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	<title>Spiritualità | Cultura Romena</title>
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	<description>Progetto del Centro Culturale Italo-Romeno di Milano</description>
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	<title>Spiritualità | Cultura Romena</title>
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	<item>
		<title>Giornata di studio in onore di padre Dumitru Stăniloae</title>
		<link>https://culturaromena.it/giornata-di-studio-in-onore-di-padre-dumitru-staniloae/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gabriel Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Oct 2023 10:54:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Personalità]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[Sabato 28 ottobre 2023 dalle 09:00 alle 13:30, presso l&#8217;Aula I, si terrà la giornata di studio in onore di padre Dumitru Stăniloae: “Per una teologia filocalica: il contributo teologico di padre Dumitru Stăniloae alla visione cristiana”. Sarà possibile seguire l&#8217;evento anche sul canale YouTube @Anselmianum. Il programma dell&#8217;evento si può scaricare da qui.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 28 ottobre 2023 dalle 09:00 alle 13:30, presso l&#8217;Aula I, si terrà la giornata di studio in onore di padre Dumitru Stăniloae: “Per una teologia filocalica: il contributo teologico di padre Dumitru Stăniloae alla visione cristiana”. Sarà possibile seguire l&#8217;evento anche sul canale YouTube @Anselmianum.</p>
<p><iframe title="Giornata di studio in onore di padre Dumitru Stăniloae" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/cMW8m6G3XI4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Il programma dell&#8217;evento si può scaricare da <a href="https://drive.google.com/file/d/1qHXoopcuNwnvB_jkqr5NlKyzyXC_LF9n/view">qui</a>.</p>
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		<item>
		<title>La lettera di Constantin Noica indirizzata al figlio, il monaco Rafail Noica</title>
		<link>https://culturaromena.it/la-lettera-di-constantin-noica-indirizzata-al-figlio-il-monaco-rafail-noica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 09:03:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
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					<description><![CDATA[Constantin Noica, il più grande filosofo della generazione di Mircea Eliade ed uno dei più autentici e significativi pensatori romeni ed europei dello scorso secolo, ci ha lasciato in eredità una dei suoi capolavori sotto forma di lettera personale indirizzata a suo figlio. Il motivo per cui è stata scritta è dovuto alla decisione del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Constantin Noica, il più grande filosofo della generazione di Mircea Eliade ed uno dei più autentici e significativi pensatori romeni ed europei dello scorso secolo, ci ha lasciato in eredità una dei suoi capolavori sotto forma di lettera personale indirizzata a suo figlio. Il motivo per cui è stata scritta è dovuto alla decisione del figlio, inglese per via materna, di diventare monaco in Gran Bretagna, dove viveva.</p>
<p>La lettera intitolata “Lettera per Rafail” è stata pubblicata in Germania ed in Francia, nel penultimo numero della rivista Podromos (il numero doppio 8 – 9 del 1968) da Paul Miron e Ioan Cusa e rappresentava una vera e propria confessione di fede.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La lettera di Constantin Noica indirizzata al figlio, il monaco Rafail Noica</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Cosa c’è di così vitale nel vostro <em>Mondo</em>, caro figlio, che tu abbia deciso di abbandonare il nostro <em>Mondo</em>? Ho sentito che sono in tanti che lo abbandonano, anche se non prendono i voti religiosi, come te. Il mondo di oggi vi ha amareggiati oltre ogni misura? Avete forse pensato di poterlo servire fuori dalla sua realtà?</p>
<p>A noi, qui nel nostro <em>Mondo</em>, ci sembrava che il mondo di oggi non potesse più essere boicottato. C&#8217;è qualcosa nel mondo che si sta elevando, e tutto ciò che si eleva è sacro. I popoli ora stanno uscendo, uno alla volta, dal boicottaggio della storia (come diceva Blaga riguardo alla nostra nazione) o stanno uscendo dal sonno e dalla bestialità. Infatti sia le bestie sia gli umani si stanno preparando per il grande salto. Tutto ciò che è possibile invade con tanta ricchezza il mondo, così com’è, compreso l&#8217;uomo stesso che lo popola con forme nuove e strane di se stesso, in procinto di diventare una nuova creatura con maggiori doti. Tutto quello che ti dico sembra ingenuamente ottimistico. Allora fammi dire le cose nella tua <em>Lingua</em>, che amo tanto anch’io. Nella tua <em>Lingua</em> c&#8217;è un detto del passato che oggi mi sembra più vero di qualsiasi altro. Si tratta delle parole di Agostino, &#8220;<em>Ama e fai quello che vuoi</em>&#8220;. Perché se ami con tutto il cuore &#8211; diceva &#8211; non fai più quello che vuoi, ma solo quello che devi. Forse il mondo di oggi è a volte ingiusto inquanto ha diviso &#8220;fai quello che vuoi&#8221; dall’&#8221;amare&#8221;. Si è preso tutte le libertà e fa tutto ciò che gli pare; ma non sempre ama. Proprio come l&#8217;artista moderno che spesso non ama la parola o la materia con la quale lavora ed essa si sgretola nell&#8217;irrealtà, mentre un Brancuși, che amava la sua materia e la accarezzava, la trasformava nella miglior cosa che poteva esistere. Invece l&#8217;uomo moderno vive lo scandalo delle libertà e dell’amore, perché non si sottopone più all&#8217;<em>ordo amoris</em>.Potresti rispondermi “<em>allora insegniamogli l&#8217;amore</em>”. E siccome qualsiasi forma di vero amore è, dopotutto, l’amore rivolto a Dio, potresti aggiungere “<em>restituiamogli la fede</em>”. Ma qui si dividono le acque.</p>
<p>Le parole di Agostino sono giuste, ma solo per smentirlo. Oggi non possiamo più dire “ama e fai quello che vuoi”. Dobbiamo dire, come si verifica in realtà: “<em>conosci e fai quello che vuoi</em>!” E’ così che si sente di dire l’uomo moderno da circa tre secoli e non gli resta che portare la sua parola fino in fondo, quindi entrare nell&#8217;ordine della conoscenza.</p>
<p>La conoscenza ha davvero messo l&#8217;uomo in intimità con le cose &#8211; in un&#8217;intimità diversa da quella magica, mitica o religiosa &#8211; e da allora l&#8217;uomo moderno ha iniziato a fare ciò che gli piace. Riesce addirittura a ricostruire le sostanze inorganiche, come riesce a ricostruire la società; o riesce a raddoppiare le realtà con i loro &#8220;isotopi&#8221; e lavora su di esse come se fosse un nuovo mondo. Fa tutto quello che vuole: se vuole, fa anche armi atomiche.</p>
<p>Mi dirai che “<em>in effetti, le fa</em>, <em>ma se amasse veramente, non le farebbe, come non farebbe tanti altri mali”</em> e aggiungeresti “<em>restituiamogli l’amore per la comunità</em>”. Ma l&#8217;uomo di oggi non può più fare a meno di non conoscere. Gli è successo qualcosa di determinante; si è svegliato in lui un sentimento diverso da quello dell’amore. Agostino ha detto <em>coro irrequietum</em>, ma l&#8217;uomo moderno è guidato da <em>mens irrequieta</em>. L’amore per la comunità è diventato troppo poco per lui.</p>
<p>E cosa ne è venuto fuori? Un mondo che non assomiglia più a quello del buon Dio che esisteva fino adesso. Ragiona concretamente un attimo: se il buon Dio dicesse oggi a un Noè di preparare la sua arca perché il diluvio sta arrivando sulla malvagità del mondo, cosa metterebbe Noè nell&#8217;arca? Metterebbe una copia di ogni tipo di vita? No, metterebbe qualcos&#8217;altro, di molto strano: qualche bottiglietta di acidi nucleici, un paio di computer e un paio di pile elettriche o chissà cos’altro. Il buon Dio chiederebbe: cosa sono queste cose? E Noè risponderebbe: tutto ciò che deve essere conservato dal tuo <em>Mondo</em>, Signore. E può darsi pure che Noè nemmeno ci salirebbe sull’arca.</p>
<p>Questo <em>Mondo</em>, che ci piaccia o no, è il nostro mondo. Ma sicuramente ci piace in qualche modo, perché è un mondo di obbedienza, di pazienza e di fraternità tra noi e le cose. Ma non è più un mondo d&#8217;amore. È un mondo della conoscenza.</p>
<p>Lo so, nel <em>Mondo dell&#8217;amore</em> succedevano cose profonde: l&#8217;uomo fraternizzava con gli altri esseri umani, fraternizzava con la natura e la fraternità poteva estendersi, nella sua crescita spirituale, anche alla materia inanimata.A volte leggo le Sante Scritture della Chiesa ortodossa, che amo per essere scritte nella singolare lingua romena, e trovo nel paragrafo di settembre del giorno di Simion il Pilastro, queste righe mozzafiato: <em>&#8220;Santo Padre, se il palo avesse una voce, non smetterebbe mai di far conoscere al Mondo i tuoi dolori, le tue fatiche e i tuoi sospiri; ma non è lui a supportare Te, sei Tu, Beato, a supportare lui annaffiandolo come se fosse un albero con le tue lacrime”.</em></p>
<p>Che meraviglia di pensiero e di parole per un atto che va oltre ogni giudizio. Ma adesso, nel <em>Mondo della conoscenza</em>, non è l&#8217;uomo solitario con le sue lacrime a supportare i pilastri delle cose, come un albero, e ad accompagnarle nella loro crescita. Ma è un altro tipo di fraternità con le cose e con le persone. Il <em>Mondo del prossimo</em> è finito; adesso il mondo in cui viviamo e in cui vivremo è un <em>Mondo della lontananza</em>. Non è un caso che io stesso ti scrivo da lontano, mio caro, e ti scrivo indirettamente e non direttamente, come se tu fossi solo un estraneo per me. Ma non ti disapprovo né disapproverei gli altri, nemmeno se fossero membri dell’Esercito e della Chiesa o semplici solitari. Non ti disapprovo, anche se temo che tu viva in un mondo già fatto ed in cui non c&#8217;è più niente da fare.</p>
<p>Ma qualcosa avete da fare, sulla linea della conoscenza. Non si può conoscere l&#8217;essenza di Dio e nemmeno i grandi Padri l&#8217;hanno conosciuta. Ma l’essenza delle cose è conosciuta con l’aiuto della scienza. L&#8217;essenza dell’essere esiste da circa 2500 anni nel pensiero filosofico. A sua volta l’essenza dell’essere umano è studiata da altri esperti (hai letto qualcuno degli ammirevoli libri di Mircea Eliade?).</p>
<p>Voi, nel vostro <em>Mondo</em>, studiate l&#8217;essenza umana. È il vostro dovere di dire sull&#8217;uomo qualcosa di più profondo e vero di quanto possa dire la povera psicologia o la povera antropologia e la povera storia. C’erano tante speranze per lo sviluppo di queste scienze, ma nessuna di esse è riuscita a mettere radici nell&#8217;uomo come la teologia, che in lui si è radicata nel tempo.</p>
<p>Acconsentirete a vedere la teologia come una scienza dell’essere umano? Riuscirete mai a trasformare le vostre comunità dell’amore in comunità della conoscenza? Accettereste di non dire <em>no</em> a un mondo che si evolve o almeno di dire, come gli antichi greci, un <em>no</em> che sia più debole di un <em>sì</em>?</p>
<p>Purtroppo io non ho lezioni da impartirti. Verso la fine della mia vita, mi rendo conto di non sapere quasi niente. Ma quando guardo indietro, vedo qualcosa di sicuro anche in una vita come la mia: è la gioia, perché ho avuto ragione soltanto quando sono stato felice. L&#8217;uomo è un essere che gioisce molto. L&#8217;uomo ha creato la gioia e si è accorto subito di quanto fosse buona. Ma non puoi davvero gioire se non hai conoscenza, se non hai apertura mentale, se le persone soffrono, se ci sono ingiustizie intorno a te, se ci sono verità che non conosci ancora, se non senti tutte le vibrazioni della ricchezza del tuo <em>Mondo</em>, se non godi delle straordinarie scoperte dell&#8217;umanità dei nostri tempi, comprese le onde elettriche &#8211; se non sai tutto e non ami tutto.</p>
<p>Mi viene poi da pensare che oltre l&#8217;amore e la conoscenza, anzi includendo anche l’amore e la conoscenza, c&#8217;è un ordo gaudi.</p>
<p>E ti dico soltanto queste parole: “<em>gioisci e fai quello che vuoi!”</em></p>
<p><strong>Traduzione a cura di Lorena CURIMAN </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La Quaresima &#8211; viaggio spirituale verso la Settimana Santa e la Resurrezione</title>
		<link>https://culturaromena.it/la-quaresima-viaggio-spirituale-verso-la-settimana-santa-e-la-resurrezione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Curiman]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 09:34:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[Quaresima è eliminare ciò che è superfluo, ciò che è “in più”, in vari aspetti quotidiani della vita, nel cibo, nel parlare, lasciando posto a più essenzialità, più silenzio, più ascolto, più preghiera.
