema privind cooperarea cu națiunile asuprite din Imperiul austro-ungar. Numărul mare de prizonieri români de pe teritoriile Rusiei, Italiei şi Franţei şi cererile lor repetate de a lupta pentru eliberarea Transilvaniei, Banatului, „părţilor ungurene” şi Bucovinei, a necesitat organizarea acestora, prin colaborarea strânsă între emigraţia românească de aici şi autorităţile din România, în unităţi care să fie integrate ulterior fie în armata română, fie în armatele aliaţilor pentru a lupta împotriva Puterilor Centrale. Aşa s-au născut Corpurile de Voluntari din Rusia şi cele două Legiuni Române din Franţa şi Italia, la care se adaugă proiectul de constituire a unei Legiuni române în Statele Unite ale Americii .<br />
Pe lângă prizonierat, unii soldați au ales să dezerteze – au rămas cunoscuţi în acest sens prin intermediul memoriilor pe care ni le-au lăsat: ofiţerii Casian Munteanu, Octavian Codru Tăslăuanu, Iosif Jumanca, Petre Ugliş, alături de mulţi alţii. Ultimul dintre ei, locotenentul bănăţean Ugliş, cel care a jucat un rol important în organizarea Legiunii române din Italia, a dezertat în decembrie 1917 împreună cu soldații aflați în subordinea lui, un detașament de 82 de români. În fapt, cel mai important eveniment care a declanșat apoi formarea Legiunii Române în Italia, <strong>a fost desfășurarea la Campidoglio din Roma a Congresului naționalităților asuprite (“Congresso delle Nazionalità Oppresse nella monarchia austro-ungarica) din 27 martie – 10 aprilie 1918</strong>, la care au participat și delegați români: Dumitru Drăghicescu, Nicolae Lupu, Benedetto De Luca, Simion Mândrescu și Gheorghe Mironescu, care au obținut din partea Ministerului de război italian, posibilitatea formării unor unități militare autonome naționale, oferind soldaților același statut juridic de aliați. Prezența în grupul românilor a lui Benedetto De Luca, se datora activității sale culturale italo-române susținute de ani de zile, fiind unul dintre promotorii comitatului Dante Aligheri din București. La finalul congresului, reprezentanții au convenit în unanimitate și asupra afirmării propriilor deziderate, între care constituirea de entități statale, independența politică și economică dar mai ales necesitatea unei lupte comune împotriva asupritorilor întrucât fiecare popor să ajungă la libertate și unitatea națională .</p>
<p>Un rol important alături de Simion Mândrescu și Gheorghe Mironescu l-au avut la acel moment și miniștrii delegaţi în Italia, Dimitrie Ghika şi Alexandru Emanuel Lahovary, care au intervenit pe lângă primul ministru italian Vittorio Emanuele Orlando şi pe lângă Ministerul de Interne al Italiei, pentru a fi sprijiniți în demersul de organizare a Legiunii Române. În luna aprilie a anului 1918, un grup de militari, ofițeri, din armata austro-ungarică de naționalitate română, aflați prizonieri de război în lagărul de la Cassino, a trimis un apel la reprezentanții congresului, cerând ca și Italia, așa cum făcuseră Franța și Rusia să permită prizonierilor de război de origine română să întoarcă armele și să lupte alături de Antanta. Ca urmare a acestui apel, Gheorghe Mironescu se adresă Comisiei italiene pentru prizonierii de război, pentru a avea informații despre prizonierii români din Italia, al căror număr se ridica la 18. 000 la acel moment.</p>
<p>De precizat că președintele Consiliului, Vittorio Emanuele Orlando a intervenit personal la acest congres, după ce a susținut un discurs în care sprijinea aspirațiile naționalităților asuprite, garantând suportul guvernului italian în acest sens. Două erau motivele care au stat la baza acestei decizii: primul care avea un caracter pur militar de ajutor, legat de un posibil atac din partea armatei austro-ungare, iar al doilea era de natură propagandistică și dorea să creeze noi rupturi între naționalitățile din armata dușmană. A contribuit la acest lucru și constituirea unei serii de comitete italo-române, formate în numele unei lupte comune contra opresiunii austro-ungare și al latinității care definește cele două popoare . Astfel, în primăvara anului 1918 guvernul italian a început să sprijine ideea de constituire a unor unități militare de prizonieri de război proveniți din rândul naționalităților aflate sub imperiul Austro-Ungar. Este momentul în care numeroase inițiative de susținere a poporului român s-au născut din partea opiniei publice italiene, a unor ziare de diferite orientări naționale, ex. Il Popolo d’Italia», «L’Idea Nazionale» e «Il Giornale d’Italia».<br />
Pentru constituirea unei unități militare ofiţerilor români prizonieri le-a fost repartizată o clădire în orașul Cittaducale, provincia Rieti, regiunea Lazio. Aici, pe 24 aprilie 1918, ei s-au organizat într-un Corp ofițeresc condus de locotenentul Zaharie Babeu, ajutat de Petre Ugliş şi Cornel Cinghiţă. În urma audienței pe care Simion C. Mândrescu a obținut-o la primul ministru V. E. Orlando, acesta a dat dispoziţie ca ofiţerii ardeleni, prizonieri în lagărele Cittaducale, Avezano şi Pietralata, să se constituie într-o legiune de voluntari români. Entuziasmul românilor era foarte mare scrie Mândrescu: “Ei așteaptă cu nerăbdare să poată lupta în rândul glorioasei armate italiene contra dușmanului comun, întrucât preferă să moară în luptă, decât să se reîntoarcă sub jugul austr-ungar”.</p>
<p><strong>Pe 6 iunie 1918, în lagărul de la Cittaducale cu ajutorul militarilor români și italieni a fost înfiinţat ‘’Comitetul de acţiune al românilor din Transilvania, Banat şi Bucovina’’(Comitato d’Azione dei Romeni di Transilvania, Banato e Bucovina).</strong> Acesta era compus din 16 membri şi avea sediul la Roma. Imediat după constituire, Simion Mândrescu a adresat o scrisoare regelui Ferdinand în care îi solicita să acționeze pentru ‘’eliberarea părinţilor, fraţilor şi fiilor noştri care îndură jugul tiraniei austro-ungare’’, arătând în continuare că România nu poate exista fără Transilvania şi de aceea proclamarea unirii acestei provincii cu patria mamă este indispensabilă”. Comitetul de acțiune avea ca obiectiv reunirea într-un bloc comun a românilor aflați în imperiul Austro-Ungar și care se găseau acum pe teritoriile țărilor aliate României, de a se organiza în legiuni și a face cunoscută tuturor realizarea unității naționale. Mai făceau parte din comitet: Valeriu Pop (vicepreședinte) și Claudiu Isopescu. Comitetul avea delegați la Paris, Londra și Wasihgton. Guvernele aliate, în primul rând cel italian, trebuia să recunoască autoritatea acestui comitet care avea dreptul să reprezinte pe cei 18 000 de români aflați pe teritoriul italian. Anumite neînțelegeri ivite între comitetul activ din Italia condus de profesorul Mândrescu și cel din Franța condus de Traian Vuia au încetinit organizarea Legiunii.</p>
<p><strong>Deja în luna iunie 1918, în urma aprobării autorităților italiene, peste 1. 100 de voluntari români,</strong> fără a forma subunități distincte, au plecat pe frontul italo-austro-ungar, fiind repartizați în cadrul trupelor speciale de asalt “Arditi “ ale Armatei 8 Italiene. Între timp în provincia Aquila, în orașul Avezzano s-a constituit o tabără a prizonierilor de război destinată să primească până la 15 000 de soldați, plus alții o mie, ofițeri sau cu alte grade superioare, care trebuiau să supravegheze tabăra. Necesitatea unor lucrări agricole dar și reconstruirea unor clădiri distruse de cutremurul din 13 ianuarie 1915, erau motivele înființării acestei tabere. Prizonierii de aici aparțineau principalelor naționalități din imperiul austro-ungar între care și români. În urma demersurilor făcute de către Comitetul de Acţiune, la 18 iulie 1918, Ministerul de Război al Italiei, a dat dispoziţii Comisiei prizonierilor de război, precizându-se că ofițerii care au făcut cereri de înrolare în armata italiană vor fi declarați imediat liberi, vor fi îmbrăcați în uniforme italiene cu insignele Legiunii Românei, tricolorul românesc orizontal si vor fi trimiși în nordul Italiei. În lagărele de la Cavarzere, Cittaducale şi Avezzano s-a început organizarea unităților româneşti. Între timp mii de soldați români prizonieri aflați în diferite orașe ale Italiei desfășurau activități voluntare în construcții. Pe 28 iulie 1918 la Ponte di Brenta, lângă Padova are loc o impresionantă sărbătoare dedicată formării în Italia a primei unități militare românești, conduse de locotenentul Emilian Piso, în prezența generalului Armando Diaz. In aceeaşi zi acestei unități i s-a înmânat drapelul de luptă tricolor, în sunetul fanfarei italiene care cânta: “Deşteaptă-te române!“.</p>
<p><strong>La 15 octombrie I918, guvernul italian, prin implicarea directă a ministrului Vittorio Zupelli, a dat publicității în mod oficial Decretului de constituire a Legiunii Române, cu sediul la Avezzano</strong>, care urma să ia parte la operațiile militare alături de armata italiană. Comandant al Legiunii Voluntarilor Români a fost numit generalul de brigadă italian, Luciano Ferigo, fost atașat militar în cadrul Ambasadei Italiei în România în anii 1916-1917. Legiunea urma să fie constituită din mai multe batalioane, să fie subordonată direct Ministerului de Război Italian, iar voluntarii să fie echipaţi cu uniforma armatei italiene, având ca semne distinctive, insigna şi cocarda cu tricolorul românesc. La 24 octombrie 1918, primul detaşament român a intrat în frontul de luptă. În data de 18 octombrie 1918, profesorul Mândrescu, în numele Comitetului de acțiune al românilor din Transilvania, Banat și Bucovina, a lansat un apel la toți prizonierii români pentru a intra în cadrul Legiunii, chemându-i la luptă pentru cauza națională. O parte a soldaților și ofițerilor români era implicată în acțiuni de propagandă pentru atragerea de partea Legiunii a militarilor.<br />
În limbajul de propagandă și înrolarea în cadrul Legiunii, în prim plan se afla recursul la rădăcinile latine ale popoarelor român și italian, la legăturile firești în decursul istoriei și lupta comună în fața asupririi din partea Imperiului austro-ungar . Astfel, se constituie Regimentul Horea, apoi regimentele Cloșca și Crișan. Legionarii români puteau purta aceleași divize ca și soldații italieni, având tricolorul românesc. Comitetul a fãcut încorporări ca să completeze regimentele, iar femeile diplomaților români din Roma au confecționat drapelele de luptă ale celor trei regimente. Un moment emoționant este sfințirea acestor drapele de către părintele Vasile Lucaciu și rugăciunea pentru toți militarii, care la plecarea pe frontul italian au depus jurământ față de regele Emanuel al III- lea, dar și fațã de Regele Ferdinand și Consiliul Dirigent. Se estimează că în total au fost 830 soldați și 13 ofițeri români care au luat parte la ultimele bătălii, între care și cea de la Vittorio Veneto. După semnarea armistițiului din 4 noiembrie 1918, voluntarii români, împreună cu cehii, slovacii, polonezii, au fost înlocuiți de soldații italieni și retrași din zona operațiunilor militare. Se consideră că jumătate din prizonierii austro-ungari de naționalitate română care se găseau în Italia au cerut să facă parte din Legiunea română. Pe 5 noiembrie, voluntarii români au fost trimiși la Albano Laziale apoi transferați la Avezzano, Casale di Altamura, Nemi, Genzano, Rocca di Papa, Marino și Pietralata. Rãzboiul s-a terminat în Italia la 4 noiembrie, iar în Franța la 11 noiembrie 1918. Jurnalele de pe frontul italian ale prizonierilor ardeleni, Ionel Rișca, Ștefan Bitnei, Romul Cãrpinișan, Onoriu Suciu, Ștefan Merlaș, Gheorghe Fodoreanu, Elie Bufnea și Petre Ugliș aflate în patrimoniul Muzeului Național al Unirii din Alba Iulia, vorbesc despre importanța extraordinarã a acestei structuri militare, cu 18 000 de combatanți. Toate meritele pentru colectarea și păstrarea acelor jurnale de front, în colecțiile de documente adevărate comori cu informații ale națiunii române, revin generalului de corp de armată Dãnilã Pop și bibliotecarului Muzeului Unirii, Ion Berciu din perioada 18 august 1938-30 august 1940 .<br />
*<br />
Activitatea pentru completarea Legiunii Voluntarilor Români din Italia a continuat şi după încetarea ostilităților. Regimentele care s-au constituit apoi, echipate şi dotate cu material italian, au fost transportate în România în mod organizat. Reg. l “Horia “a plecat din Italia la 2 februarie 1919 şi a sosit la Constanța, peste 7 zile, apoi, a fost pus la dispoziția Consiliului Dirigent al Transilvaniei şi s-a stabilit în garnizoana Deva. RegimentuI avea în dotare câte două mitraliere grele de fiecare companie şi câte patru aruncătoare de mine de fiecare batalion. In cursul primăverii şi verii anului 1919, au revenit în țară şi celelalte regimente cu misiunea de a lupta pentru consolidarea Marii Unirii de la l decembrie de la Alba Iulia. Potrivit Oficiului Naţional pentru Cultul Eroilor (ONCE), instituție publică din subordinea Ministerului Apărării Naţionale de la Bucureşti, militarii români înhumați pe teritoriul Italiei provin din rândul eroilor căzuți în Primul Război Mondial. Numărul celor decedați este de 1.189, iar principalele localităţi în care sunt înhumați eroii români în Italia sunt următoarele: Casale D’Altamura (165 morţi), Trento (109), Avezano (137), Bolzano (54), Udine (56), Piedimelze (69), Totoli (47), Milano (18), alte localităţi (434).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bibliografie:<br />
Vasile Dudaş, Voluntarii Marii Uniri, Ed. Augusta, Timişoara, 1996.<br />
Ioan I. Şerban, Istoricul Legiunii române din Italia (1918-1919) în „Apulum”, XVIII, Alba Iulia, 1980, pp. 495-528.<br />
Petre Ugliş Delapecica, Jurnal de război din anii 1914-1919, ediţie îngrijită de Ioana Rustoiu, Smaranda Cutean, Marius Cristea, Tudor Roşu, Ed. Altip, Alba Iulia, 2015.<br />
Sursa fotografiilor: https://ro.wikipedia.org/wiki/Legiunea_Voluntarilor_Români_din_Italia</p>
<p>Articol publicat în volumul <strong>Repere de istorie și cultură românească în Italia în anul Centenarului României Mari</strong>, ed. Rediviva, Milano, 2020 publicație îngrijită de Violeta Popescu</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>﻿Il Metropolita Visarion Puiu (1879-1964)</title>
		<link>https://culturaromena.it/%ef%bb%bfil-metropolita-visarion-puiu-1879-1964-%ef%bb%bf140-anni-dalla-sua-nascita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Mar 2019 10:12:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Violeta POPESCU Il metropolita Visarion Puiu è una delle figure più importanti della Storia della Chiesa Ortodossa Romena, una personalità “recuperata” dal popolo romeno dopo la caduta del regime comunista. Il suo nome era proibito da pronunciare durante la dittatura, come proibito veniva qualsiasi riferimento fatto alla sua proficua attività missionaria come vescovo e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Violeta POPESCU</p>



<p><em>Il metropolita Visarion Puiu è una delle figure più importanti della Storia della Chiesa Ortodossa Romena, una personalità “recuperata” dal popolo romeno dopo la caduta del regime comunista. Il suo nome era proibito da pronunciare durante la dittatura, come proibito veniva qualsiasi riferimento fatto alla sua proficua attività missionaria come vescovo e metropolita, nel periodo che va dopo la Grande Unione fino all&#8217;instaurazione del regime comunista nel 1945. Personalità di vasta cultura teologica e laica, dotato di una rara energia, con la sua prodigiosa e umile attività, il Metropolita Visarion ha lasciato una indelebile impronta nelle anime di molte generazioni. Vescovo e teologo di rilievo, il suo nome rimane come punto di riferimento per via della fondazione della prima Diocesi Ortodossa Romena all’estero. Il metropolita Visarion Puiu è stato l’unico gerarca della Chiesa Ortodossa Romena condannato a morte in contumacia (1946) e scomunicato durante il regime comunista (1950). Nel contesto che tratta la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60, le autorità comuniste hanno avviato i tentativi di riportare nel Paese il metropolita Visarion Puiu, già anziano e malato, stabilito in Francia, che nonostante le sentenze del regime comunista, almeno come intenzione, desiderava ritornare nel Paese.</em></p>