   Quaresima è invito ad investire le nostre energie fisiche e mentali, più del solito, nell’amore del prossimo con atti di empatia e carità, nella beneficienza con i ricavi delle proprie rinunce durante questo periodo - meno cibo per la purificazione del nostro corpo più cibo per i bisognosi – nel tempo maggiore dedicato alla lettura di testi religiosi e alla meditazione con la rinuncia alla visione della televisione ed agli incontri mondani – infatti stando alle regole della chiesa ortodossa questo è un periodo che ricorda le sofferenze di Cristo e quindi non appropriate alle feste che sono vietate, come anche matrimoni e battesimi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>   “<em>Se abbiamo peccato, faremo la quaresima perché abbiamo peccato. Se non abbiamo peccato, faremo la quaresima per non peccare. Diamo quello che abbiamo, la quaresima, e riceviamo quello che non abbiamo, una vita senza peccato.”</em> <br /><br />   Con queste parole il <em>Padre Archimandrita Makarios</em>, dal monastero di Simonos Petras del <em>Monte Athos</em> – <em>la Santa Montagna dell’Ortodossia</em> &#8211; definisce il periodo dell’anno liturgico considerato il più intenso ed il più difficile per i cristiani ortodossi: la grande <em><strong>Quaresima di Pasqua</strong></em>. Grande perché è lunga sette settimane, quest’anno inizia il 15 marzo e finisce il primo maggio, quaranta giorni più la Settimana Santa. Grande per il significato della più grande ricorrenza cristiana, della vittoria della vita sulla morte. Grande per il sacrificio e la dedizione dei credenti, per la rinuncia volontaria simbolica al cibo, per il raccoglimento profondo nella preghiera e nella meditazione.<br />   Il Monte Athos ospita lo Stato Monastico Autonomo nel territorio autonomo greco con statuto speciale per motivi di carattere spirituale e religioso, autogovernato dalla Sacra Comunità, presieduta a rotazione da uno dei monaci ortodossi rappresentanti dei venti monasteri, sotto la giurisdizione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Un posto misterioso, come d’altronde anche il mistero della fede, isolato per volontà dei custodi di questa fede &#8211; già i sentieri impervi e scoscesi da percorrere a piedi seleziona i curiosi ed i poco convinti fedeli che vogliono raggiungerlo – chiuso totalmente al sesso femminile (nonostante il Parlamento Europeo ha criticato il divieto di ingresso per le donne come una violazione della parità tra sessi e della libertà religiosa dei cittadini e delle cittadine, senza però riuscire a modificare la situazione) per la tradizione millenaria dell’ingresso di soltanto una donna, la <em>Vergine Maria</em>, alla quale è dedicato l’intero sito, quindi aperto solo per pochi giorni a turisti maschi dotati esclusivamente di un rigoroso permesso di soggiorno. <br />   I monaci di origine diversa di tutto il mondo vivono in meditazione, preghiera e solitudine estrema e custodiscono icone e manoscritti antichi, <em>patrimonio universale dell’Unesco</em>. Il contributo alla tradizione unica di questo luogo da parte dei cristiani ortodossi romeni è riconosciuto a livello internazionale, come cita <strong><em>Armando Santarelli</em></strong> in un’osservazione di A History of the Athonite Commonwealth <br />“<em>Senza il supporto dei romeni, è verosimile che molti dei monasteri (athoniti) non sarebbero sopravvissuti sino ai nostri giorni”</em>.<br />   Santarelli, autore del volume &#8220;<em><strong>La montagna di Dio. Viaggio spirituale al monte Athos</strong></em>&#8220;, mette in evidenza, in un’intervista condotta dal <em>Centro culturale italo-romeno di Milano,</em> il ruolo contributivo reciproco delle due realtà ortodosse, il popolo romeno e la comunità monacale del Monte Sacro: <br />“<em>Se Voivodi e Metropoliti romeni si sono rivelati di un’ammirevole munificenza, il Monte Athos ha sensibilmente influito, a sua volta, nella realtà storico-religiosa della Romania, favorendo, la creazione di molte comunità monastiche e lo sviluppo, o il consolidamento, di quella tradizione spirituale. […] L’elemento che distingue la Romania da altre Nazioni ortodosse &#8211; l’innata religiosità dei romeni aveva già dato vita a forme primigenie di preghiera del cuore con la nascita degli “esicasteri paesani”, centri di vita spirituale sorti intorno a piccoli insediamenti monastici o siti eremitici. […] Nelle dorsali montane e nelle immense foreste carpatine, i romeni, scrive Padre Balan, “hanno vissuto come in una grandiosa cattedrale, come in un meraviglioso esicastero naturale”. Uno scrittore che ama la Romania &#8211; “Ecco, quando ho messo piede in Romania per la prima volta (molto più tardi rispetto ad altri Paesi europei e mondiali), ho provato l’emozione che ci pervade tornando nella terra natale dopo una lunga assenza. Ovunque posassi lo sguardo, qualcosa di familiare, di semplice e di estatico, di trasparente e misterioso allo stesso tempo.”</em><br />   Santarelli combatte dalla parte della comunità religiosa romena che chiede di essere riconosciuto come monastero la <em>skiti Prodromu (Sfȃntului Ioan Botezătorul)</em> al pari degli altri monasteri grechi, serbi, bulgari e russi presenti sul Monte, in quanto la maggioranza della popolazione romena è di osservanza ortodossa e la partecipazione storica è stata significativa.<br />   La Romania è un Paese prevalentemente ortodosso, per circa l’85 % della popolazione. La religiosità ortodossa, ha una forte caratterizzazione liturgica e la Quaresima è un periodo di digiuno, forte come intensità e concentrazione sul rapporto personale con Dio tramite meditazione e preghiere continue finalizzate alla leggerezza mentale, forte come rinuncia volontaria al cibo finalizzata alla leggerezza corporale, l’insieme di corpo e mente rivolta alla vita terrena equilibrata e idealizzata dal credo religioso.<br />   Durante i quaranta giorni di Quaresima, il cristiano romeno si prepara con molta fede a vivere la Resurrezione e rinuncia ai piaceri del mondo, come fece Cristo quando si ritirò nel deserto per quaranta giorni prima di intraprendere la sua missione pubblica. Perciò la quaresima vuole imitare la vita umana di Gesù, ma l’obbiettivo non è quello di seguire alla lettera il digiuno totale di cibo ed acqua seguendo l’esempio divino, ma costituisce un’impresa ancora più ardua: la vittoria della razione sui vizi mettendo in primo piano le virtù spirituali e morali.<br />   <strong><em>Quaresima è eliminare ciò che è superfluo</em></strong>, ciò che è “in più”, in vari aspetti quotidiani della vita, nel cibo, nel parlare, lasciando posto a più essenzialità, più silenzio, più ascolto, più preghiera.<br />   <strong>Quaresima è invito ad investire</strong> le nostre energie fisiche e mentali, più del solito, nell’amore del prossimo con atti di empatia e carità, nella beneficienza con i ricavi delle proprie rinunce durante questo periodo &#8211; meno cibo per la purificazione del nostro corpo più cibo per i bisognosi – nel tempo maggiore dedicato alla lettura di testi religiosi e alla meditazione con la rinuncia alla visione della televisione ed agli incontri mondani – infatti stando alle regole della chiesa ortodossa questo è un periodo che ricorda le sofferenze di Cristo e quindi non appropriate alle feste che sono vietate, come anche matrimoni e battesimi. <br />   <em><strong>Quaresima è umiltà,</strong></em> “calma i sensi, frena i desideri, pulisce e mette le ali all’anima”, come ci ha insegnato il filosofo e teologo “bocca d’oro” Giovanni Crisostomo d’Antiochia, dalle doti retoriche orientate alla morale che gli hanno prefissato il nome: &#8220;<em>Quaresima? Dimostratela con i fatti. Come? Se vedete un povero, abbiate pietà di lui; un nemico, fate pace con lui; un amico circondato da una buona fama, non invidiatelo; una bella donna, non girate la testa per guardarla. Non solo la vostra bocca ed il vostro stomaco dovrebbero digiunare, ma anche gli occhi, le orecchie, i piedi, le mani e tutto il vostro corpo. Le vostre mani devono digiunare rimanendo pulite da furti e ingordigia, i piedi senza correre incontro a brutte situazioni e peccati, gli occhi senza guardare le bellezze altrui, la bocca dovrebbe digiunare da imprecazioni e parolacce.&#8221;</em><br />   <em><strong>Quaresima è preghiera pura,</strong></em> “dirla con la bocca, comprenderla con la mente e sentirla nel cuore”, con queste parole ci introduce alla sapienza sacra il padre spirituale di tutta la Romania, <em>Cleopa di Sihastria</em>, i quali insegnamenti insegnano anche come praticare la quaresima: con riserbo e allegria, mai con tristezza &#8211; il nostro Redentore ci ha ordinato di fare non solo la quaresima in segretezza, lontano dall’ammirazione della gente, ma anche la carità e la preghiera, come tutte le opere di bene, così come lui stesso ha detto: <em>&#8220;Badate bene che le vostre azioni benefiche non siano fatte davanti alla gente, che non siano viste da tutti, altrimenti non avrete nessun appagamento da parte del Vostro Padre dei Cieli&#8221; (Matteo, 6,1)</em>.<br />   <em><strong>Quaresima è il numero simbolico</strong></em> che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse. Nell’Antico Testamento sono quaranta i giorni del diluvio universale, quaranta i giorni passati da Mosè sul monte Sinai, quaranta gli anni in cui il popolo di Israele peregrina nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa, quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al Cielo. <br />   <em><strong>Quaresima è motivo di gioia, serenità e piacere</strong></em> perché non è una punizione di Dio. Durante questo periodo non bisogna mai essere tristi, letargici o soli, dobbiamo imparare ad apprezzare tutto quello che ci circonda, imparare ad amare la natura e le persone.<br />   <em><strong>Quaresima è digiuno</strong> </em>e la tradizione ortodossa romena impone un digiuno severo necessario per il raggiungimento dello stato equilibrato tra mente e corpo necessario per la connessione con la divinità e per il ritorno al Paradiso, dal quale Adamo è stato cacciato proprio per non aver saputo digiunare dal frutto proibito, infatti stando al calendario bizantino l’inizio della quaresima parte dal giorno in cui Adamo ha dovuto lasciare il Paradiso. Come simbolo del digiuno dall’Albero della Conoscenza, il digiuno quaresimale ci accompagna fino alla Settimana Santa prima della Resurrezione e quindi ad una nuova vita paradisiaca e senza peccato.<br />   La prima settimana di quaresima, di grande importanza per i fedeli quanto l’ultima settimana, entrambe chiamate Settimana Santa, inizia con un digiuno totale di due giorni nei quali i fedeli si nutrono soltanto d’acqua e poco pane la sera, come simbolo di preparazione per il resto della quaresima e di attesa per la unione con Dio alla fine del digiuno attraverso la Comunione. Nel resto dei giorni della quaresima fino all’ultima settimana il digiuno di cibo prevede pasti senza carne e pesce ed i loro derivati, senza prodotti lattiero-caseari, uova e alcol, ma il pesce è consentito per la <em>Festa dell&#8217;Annunciazione e la Domenica delle Palme.</em> <br />   Il menù quaresimale è composto dai prodotti della terra, nella loro forma più naturale e meno elaborata in cucina: verdure fresche o conservate, bollite o arrostite, condite con spezie ed olio, a fianco il riso pilaf orientale con la sua particolare cottura per assorbimento del liquido, cotto in forno e senza mai mescolare; legumi secchi misti cucinati sotto forma di passati o paté da spalmare accompagnati da insalate di patate, cipolla ed olive; come dessert frutta fresca, esiccata o marmellate. Piatti vegani, che per quaranta giorni ci mettono in sesto il corpo, ci alleggeriscono dalla pesantezza dei cibi che tutto l’anno consumiamo in fretta, senza dare troppo importanza agli ingredienti malsani o alle quantità sempre maggiori rispetto alle vere necessità, abitudine giustificata dallo stress, dai problemi, dalla disconnessione con il nostro organismo.<br />   Se per i cristiani l’astinenza dalla carne è una particolarità della Quaresima, per i monaci rappresenta una rinuncia per tutta la vita, non soltanto per simboleggiare il fatto che Adamo era vegetariano nel Giardino dell’Eden o perché non si evince che Gesù avesse mangiato la carne, ma per dimostrare che la loro intera vita non è altro che una Quaresima perenne in virtù della loro lealtà e del loro credo cristiano.<br />   La fine della Quaresima è segnata dalla Settimana Santa e dalla Confessione, perché è lavoro sprecato se eseguiamo con passione e sacrificio la Quaresima e non confessiamo i peccati, questa operazione è più importante del sacrificio fisico che non funzionerebbe al meglio senza una mente libera da azioni poco morali o sbagli consapevolizzati tardi. Altre tanto importanti durante la Quaresima, insieme alla purificazione della mente e del corpo sono gli atti di carità, senza i quali non si raggiungerebbe lo stato di benessere spirituale necessario per celebrare la Santa Pasqua.</p>
<p><br />   Auguriamo a tutti i credenti ortodossi e non un buon inizio ed un riuscito proseguimento di Quaresima per arrivare alla Settimana Santa, preparati al più grande miracolo della storia dell’umanità!<br /><br /><strong>Articolo a cura di Lorena Curiman</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Cristo è Risorto! Padre Gheorghe Calciu Dumitreasa nella carcere di Aiud, Romania, 1982</title>
		<link>https://culturaromena.it/solo-cristo-e-risortopadre-calciu-dumitreasa-nella-carcere-di-aiud-romania-1982/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2020 16:08:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; (&#8230;) Mi trovavo da sette mesi in completo isolamento in una cella nel carcere di Aiud. Era prima di Pasqua. Nella cella non avevo nulla, solo un vaso d’acqua e una tavola di legno per dormire di notte, insieme ad una coperta.  Di giorno stava sollevata sul muro mentre la sera veniva abbassata. (…) [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>&nbsp;</p>