<p><em>Mi
soffermerò brevemente sui vari aspetti che tratta la sua preparazione, l’attività
come vescovo e metropolita in Romania, e in particolare il suo periodo di esilio,
una partenza senza ritorno, e i suoi considerabili sforzi di mantenere viva la
fede tra i romeni trovati fuori dal Paese, in un contesto molto complesso e
delicato. </em></p>



<p><strong>Il suo
operato come vescovo e metropolita</strong></p>



<p>Nato nell’anno 1879, il 27 febbraio, nella
città di Pașcani, il futuro metropolita ha frequentato il Seminario nelle città
di Roman e Iași, poi ha conseguito la laurea in Teologia a Bucarest. Entrato
nell’ordine dei monaci nel 1905, è stato immediatamente ordinato diacono e
mandato all’Accademia Teologica di Kiev. Tornato nel Paese dopo due anni, fu
ordinato prete nella Cattedrale vescovile della città di Galați e poi elevato
al rango di archimandrita. Nel periodo 1909-1918, ha ricoperto l’incarico di
Direttore del Seminario di Galați<a href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>.
Fu trasferito in seguito, con la stessa funzione, al Seminario di Chișinău<a href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>.
Instancabile nella sua opera, Visarion fonda e sostiene moltissime attività
culturali, benefiche e formative. Viene elevato al rango di prelato nel 1921,
poi eletto vescovo di Argeș dove rimane fino nel 1923. Per il periodo 1923-1935
Visarion Puiu è stato vescovo presso la diocesi ortodossa di Hotin, periodo
molto proficuo che gli ha permesso di dedicarsi all’organizzazione della
diocesi. Con la sua benedizione e sotto la sua direzione, sono state costruite
la Cattedrale, la residenza della Diocesi, e altri edifici ausiliari, necessari
al buono sviluppo dei lavori nella nuova Diocesi di Bălți<a href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a>.
Essendo un buon conoscitore della lingua russa, nel 1942, il Metropolita
Visarion è stato nominato Metropolita di Transnistria con sede nella città di
Odessa<a href="#_ftn4"><sup>[4]</sup></a>.
Il periodo dell’amministrazione romena ha significato per il territorio una
ricca attività culturale e religiosa, un vero risveglio della vita religiosa
dei romeni, nel contesto in cui tante chiese ortodosse venivano chiuse dai
comunisti. Come metropolita è riuscito a svolgere un’importante attività
religiosa e culturale. Nel 1942, riesce a fondare due seminari teologici, uno a
Odessa, in lingua russa, e l’altro a Dubăsari, in lingua romena. Lì ha svolto
un’intensa attività per la ristrutturazione amministrativa della Chiesa
sostenendo un lavoro senza precedenti nel campo sociale e culturale per
combattere l’ateismo comunista. Quest’attività porterà alla sua condanna a
morte nel 1946, da parte del Tribunale del Popolo. Sotto la sua direzione, sono
stati mandati in Transnistria centinaia di preti da tutto il Paese e
soprattutto dalla Bessarabia, sono state riaperte decine di chiese, sono stati
ordinati o riportati nelle parrocchie i preti del luogo, è stata riorganizzata
la vita monastica, sono stati stampati libri di preghiere e vari opuscoli per i
credenti del posto<a href="#_ftn5"><sup>[5]</sup></a>.</p>



<p>Come rappresentante del patriarca Nicodim
Munteanu, il 15 agosto 1944, Visarion Puiù ha partecipato all’ordinazione di un
vescovo ortodosso croato in Zagabria. Praticamente la sua presenza in occasione
dell’ordinazione del vescovo Spiridon Mifka, gli ha salvato la vita. Intuendo
le ripercussioni degli ultimi avvenimenti politici sulla Chiesa, non è più
tornato in Romania. È cominciato un lungo e sofferto esilio, non privo di
soddisfazioni e dolori, per il solerte Metropolita. La maggior parte dei
documenti riguardanti la vita del metropolita Visarion Puiu si trovano nella Biblioteca
romena di Friburgo<a href="#_ftn6"><sup>[6]</sup></a>,
dove esiste anche una collezione Visarion Puiu – che raccoglie libri, icone e
l’archivio personale del metropolita. </p>



<p><strong>L’esilio senza strada di ritorno&#8230;</strong></p>



<p>All’entrata delle truppe sovietiche in
Romania, nell’agosto del 1944, Visarion Puiu si trovava come abbiamo già visto,
a Vienna, sulla via di ritorno da una missione in Croazia. È stato il momento
in cui il metropolita Visarion Puiu si accorge della tragedia del Paese e
decide di non tornare più, consapevole del fatto che si trovava nel pericolo di
essere arrestato. &nbsp;Appena stabilito in
Occidente, le autorità comuniste insediate a Bucarest hanno cominciato a
minacciare il metropolita e a inseguirlo attraverso la polizia segreta – la <em>Securitate</em>.
Subito dopo l’instaurazione del regime pro comunista dott. Petru Groza, le
nuove autorità hanno avviato un’inchiesta per accusare tutti coloro che avevano
collaborato con il vecchio regime, colpevoli del “disastro del Paese”, tra cui
anche il metropolita Visarion Puiu. L’atto di accusa viene rilasciato il 9
febbraio 1946 per un gruppo di 302 persone accusate di aver “distrutto il
Paese”. Era l’inizio del terrore e della repressione. Visarion Puiu sarà
deposto dal suo incarico ecclesiastico, essendo considerato al servizio del
Vaticano e desiderando liberare la Chiesa Ortodossa Romena dai legami con la
Chiesa russa<a href="#_ftn7"><sup>[7]</sup></a>.
Le autorità di Bucarest provarono, senza successo, a ottenere la sua
estradizione. Ogni sua discolpa fu respinta dal regime. Le comunità ortodosse
romene dell’Europa libera lo riconobbero addirittura come il loro supremo
gerarca, per i suoi tentativi di realizzare l’unità dell’esilio romeno.<a href="#_ftn8"><sup>[8]</sup></a></p>



<p>Fino a maggio 1945 rimarrà quindi nel lager
da Kitzbühel in Austria. Con l’aiuto delle armate francesi attraversa il
confine in Italia, accompagnato dagli ufficiali militari inglesi e italiani. Un
dettaglio molto importante che emerge a riguardo della permanenza del
metropolita Visarion Puiu è la risposta dello stato italiano in seguito alla
richiesta di estradizione dello stato romeno nel 1947, avviata dal Ministero
degli Affari Esteri: lo stato italiano non considera che il metropolita sia un
criminale di guerra poiché egli non fa parte dell’elenco dei criminali di
guerra da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite<a href="#_ftn9"><sup>[9]</sup></a>.
Dopo il periodo trascorso in Austria, il metropolita Puiu arriva in Italia,
dove fece una visita di protocollo a Papa Pio XII e al Cardinale Tisserant,
Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali del Vaticano, i quali gli
suggeriscono l’ospitalità a Maguzzano. Qui è ricevuto con tutto l’affetto e il
rispetto che si conviene a una simile persona. Il metropolita partecipava con
molto interesse alla vita comunitaria e al programma di preghiera e di lavoro.</p>



<p>Inizia così il suo lungo periodo di esule, prima in
Italia dal 1945 al 1947 (nelle abbazie di Praglia, Maguzzano e Pontida), in
Svizzera dal 1947 al 1949 (Sonvico-Lugano), in Francia dal 1949 alla morte nel
1964 (Parigi, Theodule, Draguignan, Cannes, Viles-Maison). Nel Pase la<em>
Securitate </em>aveva sparso la voce che il metropolita fosse scomparso, oppure
fosse è morto. L’esilio è il periodo più difficile, più provato del metropolita
Visarion Puiu che chiuderà con la sua fine nell’agosto 1964. </p>



<p><strong>Amicizia nella fede: il metropolita Visarion Puiu e Don
Calabria </strong></p>



<p>Dei vent’anni trascorsi lontano del suo
Paese, il periodo passato in Italia al monastero di Maguzzano (1945-1947)
costituisce un’esperienza ricca e particolare, essendo accolto con grande
calore, anni segnati dall’incontro con Don Giovani Calabria.<a href="#_ftn10"><sup>[10]</sup></a>
L’attaccamento spirituale tra i due è stato molto forte. Il loro spirito è vivo
anche oggi, vicino alla tomba di <em>don Calabria</em>, esiste un <em>Bassorilievo
che </em>raffigura il Metropolita <em>Visarion </em>e un vescovo anglicano, a cui
si aggiunge la fondazione di una sala in un museo all’interno del monastero,
inaugurata nel 2009, con la presenza di una delegazione romena
dell’Associazione “Visarion Puiu”. Quindi, una prima tappa dell’esilio del
metropolita Visarion Puiu molto importante per il suo percorso è rappresentata
dalla sua presenza per quasi due anni al monastero di Maguzzano, come ospite di
don Giovani Calabria. Spesso don Calabria andava a trovarlo e fra i due nacque
una stretta amicizia fondata su un ecumenismo spirituale molto grande. Quando
il metropolita decise di spostarsi in Svizzera, e poi in Francia, l’amicizia
continuò “con una fitta corrispondenza epistolare”.<a href="#_ftn11"><sup>[11]</sup></a>
A Maguzzano ha l’occasione di incontrare e di conversare con diverse persone
che frequentano l’abbazia. Confessa che ha preferito rimanere nel monastero di
Maguzzano, grazie alla Provvidenza, anche se gli sono state fatte offerte
dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. Nella festa del Sacro Cuore di Gesù, il
13 giugno 1947, dopo alcuni giorni di preparativi per procurarsi i documenti
necessari, il metropolita Visarion lascia fisicamente Maguzzano, rimanendo però
collegato spiritualmente con il monastero. Le ultime righe del Diario della
comunità, che si riferiscono alla permanenza del metropolita, sono
particolarmente toccanti: <em>Egli lascia un grande vuoto, tuttavia ci
ricorderemo di questo illustre Ospite; che la Provvidenza lo accompagni nella
sua nuova destinazione, alleviandone il dolore di essere lontano dalla Romania
e della sua Chiesa.</em><a href="#_ftn12"><sup>[12]</sup></a></p>



<p>Dopo Maguzzano segue il suo rifugio in
Svizzera, a Lugano, più precisamente a Sonvico, dove soggiorna preso una casa
di riposo (che oggi non esiste più). Da Lugano il 14 giugno 1947, scrive a don
Calabria: “<em>Sono felice di aver avuto
l’occasione di conoscerla e di aver visto le Case fondate da lei e di aver
costatato lo zelo che mostrate per realizzare l’unità di tutte le chiese.
Adesso, partendo da questo luogo, le esprimo i miei più vivi ringraziamenti per
la bontà che mi ha sempre dimostrato e per l’ospitalità che ho trovato in
questo istituto </em>(…)”. Dalle ultime lettere si capisce che le autorità dello
Stato romeno s’interessavano della sorte del metropolita dato che intendevano
riportarlo nel Paese. In data 14 ottobre 1947, da Lugano, scrive di nuovo a don
Calabria: “Sono in pericolo di essere rimandato a casa, per desiderio del
Governo attuale del mio paese. La prego di insistere presso il Cuore di Gesù
nelle sue zelanti e ferventi preghiere. Con tutto l’affetto di fratello in
Cristo. Metropolita Visarion<a href="#_ftn13"><sup>[13]</sup></a>.
La reciprocità epistolare era perfetta. Don Calabria lo incoraggiava
assicurandolo del suo affetto e delle sue preghiere<em>. </em>Nella lettera dell’1°
gennaio 1949, il metropolita gli scrive<em>: “Grazie per la lettera che mi ha
mandato che mi ha procurato consolazione e gioia spirituale. Rimaniamo uniti in
questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, 18-25 gennaio, con il
desiderio che questo ideale si realizzi presto”.</em><a href="#_ftn14"><sup>[14]</sup></a></p>



<p><strong>Verso
la fondazione della Diocesi Ortodossa romena in Occidente 1945</strong></p>



<p>L’unità religiosa della diaspora romena è stato uno degli
obiettivi principali nell’attività del metropolita Visarion Puiu, rimasto in
esilio dopo l’anno 1945. Dall’inizio del suo esilio il metropolita Visarion
Puiu si è considerato l’unico membro del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa
Romena all’estero e quindi responsabile per i sacerdoti e i fedeli romeni
stabiliti nei paesi occidentali. Si è accorto nello stesso tempo del fatto che
il Santo Sinodo della Chiesa Romena era il prigioniero di un regime ateo,
convinzione espressa nella Gramata del 26 dicembre 1954 in occasione della
consacrazione come vescovo di Teofil Ionescu: <em>Nell’attesa della liberazione
del popolo romeno e della Chiesa Orodossa Romena dal dominio e dalla
repressione a coloro senza Dio.</em><a href="#_ftn15"><sup>[15]</sup></a>
Il metropolita Visarion Puiu ha avuto dei piani concreti per organizzare la
vita ecclesiastica dei romeni ortodossi all’estero in una Metropolia guidata da
un sinodo metropolitano autonomo. Questi piani sono stati comunicati in parte
al Santo Sinodo ma non è riuscito a metterli in pratica per colpa di alcune
rivalità tra gruppi di romeni in diaspora oppure per colpa dei malintesi che
altre Chiese Ortodosse hanno manifestato nei confronti dell’organizzazione
spirituale dei romeni ortodossi.<a href="#_ftn16"><sup>[16]</sup></a>
</p>



<p>Il primo passo fatto nell’organizzazione ecclesiale dei
romeni all’estero è stato nel 1945 quando viene fondata in Germania la <em>Diocesi
dei Romeni dell’Europa dell’Ovest</em>, diventata nel 1<em>949 Diocesi dei Romeni
all’estero con la sede a Parig</em>i. Sul timbro della Diocesi sta scritto:
DIOCESI DEI ROMENI ALL’ESTERO 1945<a href="#_ftn17"><sup>[17]</sup></a>.
Presso la Biblioteca Romena di Freiburg si trova un documento intestato nel
1945, in tedesco e romeno, con la titolatura <em>La Diocesi Ortodossa romena per
la Germania e l’Austri</em>a. Il documento numero due contiene l’informazione
della fondazione di tale diocesi già dalla metà dell’ottobre 1944 con l’accordo
del patriarca Nicodim Munteanu. &nbsp;Dopo il
periodo trascorso in Italia a Maguzzano poi a Sonvico in Svizzera (1947-1949),
il metropolita Visarion Puiu risponde alle sollecitazioni della comunità romena
di Parigi di continuare la sua attività missionaria per unire i romeni nell’esilio.
Così nasce nel 1949 dopo il suo primo tentativo in Germania, una <em>Diocesi dei
Romeni all’estero</em>. A Parigi il metropolita riesce a organizzare nel 1949 la
Diocesi Ortodossa Romena per l’Europa Occidentale. Oltre ai romeni stabiliti in
Francia, nella diocesi erano riunite le parrocchie romene dalla Germania,
Svezia, Belgio, Inghilterra e Canada.<a href="#_ftn18"><sup>[18]</sup></a>
</p>



<p>Poiché la chiesa romena di Parigi costituiva la proprietà
dello stato romeno, il Governo comunista di Bucarest voleva ottenere di nuovo
il controllo. Le azioni e la pressione ripetute hanno generato i dissensi tra
la comunità romena di Parigi e la Chiesa romena, diventata simbolo della
resistenza nel contesto in cui gli addetti dell’Ambasciata romena manifestavano
l’intento di controllare la vita religiosa della comunità.<a href="#_ftn19"><sup>[19]</sup></a></p>



<p>Sul sigillo apposto sopra il documento, si
legge: “La Diocesi dei romeni all’estero 1945” e l’anno 1954 viene considerato
“il decimo del nostro ministero”. Se consideriamo questi fatti, l’attività del
Metropolita Visarion a Parigi – dal suo punto di vista – appare come una
naturale continuazione di quello che era stato iniziato a Vienna.<a href="#_ftn20"><sup>[20]</sup></a>
La diocesi ortodossa romena in Occidente era sotto la giurisdizione della
Chiesa Ortodossa Russa all’estero. Dal 1949 al 1958, il metropolita Visarion
Puiu ha diretto l’Arcivescovato Ortodosso Romeno per l’Europa Centrale e
Occidentale con sede a Parigi. Oltre ai romeni stabiliti in Francia, ne
facevano parte anche altre parrocchie ortodosse romene della Germania, Svezia,
Belgio e Canada. Il 26 dicembre 1954, nella chiesa russa “San Nicola” di
Versailles, il Metropolita Visarion, assistito dall’Arcivescovo di Bruxelles e
da Nathanael di Cartagine e di Tunisia, membri del Sinodo russo in esilio,
ordina come vescovo vicario di questa diocesi l’archimandrita Teofil Ionescu,
consacrato con il titolo di “Vescovo di Serves”. Nel giugno 1958, il
Metropolita Visarion si ritira dall’attività ecclesiastica e passa la guida
della Diocesi al Vescovo Teofil Ionescu.<a href="#_ftn21"><sup>[21]</sup></a>
È importante menzionare in questo contesto il fatto che il Sinodo della Chiesa
Ortodossa Romena non ha mai messo in discussione la validità della
consacrazione come vescovo di Teofil Ionescu da parte di Visarion Puiu, anche
se questo era stato ridotto allo stato laico nel 1950 secondo la condanna ricevuta
dal governo comunista romeno. Questa riduzione allo stato laico, al di là del
documento adottato dal Sinodo sotto la pressione del momento, non si è mai
realizzata, essendo considerata sin dall’inizio nulla dai gerarchi rimasti nel
paese.<a href="#_ftn22"><sup>[22]</sup></a></p>



<p>Il Metropolita Visarion ha avuto dei piani
concreti per organizzare la Chiesa dei romeni ortodossi nella diaspora in una
Metropolia diretta da un Sinodo Metropolitano autonomo. Questi piani non sono
mai stati realizzati a causa delle rivalità di alcuni gruppi di romeni
stabiliti all’estero e delle incomprensioni manifestate da alcune Chiese
ortodosse circa l’organizzazione spirituale dei romeni ortodossi. Il 15
novembre 1954, il metropolita Visarion Puiu lancia un Appello indirizzato
questa volta al clero e ai rappresentanti dell’esilio romeno dell’America e
Canada per riunirsi. “Veniamo e vi chiediamo di conciliarvi e riunirvi in un
Congresso nell’intento di organizzare un Sinodo autonomo, necessario a tutti i
romeni che si trovano nella diaspora (America, Canada e in tutto i luoghi dove
vivono romeni), fino al momento della liberazione del nostro Paese e il
riconoscimento ecclesiale da parte del Santo Sinodo, che dovrà essere
canonicamente a Bucarest”.<a href="#_ftn23"><sup>[23]</sup></a></p>



<p>Il Metropolita Visarion Puiu ha cercato di
realizzare l’unità dell’esilio romeno intorno alla Chiesa. Per l’Europa, ha
seguito la fondazione di tre sotto-Diocesi: in Francia e Italia, Germania e
Austria, Inghilterra. Ha sostenuto anche l’organizzazione ecclesiale dei romeni
stabiliti in America, appoggiando il vescovo Teofil Ionescu nel suo piano di
andare in Canada e fare la stessa cosa per i romeni. <em>Vada in Canada – </em>scrive
in una lettera indirizzata al vescovo Teofil <em>– e organizzi dal punto di vita
ecclesiale i romeni stabiliti lì (…) Se la situazione andrà bene, e Lei non
vorrà rimanere in Canada, prepari l’arrivo dell’archimandrita Victorin da
Gerusalemme. Se non è possibile fare queste cose per i fedeli del Canada, che
tra l’altro sarebbe molto soddisfacente per quelli che non sono cristiani, se
ne andra via, secondo il versetto dell’evangelista Marco, VI, 11 “scotendoti la
polvere dai piedi” per compiere il suo apostolato in altre terre, con romeni
poveri ai quali manca un’organizzazione ecclesiastica propria.</em><a href="#_ftn24"><sup>[24]</sup></a></p>



<p>Consapevole del ruolo importante
dell’organizzazione ecclesiale, il metropolita manda delle lettere a preti
ortodossi in Germania, Francia, Canada, America offrendo i suoi consigli e la
sua esperienza come fondatore della diocesi di Bessarabia, oppure Maramureș,
incoraggiando tutti a lottare per l’unità dei romeni attorno alla Chiesa.</p>



<p>L’attività svolta dal metropolita Visarion
Puiu fino alla sua partenza, nel 1944, lo definisce come un degno
rappresentante della Chiesa Ortodossa Romena e combattente per l’unità
cristiana nel mondo. La problematica dell’unità cristiana l’aveva affrontata
ancora durante gli studi quando ha intitolato la sua tesi: “Cristianesimo e
nazionalità”. Il contatto con l’Occidente, soprattutto il periodo in cui ha
abitato presso il monastero cattolico di Maguzzano, egli ha fornito la
possibilità di conoscere le iniziative per l’unità dei cristiani. Tra i suoi
studi dedicati all’argomento unità cristiana vale ricordare le lettere inviate
ai patriarchi di Gerusalemme, di Mosca e di Costantinopoli. In ogni occasione
desiderava affermare che “tra i grandi problemi del mondo, la pace non potrebbe
essere mantenuta senza il coinvolgimento delle chiese cristiane e l’armonia fra
loro.”<a href="#_ftn25"><sup>[25]</sup></a>
</p>



<p>Nel giugno 1958, a causa della vecchiaia e di
alcuni intrighi, isolato dalla comunità romena, a quanto sembra non estranea
alla cerchia politica comunista, il Metropolita Visarion si ritira dalla vita
attiva della chiesa e lascia alla cattedra della Diocesi il vescovo Teofil
Ionescu.</p>



<p>Questo si è preso cura della vita spirituale
dei romeni, ha ordinato sacerdoti, ha pubblicato un bollettino parrocchiale, ha
organizzato pellegrinaggi e ha partecipato attivamente a vari incontri
ecumenici. Tuttavia, il vescovo Teofilo nel contesto molto travagliato non è
riuscito a unire spiritualmente la diaspora romena, che è rimasta divisa per un
periodo di tempo tra varie giurisdizioni ecclesiastiche (il Patriarcato
Ecumenico, la Chiesa Ortodossa Romena, o il Sinodo dei russi bianchi della
diaspora).</p>



<p><strong>Gli
ultimi anni di vita in Francia</strong></p>



<p>Gli ultimi anni di vita del metropolita Visarion Puiu sono stati segnati da
tanti disagi e sofferenze che hanno influenzato il suo stato di salute. Il
pensiero di tornare in Patria l’ha accompagnato sempre, desiderando essere
sepolto accanto ai suoi genitori. A prima vista, sembra che il metropolita abbia
voluto ritornare nel Paese, ma solo a condizioni che lui ripeteva sempre
durante gli incontri con i rappresentanti della missione diplomatica romena a
Parigi. D’altronde anche il governo comunista, attraverso la missione
diplomatica di Parigi ha fatto diversi tentativi per determinare il metropolita
a tornare in patria, con lo scopo di migliorare l’immagine del governo a
Bucarest. Nel contesto internazionale di relativa apertura, avvenuta nel 1955,
lo Stato romeno ha iniziato a cambiare le condanne definitive, i processi
giudiziari in corso, e le restrizioni amministrative di carattere politico
imposte alle persone che hanno dimostrato la voglia di “riconsiderare il
proprio atteggiamento verso il regime”, e che avevano “qualità professionali di
eccezione” oppure erano “anziani e gravemente malati”, in grado di suscitare la
“compassione dei cittadini”. È stata presa in calcolo la “necessità di
riconsiderare la situazione dei condannati politici con sentenze definitive” da
parte delle istanze giudiziarie, incluso i criminali di guerra, ma lasciando i
veri criminali di guerra ad eseguire la propria punizione fino alla fine”.
Inoltre, funzionari dello stato romeno, come Petru Groza, hanno ritenuto che
“dai dossier riesaminati, in alcuni casi, si costatano errori giudiziari o pene
sproporzionate rispetto ai reati commessi, giustificabili subito dopo la
Guerra, ma inadeguati dopo un decennio dalla fine della guerra.”<a href="#_ftn26"><sup>[26]</sup></a>Tuttavia,
alcuni romeni dell’esilio non ritenevano opportuno l’eventuale ritorno del metropolita
nel Paese, nello stesso modo in cui anche lo stato francese tentava di
mantenere il suo prestigio di paese che accettava l’esilio politico a ogni
aspirante. Ognuno tentava di mantenere il proprio prestigio. Il metropolita,
che sin dal periodo interbellico aveva lottato per l’organizzazione
ecclesiastica dei romeni fuori dai confini, cercava di mettere in pratica il
progetto ideato nel 1945.<a href="#_ftn27"><sup>[27]</sup></a>
<strong></strong></p>



<p>&nbsp;Il
metropolita Visarion Puiu è morto a Viels Maisons, il 10 agosto 1964, senza
poter tornare. &nbsp;È stato sepolto nel
cimitero romano-cattolico del villaggio, il servizio funerario essendo
ufficiato da due sacerdoti ortodossi russi, e ulteriormente nell’anno 1992 è
stato trasferito nel cimitero Montparnasse di Parigi.</p>



<p>La riduzione allo stato laicale del metropolita
Visarion Puiu è stata cancellata dal Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena il 25
settembre 1990.</p>



<p><strong>La sua opera</strong></p>



<p>Il suo lavoro non si è limitato all’attività pastorale, ma si è esteso anche all’educazione teologica. Il suo lavoro “I preti di campagna”, apparso a Bucarest nel 1902, è stato ristampato nel 1925. Ha pubblicato anche la sua tesi di laurea, intitolata: “Cristianesimo e nazionalità” (Bucarest, 1904). Nello stesso anno è stato pubblicato il libro “Alcuni discorsi ecclesiastici” (Bucarest, 1904). Dopo il tirocinio alla Scuola di Kiev, traduce dal russo e pubblica il libro “I viaggi del prete monaco russo Partenie in Moldavia” (Vălenii de Munte,1910). Nel periodo del sacerdozio nella città di Galați, pubblica due libri sulla vita monastica: “I monasteri di suore” (Bucarest, 1910) e “Della storia della vita monastica” (Bucarest, 1911). Nella città di Chișinău, in qualità di Vescovo dei monasteri di Besssarabia, pubblica vari articoli sulla Rivista della Società di Storia e Archeologia Ecclesiastica di Chișinău e la monografia “I monasteri di Basarabia”(Chișinău, 1919). Sempre a Chișinău sono state pubblicate le sue opere monumentali: “Omelie per le città” (1920), “Voce nel deserto” (1931 e 1935) e “Documenti di Bessarabia”, 2 volumi (1928-1938) in collaborazione con Ștefan Berechet, Ștefan Ciobanu, Leon T. Boga e Constantin N. Tomescu. Si aggiungono numerosi opuscoli e articoli nei periodici.<a href="#_ftn28"><sup>[28]</sup></a> Tra i suoi studi dedicati all’argomento unità cristiana vale ricordare le lettere inviate al patriarca di Gerusalemme, di Mosca e di Costantinopoli. Nel 15 aprile 1948, pubblica l’articolo: <em>Spre reîntregirea creștinismului (Verso la riunificazione del cristianesimo) </em>inviatoalla rivista “Union di Fribourg” e al cardinale Tisserant a Roma<a href="#_ftn29"><sup>[29]</sup></a>, come afferma il metropolita. Ulteriormente l’articolo è pubblicato anche dalla rivista italiana <em>Unitas</em><a href="#_ftn30"><sup>[30]</sup></a><em>.</em><br></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Galați è una citta della
Romania, nella regione storica della Moldavia, importante centro industriale.</p>



<p><a href="#_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Chișinău è oggi la
capitale della Repubblica Moldova.</p>



<p><a href="#_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Bălți è una città della
Repubblica Moldova, la terza del Paese per popolazione dopo Chisinău e Tiraspol
</p>


<p>[cf. Wikipedia]</p>



<p>. 

</p>



<p><a href="#_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La suddetta Missione
aveva il compito di riaffermare la vita cristiana in questa regione dopo un
quarto di secolo di propaganda ateista-comunista.</p>



<p><a href="#_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Pr. prof. dr. Mircea
PĂCURARIU, Basarabia. Aspecte din istoria Bisericii şi a neamului
românesc, ed. Trinitas, Iaşi, 1993, p. 122.</p>



<p><a href="#_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La Biblioteca Romena di
Friburgo è stata fondata nel 1949, un’iniziativa avviata da un gruppo
d’intellettuali romeni che conserva importanti volumi che appartengono a grandi
personalità culturali della Romania.</p>



<p><a href="#_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Gheorghe ZBUCHEA, 1950: Apelul mitropolitului Visarion Puiu, în “Dosarele
Istoriei”, n. 9/2003, p. 22.</p>



<p><a href="#_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Gheorghe ZBUCHEA, op,
cit. p. 22.</p>



<p><a href="#_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Arhim. Mihail DANILUC, Mitropolul Visarion Puiu si guvernul de la Viena; link
accesibile: http://ziarullumina.ro/mitropolitul-visarion-puiu-si-guvernul-roman-de-la-viena-33074.html,
ultimo acceso il 1° febbraio 2016.</p>



<p><a href="#_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Don Giovanni CALABRIA è stato
proclamato santo da Giovanni Paolo II il 18 aprile 1999.</p>



<p><a href="#_ftnref11"><sup>[11]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Da vedere: Florin Aurel TUSCANU, Il metropolita Visarion Puiu e San Giovani Calabria, Servi e
promotori dell’unità della Chiesa cristiana, in “Rivista di Studi
Calabriani”, Anno XII &#8211; 2011 Vol. 2, p. 75-83.</p>



<p><a href="#_ftnref12"><sup>[12]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dumitru STAVARACHE, Mitropolitul
Visarion Puiu. Documente din pribegie (1944-1963), 2002, dossier che
riguarda il metropolita Visarion Puiu spedito al Vescovado Cattolico di Iași
dall’Istituto Don Calabria, Abbazia Maguzzano, Italia f. 3-8; p. 48.</p>



<p><a href="#_ftnref13"><sup>[13]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dumitru STAVARACHE, op. cit. p. 50.</p>



<p><a href="#_ftnref14"><sup>[14]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; P. Florin Aurel TUSCANU, op. cit. p.
78.</p>



<p><a href="#_ftnref15"><sup>[15]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Noua emigratie dupa
cel de-al doilea razboi mondial. Din istoricul Mitropoliei; link
consultabile: http://www.mitropolia-ro.de/index.php/17-istoricul-mitropoliei/29-noua-emigratie-dupa-cel-de-al-doilea-razboi-mondial,
ultimo accesso 15 gennaio 2016</p>



<p><a href="#_ftnref16"><sup>[16]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;  Idem. </p>



<p><a href="#_ftnref17"><sup>[17]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; D. STAVARACHE, op. cit p.27</p>



<p><a href="#_ftnref18"><sup>[18]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Jean-Paul Besse, L’Eglise Orthodoxe Roumaine de Paris,
Parigi, 1994, p. 159.</p>



<p><a href="#_ftnref19"><sup>[19]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ibidem, pp. 112-114</p>



<p><a href="#_ftnref20"><sup>[20]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Noua emigratie dupa
cel de-al doilea razboi mondial…., op. cit. </p>