<p>(&#8230;) Mi trovavo da sette mesi in completo isolamento in una cella nel carcere di Aiud. Era prima di Pasqua. Nella cella non avevo nulla, solo un vaso d’acqua e una tavola di legno per dormire di notte, insieme ad una coperta.  Di giorno stava sollevata sul muro mentre la sera veniva abbassata. (…) Ora torno al mio episodio, accaduto a Pasqua. Mi ero preparato durante la Quaresima. Ho purificato la mia anima quanto più possibile, ero diventato sordo agli insulti, insensibile ai colpi, corazzato contro la fame, riscaldato dalla preghiera interiore. La notte in cui ho saputo che era arrivata la Pasqua, a mezzanotte, ho sentito il suono delle campane di Aiud.</p>



<p>La loro vibrazione penetrava molto, mi avvolgeva spiritualmente. Ciò che voglio dire è che non era una vibrazione come se tu fossi vicino ad essa, ma stava arrivando attraverso i muri. Come se fosse un messaggio inviato dal mondo esterno, quel mondo che celebrava la risurrezione del Signore. In quel momento ho cantato “Cristo è risorto!” All’inizio, solo con la mente, poi ho sentito il bisogno di cantarlo non ad alta voce ma abbastanza forte per sentire me stesso. Ci fu un silenzio profondo e ogni movimento nelle celle risonava all’esterno, lungo il corridoio e, naturalmente, la guardia mi sentì cantare, venne da me e mi insultò. E ho deciso di smettere di cantare per non disturbare quella Notte santa della Risurrezione.</p>



<p>Mi sono ricordato tutto ciò che era accaduto nella mia infanzia. I ricordi più cari, durante questo periodo di isolamento, sono stati i ​​miei rapporti con gli studenti del Seminario teologico e i ricordi della mia infanzia. Quello che risentivo fortemente era l’innocenza &#8211; l’innocenza dell’infanzia e l’innocenza di quei giovani che mi avevano sostenuto durante le mie prediche pubbliche. Il giorno seguente la guardia cambiò alle 7:00 del mattino. Nella nostra sezione – esisteva una suddivisione dei detenuti comuni – erano in tutto sei guardie (era una sezione molto più grande). Si misero in fila l’uno dopo l’altro. La guardia in servizio entrava in fila, accanto agli altri, mentre la guardia che rimaneva apriva la porta. Dovevamo stare di fronte al muro. Esso entrò e verificò se tutto fosse in ordine. Non vi era permesso di voltarci verso la porta finché non si sentiva la serratura.</p>



<p>Quella mattina di Pasqua non sono rimasto con il volto verso il muro, come avrei dovuto. Ho visto la guardia &#8230; Se hai visto un bel diavolo, quest’uomo era davvero un bel diavolo. Certo, era un ragazzo di campagna, un ragazzo alto e magro, con gli occhi azzurri, assolutamente angelico, con una figura molto bella, sempre vestito elegantemente, con la sua divisa. Gli altri si presentavano al lavoro più sporchi. Lui invece era sempre molto pulito, molto elegante. Ma aveva una crudeltà inspiegabile. È difficile capire come mai una persona di una bellezza così angelica possa essere così crudele! Se quest’uomo non picchiava 5-6 detenuti ogni suo turno di lavoro probabilmente non si sentiva bene. In generale, in prigione, sotto terrore, sotto paura, è più facile sopportare la propria tortura invece di ascoltare i gridi di un altro che viene torturato. Quando sentivi le urla&#8230;La maggior parte di loro erano prigionieri soggetti alla legge penale. Pochissimi erano prigionieri politici. Urlavano quando venivano picchiati. Noi tacevamo, e non gridavamo mai. Ma loro urlavano e la tua immaginazione iniziava ad amplificare… Immaginavi cose orribili. Era un dolore che ti infliggeva l’anima e avresti preferito essere tu quello torturato, solo per non sentire le grida dell’altro. Questo aguzzino era tra le persone che provava piacere nel torturare gli altri.</p>



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<p>Quella mattina quando lui aprì la porta, ho pregato Dio tutta la notte. Forse ho ripetuto centinaia, migliaia di volte: <em><strong>Cristo è risorto dai morti, con la sua morte calpestando la morte e ai morti nei sepolcri donando la vita.</strong></em> Migliaia di volte per entrare nella mia mente e nel mio cuore la verità della Risurrezione. Mi sono messo di fronte alla porta quando lui è entrato e li ho detto “Cristo è risorto!” L’aguzzino mi guardò, girò la testa e guardò quelli dietro di lui. Si è voltato verso di me e disse “È veramente risorto!”</p>



<p>Fu come se qualcuno mi avesse colpito in testa. Ho capito allora che non era stato lui a dirmi “È veramente risorto!&#8221;, ma l’angelo del Signore. Colui che, in piedi vicino alla tomba, disse alle donne mirofore: “<em>Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? </em>Eccolo, Risorto. Vieni a vedere dove lo hanno messo”. Attraverso la sua bocca l’angelo confermò la risurrezione, perché avevo bisogno di questa conferma e perché Dio voleva confermare la verità di questa risurrezione attraverso la bocca del mio nemico. La mia cella era immersa nella luce. E la mia gioia era così grande, che le seguenti cinque-sei ore, fino a mezzogiorno, quando arrivò il cibo, le ho trascorse in luce e gioia spirituale. Nel carcere fui affidato a un colonnello politico che mi dava ordini speciali, nel senso negativo della parola, non in quello buono. Quando era ubriaco il colonnello non si mostrava ad essere cattivo. Invece quando era sobrio era un uomo crudele.</p>