<p><a href="#_ftnref21"><sup>[21]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Teofil Ionescu, nato nel 1894 nel
distretto Buzău. Segue il Seminario di Teologia di Bucarest, la Facoltà di
Teologia, poi ottiene il dottorato a Parigi. Nel 1915 entra nel monachesimo
presso il monastero Tismana. Nel 1939 si trasferisce a Parigi, dove svolgerà
un’intensa attività missionaria, essendo consacrato sacerdote presso la chiesa
ortodossa romena di Parigi, essendo un vero padre spirituale per la comunità
romena.</p>



<p><a href="#_ftnref22"><sup>[22]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Adrian Nicolae PETCU, Mitropolitul Visarion Puiu, o discutie abia incepută, in
“Dosarele istoriei”, n. 4 (80), 2003, p. 13-18</p>



<p><a href="#_ftnref23"><sup>[23]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; BRF, fond. vit. C 3, d 1-3, Ci d. 3,
op. cit. D. STAVARACHE; op. cit. p. 28</p>



<p><a href="#_ftnref24"><sup>[24]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; BRF, fond. vit. C 3, d 1-3, Ci d. 3 op
cit. D. STAVARACHE, p. 29</p>



<p><a href="#_ftnref25"><sup>[25]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Gli archivi del monastero Maguzzano,
doc. cit, pp. 53-54, cit. Dumitru STAVARACHE, op. cit. p. 69.</p>



<p><a href="#_ftnref26"><sup>[26]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ANIC, fond CC al PCR, Secţia Relaţii
externe, dosar nr. 2/1955, ff. 6-7, 13; cf. Adrian Nicolae PETCU; Problema repatrierii
mitropolitului Visaion Puiu reflectată în documentele vremii, Revista Agero-Sttugart Problema%20repatrierii%20mitropolotului%20Visarion%20Puiu%20in%20documentele%20Securitatii.htm,
ultimo accesso 20 gennaio 2016</p>



<p><a href="#_ftnref27"><sup>[27]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Adrian Nicolae PETCU, op. cit. </p>



<p><a href="#_ftnref28"><sup>[28]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mircea PĂCURARIU, Dicţionarul
Teologilor Români …, op.cit. p. 403</p>



<p><a href="#_ftnref29"><sup>[29]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Eugène Tisserant&nbsp;(1884&nbsp;–&nbsp;1972) è stato
un&nbsp;cardinale,&nbsp;arcivescovo cattolico.</p>



<p><a href="#_ftnref30"><sup>[30]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; BRF, fond cit. C3, d.3 op. cit. Dumitru Stavarache, p. 30.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>In uscita: Storia della Transilvania di Ioan Aurel POP e Ioan BOLOVAN, edizioni Rediviva Milano</title>
		<link>https://culturaromena.it/in-uscita-storia-della-transilvania-di-ioan-aurel-pop-e-ioan-bolovan-edizioni-rediviva-milano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Apr 2018 13:26:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Attività CCIR]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[La casa editrice Rediviva è lieta di annunciare nell’anno del Centenario della Grande Unione della Romania (1918-2018), l’uscita del volume: “Storia della Transilvania” di Ioan Aurel Pop e Ioan Bolovan, 434 p., edizione illustrata (300 fotografie), collana Culture si Civiltà, traduzione dal romeno Maria Floarea POP. Il progetto editoriale e stato sostenuto dal Centro Culturale Italo Romeno e dall’Istituto Culturale Romeno di Bucarest, attraverso il programma delle traduzioni TPS. Il volume verrà presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino, sabato, 12 maggio 2018, ore 18 00, dagli due autori Ioan Aurel Pop e Ioan Bolovan.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La casa editrice Rediviva è lieta di annunciare nell’anno del Centenario della Grande Unione della Romania (1918-2018), l’uscita del volume: “<strong>Storia della Transilvania”</strong> di <strong>Ioan Aurel Pop e Ioan Bolovan</strong>, 434 p., edizione illustrata (oltre 300 fotografie), collana <em>Culture e Civiltà</em>, traduzione dal romeno di Maria Floarea POP. Il progetto editoriale è stato sostenuto dal Centro Culturale Italo Romeno e dall’Istituto Culturale Romeno di Bucarest, attraverso il programma di traduzioni TPS. <strong>Il volume sarà presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino, sabato, 12 maggio 2018, alle ore 18:00,</strong> dagli autori Ioan Aurel Pop e Ioan Bolovan.</p>
<p>Il volume <em>Storia della Transilvania</em> è il risultato di un lungo impegno che ha portato ad una sintesi sul passato della più grande provincia dell’odierna Romania (in precedenza gli autori hanno partecipato alla stesura di un&#8217;ampia opera collettiva, in 3 volumi, con oltre 1500 pagine, sullo stesso argomento). Lo scopo dei due autori è stato quello di illustrare con onestà e trasparenza il passato transilvano attraverso la prospettiva di ogni singola comunità etnica e confessionale che formò la Transilvania. Il testo elabora un’autentica difesa circa la necessità di conservare, per quanto possibile, la specificità locale, le tradizioni e la grande ricchezza spirituale di una regione affascinante, oggi parte della Romania, e di un mondo globalizzato e veloce, più attento all’apparenza che all’essere.  Questa storia esorta a conoscere invece di ignorare, ad apprezzare le vicende piuttosto che odiare o restare indifferenti e, soprattutto, esorta alla rispettosa convivenza a dispetto della discriminazione e del conflitto, in un mondo in cui ognuno ha diritto al proprio spazio di dignità. Nonostante queste aspirazioni, gli autori non hanno affatto edulcorato il passato per adeguarlo ai precetti contemporanei, ma l’hanno rappresentato, per quanto umanamente possibile, così come si è svolto: bello e sublime, brutale e sanguinoso oppure semplicemente normale, come la vita&#8230;</p>
<p><em>Oggi, la Transilvania è al tempo stesso una parte della Romania e dell’Europa e, soprattutto, una patria accogliente per tutti i suoi abitanti. Così, per la prima volta nella storia, ci sono le premesse reali affinché gli abitanti siano e si sentano uguali e a casa loro. Il Paese non è più la Transilvania di un tempo, ma le tracce della sua storia sono ovunque. In passato hanno sofferto e gioito, spesso in momenti diversi, sia i Romeni, sia i Magiari, sia i Tedeschi, sia gli Ebrei ecc. Né le sofferenze, né le gioie devono essere dimenticate. La memoria del passato è un patrimonio inestimabile e conservarla è un valore dei popoli civilizzati. L’essenza transilvana è un dato del passato, eppure essa ci accompagna ovunque oggi, ed è sotto i nostri occhi. È l’unico luogo in Europa dove coesistono una chiesa bizantina e una basilica romanica, una chiesa gotica e a un’altra barocca, tutte accanto ad una sinagoga! Ed è sempre qui che una chiesa ortodossa si trova a pochi passi da una greco-cattolica, da una romano-cattolica, da una calvinista, da un’altra luterana o unitariana.</em></p>
<p><strong>Ioan-Aurel Pop, Ioan Bolovan      </strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-3021" src="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Cover-600x263.jpg" alt="" width="600" height="263" srcset="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Cover-600x263.jpg 600w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Cover-768x337.jpg 768w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Cover-1024x449.jpg 1024w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Cover-970x426.jpg 970w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Cover-468x205.jpg 468w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><strong>Ioan-Aurel POP, presidente dell’Accademia Romena</strong>, <strong>professore e rettore dell’Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca</strong>, è autore e coautore di oltre settanta libri, trattati e manuali e più di cinquecento studi e articoli, tra cui i più recenti sono <em>Cultural Diffusion and Religious Reformation in Sixteenth-Century Transylvania. </em><em>How the Jesuits Delath with the Orthodox and Catholic Ideas</em> (The Edwin Mellen Press, Lewiston – Queenston – Lampeter, 2014), <em>A Short Illustrated History of the Romanians</em> (Editura Litera, București, 2017). Gli è stato conferito il titolo <em>Doctor Honoris Causa</em> da dieci università della Romania e dell’estero. È membro di alcune accademie e società scientifiche straniere, tra cui l’<em>Accademia europea</em> delle <em>scienze e</em> delle <em>arti</em> di Salisburgo (Austria), l’Accademia nazionale virgiliana di Mantova (Italia), l’Ateneo veneto di Venezia (Italia), l’Accademia europea delle scienze, delle arti e delle lettere di Parigi (Francia). È stato <em>visiting professor</em> presso alcune università degli Stati Uniti, dell’Italia, della Francia, dell’Ungheria e dell’Austria, e direttore dell’Istituto culturale romeno di New York (Usa) e dell’Istituto romeno di cultura e ricerca umanistica di Venezia (Italia). Dal 1993 è direttore del Centro di studi transilvani di Cluj-Napoca dell’Accademia romena.</p>
<p><strong>Ioan BOLOVAN</strong><strong>, professore universitario, dal 2012 vice rettore dell’Università “Babeş Bolyai” di</strong> Cluj-Napoca, oltre che ricercatore scientifico presso il Centro di studi transilvani dell’Accademia romena, dottore in Storia dal 1999, ha ottenuto il premio “Mihail Kogălniceanu” dell’Accademia romena nel 2002. Specialista di storia moderna della Romania e di demografia storica, dal 2015 è presidente dell’International Commission for Historical Demography (Geneva). Autore e coautore di molti libri pubblicati in Romania, in Francia, in Germania, in Olanda, in Russia, in Repubblica Ceca, in Argentina, in Italia ecc., e di oltre 180 studi pubblicati in riviste e volumi collettivi, in Romania e all’estero, sulla storia della popolazione della Transilvania, sulla frontiera militare austriaca, sulla rivoluzione del 1848-1849, sulla storia delle istituzioni culturali, sulla Prima guerra mondiale ecc. Tra i più recenti si citano: <em>Pursuing Diversity. </em><em>Demographic Realities and Ethno-Confessional Structures in Transylvania</em>, Romanian Academy-Center for Transylvanian Studies, 2010 (Ioan-Aurel Pop, Sorina Paula Bolovan, Ioan Bolovan, Supplement no. 1 of the <em>Transylvanian Review</em>, vol. XIX, 2010), <em>A Global History of Historical Demography. Half a Century of Interdisciplinarity</em> (Peter Lang, Bern, 2016, con Antoinette Fauve-Chamoux e Solvi Sogner), <em>World War I – The other face of the war </em>[Ioan Bolovan, Rudolf Gräf, Harald Heppner, Oana Mihaela Tămaș (eds), Cluj-Napoca, Romanian Academy – Centre for Transylvanian Studies, Cluj University Press, 2016], <em>Intermarriage in Transylvania, 1895-2010</em> (Peter Lang, Bern, 2017, con Luminița Dumănescu).</p>
<p><strong>La casa editrice </strong><strong>Rediviva</strong><strong> nasce nel 2012 come progetto del </strong><strong>Centro Culturale Italo Romeno</strong><strong> – fondato a Milano nel 2008 –</strong> grazie all’iniziativa di un gruppo di scrittori, giornalisti, critici e sociologi, con l’intento di promuovere la cultura romena in Italia e di ampliare i legami culturali e spirituali esistenti tra i due popoli. Dalla sua nascita fino ad oggi, la casa editrice Rediviva è riuscita a pubblicare oltre 50 titoli, raggruppati in otto diverse collane, nel tentativo di far conoscere almeno in parte, gli autori, le opere e le personalità più importanti della cultura e della storia romena. La casa editrice pubblica periodicamente anche l’annuario Impronte culturali romene in Penisola che raccoglie articoli e studi di cultura e di storia dedicati alle realtà più recenti o a quelle già passate in cui i protagonisti e le loro storie attraversano il tempo e accomunano i popoli italiano e romeno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Autori: Ioan Aurel POP, Ioan BOLOVAN<br />
Titolo: <em>Storia della Transilvania</em><br />
Traduttore: Maria Floarea Pop<br />
Anno: 2018<br />
Collana: «Culture e civiltà»<br />
N. pagine:434<br />
Lingua: italiano<br />
Prezzo: euro 28,00<br />
Edizione originale in romeno: Istoria Transilvaniei, Cluj Napoca, 2014, Editura Școala Ardeleană</p>
<p><strong>Ufficio stampa Rediviva,</strong></p>
<p>Direttore, Ingrid B Coman</p>
<p>Consigliere editoriale, Violeta Popescu</p>
<p>infoculturaromena@gmail.com</p>
<p><strong>24 aprile 2018</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Giornata di studio su Daniil Sandu Tudor e il cenacolo esicasta romeno del “Roveto Ardente”- Roma 27 febbraio 2018 &#8211; Ponteficia Università Antonianum</title>
		<link>https://culturaromena.it/giornata-di-studio-su-daniil-sandu-tudor-e-il-cenacolo-esicasta-romeno-del-roveto-ardente-roma-27-febbraio-2018-ponteficia-universita-antonianum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Feb 2018 20:06:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[“IL ROVETO CHE ARDE E NON CONSUMA” è il tema prescelto per questa giornata di studio, organizzata dall’Associazione “Insieme per l’Athos - onlus”, che si svolgerà a Roma martedi, 27 febbraio p.v., dalle ore 16,30 alle ore 19,00 presso la Pontificia Università “Antonianum”, in via Merulana 124, Roma. Sandu Tudor, giornalista e scrittore romeno, fondatore di riviste di mistica come “Il Fiore Ardente” (“Floarea de foc”) e “La fede” (“Credința”) era stato l’animatore del Movimento denominato “Il Roveto Ardente” (“Rugul Aprins”), che aveva raccolto intorno a se, agli inizi degli anni ’40 del secolo scorso, scrittori, artisti, musicisti ed tanti altri intellettuali laici ed eclesiastici tra cui Vasile Voiculescu, Ion Marin Sadoveanu, Mircea Vulcănescu, Tudor Vianu, Paul Constantinescu.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“IL ROVETO CHE ARDE E NON CONSUMA” è il tema prescelto per questa giornata di studio, organizzata dall’Associazione “Insieme per l’Athos &#8211; onlus”, che si svolgerà a Roma martedi, 27 febbraio p.v., dalle ore 16,30 alle ore 19,00 presso la Pontificia Università “Antonianum”, in via Merulana 124, Roma.</strong></p>
<p>Sandu Tudor, giornalista e scrittore romeno, fondatore di riviste di mistica come “Il Fiore Ardente” (“Fl<span class="text_exposed_show">oarea de foc”) e “La fede” (“Credința”) era stato l’animatore del Movimento denominato “Il Roveto Ardente” (“Rugul Aprins”), che aveva raccolto intorno a se, agli inizi degli anni ’40 del secolo scorso, scrittori, artisti, musicisti ed tanti altri intellettuali laici ed eclesiastici tra cui Vasile Voiculescu, Ion Marin Sadoveanu, Mircea Vulcănescu, Tudor Vianu, Paul Constantinescu.</span></p>
<p>Tutti i membri di questo gruppo, costituitosi presso il Monastero Antim di Bucarest, dove Sandu Tudor era monaco con il nome di Agaton, avevano condiviso con entusiasmo e passione l’interesse per la tradizione ortodossa e in particolare di quella spirituale esicasta.</p>
<p>Saluti introduttivi:</p>
<p>Suor Mary Melone, SFA (Rettore della Pontificia Università “Antonianum”)<br />
Dott. Giuseppe S. BALSAMA’ (Presidente dell’ Associazione “Insieme per l’Athos”)</p>
<p>Prolusione inaugurale:<br />
IL CENACOLO DEL ROVETO ARDENTE, MOMENTO UNICO<br />
NELLA STORIA DELLA SPIRITUALITA’ ROMENA &#8211; S.E.R. Mons. Siluan (ŞPAN), Vescovo della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia.</p>
<p><strong>Interventi: </strong><br />
DANIIL SANDU TUDOR, FONDATORE E ANIMA DEL MOVIMENTO DEL ROVETO ARDENTE &#8211; Dott. Ion IONAŞCU, Teologo ortodosso e studioso di mistica cristiana orientale.</p>
<p>PREGHIERA DEL CUORE E RICERCA DI DIO NELL’ESPERIENZA DEL “ROVETO ARDENTE” &#8211; Fr. Adalberto MAINARDI, monaco della Comunità di Bose e studioso delle tradizioni spirituali dell’Oriente cristiano.</p>
<p>”PRESENZA” DI ANDREI SCRIMA NEL GRUPPO DEL ROVETO ARDENTE. &#8211; Prof. Enrico MONTANARI, già Ordinario di Storia delle Religioni presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.</p>
<p>PADRE ROMAN BRAGA (1922-2015). L’ULTIMO SOPRAVVISSUTO DEL MOVIMENTO DEL ROVETO ARDENTE &#8211; Dott.ssa Violeta P. POPESCU, storica e teologa ortodossa,</p>
<p>Comunicazione conclusiva:<br />
VASILE VOICULESCU, IL POETA DELLA PREGHIERA.<br />
BREVE BIOGRAFIA E LETTURA DI ALCUNE POESIE SCELTE. &#8211; Dott. Antonio MANZELLA, Coordinatore del Comitato Scientifico Internazionale dell’Associazione Onlus “Insieme per l’Athos”.</p>
<p>Moderà l’incontro: il P. Prof. Germano MARANI, SJ, docente di Teologia Orientale presso il Pontificio Istituto Orientale, nonché docente presso la Facoltà di Missiologia della Pontificia Università Gregoriana</p>
<p><span class="text_exposed_show">.<a href="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Pontificia-Università-“Antonianum”-in-via-Merulana-124-Roma..html">Pontificia Università “Antonianum”, in via Merulana 124, Roma.</a> <img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-2946" src="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-600x450.jpg" alt="" width="600" height="450" srcset="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-600x450.jpg 600w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-768x576.jpg 768w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-1024x768.jpg 1024w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-970x728.jpg 970w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-468x351.jpg 468w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ioan Aurel POP &#8220;La coscienza latina dei Romeni negli autori italiani del Rinascimento&#8221;</title>
		<link>https://culturaromena.it/ioan-aurel-pop-la-coscienza-latina-dei-romeni-negli-autori-italiani-del-rinascimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2016 11:56:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https:/?p=1709</guid>

					<description><![CDATA[   Nel panorama dei molti autori stranieri che hanno descritto lo spazio carpato-danubiano, gli scrittori italiani risultano i più numerosi e i più circostanziati nell’aver notato, sin dal tardo Medioevo, che i Romeni erano di origine romana (italica o italiana), in quanto eredi dell’antica colonia edificata oltre il Danubio e i Carpazi dall’imperatore Traiano. Gli autori italiani, per evidenti ragioni fonetiche, compresero che i Romeni parlavano una lingua romanza. Inoltre essi osservarono, in virtù di affinità culturali, che i Romeni avevano ancora costumi e abitudini romani. Ma i dettagli più interessanti e più sottili emersi dagli scritti degli autori italiani sui Romeni sono altri tre: 1) i Romeni si chiamavano tra di loro romani e nominavano la loro lingua romanesca; 2) gli stranieri chiamavano i Romeni col nome di Valacchi, in modo analogo al nome dato agli Italiani; 3) i Romeni pretendevano di discendere dagli antichi romani ed erano orgogliosi di questa loro nobile origine.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong> Grazie al professor Ioan Aurel POP che generosamente ci ha  concesso di pubblicare la conferenza tenuta a Mantova all&#8217;Accademia Nazionale Virgiliana il 21 aprile 2016. </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La coscienza latina dei Romeni negli autori italiani del Rinascimento</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Le fonti archivistiche e letterarie ci attestano decine di autori italiani, come umanisti, diplomatici, storici, viaggiatori, militari e missionari, che, nel corso dei secoli XIV-XVII hanno operato precisi riferimenti alla latinità dei Romeni. Essi hanno descritto, spesso meravigliati, la lingua romena, che per il suono e la morfologia appariva loro quasi latina o italiana. Il dato linguistico risultava poi suffragato, presso la loro sensibilità erudita e antiquaria, dallo stesso etnonimo dei Romeni, e dalla memoria dell’antica origine romana condivisa da quelle popolazioni, che iniziò in quell’epoca ad emergere con chiarezza: un dato custodito per secoli dalla coscienza storica delle genti carpato-danubiane e attestato dai reperti materiali come dai documenti. Questo fenomeno di progressiva riscoperta e presa di consapevolezza è stato ampiamente dimostrato, e in questa sede non appare necessario insistere sulla sua riconoscibilità culturale e storiografica. Vorrei piuttosto portare una serie di esempi tra i più significativi di questa speciale attenzione riservata dagli Italiani in Età moderna all’identità storica e culturale dei Romeni.</p>
<p>Una figura umanistica della grandezza del fiorentino <strong>Poggio Bracciolini</strong> (1380-1459)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup><sup>[1]</sup></sup></a> scrive ad esempio: „Ai Sarmati superiori (del settentrione) esiste una colonia rimasta, come si dice, da Traiano, la quale anche adesso, nell’ambito di tanti genti barbare, conserva la lingua latina dagli Italiani, chi sono arrivati la; loro dicono <em>oculum</em>, <em>digitum</em>, <em>manum</em>, <em>panem </em>e molte altre parole, dalle quali risulta che tutti i coloni lasciati la discendono dai Latini e che quella colonia parla la lingua latina” (<strong><em>Apud superiores Sarmatas colonia est ab Traiano ut aiunt derelicta, quae nunc etiam inter tantam barbariem multa retinet latina vocabula, ab Italis, qui eo profecti sunt, notata. Oculum dicunt, digitum, manum, panem, multaque alia quibus apparet ab Latinis, qui coloni ibidem relicti fuerunt, manasse eamque coloniam fuisse latino sermone usam</em></strong>)<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup><sup>[2]</sup></sup></a>. Bracciolini è, forse, il primo umanista che parla dell’origine latina della colonia rimasta isolata, lontano, nel nord, ai confini dell’Impero, dove l’aveva fondata l’imperatore Traiano (<em>Historia tripartita disceptativa convivalis</em>, 1451).</p>
<p>Un autore altrettanto conosciuto dalla storiografia per il suo decisivo ruolo culturale nella presa di coscienza identitaria del popolo romeno è <strong>Enea Silvio Piccolomini</strong> (1405-1463)<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup><sup>[3]</sup></sup></a>, divenuto papa Pio II. Egli ha avuto un ruolo fondamentale per affermare nella coscienza intellettuale dell’Occidente l’idea della latinità dei romeni. Vorrei citare di questo papa umanista un passo fortemente esemplificativo: „Il parlare di questo popolo è latino, anche se cambiato in gran parte, essendo a pena intelligibile per un Italico” (<strong><em>Sermo adhuc genti Romanus est, quamvis magna ex parte mutatus et homini Italico vix intelligibilis</em></strong>)<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup><sup>[4]</sup></sup></a>. In italiano, egli affermò la stessa cosa: <strong><em>Questa stirpe ha conservato sino ad ora la lingua romana, che sebbene alterata in gran parte, puó essere ancora capita de un italico</em></strong><a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup><sup>[5]</sup></sup></a>. Piccolomini ebbe il merito di approfondire anche la legenda del generale romano Flaccus, mitico donatore del nome di Valacchi alle genti romene, il cui ruolo eponimo assunse un grande significato nella rappresentazione discorsiva della Romenità come diretta derivazione dalla Romanità. Successivamente, è stato appurato dagli studiosi che l’origine leggendaria di questo nome attribuito dagli altri europei ai romeni non presentava in realtà alcun fondamento storico. Il ricordo di questo grande papa umanista in questa sede mi sembra doveroso, dal momento che nell’ottobre del 1458 Pio II convocò i rappresentanti dei principi cristiani in questa bella città di Mantova allo scopo di intraprendere una comune iniziativa contro gli Ottomani che cinque anni prima avevano preso Costantinopoli e si accingevano a conquistare ciò che rimaneva dell&#8217;Impero bizantino. Ma in quegli stessi anni drammatici, al di là del Danubio, nelle terre romene l’eredità dell’Impero romano d’oriente, e, indirettamente, di <em>Roma Mater</em>, sarebbe continuata nel tempo, dando luogo a quel complesso e straordinario fenomeno culturale e istituzionale che il grande storico romeno Nicolae Iorga definì: <em>Byzance après Byzance.</em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-1710" src="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2016/05/accademia.jpg" alt="accademia" width="558" height="343" srcset="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2016/05/accademia.jpg 558w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2016/05/accademia-220x135.jpg 220w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2016/05/accademia-468x288.jpg 468w" sizes="(max-width: 558px) 100vw, 558px" /></p>
<p>Veniamo di seguito a presentare altri autori italiani che fra Quattro e Seicento affermarono che i Romeni nutrivano la piena consapevolezza di essere discesi dagli antichi Romani:</p>
<ol>
<li><strong>Flavio Biondo</strong> (1392-1463), segretario apostolico e celebre umanista, scrive negli anni 1452-1453: „Ed i Daci ripensi o i Valacchi della regione dell’Danubio, i quali anche loro si trovano nelle vicinanze, provano per il loro parlare la loro origine romana come una cosa di onore, la mettono (questa origine) in luce e la invocano; questi, venendo ogni anno a Roma, agli Apostoli, nella loro qualità di cristiani cattolici, li abbiamo sentito con gioia come parlano e come le cose che dicono, secondo la tradizione popolare e comune della loro stirpe, sono una grammatica rustica con un sapore di latinità” (<strong><em>Et qui e regione Danubio item adiacent Ripenses Daci, sive Valachi, originem quam ad decus prae se ferunt praedicanteque Romanam, loquela ostendunt, quos catholicae christianos Romam quotannis et Apostolorum limina invisentes, aliquando gavisi sumus ita loquentes audiri, ut, quae vulgari communique gentis suae more dicunt, rusticam male grammaticam redoleant latinitatem</em></strong>)<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup><sup>[6]</sup></sup></a>. In un altro discorso, Flavio Biondo enumera i popoli che potrebbero combattere, accanto agli occidentali, contro i turchi per il riscatto delle terre cristiane nel Levante, e menziona in questo contesto “i valacchi nati di Romano sangue” (<strong><em>Romano ortos sangue Vlachos</em></strong>)<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup><sup>[7]</sup></sup></a>.</li>
<li><strong>Petrus Ransanus o Pietro Ransano</strong> (1428-1492), siciliano, che aveva svolto missioni diplomatiche alla corte del re d’Ungheria Mattia Corvino, fu l’autore degli <em>Annales omnium temporum</em>. Di essi, i libri 43 e 44 furono pubblicati sotto il titolo <em>Epitome rerum Hungaricarum</em>. Il primo editore, Johannes Sambucus, eliminò dall’edizione il capitolo riguardante l’origine romana dei romeni e dei Corvini, capitolo intitolato <em>Ioannes Blanci patria, genus, virtus</em><a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup><sup>[8]</sup></sup></a>. Qui infatti si affermava che la patria di Giovanni di Huniad, padre del sovrano, era la Valacchia, nominata Dacia &#8211; formata dalla Transilvania, la Tara Romaneasca o Valacchia, e la Moldavia-, i cui abitanti si chiamavano nei tempi antichi daci e che gli italiani e gli stranieri li chiamavano più recentemente valacchi. <strong><em>Valacchi igitur se Italorum esse posteros affirmant. Idque hoc praecipue confirmant argumento quot ipsorum lingua permulta efferuntur que sunt sermoni Italorum affinia</em></strong><a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup><sup>[9]</sup></sup></a> <strong>..<em>.</em> </strong><strong><em>Ab ea regione, cui Janco apud Italos est cognomen, ex praeclaris natus maioribus, hoc est Romanorum posteris, oriundus est</em></strong><a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup><sup>[10]</sup></sup></a><em>.</em> In queste parole si coglie con evidenza carattere locale, autoctono di come germogliò e si preservò nei secoli la coscienza latina dei romeni.</li>
<li>Il padovano <strong>Francesco della Valle</strong> (? – dopo 1545) – al servizio di Alvise Gritti, potente mercante e politico turco di origine veneziana – scrisse a Venezia, nel 1535, <em>Una breve narrazione…</em>, nella quale raccolse impressioni dei suoi due viaggi, avvenuti nel 1532 e nel 1534, nei Paesi Romeni<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><sup><sup>[11]</sup></sup></a>. Così osservò della Valle: <strong><em>La lingua loro è poco diversa dalla nostra Italiana, si dimandono in lingua loro Romei perché dicono esser venuti anticamente da Roma ad habitar in quel paese, et se qualcuno dimanda se sano parlar in la loro lingua valaca, dicono a questo modo sti rominest, che vol dire sai tu Romano, per esser corrotta la lingua</em></strong><a href="#_ftn12" name="_ftnref12"><sup><sup>[12]</sup></sup></a>. Molto interessante risulta la ricostruzione storica dell’arrivo dei romani in questo Paese, raccontata dai romeni stessi e registrata da Francesco della Valle: <strong>… <em>Tutta l’historia della venuta di quelli populi ad habitar in quel paese, che fu questa: che havendo Trajano Imperatore debellato et acquistato quel paese, lo divide a suoi soldati, et lo fece come colonia de Romani; ma per il corso de tempi, hanno corrotto si il nome, et li costumi, che a pena s’intendono, però al presente si dimandon Romei, e questo è quanto da essi monacci potessimo esser instruiti</em></strong><a href="#_ftn13" name="_ftnref13"><sup><sup>[13]</sup></sup></a>. I monaci di cui parla questo testo sono i monaci ortodossi del monastero Dealu, nella capitale della Valacchia. Francesco della Valle parla dunque, in una maniera chiara e precisa, della coscienza romana dei romeni e offre al lettore anche la traduzione di una proposizione romena („Știi româneste?”), da lui intesa senza interprete.</li>
<li><strong>Alessandro Guagnini</strong> (1538-1614), militare, mercenario, cronista di nascita veronese e in seguito di cittadinanza polacca, partecipò nel 1563 alle operazioni in Moldavia durante la guerra contro la Moscovia, accompagnando le truppe del re di Polonia Sigismondo II Augusto<a href="#_ftn14" name="_ftnref14"><sup><sup>[14]</sup></sup></a>. Nel 1578 fu pubblicata la prima edizione del suo lavoro intitolato <em>Sarmatiae Europae Descriptio</em>, con una parte finale intitolata <em>Cronaca della Moldavia</em>. Qui Guagnini disse espressamente: „Questa nazione dei Valacchi si chiama romana\romena e loro dicono di provenire dagli esuli espulsi dai Romani d’Italia. La loro lingua è una bastarda della lingua latina e di quella italiana, tale che un Italiano può facilmente capire un Romano” (<strong><em>Haec nacio Valachorum appellatur Romana, et aiunt originem traxisse ab extoribus adactis in exilium a Romanis ex Italia. Lingua eorum est adulterina latinae et italicae linguae, ita quod facili negocio Italus intelligit Valachum</em></strong><strong>)</strong><a href="#_ftn15" name="_ftnref15"><sup><sup>[15]</sup></sup></a>.</li>
<li><strong>Giovan Andrea Gromo</strong> (1518-dopo 1567), militare, nativo di Bergamo, servì nell’esercito di alcuni principi transilvani e visse in Transilvania negli anni 1564-1565. Fu l’autore di una descrizione della Transilvania in due versioni, una breve (1564), dedicata al papa e l’altra estesa (1566-1567), dedicata a Cosimo de’ Medici, il granduca di Firenze e di Siena. Nella prima descrizione si soffermò sulle etnie presenti nella regione: „Tutti i villaggi sono abitati dai Romeni, e questo non solo nel Banato, ma anche in Transilvania. <strong><em>La lingua loro si chiama Romanza o romanescha, et e quasi un Latino maccaronesco. Si tengono discesi da colonie Romane</em></strong>)<a href="#_ftn16" name="_ftnref16"><sup><sup>[16]</sup></sup></a>. Gromo riporta qui fedelmente qui il nome romeno della nostra lingua neolatina. Nel corso del suo lavoro parla delle nazioni accettate della Transilvania, riferendosi al contesto multiculturale e multiconfessionale, e cioè agli ungheresi e ai sassoni, e poi si riferisce ai sudditi romeni: <strong><em>La terza nazione e la Valaccha, quale e sparsa per tutte le parti di quel Regno…, la lingua loro e aliena et varia dall’ Unghera, ma si come fanno professione d’essere discesi da Colonia Romana…, cosi ancora usano lingua assomigliante alla antica Romana, ma barbara si come fanno de’ costumi e vestimenti</em></strong>)<a href="#_ftn17" name="_ftnref17"><sup><sup>[17]</sup></sup></a>.</li>
<li>Vorrei anche citare un <strong>gesuita anonimo</strong>, che nel 1587 fece una descrizione della Moldavia per papa Sisto V. Circa le popolazioni presenti in quel territorio ad Oriente egli scrisse: <strong><em>Questa gente, se bene e di rito greco, e pero amica del nome Romano, si per la lingua corotta de la latina, si per l’opinione che hanno d’esser discesi da Romani et con nome de Romani si chiamano fra di loro</em></strong>)<a href="#_ftn18" name="_ftnref18"><sup><sup>[18]</sup></sup></a>. Il padre gesuita sottolinea non solo la latinità del romeno, ma anche altre due fattori di grande importanza: il carattere autoctono della coscienza latina dei romeni e il fatto che i moldavi si chiamavano se stessi tra di loro romeni, appartenendo al medesimo ceppo dei romeni di Valacchia: <strong><em>Da mezzogiorno vi è la Valachia, la quale ha un istessa lingua, habiti, costumi e rito…</em></strong><a href="#_ftn19" name="_ftnref19"><sup><sup>[19]</sup></sup></a>.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="7">