<p>Per la mia fortuna, era più ubriaco che sobrio. Verso mezzogiorno l’ho sentito arrivare sul corridoio. I suoni sui corridoi irrompevano in modo straordinario. Ho avvertito i suoi passi, li riconoscevo, perché l’udito in silenzio diventa più acuto nel capire ogni mossa, quindi sapevi chi stava arrivando e quali erano le sue intenzioni. Mi sono immaginato con le spalle attaccate al muro, affrontandolo, guardandolo negli occhi e dicendoli: “Cristo è risorto!&#8221; Ma non era più come la prima volta. Non c’era più alcun impulso interiore. Era come se fossi davanti ad uno spettacolo di teatro. Intendo dire che ci conoscevamo reciprocamente e io sapevo cosa mi avrebbe detto mentre lui sapeva quello che stavo per dirgli. Conosceva la mia testardaggine, io conoscevo la sua abilità, la sua scarsa immaginazione, alla quale dovevo reagire con precisione. Mi bastava. Ho detto: “Cristo è risorto!” e lui mi guardò e disse: “Tu l’hai visto?”. Gli dico: “Colonnello, non l’ho visto quando è risorto, ma credo nella verità della risurrezione per l’autorità di coloro che lo hanno visto, per gli apostoli, per i discepoli, per i martiri, per i milioni di cristiani che sono morti glorificando Cristo, attraverso i tormenti o attraverso la morte, la vera testimonianza che Cristo è risorto. Lei ha visto il Polo Nord? Credi in virtù dell’autorità di tanti scienziati. Non hai nemmeno visto Stalin o Marx nella foto, ma credi in loro per l’autorità dei comunisti che ne parlano”.</p>
</div>
</div>



<p>Più parlavo e più logicamente sostenevo il mio argomento, più il mio cuore si rattristava e la luce iniziava a scomparire della mia cella. Perché stavo cercando di usare la logica umana per discutere di una verità che non avrebbe dovuta essere discussa. Il semplice pronunciare di “Cristo è Risorto!” bastava per convincerlo o per perderlo. E ho capito che avevo peccato e che Dio mi aveva abbandonato. L’angelo che aveva detto “È veramente risorto” e che aveva portato la luce nella cella, era partito…</p>



<pre class="wp-block-preformatted"> </pre>



<p><strong>Fonte. Învierea Domnului cu părintele Gheorghe Calciu &#8211; Închisoarea Aiud, anul 1982. La Resurrezione del Signore con padre Gheorghe Calciu – Il carcere di Aiud, 1982. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=OOBZVwxzeqM">https://www.youtube.com/watch?v=OOBZVwxzeqM</a></strong></p>



<p><strong><em>Note e traduzione a cura di Violeta Popescu</em></strong></p>



<ol class="wp-block-list" type="1">
<li><strong>Padre Gheorghe Calciu Dumitreasa</strong> (1925-2006) è nato a Mahmudia [Delta del Danubio] nella provincia di Tulcea, in una famiglia povera con 11 figli. è uno dei più rinomati padri testimoni delle carceri comuniste in Romania, dissidente, dimostrando sempre una profonda fede e devozione verso la Chiesa Ortodossa e il popolo romeno. Dopo più di 20 anni passati nelle diverse prigioni comuniste della Romania, padre Gheorghe Calciu affermava: “<em>In cella, senza Dio, senza preghiera e senza perdono non si sopravvive”. </em>Durante la prigionia è stato maltrattato e umiliato, poi, più tardi, in libertà, è stato inseguito da tanti agenti della <em>Securitate</em>. Padre Gheorghe Calciu Dumitreasa ha percorso l’intero gulag romeno, per la prima volta tra il 1948-1964 e poi nel 1979 fu fi nuovo arrestato come conseguenza delle sue prediche rivolte ai giovani e delle critiche riportate al regime per la demolizione delle chiese a Bucarest.</li>
<li>Padre Gheorghe Calciu Dumitreasa fu arrestato per la seconda volta nel 1979. Durante la Quaresima del 1978, nella chiesa del seminario – chiesa Radu Vodă di Bucarest – padre Calciu cominciò a predicare apertamente ai giovani che accorrevano ad ascoltarlo. I suoi discorsi portavano non solo un messaggio di speranza ma anche di vigorosa opposizione all’ateismo e all’indottrinamento del regime. In seguito, nel marzo 1979 per tre mesi, fu rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Jilava poi riceve la pena più pesante: dieci anni di prigione e la confisca di tutti i beni e <strong>viene spostato nel carcere di Aiud</strong>, dove verrà liberato soltanto nel 1983. Qui fu sottoposto a gravi torture che gli furono inflitte per cento giorni consecutivi; a intervalli di 10-15 giorni, veniva portato in celle di isolamento, dove restava al buio senza acqua né cibo. Torturato e tenuto in isolamento, padre Gheorghe Calciu Dumitreasa entra in sciopero della fame per 26 giorni, per ottenere il diritto di emigrare per sua moglie e suo figlio.</li>
<li>Di solito padre Gheorghe Calciu Dumitreasa parlava poco della tortura a cui fu sottoposto durante il suo lungo periodo di detenzione<em>. Non voglio raccontare tutto ciò </em>&#8211; confessava spesso<em> &#8211; vorrei presentare come la Providenza Divina ha funzionato a mio favore.</em></li>
</ol>



<p>&nbsp;</p>



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<figcaption>Padre Calciu Dumitreasa (1925-2006)</figcaption>
</figure>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I Romeni al Monte Athos di Armando Santarelli</title>
		<link>https://culturaromena.it/i-romeni-al-monte-athos-di-armando-santarelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 May 2019 12:04:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https:/?p=3445</guid>

					<description><![CDATA[&#160; Si può essere cristiani ortodossi, cattolici, protestanti, o fedeli di un’altra religione, e persino agnostici o atei, ma chiunque abbia maturato una sufficiente conoscenza del Monte Athos non può ignorarne la bellezza, l’unicità, la sacralità. La Santa Montagna dell’Ortodossia è l’ultima grande oasi della Cristianità, e rappresenta ancor oggi un modello di vita monastica. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>&nbsp; </p>



<p>Si
può essere cristiani ortodossi, cattolici, protestanti, o fedeli di un’altra
religione, e persino agnostici o atei, ma chiunque abbia maturato una
sufficiente conoscenza del Monte Athos non può ignorarne la bellezza, l’unicità,
la sacralità.</p>



<p>La
Santa Montagna dell’Ortodossia è l’ultima grande oasi della Cristianità, e rappresenta
ancor oggi un modello di vita monastica. Come usano ripetere i monaci
haghioriti, “all’Athos comanda la tradizione”, una tradizione spirituale millenaria
che ha fatto dell’<em>Agion Oros</em> il
baluardo della fede ortodossa.</p>



<p>Pur
non essendo una vera e propria Repubblica monastica (perché fa parte dello
Stato greco), il Monte Athos gode di una grande autonomia amministrativa. Le
norme che definiscono il suo status giuridico sono contenute nella <em>Carta Costituzionale della Santa Montagna</em>,
approvata nel 1924 e oggi incorporata nella Costituzione dello Stato Greco del 1975,
un articolo della quale dispone: “<em>La
Santa Montagna è governata, conformemente al suo regime, dai venti Sacri
Monasteri tra i quali è suddivisa la penisola athonita (…) Non è permesso alcun
mutamento nel sistema di governo, nel numero dei monasteri, nel loro ordine
gerarchico e nelle loro relazioni con le fondazioni subordinate</em>”.</p>



<p>Come
risulta evidente, questa norma cristallizza la seguente situazione: il territorio
del Monte Athos è governato da venti Sacri Monasteri; di questi, 17 sono nelle
mani dei greci, 1 (San Panteleimon) appartiene ai russi, 1 (Chilandari) ai
serbi, e un altro ancora (Zographou) ai bulgari. Impossibile non porsi una domanda
elementare: perché i greci, i serbi, i bulgari e i russi devono avere all’Athos
un loro monastero, e i romeni no?</p>



<p>Mi
rendo conto che una tale questione assume un valore relativo se la si inquadra in
un contesto religioso. Inoltre, il Monte Athos si pone da sempre come il centro
dell’ecumenismo ortodosso, e sin dall’inizio della sua storia vi dimorano
monaci provenienti da ogni angolo del mondo. Ma la disparità rimane: a
differenza di altre Nazioni, la Romania &#8211; Paese di comprovata osservanza
religiosa, con 20 milioni di cittadini, l’87% dei quali di fede ortodossa &#8211; non
ha all’Athos un monastero di governo, e di conseguenza è priva di
rappresentanza nella <em>Iera Kinòtis</em> (la
Sacra Comunità), l’organo amministrativo più importante dell’<em>Agion Oros</em>.</p>



<p>Più
volte i romeni hanno chiesto di vedere elevata al rango di monastero una delle
loro <em>skite</em>, la <em>skiti</em> Prodromu (<em>Sfȃntului
Ioan Botezătorul</em>), che dipende dal monastero della Grande Lavra; tuttavia, le
reiterate istanze romene sono tutte cadute nel vuoto.</p>



<p>Ora,
io penso che in casi di tale importanza ed evidenza appellarsi alla tradizione e
alle norme giuridiche esistenti risulti insufficiente e ingiusto. Infatti, le
regole che governano l’Athos dal punto di vista amministrativo sono state
redatte da esseri umani, e come tali possono non essere più condivise, o non
più attuali, o non più adeguate.</p>



<p>C’è
un’altra questione riguardante i romeni che per anni ha destato le perplessità di
chi frequenta ed ama il Monte Athos. Come tutti sanno, la Romania possiede sul
proprio territorio numerosi e splendidi monasteri, dove nuove leve del
monachesimo continuano ad affluire con regolarità. E’ comprensibile che alcuni di
questi novizi e monaci desiderino vivere (o proseguire) al Monte Athos la loro
vocazione; è accaduto, però, che all’assenso pronunciato dai Monasteri athoniti
e dalla <em>Iera Kinòtis</em> facesse
riscontro il diniego da parte del Governo Greco.</p>



<p>In
riferimento alle questioni accennate, già nel 1993, in una riflessione
pubblicata sulla rivista teologica <em>Sobornost</em>,
il Vescovo Kallistos Ware, indiscussa Autorità nell’ambito dell’Ortodossia, si
chiedeva: “Perché i romeni dovrebbero essere trattati in questo modo? Quale
minaccia possono rappresentare per il Governo greco?” Ricordando l’esemplare
comportamento dei monaci romeni nel corso della millenaria esistenza
dell’Athos, e gli eccellenti rapporti fra la <em>skiti</em> Prodromu e la Grande Lavra (il monastero da cui dipende), il
Vescovo Kallistos puntualizzava fermamente: “Un fatto è al di là di ogni
disputa. L’esclusione dei non greci è senz’altro contraria ai trattati che
governano la Santa Montagna, alla Carta Costituzionale del Monte Athos e ai
princìpi della Comunità Europea, di cui la Grecia fa parte. E’ contraria,
soprattutto, all’ideale che ha ispirato la repubblica monastica dell’Athos sin
dalla sua fondazione avvenuta più di un migliaio di anni fa”.</p>