<li><strong>Giovanni Francesco Baviera</strong>, appartenente alla famiglia Della Rovere dei duchi di Urbino, giunse in Transilvania come gentiluomo alla corte del principe ed vi rimase fino al 1594<a href="#_ftn20" name="_ftnref20"><sup><sup>[20]</sup></sup></a>. Fu l’autore di un <em>Ragguaglio di Transilvania</em>, dove spiegò che in quella regione vivono molti romeni che <strong>dicono di essere gli eredi delle antiche colonie romane, cosa facile da spiegare tramite la loro lingua piena delle parole latine ed italiane corrotte</strong><a href="#_ftn21" name="_ftnref21"><sup><sup>[21]</sup></sup></a>.</li>
<li>Il notissimo <strong>Giovanni Botero</strong> (1533-1617), diplomatico e scienziato, autore delle celebri <em>Relazioni universali</em>, fondamentale trattato elaborato negli anni 1580-1590 e pubblicato nel 1591,<a href="#_ftn22" name="_ftnref22"><sup><sup>[22]</sup></sup></a> non mancò di osservare con fine intuito politico e storiografico che la Dacia significava la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia. Sugli abitanti aggiunse: <strong><em>I Vallacchi sono d’origine italiana … I Vallacchi mostrano di tirare origine da’ Romani nel loro parlare, perche ritengono la lingua latina, ma piu corrotta che noi, Italiani”. Chiamano il cavallo, callo, l’acqua, apa, il pane, pa, le legne, lemne, l’occhio, occel, la donna, mugier, il vino, vin, la case, casa, l’huomo, huomen…</em></strong><a href="#_ftn23" name="_ftnref23"><sup><sup>[23]</sup></sup></a>.</li>
<li><strong>Giovanni Antonio Magini</strong> (1555-1617), matematico, geografo ed astronomo, professore a Bologna, scrisse le <em>Geographiae universae tum veteris, tum novae, absolutissimus opus</em>, opera composta nel 1595 e pubblicata a Venezia nel 1596<a href="#_ftn24" name="_ftnref24"><sup><sup>[24]</sup></sup></a>. Il Magini raccolse le informazioni sui Paesi Romeni da un studente sassone transilvano di Padova, Johannes Hertel. Per questo, scrisse dei romeni che <strong>sono gli eredi dei antichi romani portati da Traiano e che essi conservano ancora il nome di romani e la coscienza di essere discesi dai romani</strong>.</li>
<li>Il friulano <strong>Marcantonio Nicoletti da Cividale</strong> (1536-1596), notaio ed erudito, autore di varie biografie, e delle <em>Vite degli scrittori volgari</em>, suo tentativo di tracciare in modo plutarchiano, attraverso ritratti biografici, la storia letteraria, riservò nella sua vasta opera una pagina ai romeni: <strong><em>Huomini pastorali, di bello aspetto, di corpo dritto et elevato … che cosi ignobili referiscono la lor prima origine alla nobilta romana. Confondo colle schiave molte parole romane ma traviate dalla vera pronuncia…</em></strong><a href="#_ftn25" name="_ftnref25"><sup><sup>[25]</sup></sup></a>.</li>
<li><strong>Giorgio Tomasi</strong> (? &#8211; dopo 1621), veneziano, fu protonotario del nunzio apostolico Alfonso Visconti, che accompagnò in Transilvania per poi diventare segretario del principe Sigismondo Báthory. Rimasto in Transilvania tra il 1596 e il 1599, scrisse il lavoro <em>Delle guerre et rivolgimenti del regno d’Ungaria et della Transilvania…</em> (opera ispirata da Botero e da Reicherstorffer, pubblicata a Venezia nel 1621)<a href="#_ftn26" name="_ftnref26"><sup><sup>[26]</sup></sup></a>. Il essa egli parla della romanità dei romeni e del carattere unitario dei tre principati: <strong><em>L’idioma in particolare della Transalpina (id est Valacchia), ove pochi altri habitano che Valacchi, è il latino et Italiano corrotto, Segni vero di esserci state Collonie de’ Romani. Dicendo à Dio, Zieo, à Dominatio tua, Domniata, al Cavallo, Callo. Tengono per ignominia il nome di Valacco, non volendo essere appellati con altro vocabolo che di Romanischi, gloriandosi d’havere origine da Romani…</em></strong><a href="#_ftn27" name="_ftnref27"><sup><sup>[27]</sup></sup></a>. Anche Tomasi, dunque, illustrò la romanità dei romeni rifacendosi al loro antico passato, ma nel contempo operò dei riferimenti puntuali al presente, alla lingua, ai vestiti e al loro etnonimo di romano, per il quale andavano orgogliosi.</li>
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<li>Un attacco dei turchi contro la Polonia, condotto nel 1498 attraverso la valle del fiume Dnestr, ebbe all’inizio del 1499 un esito disastroso, anche perché i romeni impedirono il passaggio dei resti dell’esercito ottomano nel territorio della Moldavia, in fuga verso Costantinopoli. Il gelo aveva inoltre contribuito alla distruzione quasi completa dell’esercito turco. Un <strong>italiano rimasto anonimo</strong> scriveva da Nicopolis, oggi in Bulgaria, al duca di Milano: <strong><em>Quelli puochi de huomini restaro ciunchi, monchi et / chi senza naso é qual senza orecchie. Et cavalli, anche tutti stropiati, se ne / andavan con pocho spirto pistando li cadaveri de loro compagnj. Et questo/ giucho stettj ben XVIJ giornj a vedere et contemplare. Poi, visto ognj cosa, / me misi a camino et passai lo Danubio sul paese de Vlachi chiamati rumenj, / id est romanj, et in XJ giornj, semper lungho Danubio cavalcando, qui venendo. / Ex Nicopoglie, XVJ februarjj 1499</em></strong><a href="#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a>. I Romeni erano, dunque, per il viaggiatore italiano, Romani!</li>
<li>Di grande valore è la testimonianza di <strong>Antonio Bonfini</strong> (1434-1502), umanista italiano che conobbe direttamente i Romeni nella sua qualità di segretario alla corte di re Mattia Corvino: „I Romeni, dunque, provengono dai Romani, cosa dimostrata fino nei nostri tempi la loro lingua, la quale, anche se si trova nel medio delle genti barbare si diverse, non ha potuto essere estirpata” (<strong><em>Valachi enim e Romanis oriundi, quod eorum lingua adhuc fatetur, quum inter tanta varias Barbarorum gentes sita, adhuc extirpari non potuerit</em></strong>)<a href="#_ftn29" name="_ftnref29"><sup><sup>[29]</sup></sup></a>. Nella medesima prospettiva l’umanista italiano osservava: „Annegate dall’onda di barbari, loro – le colonie romane della Dacia – esalano ancora la lingua romana e, per no abbandonarla affatto, si oppongono con tanta insistenza che si vedono come lottano non tanto per conservare intatta la vita, ma la lingua (<strong><em>Inter Barbaros obrutae, Romanam tandem linguam redolere videntur: et ne omnino eam deserant, its reluctantur, ut non tantum pro vitae, quantum pro linguae incolumitate certasse videantur</em></strong>)<a href="#_ftn30" name="_ftnref30"><sup><sup>[30]</sup></sup></a>. Questo costituisce certamente uno dei più begli elogi espressi verso la lingua romena<a href="#_ftn31" name="_ftnref31">[31]</a>, difesa dai Romeni più che la loro vita.</li>
<li>Fra le decine di autori italiani che nel corso del XVI secolo hanno illustrato nelle loro operer i Paesi romeni non posso dimenticare il celebre gesuita mantovano <strong>Antonio Possevino</strong> (1533-1611), segretario generale della Compagnia di Gesù, diplomatico papale con grandi responsabilità, tanto da essere inviato in importanti missioni in Svezia, Polonia, Russia e Transilvania. Possevino era, com’è noto, un instancabile viaggiatore e dalla Transilvania aveva in animo di arrivare anche in Valacchia e Moldavia, come aveva scritto da Cracovia al segretario di Stato Tolomeo Gallio. L’impegno del gesuita in Transilvania cadde in una fase molto favorevole, perché negli anni ‘70-’80 del secolo XVI, il paese, dopo circa tre decenni di presenza dei riformati, aveva di nuovo un principe cattolico, Stefano Báthory, intenzionato a ripristinare nel territorio il prestigio della Chiesa romana. Possevino fu l’autore di una monografia dedicata a Gregorio XIII, intitolata <em>Transilvania </em>(1584). In essa l’autore offrì un’interessante descrizione geografica, storica, etnica, politica e religiosa della Transilvania, avvalendosi di notizie raccolte direttamente o riprese da testimonianze, sia facendo ricorso ad altre opere, come la <em>Chorographia Transilvaniae</em> (1550) di Georg Reichersdorffer. Egli così scrisse circa i romeni: <strong><em>Et ancora quei, che si chiamano Valachi, habitanti nell’istessa Transilvania, danno assai segno di discendere da quei, che di Italia vi andarono, havendo essi la lingua corottissima dall’italiano, o latino; et mostrando dal sembiante di essere discesi da noi altri</em></strong><a href="#_ftn32" name="_ftnref32">[32]</a></li>
</ol>
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<p>***</p>
<p>Nel panorama dei molti autori stranieri che hanno descritto lo spazio carpato-danubiano, gli scrittori italiani risultano i più numerosi e i più circostanziati nell’aver notato, sin dal tardo Medioevo, che i Romeni erano di origine romana (italica o italiana), in quanto eredi dell’antica colonia edificata oltre il Danubio e i Carpazi dall’imperatore Traiano. Gli autori italiani, per evidenti ragioni fonetiche, compresero che i Romeni parlavano una lingua romanza. Inoltre essi osservarono, in virtù di affinità culturali, che i Romeni avevano ancora costumi e abitudini romani. Ma i dettagli più interessanti e più sottili emersi dagli scritti degli autori italiani sui Romeni sono altri tre: 1) i Romeni si chiamavano tra di loro romani e nominavano la loro lingua <em>romanesca</em>; 2) gli stranieri chiamavano i Romeni col nome di Valacchi, in modo analogo al nome dato agli Italiani; 3) i Romeni pretendevano di discendere dagli antichi romani ed erano orgogliosi di questa loro nobile origine.</p>
<p>L’ultimo dato menzionato spiega come, nei tempi moderni, nel corso del movimento di emancipazione nazionale avviatosi nel XVIII secolo, i Romeni transilvani abbiano saputo utilizzare la loro origine romana come argomento utile per rivendicare i loro pretesi diritti di convivenza nel Paese. La concezione politica dell’epoca sosteneva che vantavano diritti sopra un territorio o sopra una regione i popoli più antichi e più nobili presenti in quel luogo. Un tempo si è creduto che l’argomento della romanità dei Romeni – utilizzato nella stessa lotta nazionale dei Romeni – fosse stato importato, sia grazie agli umanisti stranieri, sia attraverso gli studiosi romeni del Seicento. L’opinione più diffusa era che gli umanisti italiani – spesso viaggiatori nei Principati Romeni – parlando direttamente con i Romeni e conoscendo la storia antica, avessero istruito i loro interlocutori sulla loro origine, generando in essi la coscienza della romanità attraverso strumenti intellettuali. Invece, come abbiamo potuto notare nelle testimonianze precedenti, alcuni autori italiani appresero direttamente dai Romeni che questi ultimi erano di origine romana. Questo dato oggettivo non significa che la coscienza latina dei Romeni non sia stata in qualche modo rinvigorita grazie alle conoscenze dei dotti italiani. Questi ultimi infatti hanno arrecato nuovi argomenti per sostenere la latinità dei Romeni e della loro lingua. Ma, i Romeni (o meglio: alcuni Romeni) non avevano mai dimenticato l’idea della loro origine romana – come racconto leggendario e mitico della “prima fondazione”<a href="#_ftn33" name="_ftnref33">[33]</a> dell’imperatore Traiano – e in alcuni momenti decisivi della loro storia essi invocarono con certezza e orgoglio il fatto di essere gli eredi dei Romani antichi. Un motivo di più per affermare questa origine è stato anche il nome di “Romani”, conservato per sempre tra i Romeni come loro etnonimo interno (endonimo).</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ernst Walser, <em>Poggius Florentinus, Leben und Werke</em>, Leipzig, 1914, passim.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Ș. Papacostea, Geneza, p. 226. A. Armbruster, p. 55-56. George Lăzărescu, Nicolae Stoicescu, <em>Țările Române și Italia până la 1600</em>, București, 1972, p. 246-247.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Georg Voigt, <em>Enea Silvio Piccolomini, als Papst Pius der Zweite und sein Zeitalter</em>, vol. I-II, Berlin, 1856-1862. Alexandru Marcu, <em>Riflessi di storia rumena in opere italiane dei secoli XIV e XV</em>, în „Ephemeris Dacoromana”, I, 1923, p. 364-373. Maria Holban, Călători, I, p. 469-470. G. Lăzărescu, N. Stoicescu, p. 256-257. A. Armbruster, p. 57-61.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Aeneae Sylvii Picolominei postea Pii II Papae <em>Opera Geographica et Historica</em>, Helmstadii, MDCIC (1699), p. 228. Maria Holban, Călători, I, p. 472, 474 (text român și latin).</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> G. Lăzărescu, N. Stoicescu, p. 256-257.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> <em>Ad Alphonsum Aragonensem serenissimum regem de expeditione in Thurcos Blondus Flavius Forliviensis</em>, in „Scritti inediti e rari di Flavio Biondo”, con introduzione di Bartolomeo Nogara, Roma, 1927 (Studi e testi, 48), p. 45. A. Armbruster, p. 56-57. Ș. Papacostea, Geneza, ed. I, p. 226.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> <em>Ad Petrum de Campo Fregoso illustrem Genuae ducem Blondus Flavius Forliviensis</em>, in „Scritti inediti e rari…”, p. 70. A. Armbruster, p. 57.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> A. Armbruster, p. 71.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Petru Iroaie, <em>I romeni nell’opera di Ranzano</em>, in „Il Veltro”, XIII, 1969, nr. 1-2, p. 184-185. A. Armbruster, p. 71.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> A. Armbruster, p. 71. Si nota anche l’uso del nome autoctone di <em>Janco</em>, presentato come cognome italico, per indicare l’eroe di Belgrado. Inoltre, sono conosciute adesso altre testimonianze che mostrano che Giovanni (Jànos) <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/J%C3%A1nos_Hunyadi">Hunyadi</a> era a volte chiamato <em>Iancu</em> (nell’epoca) anche nei ambienti italiani. Vedi Ioan-Aurel Pop, <em>Numele din familia regelui Matia… </em></p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Maria Holban, <em>Călători</em>, p. 317-320.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Claudiu Isopescu, op. cit., p. 15. Călători, I, p. 322. Armbruster, p. 90.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> <em>Ibidem</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> G. Lăzărescu, N. Stoicescu, <em>op. cit.</em>, p. 291-292.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> <em>Vita Despothi Principis Moldaviae</em>, in Constantin Marinescu, <em>À propos d’une biographie de Jacques Basilicos l’Héraclides récemment découverte</em>, in „Mélanges d’histoire générale”, publiés par C. Marinescu, Cluj, 1938, p. 381-397. Apud A. Armbruster, p. 109. Vedi anche Călători, II, p. 291 e sgg.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Aurel Decei, <em>Giovanandrea Gromo. Compendio di tutto il regno posseduto dal re Giovanni Transilvano ed di tutte le cose notabili d’esso regno (sec. XVI)</em>, in „Apulum. Buletinul Muzeului regional Alba Iulia”, II, 1943-1945, p. 165-166; Andrei Veress, Documente…, I, p. 253; Călători, II, p. 312 e sgg.; A. Armbruster, p. 125, nota n. 136.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> A. Armbruster, p. 125.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> I. C. Filitti, <em>Din documentele Vaticanului</em>, II. Documente politice (1526-1788), București, 1914, p. 45; Armbruster, p. 131.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> I. C. Filitti, p. 46; Armbruster, p. 132.</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> Lăzărescu, Stoicescu, p. 317-318.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Lăzărescu, Stoicescu, p. 318.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> Lăzărescu, Stoicescu, p. 321.</p>