<p>L’ingiusto
trattamento riservato alla Romania appare ancor più criticabile alla luce di un
dato di enorme rilevanza. Tutti gli studi storici relativi al Monte Athos dimostrano
con chiarezza che <strong>non esiste cenobio
della Santa Montagna alla cui ricostruzione, restauro o mantenimento non abbia
contribuito un principe o un dignitario ecclesiastico romeno</strong>. Il costante
sostegno della terra romena si rivelò particolarmente importante nei secoli
successivi alla caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi (1453), perché i
regnanti moldavi e valacchi rimasero il principale scudo protettivo della
cultura bizantina e della religione ortodossa.</p>



<p>A Karyes,
la capitale del Monte Athos, sorge la chiesa del Protaton, la costruzione più
antica della Santa Montagna e la madre di tutte le chiese athonite. Edificato nel
X secolo, il Protaton fu completamente rinnovato nell’anno 1508 grazie all’intervento
del voivoda di Moldavia Bogdan III cel Orb, figlio di Ştefan cel Mare. Il
monastero della Grande Lavra, il più antico dell’Athos e primo nella gerarchia,
fu interamente ricostruito all’inizio del XVI secolo dal principe valacco Neagoe
Basarab, che riedificò, fra il 1512 e il 1515, anche il monastero di Dionysiou.
Il monastero di Vatopedi, secondo nella gerarchia athonita, venne parzialmente
ricostruito nel 1526 dal voivoda di Valacchia Radu di Afumați, e alla fine del
XVII secolo, il principe Constantine Voda Brȃncoveanu, canonizzato dalla Chiesa
Ortodossa, donò al monastero 21.000 aspri, (monete d’argento turche), somma
enorme per quei tempi. Il cenobio dei georgiani, Iviron, terzo nella gerarchia
athonita, nel 1505 ricevette una donazione di 15.000 <em>aspri</em> da parte del re di Valacchia Radu Şerban. Il monastero di
Koutloumousiou fu letteralmente rifondato nel XIV secolo dall’igumeno Chariton
(futuro Metropolita valacco) grazie al supporto finanziario del voivoda di
Valacchia Nicholas Alexander Basarab. Per il monastero bulgaro di Zographou
entrano in scena alcuni dei più grandi principi moldavi, fra i quali Alexandru
cel Bun, benefattore del cenobio nei primi decenni del XV secolo, e Ştefan cel
Mare, che assicurò un concreto sostegno verso la fine del XV secolo. Dochiariou
fu ricostruito e affrescato&nbsp; nella
seconda metà del XVI secolo a spese del principe moldavo Alexandru Lăpuşneanu. Anche
Karakalou fu completamente riedificato da un voivoda moldavo, Petru IV Rareş, e
così Grigoriou, di nuovo per iniziativa di Ştefan cel Mare. Considerando che
anche Xenophontos, San Panteleimon, Philotheou, Aghiou Pavlou, Stavronikita ed
Esphigmenou hanno beneficiato di donazioni monetarie e territoriali da parte di
diversi regnanti romeni, si può affermare senza tema di smentita che nessun
Paese ortodosso ha supportato la Santa Montagna più generosamente della
Romania.</p>



<p>Se
da un lato la secolare Storia athonita è stata irrispettosa di questi meriti, da
un altro ha voluto diversamente, perché le due <em>skite</em> romene dell’Athos (la già citata Prodromu e la <em>skiti</em> Sfȃntul Dimitrie (denominata anche
<em>Schitul Lacu</em>) hanno delle peculiarità
che le rendono davvero straordinarie.</p>



<p>La
<em>skiti </em>Lacu dipende dal monastero di
Aghiou Pavlou e prende il nome dal fatto di essere localizzata in una gola
naturale (<em>lakkos</em>) che dal Mar Egeo
sale impervia e ombrosa verso il Monte Athos. La cosa stupefacente è che le
dimore monastiche della <em>skiti</em> (quattordici
in tutto) che si susseguono a mano a mano che ci si innnalza, sono immerse in
un ambiente selvaggio e incontaminato che ricorda moltissimo i paesaggi e le
gole carpatine care a qualsiasi romeno.</p>



<p>Quanto
alla <em>skiti </em>Prodromu<em>, </em>comincio col dire che la sua bellezza regge
il confronto con qualsiasi grande cenobio athonita. In effetti, ha l’aspetto di
un monastero e un’amenità che si apprezza dal primo sguardo. La facciata
simmetrica e bianchissima, i tetti di ardesia sui quali svettano i dolci
cipressi, la solenne torre campanaria, le cupole cilestrine del <em>kyriakon</em> (la chiesa principale) sormontate
da croci dorate, l’azzurro dell’Egeo sullo sfondo, gli orti e i giardini che
fiancheggiano gli edifici sul lato sud, il Monte Athos, nella sua intera
estensione, ad ovest. Intorno, più di mille specie vegetali, sentori di latifoglie
centenarie e di macchia mediterranea; all’interno del monastero, silenzio, pace,
preghiera.</p>



<p>L’atmosfera
di spiritualità e lo splendore dell’architettura monastica di Timiu Prodromu si
rendono evidenti a qualsiasi pellegrino del Monte Athos; ma un altro fattore
contribuisce a fondare il privilegio di cui gode la <em>skiti</em> del Precursore. Farà piacere a tutti gli amici romeni sapere
che <strong>Prodromu è l’insediamento monastico
più vicino ai due luoghi più sacri dell’intero Monte Athos</strong>. Infatti, a soli
cinque minuti di cammino dalla <em>skiti</em> è
situata la grotta in cui visse Sant’Atanasio, il fondatore del cenobitismo
athonita, colui che nell’anno 963 d.C. edificò con le proprie mani il primo
monastero della Santa Montagna, la Grande Lavra. E prendendo un sentiero
boscoso che si diparte a un centinaio di metri dalla <em>skiti</em> e punta verso ovest, si raggiunge in una quarantina di minuti
un altro dei luoghi-simbolo dell’Athos, Agios Petros, il sito in cui, nella
seconda metà del IX secolo, visse San Pietro l’Athonita, il primo eremita di
cui abbiamo sicure notizie storiche. Dunque, i romeni hanno la loro massima
comunità monastica nel vero cuore della Santa&nbsp;
Montagna dell’Ortodossia.</p>



<p>Ma
in quale epoca si colloca la prima presenza di romeni al Monte Athos? Alcuni
studiosi ipotizzano che assieme ai “Valacchi del Nord”, insediatisi nei pressi
della penisola athonita nel IX secolo, siano giunti all’Athos anche dei monaci,
desiderosi di una piena vita ascetica; tuttavia, non esistono documenti in
grado di confermare questa tesi. E’ accertata invece, intorno al 1360, la
presenza di monaci romeni nel monastero di Koutloumousiou, appena rifondato (come
abbiamo già visto) grazie alla munificenza di Nicholas Alexander Basarab.</p>



<p>E’
altresì documentato che intorno al 1750 alcuni romeni, sotto la guida
spirituale dello ieromonaco Makarios, conducevano una vita semi eremitica
intorno alla cappella del Precursore San Giovanni il Battista, sita nella
Vigla, cioè la punta della penisola athonita. Sappiamo anche che ai primi dell’800
nella cella di San Giovanni dimoravano tre monaci romeni: lo <em>ieronda</em> Iustin e i suoi discepoli Grigorie
e Patapie. Alla morte di Iustin, avvenuta nel 1816, Grigorie e Patapie chiesero
al monastero della Grande Lavra di poter fondare una <em>skiti</em> dedicata al Precursore. Qualche anno dopo, nel 1820, la Lavra
stese un atto di assenso, in cui precisava le condizioni da osservare per la
nascita della <em>skiti</em>, fra le quali assumevano
rilievo la dipendenza dalla stessa Lavra e l’adozione del regime cenobitico. Purtroppo,
l’anno seguente (1821) segnò l’inizio della Guerra di Indipendenza Greca, e i
progetti per la fondazione della <em>skiti</em>
dovettero essere abbandonati.</p>



<p>Da
questo momento, la storia di Timiu Prodromu assume caratteri quasi romanzeschi.
I monaci Grigorie e Patapie, tornati in Patria con il preliminare di fondazione
della <em>skiti</em>, entrarono nel monastero
di Neamț, dove morirono prima che il conflitto greco-turco avesse termine. </p>



<p>Quasi
trent’anni dopo, nel 1850, Nifon e Nectarie, due monaci provenienti dal
monastero moldavo di Horaița e stanziati al Monte Athos a Kerasia, furono
informati dell’esistenza del documento riguardante la fondazione di una <em>skiti</em> sul sito della cappella del
Precursore. Partiti immediatamente per il monastero di Neamț, i monaci moldavi ritrovarono
il preliminare e tornarono al Monte Athos. La Grande Lavra confermò la
decisione presa nel 1820, e nel 1851 Nifon e Nectarie rilevarono la cella di
San Giovanni il Battista da alcuni monaci greci, dietro il pagamento di 7.000 <em>lei</em>. Ora occorrevano i fondi necessari
per l’edificazione della <em>skiti</em>; fu
Nifon a tornare di nuovo in Patria, dove ricevette le generose donazioni di
molti conterranei, in primis la somma di 3.000 <em>galbeni</em> offerta da Grigorie Alexandru Ghica, Governatore della
Moldavia.</p>



<p>Nel
1856 arrivò la concessione del sigillo da parte del Patriarcato di
Costantinopoli e l’anno seguente fu posata la prima pietra della chiesa, che
venne solennemente consacrata dieci anni dopo, il 21 maggio 1866, e dedicata al
Battesimo del Signore. La scelta del primo <em>dikaios</em>
(l’abate, o priore) non poteva che cadere su Nifon, il quale guidò la skiti per
quattro anni. Nel 1870, coronata pienamente la sua missione, Nifon si ritirò
con alcuni discepoli in una cella vicina alla grotta di Sant’Atanasio, dove
visse in santità sino alla morte. I suoi resti mortali, dinanzi ai quali arde
perennemente una lampada, sono conservati nella cripta posta sotto l’altare
maggiore del <em>kyriakon</em> di Prodomu.</p>



<p>A
Nifon subentrò lo ieromonaco bucarestino Damian, abate sino al 1890, che
continuò il buon governo spirituale della <em>skiti</em>,
senza trascurare quello materiale, che vide la costruzione dell’<em>arsanas</em> (il porticciolo) e di nuove
celle per monaci e pellegrini.</p>



<p>Santi
uomini e grandi amministratori furono anche i due successivi abati, gli
ieromonaci Ghedeon e Antipas, entrambi originari del distretto di Prahova. Il <em>dikaios</em> Ghedeon è ricordato per la
profonda religiosità e umiltà; celebrava la liturgia, personalmente, ogni
giorno. Terminato il mandato, anch’egli si ritirò in solitudine in una piccola
cella, vivendo nell’esichia sino alla fine dei suoi giorni. Il quarto abate, Antipas,
dotò la <em>skiti</em> di nuove strutture, fra
le quali i laboratori per la pittura, per la lavorazione del legno e del marmo,
e creò persino un piccolo museo. Mostrò tutta la sua energia quando dovette
affrontare le urgenti riparazioni della chiesa e degli altri edifici gravemente
danneggiati dal terremoto del 1904. </p>