<p><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> Claudio Isopescu, <em>Notizie intorno ai romeni nella letteratura geografica italiana del Cinquecento</em>, in „Bulletin de la Section Historique”, XVI, 1929, p. 61.</p>
<p><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> G. A. Maginus, <em>Geografia cioè Descrittione Universale della Terra, partita in due volume…</em>, Venetia, 1596. Vedi Lăzărescu, Stoicescu, p. 325-327.</p>
<p><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> D. Găzdaru, <em>Publicații rare sau necunoscute despre limba și poporul românesc</em>, in „Cuget Românesc”, VI, 1957-1958, p. 91; Armbruster, p. 151.</p>
<p><a href="#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> Lăzărescu, Stoicescu, p. 327-328; Armbruster, p. 150, nota 28.</p>
<p><a href="#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> Ioan Domșa, <em>Referințele lui Giorgio Tomasi despre Transilvania și Țările Române</em>, in „Anuarul Institutului de istorie națională”, X, 1945, p. 290-324; <em> </em></p>
<p><a href="#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> Archivio di Stato di Milano, Archivio Ducale Sforzesco, Potenze Estere, carteggio 640, fascicolo Ragusa, senza numero.</p>
<p><a href="#_ftnref29" name="_ftn29">[29]</a> Antonius Bonfinius, <em>Rerum Ungaricarum decades quatuor cum dimidia</em>, Basileae, 1568, decad. II, lib. 7, p. 304-305. A. Armbruster, p. 69.</p>
<p><a href="#_ftnref30" name="_ftn30">[30]</a> Antonius Bonfinius, <em>Rerum ungaricarum decades quatuor cum dimidia</em>, ediție de J. Sambucus, Basel, 1568, decad. III, lib. 9, p. 542. Maria Holban, Călători, p. 483. G. Lăzărescu, N. Stoicescu, p. 266-270.</p>
<p><a href="#_ftnref31" name="_ftn31">[31]</a> La più importante e visibile prova della latinità dei Romeni e la loro lingua. Nella vita quotidiana odierna, i Romeni usano una lingua composta da circa l’80% di parole di origine latina, circa 15% parole slave e 5% parole di diverse altre origini (tracica, greca, ungherese, turca ecc.). Un processo complesso di modernizzazione del romeno è stato iniziato nel diciottesimo secolo tramite le regole di grammatica e il rinnovo/ arricchimento del vocabolario con parole di origine latina (arrivate anche tramite il francese e l’inglese). Alcuni specialisti chiamano questo fenomeno “ri-latinizzazione”, usando un termine non adatto, perché il carattere neolatino del romeno è stato sempre una realtà, a prescindere delle varie influenze e tendenze.</p>
<p><a href="#_ftnref32" name="_ftn32">[32]</a> Antonio Possevino, <em>Transilvania</em> (1584), ed. A. Veress in “Fontes Rerum Transylvanicarum”, t. III, Budapest: Tipographia artistica Stephaneum, 1913, p 21.</p>
<p><a href="#_ftnref33" name="_ftn33">[33]</a> “La seconda fondazione” era considerata quella medievale, dei secoli XIII-XIV, quando alcuni principi romeni (voivodi, nobili) di Transilvania, ribellatisi alle autorità del Regno Ungherese, hanno trasferito le loro rivolte al sud e al est dei Carpazi, dando un spinta alla creazione della Valacchia e della Moldavia.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un passato che non si dimentica</title>
		<link>https://culturaromena.it/un-passato-che-non-si-dimentica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2014 12:24:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo la Rivoluzione dell’89, il Popolo Romeno volta pagina, cercando in ogni modo di cancellare il ricordo di un regime dittatoriale durato quasi cinque decenni. In effetti chi avrebbe voluto rivivere e raccontare un passato così buio? Questo periodo è stato spesso identificato con l’assenza di libertà, di cibo, l’impossibilità di viaggiare e conoscere (...)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>I beni di un popolo sono la sua dignità, l’onore, l’eroismo, la determinazione, per poter definirsi come una Nazione tra gli altri popoli. (Ion Gavrilă Ogoranu)</p></blockquote>
<p>Dopo la Rivoluzione dell’89, il Popolo Romeno volta pagina, cercando in ogni modo di cancellare il ricordo di un regime dittatoriale durato quasi cinque decenni. In effetti chi avrebbe voluto rivivere e raccontare un passato così buio? Questo periodo è stato spesso identificato con l’assenza di libertà, di cibo, l’impossibilità di viaggiare e conoscere, ma non è stato mai considerato in rapporto al sacrificio di un’intera generazione. Quindi come si può recuperare la storia, una storia sconosciuta, e farla conoscere ai nostri contemporanei?</p>
<p>A volte ritengo che noi romeni abbiamo voltato pagina troppo rapidamente sul nostro passato, su un periodo pieno degli orrori di un regime che ha perpetrato il genocidio delle anime. In fuga dal nostro passato, abbiamo ignorato e dimenticato il dolore e la sofferenza di tutti coloro che si sono sacrificati in quegli anni. L’apertura verso l’Occidente dopo l’89, la libertà di viaggiare e di scegliere, il desiderio di organizzare una vita democratica nel nostro paese hanno gettato un velo sugli orrori passati, sui crimini compiuti dal regime nei confronti di quasi un milione di persone, tutte vicende che si sono trasformate in una sorta di buco nero per il popolo romeno quasi si trattasse di una storia parallela appartenuta a un altro popolo con episodi accaduti lontano da noi.</p>
<p>Se negli anni ’90 qualcuno avesse fatto un’indagine per la strada, facendo alla gente domande sulle carceri comuniste, sul fenomeno Piteşti, sulle deportazioni e il processo di collettivizzazione, le risposte sarebbero state scarse. Persino la resistenza anticomunista e antisovietica in Romania era un argomento quasi sconosciuto alla maggior parte della popolazione. Ancora oggi, quando si discute della resistenza anticomunista romena, si trovano persone pronte ad affermare che la Romania, a differenza di altri paesi, è stata priva di movimenti di questo tipo. Purtroppo nell’opinione pubblica romena e in quella occidentale si registra ancora una scarsa conoscenza del passato e del modo in cui si è instaurato il regime comunista.</p>
<p>Tramite la passaparola i romeni conoscevanno alcuni episodi solo alcuni episodi di reazione al dittatore Ceauşescu e al suo regime, come lo sciopero degli operai di Braşov (novembre 1987)1, un evento di cui mi ricordo, perche a quel tempo, ero una studentessa di un liceo vicino alla sede del partito comunista nel centro di Bucarest, oppure la contestazione di Valea Jiului2 e il movimento di Paul Goma3, ma in generale sembrano ignorare gran parte delle vicende legate alla resistenza armata anticomunista nel loro paese sviluppatasi negli anni immediatamente successivi all’instaurazione del regime comunista.</p>
<p>L’enorme entusiasmo del popolo romeno negli anni ’90 si accompagna a una grande confusione e una scarsa conoscenza di quanto accaduto nel paese e una tale situazione produce spesso giudici facili. Fino ad oggi si è studiato poco il ruolo della resistenza e dei movimenti anticomunisti attivi in Europa dopo la seconda guerra mondiale, perciò sarebbe necessario un approfondimento. Oltre ai fatti ben noti dell’89, l’opinione pubblica dell’Europa occidentale è a conoscenza solo dei maggiori episodi di ribellione popolare contro i regimi oppressivi che dominavano nell’Unione Sovietica e nelle nazioni dell’Est, come la Rivolta ungherese del 1956 o la Primavera di Praga del 1968, mentre restano ancora in gran parte sconosciuti fenomeni come la repressione comunista e la resistenza anticomunista in Romania.</p>
<p>La dittatura comunista in Romania termina il giorno di Natale del 1989, con il processo al presidente Nicolae Ceauşescu e alla moglie Elena, entrambi condannati per genocidio. Un importante particolare da segnalare è il fatto che la Romania è stato l’unico Paese dell’Est europeo dove la transizione dal comunismo alla democrazia è avvenuta nel sangue: circa 1.300 i morti, oltre 3.000 i feriti negli scontri tra esercito e cittadini durante i giorni della Rivoluzione nel dicembre 1989.</p>
<p>Con la conquista definitiva del potere, il Partidul Comunist Român [Il Partito Comunista Romeno] scatena un terrore sistematico contro gli oppositori politici, siano essi reali o immaginari. Il mezzo repressivo dei nuovi governanti viene messo a punto il 30 agosto del 1948, quando la Direzione Generale della Sicurezza dello Stato (Siguranţa Statului) si trasforma in Direzione Generale della Sicurezza del Popolo (Departamentul Securităţii Statului, più comunemente chiamata Securitate). Il regime comunista in Romania si basa su una continua repressione esercitata grazie alle informazioni della Securitate, i noti servizi segreti che registrano tutte le comunicazioni e si occupano dei dissidenti e tutti quelli che nella visione del partito vengono considerati potenziali nemici. La costituzione di un’estesa rete di informatori, che opera tra la popolazione e all’interno delle carceri, completa il controllo del governo sulla società romena.</p>
<p>Quando la Romania appena trasformata in un paese comunista decide di adattare il proprio sistema penitenziario, si rivolge direttamente al modello sovietico, il gulag, così trasforma le prigioni esistenti in una sorta di gulag in miniatura, copie fedeli del gulag sovietico. Le due grandi categorie sociali più controllate sono le cosiddette “élite” (politiche, intellettuali, religiose) e la generazione-ponte tra la vecchia società e la nuova costituita dagli studenti. Attraverso i provvedimenti della nuova Carta costituzionale, che prevede il divieto assoluto di critica al governo per i singoli e per tutte le associazione che abbiano “natura fascista o anti-democratica”, il regime comunista mostra il suo vero “volto”. Dopo il 1945 avvengono centinaia di arresti su basi legali molto dubbie, anche dal punto di vista comunista, in seguito ad alcuni decreti governativi o ministeriali, mai pubblicati e rimasti segreti. Man mano che il partito comunista diventa più forte, più organizzato, il numero degli arresti aumenta, gli oppositori diventano più numerosi. Il decreto del 3 gennaio 1950, con cui inizia la tragedia per tutti gli oppositori del regime, stabilisce l’arresto di chi «mette in pericolo o tenta di mettere in pericolo il regime di democrazia popolare e la costruzione del socialismo o diffama il potere statale e i suoi organi, anche se i relativi atti non costituiscono infrazioni»4. Si tratta di un decreto che dà via libera all’arresto di migliaia e migliaia di persone con qualsiasi tipo di motivazione (per esempio, se durante un’inchiesta la Securitate riveniva nella casa dell’indagato uno zaino, al principale capo di imputazione si aggiungeva subito l’accusa di tentata fuga sulle montagne per organizzare la lotta contro il regime).</p>
<p>La nazionalizzazione delle terre, delle banche e delle maggiori imprese del Paese, messa in atto dall’11 giugno del 1948, è lo strumento che completa il processo di sovietizzazione del Paese. È il momento in cui tanti proprietari aderiscono al movimento dei partigiani, come forma di protesta contro il nuovo regime. Nell’autunno del 1944, sulle montagne della Romania, si costituisce la resistenza armata anticomunista e antisovietica, le cui pagine vengono scritte da militari, studenti, contadini, operai, uomini e anche donne, pagine di storia cadute nell’oblio.</p>
<p>Come accennato sopra, i romeni vengono a conoscenza della partecipazione di tanti gruppi alla resistenza solo dopo gli anni ’90 tramite la testimonianza di alcuni combattenti o di gente sopravvissuta. Grazie ai ricordi di persone ancora vive, tra cui Ion Gavrilă Ogoranu5, il medico Teofil Mija6, siamo entrati nel mondo dimenticato e nel passato travagliato del popolo romeno negli anni dell’inizio del comunismo. Così abbiamo scoperto che l’instaurazione in Romania del regime comunista è avvenuta non senza difficoltà e non senza opposizioni. Figura emblematica della resistenza e della volontà di mantenere inalterata la propria integrità è stata la contadina Elisabeta Rizea del villaggio di Nucşoara, in provincia di Argeş ricordata nel nostro libro.</p>
<p>Nel 2006 il presidente romeno Traian Băsescu decide di costituire una commissione1 per indagare sul passato del regime, un atto ormai necessario, ma considerato tardivo dall’opinione pubblica romena. Il risultato dei lavori: Il Rapporto della Commissione Presidenziale per l’Analisi della Dittatura Comunista in Romania7, pubblicato nel 2006, redatto allo scopo di gettare luce su un periodo così buio della storia contemporanea romena. Il rapporto dedica alcuni capitoli alla repressione operata dai comunisti per quasi cinquant’anni, una repressione vissuta dai personaggi riuniti nel nostro libro.</p>
<p>Dall’inizio alla fine il comunismo in Romania si è mantenuto con il terrore e con le minacce che aleggiavano dovunque. Paura era la parola d’ordine che non veniva mai usata nel vocabolario quotidiano, ma definiva qualsiasi gesto. Fare una stima del numero di persone decedute durante il regime è molto difficile, a causa della scarsa affidabilità delle fonti di informazione di allora soggette a pesanti controlli. Secondo alcune stime sarebbero più di un milione le persone arrestate, interrogate, torturate e “rieducate” nei lager nel periodo della presidenza di Gheorghe Gheorghiu-Dej9. Una repressione che non avveniva per reali minacce o pericoli all’ordine pubblico ma, di regola, al solo scopo di intimorire la popolazione, demoralizzare la gente. Molti libri, apparsi come testimonianze di quei tempi, ricordano come nel buio della notte la gente quasi smettesse di respirare sentendo i motori della macchine ferme davanti al cancello delle proprie abitazioni. Alcuni di quelli che sapevano di essere ricercati si preparavano già con il cappotto indosso, perché i tempi dell’arresto erano così rapidi che l’indagato non aveva neppure il tempo di indossare un abito pesante e, una volta prelevati da casa, il rientro rappresenta un’autentica incognita.</p>
<p>Violeta P. Popescu &#8211; Tratto dal libro: Le catacombe della Romania. Testimoniane dalle carceri comuniste (1945-1964), Rediviva, 2014, Documentazione e traduzione (Lorena Curiman, Claudia Bolboceanu, Mirela Tingire)210 p.</p>
<p>Note</p>
<p>1 Nel novembre 1987 Braşov diventa teatro di una protesta operaia presso l’industria di mezzi pesanti Steagul roşu [La bandiera rossa]. Il 15 novembre prende parte alla protesta anche la popolazione locale che si unisce al corteo degli scioperanti occupando la sede del partito nel centro della città. La rivolta viene domata e seguono le consuete repressioni; tuttavia si ritiene a ragione che questo episodio segni l’inizio di una mobilitazione morale poi sfociata negli avvenimenti del dicembre 1989.</p>
<p>2 La prima protesta operaia scoppia nel 1977 con la rivolta dei minatori di Valea Jiului (la valle del fiume Jiu nel distretto di Hunedoara). Provocata dall’aumento delle ore di lavoro e dalla riduzione delle pensioni, la rivolta dei minatori si svolge in modo pacifico per tre giorni (1-3 agosto); lo stesso Nicolae Ceauşescu giunge sul posto per sbloccare lo stallo e parlare direttamente con gli operai. Fra la folla che lo attende per la prima volta si levano grida di dissenso (Abbasso Ceauşescu! Abbasso la borghesia proletaria!). Malgrado le promesse, entra subito in azione la Securitate: intere famiglie del luogo vengono deportate, molte persone sono condannate e altre muoiono in circostanze sospette, mentre gli scioperanti più attivi, filmati di nascosto, vengono indagati e sottoposti a torture.</p>