<p>Nei
decenni successivi, la <em>skiti</em> Prodromu
conobbe altre traversie: il mutamento del calendario nell’anno 1924, le Guerre
Balcaniche, le due Guerre Mondiali e l’avvento del regime comunista.
Quest’ultimo si rivelò particolarmente rovinoso: al mancato invio di nuovi monaci
si aggiunse la confisca delle proprietà possedute dalla <em>skiti</em>, con il conseguente depauperamento delle risorse necessarie
al suo mantenimento. Dalle cento e più presenze registrate al tempo dell’abate
Antipas, Timiu Prodromu si ritrovò ad essere abitata, nel 1976, da soli 10 monaci,
quasi tutti vecchi e malati. Più di vent’anni dopo, nel 1998, il giornalista e
critico letterario Christopher Merrill trovò a Timiu Prodromu lo stesso numero
di monaci, e un ambiente piuttosto depresso. Nell’ottimo <em>Things of the Hidden God</em>, Merrill testimonia che il <em>kyriakon</em> era chiuso al momento della
liturgia; la funzione religiosa venne celebrata in una piccola cappella, alla
presenza di pochi monaci e di un paio di laici.</p>



<p>Ma
il Monte Athos ha sempre saputo risorgere dai momenti di crisi che hanno
segnato la sua storia. Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, grazie agli
aiuti dell’intera Romania, iniziarono i lavori di ristrutturazione, che hanno
riguardato ogni struttura di Prodromu, e che continuano ancor oggi con la
sistemazione della strada di accesso e degli edifici esterni. Arrivando dalla
Lavra, e scorgendo all’improvviso la <em>skiti</em>,
si ha l’impressione, e poi la certezza, di trovarsi dinanzi ad un raro gioiello
architettonico. Quanto alla popolazione monastica, dai primi anni del Duemila è
gradualmente aumentata e oggi Prodromu è abitata da una quarantina di monaci.</p>



<p>Essendo
una delle fondazioni monastiche più recenti, non sono molte le testimonianze
dei pellegrini-scrittori relative alla <em>skiti</em>
del Precursore. Una di queste, però, riveste un carattere eccezionale. E’
quella dell’inglese Athelstan Riley (1858-1945), scrittore e autore di inni
sacri, che visitò l’Athos nel 1883, lasciando un accurato resoconto della sua
esperienza athonita, <em>Athos or the Mountain
of the Monks</em>, opera pubblicata a Londra nel 1887.</p>



<p>Dopo
aver visitato la Grande Lavra, Riley percorre il sentiero, orlato da odorosi
arbusti, che conduce a Timiu Prodromu. L’accoglienza da parte dei monaci romeni
è calorosa, il cibo ottimo, le stanze per gli ospiti si rivelano fra le più
comode e pulite del Monte Athos. Assente l’abate Damian, è lo ieronda Esaias a
farne le veci, dimostrando una squisita cortesia (<em>one of the politest man I have ever met</em>, scrive Riley). Entrato
nella chiesa, l’inglese nota una splendida icona della Vergine; i monaci
precisano subito che è un’icona miracolosa, al che l’ospite non può evitare di
obiettare che ha tutta l’apparenza di un’icona moderna. </p>



<p>“Lo
è”, replica Esaias, “è stata dipinta nell’anno 1860. Per di più, abbiamo
tentato più volte di farne una copia, perché molta gente in Romania vorrebbe
vederla, ma nessuno vi riesce”. A questo punto, Riley e compagni diventano curiosissimi
di ascoltare la storia dell’icona dalle labbra di Esaias, che è tra i fondatori
della <em>skiti</em> e ne conosce tutte le
vicende.</p>



<p>Il
racconto del monaco, come raccolto da Riley, non coincide perfettamente con ciò
che le odierne pubblicazioni riportano nelle loro pagine; opero dunque una
sintesi, come segue.</p>



<p>Quando
la costruzione della chiesa di Prodromu fu ultimata, il <em>dikaios</em> Nifon si mise in cerca di un’icona della Vergine. Poiché
nessuna chiesa athonita voleva privarsi delle proprie, l’abate decise di
recarsi nella sua terra natale, e commissionò l’opera al miglior artista che
poté trovare. Era un vecchio monaco di Iaşi, Iordache Nicolau, il quale si mise
subito al lavoro, onorato di donare un’opera al Monte Athos. Dopo un po’,
tuttavia, il monaco tornò dal <em>dikaios</em>,
dicendogli che temeva di dover abbandonare il compito affidatogli, perché si
era scoperto incapace di dipingere appropriatamente i volti della Vergine e del
Bambino. Il <em>dikaios</em> rassicurò
l’iconografo, invitandolo a recitare il canone e a pregare.</p>



<p>Assecondando
il consiglio dell’abate, il vecchio monaco coprì la pittura con un panno di
lino, chiuse lo studio e si ritirò in preghiera, implorando la Vergine di
aiutarlo ad ultimare l’opera. Il giorno seguente, entrato nello studio, il pittore
si prostrò dinanzi all’icona, sollevò il panno con cui l’aveva coperta e vide
che essa recava i volti del Bambino e della Madre di Dio, splendidamente
dipinti.</p>



<p>A
seguito di questo miracolo, l’icona della Vergine <em>Prodromița</em> è annoverata fra le pochissime icone <em>acheropite</em> (non fatte da mano d’uomo), e
come tale oggetto di una profonda e costante venerazione da parte di tutto il
popolo ortodosso.</p>



<p>Per
quanto riguarda la Prodromu odierna, ne ho diretta esperienza, perché dagli
inizi del Duemila vi sono stato ospitato per tre volte. La <em>skiti</em> comunica immediatamente l’impressione di un centro pulsante
di vitalità ed efficienza; ma soprattutto, a Prodromu ho colto un clima di crescente
fervore religioso, in virtù del buon governo dell’abate Atanasie Floroiu e della
guida spirituale da parte dell’abate stesso e dello ieronda padre Iulian.</p>



<p>Nel
2017, dopo la liturgia mattutina, mi sono intrattenuto con due novizi. Le domande
che ricorrono più spesso fra pellegrini e monaci non tardarono ad arrivare. Quasi
all’unisono, i due giovani mi chiesero il motivo che mi aveva spinto al Monte
Athos; a mia volta, domandai perché avessero abbracciato il monachesimo, e perché
avessero scelto di viverlo nella Santa Montagna.</p>



<p>La
mia risposta fu piuttosto vaga e, presumo, deludente: dissi che era stata la curiosità,
unita alla ricerca di una pace e di un equilibrio che non avevo ancora trovato.</p>



<p>Le
loro risposte, annunciate da lievi sorrisi, furono non meno sincere, e molto
più pregnanti. Il primo confessò che nel mondo viveva male, e che anch’egli
aveva cercato la pace interiore, che a differenza di me aveva trovato.</p>



<p>Il
secondo, dopo avermi fissato bonariamente, disse: “Io ero fidanzato, con la mia
ragazza parlavamo già di matrimonio. Poi, all’improvviso, Dio mi ha chiamato
qui. Sì, è un mistero. Ma tutta la nostra vita è un mistero, no?”</p>



<p>Annuii,
e iniziammo a parlare d’altro. Ma durante il cammino verso la Lavra, un
pensiero mi ossessionava. Io – riflettevo &#8211; mi aggiro per il mondo sempre
indaffarato, frenetico, facendo mille cose, ma rimango una persona
insoddisfatta e inquieta. Questi giovani fanno ogni giorno le stesse cose, che
all’Athos si ripetono in modo uguale da migliaia di anni, eppure il loro
spirito prorompe di gioia e serenità.</p>



<p>Poi,
all’improvviso, tutto mi fu più chiaro. No, la parabola spirituale di quei
giovani non era un mistero. Nella loro vocazione, e nella rifioritura di Timiu
Prodromu si era certamente manifestata la volontà del Signore. Ma come non
pensare che essa si fosse innestata sul fondamento cristiano che ha sempre
caratterizzato il popolo romeno?</p>



<p>                                                                                                        </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>﻿Il Metropolita Visarion Puiu (1879-1964)</title>
		<link>https://culturaromena.it/%ef%bb%bfil-metropolita-visarion-puiu-1879-1964-%ef%bb%bf140-anni-dalla-sua-nascita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Mar 2019 10:12:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Violeta POPESCU Il metropolita Visarion Puiu è una delle figure più importanti della Storia della Chiesa Ortodossa Romena, una personalità “recuperata” dal popolo romeno dopo la caduta del regime comunista. Il suo nome era proibito da pronunciare durante la dittatura, come proibito veniva qualsiasi riferimento fatto alla sua proficua attività missionaria come vescovo e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Violeta POPESCU</p>



<p><em>Il metropolita Visarion Puiu è una delle figure più importanti della Storia della Chiesa Ortodossa Romena, una personalità “recuperata” dal popolo romeno dopo la caduta del regime comunista. Il suo nome era proibito da pronunciare durante la dittatura, come proibito veniva qualsiasi riferimento fatto alla sua proficua attività missionaria come vescovo e metropolita, nel periodo che va dopo la Grande Unione fino all&#8217;instaurazione del regime comunista nel 1945. Personalità di vasta cultura teologica e laica, dotato di una rara energia, con la sua prodigiosa e umile attività, il Metropolita Visarion ha lasciato una indelebile impronta nelle anime di molte generazioni. Vescovo e teologo di rilievo, il suo nome rimane come punto di riferimento per via della fondazione della prima Diocesi Ortodossa Romena all’estero. Il metropolita Visarion Puiu è stato l’unico gerarca della Chiesa Ortodossa Romena condannato a morte in contumacia (1946) e scomunicato durante il regime comunista (1950). Nel contesto che tratta la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60, le autorità comuniste hanno avviato i tentativi di riportare nel Paese il metropolita Visarion Puiu, già anziano e malato, stabilito in Francia, che nonostante le sentenze del regime comunista, almeno come intenzione, desiderava ritornare nel Paese.</em></p>



<p><em>Mi
soffermerò brevemente sui vari aspetti che tratta la sua preparazione, l’attività
come vescovo e metropolita in Romania, e in particolare il suo periodo di esilio,
una partenza senza ritorno, e i suoi considerabili sforzi di mantenere viva la
fede tra i romeni trovati fuori dal Paese, in un contesto molto complesso e
delicato. </em></p>



<p><strong>Il suo
operato come vescovo e metropolita</strong></p>



<p>Nato nell’anno 1879, il 27 febbraio, nella
città di Pașcani, il futuro metropolita ha frequentato il Seminario nelle città
di Roman e Iași, poi ha conseguito la laurea in Teologia a Bucarest. Entrato
nell’ordine dei monaci nel 1905, è stato immediatamente ordinato diacono e
mandato all’Accademia Teologica di Kiev. Tornato nel Paese dopo due anni, fu
ordinato prete nella Cattedrale vescovile della città di Galați e poi elevato
al rango di archimandrita. Nel periodo 1909-1918, ha ricoperto l’incarico di
Direttore del Seminario di Galați<a href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>.
Fu trasferito in seguito, con la stessa funzione, al Seminario di Chișinău<a href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>.
Instancabile nella sua opera, Visarion fonda e sostiene moltissime attività
culturali, benefiche e formative. Viene elevato al rango di prelato nel 1921,
poi eletto vescovo di Argeș dove rimane fino nel 1923. Per il periodo 1923-1935
Visarion Puiu è stato vescovo presso la diocesi ortodossa di Hotin, periodo
molto proficuo che gli ha permesso di dedicarsi all’organizzazione della
diocesi. Con la sua benedizione e sotto la sua direzione, sono state costruite
la Cattedrale, la residenza della Diocesi, e altri edifici ausiliari, necessari
al buono sviluppo dei lavori nella nuova Diocesi di Bălți<a href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a>.
Essendo un buon conoscitore della lingua russa, nel 1942, il Metropolita
Visarion è stato nominato Metropolita di Transnistria con sede nella città di
Odessa<a href="#_ftn4"><sup>[4]</sup></a>.
Il periodo dell’amministrazione romena ha significato per il territorio una
ricca attività culturale e religiosa, un vero risveglio della vita religiosa
dei romeni, nel contesto in cui tante chiese ortodosse venivano chiuse dai
comunisti. Come metropolita è riuscito a svolgere un’importante attività
religiosa e culturale. Nel 1942, riesce a fondare due seminari teologici, uno a
Odessa, in lingua russa, e l’altro a Dubăsari, in lingua romena. Lì ha svolto
un’intensa attività per la ristrutturazione amministrativa della Chiesa
sostenendo un lavoro senza precedenti nel campo sociale e culturale per
combattere l’ateismo comunista. Quest’attività porterà alla sua condanna a
morte nel 1946, da parte del Tribunale del Popolo. Sotto la sua direzione, sono
stati mandati in Transnistria centinaia di preti da tutto il Paese e
soprattutto dalla Bessarabia, sono state riaperte decine di chiese, sono stati
ordinati o riportati nelle parrocchie i preti del luogo, è stata riorganizzata
la vita monastica, sono stati stampati libri di preghiere e vari opuscoli per i
credenti del posto<a href="#_ftn5"><sup>[5]</sup></a>.</p>



<p>Come rappresentante del patriarca Nicodim
Munteanu, il 15 agosto 1944, Visarion Puiù ha partecipato all’ordinazione di un
vescovo ortodosso croato in Zagabria. Praticamente la sua presenza in occasione
dell’ordinazione del vescovo Spiridon Mifka, gli ha salvato la vita. Intuendo
le ripercussioni degli ultimi avvenimenti politici sulla Chiesa, non è più
tornato in Romania. È cominciato un lungo e sofferto esilio, non privo di
soddisfazioni e dolori, per il solerte Metropolita. La maggior parte dei
documenti riguardanti la vita del metropolita Visarion Puiu si trovano nella Biblioteca
romena di Friburgo<a href="#_ftn6"><sup>[6]</sup></a>,
dove esiste anche una collezione Visarion Puiu – che raccoglie libri, icone e
l’archivio personale del metropolita. </p>



<p><strong>L’esilio senza strada di ritorno&#8230;</strong></p>



<p>All’entrata delle truppe sovietiche in
Romania, nell’agosto del 1944, Visarion Puiu si trovava come abbiamo già visto,
a Vienna, sulla via di ritorno da una missione in Croazia. È stato il momento
in cui il metropolita Visarion Puiu si accorge della tragedia del Paese e
decide di non tornare più, consapevole del fatto che si trovava nel pericolo di
essere arrestato. &nbsp;Appena stabilito in
Occidente, le autorità comuniste insediate a Bucarest hanno cominciato a
minacciare il metropolita e a inseguirlo attraverso la polizia segreta – la <em>Securitate</em>.
Subito dopo l’instaurazione del regime pro comunista dott. Petru Groza, le
nuove autorità hanno avviato un’inchiesta per accusare tutti coloro che avevano
collaborato con il vecchio regime, colpevoli del “disastro del Paese”, tra cui
anche il metropolita Visarion Puiu. L’atto di accusa viene rilasciato il 9
febbraio 1946 per un gruppo di 302 persone accusate di aver “distrutto il
Paese”. Era l’inizio del terrore e della repressione. Visarion Puiu sarà
deposto dal suo incarico ecclesiastico, essendo considerato al servizio del
Vaticano e desiderando liberare la Chiesa Ortodossa Romena dai legami con la
Chiesa russa<a href="#_ftn7"><sup>[7]</sup></a>.
Le autorità di Bucarest provarono, senza successo, a ottenere la sua
estradizione. Ogni sua discolpa fu respinta dal regime. Le comunità ortodosse
romene dell’Europa libera lo riconobbero addirittura come il loro supremo
gerarca, per i suoi tentativi di realizzare l’unità dell’esilio romeno.<a href="#_ftn8"><sup>[8]</sup></a></p>



<p>Fino a maggio 1945 rimarrà quindi nel lager
da Kitzbühel in Austria. Con l’aiuto delle armate francesi attraversa il
confine in Italia, accompagnato dagli ufficiali militari inglesi e italiani. Un
dettaglio molto importante che emerge a riguardo della permanenza del
metropolita Visarion Puiu è la risposta dello stato italiano in seguito alla
richiesta di estradizione dello stato romeno nel 1947, avviata dal Ministero
degli Affari Esteri: lo stato italiano non considera che il metropolita sia un
criminale di guerra poiché egli non fa parte dell’elenco dei criminali di
guerra da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite<a href="#_ftn9"><sup>[9]</sup></a>.
Dopo il periodo trascorso in Austria, il metropolita Puiu arriva in Italia,
dove fece una visita di protocollo a Papa Pio XII e al Cardinale Tisserant,
Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali del Vaticano, i quali gli
suggeriscono l’ospitalità a Maguzzano. Qui è ricevuto con tutto l’affetto e il
rispetto che si conviene a una simile persona. Il metropolita partecipava con
molto interesse alla vita comunitaria e al programma di preghiera e di lavoro.</p>



<p>Inizia così il suo lungo periodo di esule, prima in
Italia dal 1945 al 1947 (nelle abbazie di Praglia, Maguzzano e Pontida), in
Svizzera dal 1947 al 1949 (Sonvico-Lugano), in Francia dal 1949 alla morte nel
1964 (Parigi, Theodule, Draguignan, Cannes, Viles-Maison). Nel Pase la<em>
Securitate </em>aveva sparso la voce che il metropolita fosse scomparso, oppure
fosse è morto. L’esilio è il periodo più difficile, più provato del metropolita
Visarion Puiu che chiuderà con la sua fine nell’agosto 1964. </p>



<p><strong>Amicizia nella fede: il metropolita Visarion Puiu e Don
Calabria </strong></p>



<p>Dei vent’anni trascorsi lontano del suo
Paese, il periodo passato in Italia al monastero di Maguzzano (1945-1947)
costituisce un’esperienza ricca e particolare, essendo accolto con grande
calore, anni segnati dall’incontro con Don Giovani Calabria.<a href="#_ftn10"><sup>[10]</sup></a>
L’attaccamento spirituale tra i due è stato molto forte. Il loro spirito è vivo
anche oggi, vicino alla tomba di <em>don Calabria</em>, esiste un <em>Bassorilievo
che </em>raffigura il Metropolita <em>Visarion </em>e un vescovo anglicano, a cui
si aggiunge la fondazione di una sala in un museo all’interno del monastero,
inaugurata nel 2009, con la presenza di una delegazione romena
dell’Associazione “Visarion Puiu”. Quindi, una prima tappa dell’esilio del
metropolita Visarion Puiu molto importante per il suo percorso è rappresentata
dalla sua presenza per quasi due anni al monastero di Maguzzano, come ospite di
don Giovani Calabria. Spesso don Calabria andava a trovarlo e fra i due nacque
una stretta amicizia fondata su un ecumenismo spirituale molto grande. Quando
il metropolita decise di spostarsi in Svizzera, e poi in Francia, l’amicizia
continuò “con una fitta corrispondenza epistolare”.<a href="#_ftn11"><sup>[11]</sup></a>
A Maguzzano ha l’occasione di incontrare e di conversare con diverse persone
che frequentano l’abbazia. Confessa che ha preferito rimanere nel monastero di
Maguzzano, grazie alla Provvidenza, anche se gli sono state fatte offerte
dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. Nella festa del Sacro Cuore di Gesù, il
13 giugno 1947, dopo alcuni giorni di preparativi per procurarsi i documenti
necessari, il metropolita Visarion lascia fisicamente Maguzzano, rimanendo però
collegato spiritualmente con il monastero. Le ultime righe del Diario della
comunità, che si riferiscono alla permanenza del metropolita, sono
particolarmente toccanti: <em>Egli lascia un grande vuoto, tuttavia ci
ricorderemo di questo illustre Ospite; che la Provvidenza lo accompagni nella
sua nuova destinazione, alleviandone il dolore di essere lontano dalla Romania
e della sua Chiesa.</em><a href="#_ftn12"><sup>[12]</sup></a></p>



<p>Dopo Maguzzano segue il suo rifugio in
Svizzera, a Lugano, più precisamente a Sonvico, dove soggiorna preso una casa
di riposo (che oggi non esiste più). Da Lugano il 14 giugno 1947, scrive a don
Calabria: “<em>Sono felice di aver avuto
l’occasione di conoscerla e di aver visto le Case fondate da lei e di aver
costatato lo zelo che mostrate per realizzare l’unità di tutte le chiese.
Adesso, partendo da questo luogo, le esprimo i miei più vivi ringraziamenti per
la bontà che mi ha sempre dimostrato e per l’ospitalità che ho trovato in
questo istituto </em>(…)”. Dalle ultime lettere si capisce che le autorità dello
Stato romeno s’interessavano della sorte del metropolita dato che intendevano
riportarlo nel Paese. In data 14 ottobre 1947, da Lugano, scrive di nuovo a don
Calabria: “Sono in pericolo di essere rimandato a casa, per desiderio del
Governo attuale del mio paese. La prego di insistere presso il Cuore di Gesù
nelle sue zelanti e ferventi preghiere. Con tutto l’affetto di fratello in
Cristo. Metropolita Visarion<a href="#_ftn13"><sup>[13]</sup></a>.
La reciprocità epistolare era perfetta. Don Calabria lo incoraggiava
assicurandolo del suo affetto e delle sue preghiere<em>. </em>Nella lettera dell’1°
gennaio 1949, il metropolita gli scrive<em>: “Grazie per la lettera che mi ha
mandato che mi ha procurato consolazione e gioia spirituale. Rimaniamo uniti in
questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, 18-25 gennaio, con il
desiderio che questo ideale si realizzi presto”.</em><a href="#_ftn14"><sup>[14]</sup></a></p>



<p><strong>Verso
la fondazione della Diocesi Ortodossa romena in Occidente 1945</strong></p>