<p>3 Paul Goma, è nato nel 1935 nel villaggio di Mana in Bessarabia (l’attuale Repubblica Moldova) è uno dei maggiori scrittori romeni contemporanei, simbolo della dissidenza antisovietica. Firmatario di Charta 77 e di due provocatorie lettere aperte a Ceauşescu, viene espulso dalla Romania. Nel 1977 una lettera di solidarietà con Charta 77 gli vale l’arresto e l’accusa di alto tradimento. Liberato per le proteste internazionali, in novembre è costretto all’esilio. Da allora vive a Parigi. Due dei suoi libri sono stati tradotti in italiano: L’arte della fuga, a cura di M. Cugno, Voland, Roma, 2007 (ed. orig.: Arta Refugii Editura Dacia, Cluj, 1991); Nel sonno non siamo profughi. Un’infanzia in Bessarabia, trad. di D. Zaffi, Keller editore, Rovereto (TN), 2010 (ed. orig.: Din calidor: o copilărie besarabeană, Editura Albatros, Bucureşti, 1990).</p>
<p>4. Il rapporto Băsescu. In romeno Raportul Comisiei Prezidenţiale pentru Analiza Dictaturii Comuniste din România. Il testo integrale, di ben 666 pagine, si può leggere al link seguente: http://www.presidency.ro/static/ordine/RAPORT_FINAL_CPADCR.pdf (ultimo accesso: 6 novembre 2013). [trad. nostra].</p>
<p>5. Ion Gavrilă Ogoranu (1923-2006) è stato un celebre oppositore del comunismo, uno dei capi della resistenza armata sui monti Făgăraş.</p>
<p>6 Teofil Mija (1923-2010) medico, leader del movimento della resistenza armata anticomunista della zona Codrii Fetea</p>
<p>7. Comisia Prezidenţială pentru Analiza Dictaturii Comuniste din România [La Commissione Presidenziale per l’Analisi della Dittatura Comunista in Romania], nota anche come Comisia Tismăneanu dal nome del suo presidente.</p>
<p>8. Il rapporto Băsescu, op.cit.</p>
<p>9. Gheorghe Gheorghiu-Dej (1901-1965) è stato presidente della Romania negli anni 1961-1965</p>
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		<title>Gli italiani di Craiova – gli artigiani</title>
		<link>https://culturaromena.it/gli-italiani-di-craiova-gli-artigiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2014 14:47:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli artigiani italiani sono emigrati attirati dalle opportunità lavorative che il nostro paese offriva in quel periodo. I lavoratori qualificati italiani arrivano in Romania alla fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo attratti dagli alti stipendi e dalla possibilità di fare buoni affari.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A differenza degli agricoltori, di cui si è parlato nell’articolo precedente, che sono emigrati in Romania per motivi di lavoro per colpa di una grave crisi agraria, gli artigiani italiani sono emigrati attirati dalle opportunità lavorative che il nostro paese offriva in quel periodo. I lavoratori qualificati italiani arrivano in Romania alla fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo attratti dagli alti stipendi e dalla possibilità di fare buoni affari.</p>
<p>In questo periodo si verifica la presenza di un gran numero di lavoratori specializzati nel campo dello sfruttamento forestale e delle costruzioni. Lo sfruttamento forestale e la lavorazione del legno sono i due settori che hanno utilizzato al massimo la manodopera straniera. Nel settore dei lavori pubblici la manodopera straniera è stata usata soprattutto per la costruzione delle ferrovie, delle strade e dei ponti. Ma su quest’aspetto la Romania non è stato l’unico paese, anche in altri paesi dell’Europa sono stati assunti lavoratori specializzati e artigiani stranieri per la costruzione degli sterrati delle ferrovie.</p>
<p>Fin dall’inizio del suo mandato, Carol I ha voluto dotare il Paese di una vasta rete di linee ferroviarie. Nel 1868 è entrata in vigore la legge ideata da lui per la costruzione e lo sfruttamento delle ferrovie, la linea Suceava – Iasi – Roman essendo concessa alla compagnia austriaca Offenheim e la linea Roman – Bucarest – Varciorova a quella tedesca Straussberg. Quest’ultima ha assunto anche lavoratori italiani. Nel 1898 l’ingegniere responsabile dei lavori per la linea Caineni – Ramnicu Valcea si è messo d’accordo con l’operaio italiano Miscetti Pasquale per far arrivare dall’Italia venticinque operai, di cui aveva bisogno per concludere i lavori. Ma lui porta in Romania centotrentuno persone bisognose di lavorare, tanti di questi si vedono invece costretti a far ritorno a casa perché non c’era lavoro per tutti. Nel 1892 vengono impiegati duecentocinque operai italiani specializzati per la linea Craiova – Calafat.</p>
<p>L’esigenza sempre più grande di legno, a livello nazionale, da utilizzare per le traverse delle ferrovie, per i cantieri navali, per le cartiere e i mobilifici, alla quale si aggiunge anche la grande richiesta di legname, a livello europeo, ha provocato un’enorme campagna di diboscamento e trasporto del legname verso i centri di lavorazione. I grossi e rapidi redditi ottenuti dallo sfruttamento e dalla lavorazione del legno hanno accelerato l’ingresso dei monopoli stranieri nel settore forestale. In questo periodo sono nate grandi compagnie che hanno ottenuto il diritto di sfruttare le foreste statali e private, per esempio: le ditte Gaetz – Negoiu, Lotru, SA Ungaro – Romena. Le ditte straniere assumevano operai dall’estero, come ad esempio la ditta Oltul che sfruttava le foreste della regione Oltenia, nel 1905 era autorizzata a portare operai dall’estero. Nel marzo 1913 la stessa società chiede il permesso di soggiorno per motivi di lavoro per ottocento lavoratori, tra cui anche italiani provenienti dal Nord Italia. Nel frattempo le richieste di legname da esportare aumentano, soprattutto sotto forma di tavole di legno prefabbricate. Di conseguenza aumenta la modernizzazione dei macchinari impiegati nella lavorazione del legno. Nel 1864, l’ingegnere ceco Carol Novac ottiene il monopolio sullo sfruttamento forestale e la lavorazione del legno e sviluppa il trasporto del legno sul fiume Olt (Oltenia). Nel 1883 a Brezoi si costituisce la società Lotru, che aveva come obbiettivi principali lo sfruttamento delle foreste del bacino Lotru e nel 1907 chiede il permesso di soggiorno per duemila operai austro-ungari, italiani e macedoni. Ma il Ministro dell’interno ha concesso soltanto la metà dei permessi richiesti, l’altra metà rimpiazzata da lavoratori locali. Le mansioni degli operai italiani erano abbattere gli alberi con le seghe, trasportare e lavorare il legno. Alcuni di loro avevano contratti di lavoro di cinque mesi all’anno, per il trasporto del legno sull’acqua. All’inizio del XX secolo si eseguono dei lavori per adattare il letto del fiume a questa pratica e migliorare la tecnica del trasporto sull’acqua del legname, con l’introduzione di una zattera guidata da due persone che si servivano di un pezzo di acciaio chiamato spancs per manovrarla. Nel 1904, a Brezoi, l’imprenditore assume quaranta operai italiani per questo lavoro.</p>
<p>Nel 1920 dalla fusione di più società nasce la Carpatina Brezoi. Nel 1894 l’italiano Olivotto, sposato con Maria Roselini di Udine, trova lavoro nella zona forestale Brezoi come guardiano e ulteriormente come mastro. Sono stati tanti lavoratori italiani che hanno trovato lavoro in questa zona del distretto Valcea, ma a differenza degli agricoltori, quando è calato il lavoro sono tornati nel loro paese, assieme agli ingegneri e ai mastri.</p>
<p>Gli operai specializzati italiani hanno eccelso nei lavori pubblici, la città di Craiova abbonda in costruzioni progettate e costruite da loro.</p>
<p>Perresutti Giovanni Battista è stato un ingegnere e costruttore, nato nel 1880 a Pinzano al Tagliamento in Italia ed è morto nel 1953 a Craiova. Ha studiato a Udine e si è laureato come ingegnere in costruzioni all’Università di Padova. A Craiova ha fondato una scuola di costruzioni pubbliche, con lavoratori italiani, per formare muratori e carpentieri romeni. Esistono dei bellissimi palazzi costruiti dagli ingegneri Perresutti e Dalla Barba. Nel 1900 Craiova era la città più ricca dell’Oltenia ed i costruttori italiani erano molto richiesti. Gli imprenditori italiani Olivero e Albertozzi lavoravano con muratori, carpentieri e scalpellatori italiani. Il Palazzo amministrativo e la Banca commerciale di Craiova sono stati progettati dagli architetti italiani Vignali e Gambara e costruiti da squadre di lavoratori italiani. I palazzi Davidedescu e Vorvoreanu sono stati costruiti da italiani portati al lavoro dall’imprenditore italiano Pasuttini. Il ponte di metallo sul fiume Jiu che ha sostituito quello vecchio di legno è stato lavorato dal carpentiere italiano Zampol Celeste.</p>
<p>Gli operai specializzati italiani hanno portato con loro sul territorio romeno anche mestieri sconosciuti fino a quel momento: fonditore di candele, tavoliere, litografo.</p>
<p>Bibliografie:</p>
<p>1. D.A.J.N. Vâlcea, Prefectura Vâlcea, serv. adm. dosar 33/1898 f.135-139</p>
<p>2. D.A.J.N. Dolj, Prefectura Dolj, serv. adm., dosar 191/18925, f.4</p>
<p>3. D.A.J.N. Vâlcea, Prefectura Vâlcea, serv. adm. dosar 25/1907 f.4</p>
<p style="text-align: right;"><em>docente Rodica MIXICH</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Traduzione a cura di Lorena CURIMAN</em></p>
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		<title>6 marzo 1945 &#8211; il governo Petru Groza e la nascita del regime comunista in Romania</title>
		<link>https://culturaromena.it/6-marzo-1945-il-governo-petru-groza-e-la-nascita-del-regime-comunista-in-romania/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Mar 2014 11:32:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[L’influenza sovietica tramite agenti russi infiltrati nel governo romeno è stata decisiva nel corso degli eventi, il Governo Groza alla guida del paese essendo stato imposto dalle forze armate sovietiche.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La nascita del regime comunista in Romania è stata un processo pianificato in più fasi che ha avuto come obiettivo l’eliminazione delle strutture politiche tradizionali romene tramite metodi illegali e non costituzionali, cioè metodi specifici comunisti: ricatti, minacce, documenti officiali falsi, pressioni interne ed esterne, azioni inscenate per eliminare qualsiasi forma di opposizione e imporre il modello stalinista in Romania.</p>
<p>Un’enorme tabula rassa delle strutture esistenti di ordine economico, politico e sociale per far spazio al comunismo, asservito all’URSS e a Stalin, realizzata in quattro fasi: l’imposizione del Governo Petru Groza (6 marzo 1945), la falsificazione delle elezioni (19 novembre 1946), l’annientamento dell’opposizione politica (luglio – ottobre 1947) e l’imposizione al Re Michele I di abdicare.</p>
<p>L’influenza sovietica tramite agenti russi infiltrati nel governo romeno è stata decisiva nel corso degli eventi, il Governo Groza alla guida del paese essendo stato imposto dalle forze armate sovietiche. In seguito ad uno scambio di telegrammi tra Groza e Stalin, il Nord – Ovest della Transilvania è ritornato a far parte del territorio romeno e la riforma agraria ha dato il via ad una serie infinita di espropriazioni. La nazionalizzazione dell’industria ha eliminato la proprietà privata e ha generalizzato la proprietà pubblica in industria, banche e trasporti, tutto basato sul centralismo economico pianificato. Il piano di organizzazione economica era di cinque anni, il famoso piano cinquennale preso dal modello sovietico, così come sono state adottate, sempre seguendo il modello sovietico, le Cooperative Agricole Collettive e le Cooperative Agricole di Stato, che fissavano i tipi di cultura e i prezzi di vendita.<br />
Petru Groza è stato un sostenitore del comunismo prima ancora di diventare il capo del Partito Comunista, per questo motivo soprannominato il “borghese rosso”, un banchiere originario della Transilvania, che ha aiutato l’ascesa al potere del Partito Comunista. E’ stato scelto dall’emissario sovietico Ianuarevici Andrei Vishinsky, il Commissario Deputato del Popolo per gli Affari Esteri dell’Unione Sovietica, mandato a Bucarest il 26 febbraio 1945, che sosteneva che il governo non fosse abbastanza democratico e che dovesse essere cambiato il prima possibile.<br />
Il regime totalitario comunista ha inizio il 6 marzo 1945 con il Governo Petru Groza. Il 20 agosto dello stesso anno il Re Michele I, considerando in pericolo la democrazia del paese, chiede le dimissioni di Groza. Al suo rifiuto di abbandonare il governo, il Re decide di non collaborare con Groza rifiutandosi di firmare i decreti. Quest’azione viene denominata sciopero regale e dura dal agosto del 1945 al gennaio del 1946.<br />
I ministri degli esteri di Stati Uniti e Gran Bretagna si rifiutano di riconoscere il governo Groza mentre il governo sovietico lo riconobbe immediatamente. I grandi partiti di opposizione, rappresentati di un progetto liberale – democratico, vengono sciolti nell’agosto del 1947 con l’accusa di complotto con i paesi stranieri occidentali contro lo Stato, i loro giornali chiusi e i loro membri arrestati – la tattica del “salame” , metafora ideata dal dirigente comunista ungherese Màtyàs Ràkosi, che consisteva nel tagliar via dallo scacchiere politico le formazioni e le personalità avverse, a tappe graduali e con la pressione extraparlamentare alternata all’azione parlamentare<br />
Il 19 novembre del 1946 le elezioni sono vinte dal Blocco dei Partiti Democratici guidato dal Partito Comunista. In vano tutti gli sforzi del Re di resistere alle pressioni sovietiche, il 30 dicembre del 1947 Petru Groza e il Partito Comunista Romeno chiedono al Re Michele di abdicare ed il 3 gennaio del 1948 il Re abbandonò la Romania.<br />
Una volta al potere, il Partito Comunista Romeno stipula nel febbraio del 1948 un trattato romeno – sovietico di amicizia, di collaborazione e di mutua assistenza per un periodo di 20 anni, mentre continuava il processo di sovietizzazione forzata del paese – paese guidato nella penombra sempre dai consiglieri sovietici strategicamente messi in tutti i centri vitali del governo comunista, come se fosse un paese conquistato dall’URSS: deportano decine di migliaia di romeni dalla Basarabia e Bucovina, sfruttano le mine fino all’esaurimento soprattutto l’uranio, azzerano tanti valori della società romena – gran parte dell’elite intellettuale e politica rinchiusa in carceri o mandata in esilio, come è stato per Mircea Eliade, Emil Cioran, Eugen Ionescu, Constantin Virgil Gheorghiu &#8211; cancellano qualsiasi forma di libertà di pensiero .</p>
<p>Un regime comunista di 45 anni, in cui la menzogna è stato un metodo di governare, il terrore ha sviluppato la codardia in molte persone, la delazione è stata considerata una virtù ed il furto non solo dei beni dello Stato, ma anche di quelli del vicino è diventato legittimo, scusato dalle privazioni permanenti e dall’esempio dato dal Governo – un simile regime non poteva non lasciare tracce profonde nella mentalità e il comportamento odierno che impedisce l’integrazione in un nuovo mondo.</p>
<p><strong>Articolo a cura di Lorena CURIMAN</strong></p>
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