<p>L’unità religiosa della diaspora romena è stato uno degli
obiettivi principali nell’attività del metropolita Visarion Puiu, rimasto in
esilio dopo l’anno 1945. Dall’inizio del suo esilio il metropolita Visarion
Puiu si è considerato l’unico membro del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa
Romena all’estero e quindi responsabile per i sacerdoti e i fedeli romeni
stabiliti nei paesi occidentali. Si è accorto nello stesso tempo del fatto che
il Santo Sinodo della Chiesa Romena era il prigioniero di un regime ateo,
convinzione espressa nella Gramata del 26 dicembre 1954 in occasione della
consacrazione come vescovo di Teofil Ionescu: <em>Nell’attesa della liberazione
del popolo romeno e della Chiesa Orodossa Romena dal dominio e dalla
repressione a coloro senza Dio.</em><a href="#_ftn15"><sup>[15]</sup></a>
Il metropolita Visarion Puiu ha avuto dei piani concreti per organizzare la
vita ecclesiastica dei romeni ortodossi all’estero in una Metropolia guidata da
un sinodo metropolitano autonomo. Questi piani sono stati comunicati in parte
al Santo Sinodo ma non è riuscito a metterli in pratica per colpa di alcune
rivalità tra gruppi di romeni in diaspora oppure per colpa dei malintesi che
altre Chiese Ortodosse hanno manifestato nei confronti dell’organizzazione
spirituale dei romeni ortodossi.<a href="#_ftn16"><sup>[16]</sup></a>
</p>



<p>Il primo passo fatto nell’organizzazione ecclesiale dei
romeni all’estero è stato nel 1945 quando viene fondata in Germania la <em>Diocesi
dei Romeni dell’Europa dell’Ovest</em>, diventata nel 1<em>949 Diocesi dei Romeni
all’estero con la sede a Parig</em>i. Sul timbro della Diocesi sta scritto:
DIOCESI DEI ROMENI ALL’ESTERO 1945<a href="#_ftn17"><sup>[17]</sup></a>.
Presso la Biblioteca Romena di Freiburg si trova un documento intestato nel
1945, in tedesco e romeno, con la titolatura <em>La Diocesi Ortodossa romena per
la Germania e l’Austri</em>a. Il documento numero due contiene l’informazione
della fondazione di tale diocesi già dalla metà dell’ottobre 1944 con l’accordo
del patriarca Nicodim Munteanu. &nbsp;Dopo il
periodo trascorso in Italia a Maguzzano poi a Sonvico in Svizzera (1947-1949),
il metropolita Visarion Puiu risponde alle sollecitazioni della comunità romena
di Parigi di continuare la sua attività missionaria per unire i romeni nell’esilio.
Così nasce nel 1949 dopo il suo primo tentativo in Germania, una <em>Diocesi dei
Romeni all’estero</em>. A Parigi il metropolita riesce a organizzare nel 1949 la
Diocesi Ortodossa Romena per l’Europa Occidentale. Oltre ai romeni stabiliti in
Francia, nella diocesi erano riunite le parrocchie romene dalla Germania,
Svezia, Belgio, Inghilterra e Canada.<a href="#_ftn18"><sup>[18]</sup></a>
</p>



<p>Poiché la chiesa romena di Parigi costituiva la proprietà
dello stato romeno, il Governo comunista di Bucarest voleva ottenere di nuovo
il controllo. Le azioni e la pressione ripetute hanno generato i dissensi tra
la comunità romena di Parigi e la Chiesa romena, diventata simbolo della
resistenza nel contesto in cui gli addetti dell’Ambasciata romena manifestavano
l’intento di controllare la vita religiosa della comunità.<a href="#_ftn19"><sup>[19]</sup></a></p>



<p>Sul sigillo apposto sopra il documento, si
legge: “La Diocesi dei romeni all’estero 1945” e l’anno 1954 viene considerato
“il decimo del nostro ministero”. Se consideriamo questi fatti, l’attività del
Metropolita Visarion a Parigi – dal suo punto di vista – appare come una
naturale continuazione di quello che era stato iniziato a Vienna.<a href="#_ftn20"><sup>[20]</sup></a>
La diocesi ortodossa romena in Occidente era sotto la giurisdizione della
Chiesa Ortodossa Russa all’estero. Dal 1949 al 1958, il metropolita Visarion
Puiu ha diretto l’Arcivescovato Ortodosso Romeno per l’Europa Centrale e
Occidentale con sede a Parigi. Oltre ai romeni stabiliti in Francia, ne
facevano parte anche altre parrocchie ortodosse romene della Germania, Svezia,
Belgio e Canada. Il 26 dicembre 1954, nella chiesa russa “San Nicola” di
Versailles, il Metropolita Visarion, assistito dall’Arcivescovo di Bruxelles e
da Nathanael di Cartagine e di Tunisia, membri del Sinodo russo in esilio,
ordina come vescovo vicario di questa diocesi l’archimandrita Teofil Ionescu,
consacrato con il titolo di “Vescovo di Serves”. Nel giugno 1958, il
Metropolita Visarion si ritira dall’attività ecclesiastica e passa la guida
della Diocesi al Vescovo Teofil Ionescu.<a href="#_ftn21"><sup>[21]</sup></a>
È importante menzionare in questo contesto il fatto che il Sinodo della Chiesa
Ortodossa Romena non ha mai messo in discussione la validità della
consacrazione come vescovo di Teofil Ionescu da parte di Visarion Puiu, anche
se questo era stato ridotto allo stato laico nel 1950 secondo la condanna ricevuta
dal governo comunista romeno. Questa riduzione allo stato laico, al di là del
documento adottato dal Sinodo sotto la pressione del momento, non si è mai
realizzata, essendo considerata sin dall’inizio nulla dai gerarchi rimasti nel
paese.<a href="#_ftn22"><sup>[22]</sup></a></p>



<p>Il Metropolita Visarion ha avuto dei piani
concreti per organizzare la Chiesa dei romeni ortodossi nella diaspora in una
Metropolia diretta da un Sinodo Metropolitano autonomo. Questi piani non sono
mai stati realizzati a causa delle rivalità di alcuni gruppi di romeni
stabiliti all’estero e delle incomprensioni manifestate da alcune Chiese
ortodosse circa l’organizzazione spirituale dei romeni ortodossi. Il 15
novembre 1954, il metropolita Visarion Puiu lancia un Appello indirizzato
questa volta al clero e ai rappresentanti dell’esilio romeno dell’America e
Canada per riunirsi. “Veniamo e vi chiediamo di conciliarvi e riunirvi in un
Congresso nell’intento di organizzare un Sinodo autonomo, necessario a tutti i
romeni che si trovano nella diaspora (America, Canada e in tutto i luoghi dove
vivono romeni), fino al momento della liberazione del nostro Paese e il
riconoscimento ecclesiale da parte del Santo Sinodo, che dovrà essere
canonicamente a Bucarest”.<a href="#_ftn23"><sup>[23]</sup></a></p>



<p>Il Metropolita Visarion Puiu ha cercato di
realizzare l’unità dell’esilio romeno intorno alla Chiesa. Per l’Europa, ha
seguito la fondazione di tre sotto-Diocesi: in Francia e Italia, Germania e
Austria, Inghilterra. Ha sostenuto anche l’organizzazione ecclesiale dei romeni
stabiliti in America, appoggiando il vescovo Teofil Ionescu nel suo piano di
andare in Canada e fare la stessa cosa per i romeni. <em>Vada in Canada – </em>scrive
in una lettera indirizzata al vescovo Teofil <em>– e organizzi dal punto di vita
ecclesiale i romeni stabiliti lì (…) Se la situazione andrà bene, e Lei non
vorrà rimanere in Canada, prepari l’arrivo dell’archimandrita Victorin da
Gerusalemme. Se non è possibile fare queste cose per i fedeli del Canada, che
tra l’altro sarebbe molto soddisfacente per quelli che non sono cristiani, se
ne andra via, secondo il versetto dell’evangelista Marco, VI, 11 “scotendoti la
polvere dai piedi” per compiere il suo apostolato in altre terre, con romeni
poveri ai quali manca un’organizzazione ecclesiastica propria.</em><a href="#_ftn24"><sup>[24]</sup></a></p>



<p>Consapevole del ruolo importante
dell’organizzazione ecclesiale, il metropolita manda delle lettere a preti
ortodossi in Germania, Francia, Canada, America offrendo i suoi consigli e la
sua esperienza come fondatore della diocesi di Bessarabia, oppure Maramureș,
incoraggiando tutti a lottare per l’unità dei romeni attorno alla Chiesa.</p>



<p>L’attività svolta dal metropolita Visarion
Puiu fino alla sua partenza, nel 1944, lo definisce come un degno
rappresentante della Chiesa Ortodossa Romena e combattente per l’unità
cristiana nel mondo. La problematica dell’unità cristiana l’aveva affrontata
ancora durante gli studi quando ha intitolato la sua tesi: “Cristianesimo e
nazionalità”. Il contatto con l’Occidente, soprattutto il periodo in cui ha
abitato presso il monastero cattolico di Maguzzano, egli ha fornito la
possibilità di conoscere le iniziative per l’unità dei cristiani. Tra i suoi
studi dedicati all’argomento unità cristiana vale ricordare le lettere inviate
ai patriarchi di Gerusalemme, di Mosca e di Costantinopoli. In ogni occasione
desiderava affermare che “tra i grandi problemi del mondo, la pace non potrebbe
essere mantenuta senza il coinvolgimento delle chiese cristiane e l’armonia fra
loro.”<a href="#_ftn25"><sup>[25]</sup></a>
</p>



<p>Nel giugno 1958, a causa della vecchiaia e di
alcuni intrighi, isolato dalla comunità romena, a quanto sembra non estranea
alla cerchia politica comunista, il Metropolita Visarion si ritira dalla vita
attiva della chiesa e lascia alla cattedra della Diocesi il vescovo Teofil
Ionescu.</p>



<p>Questo si è preso cura della vita spirituale
dei romeni, ha ordinato sacerdoti, ha pubblicato un bollettino parrocchiale, ha
organizzato pellegrinaggi e ha partecipato attivamente a vari incontri
ecumenici. Tuttavia, il vescovo Teofilo nel contesto molto travagliato non è
riuscito a unire spiritualmente la diaspora romena, che è rimasta divisa per un
periodo di tempo tra varie giurisdizioni ecclesiastiche (il Patriarcato
Ecumenico, la Chiesa Ortodossa Romena, o il Sinodo dei russi bianchi della
diaspora).</p>



<p><strong>Gli
ultimi anni di vita in Francia</strong></p>



<p>Gli ultimi anni di vita del metropolita Visarion Puiu sono stati segnati da
tanti disagi e sofferenze che hanno influenzato il suo stato di salute. Il
pensiero di tornare in Patria l’ha accompagnato sempre, desiderando essere
sepolto accanto ai suoi genitori. A prima vista, sembra che il metropolita abbia
voluto ritornare nel Paese, ma solo a condizioni che lui ripeteva sempre
durante gli incontri con i rappresentanti della missione diplomatica romena a
Parigi. D’altronde anche il governo comunista, attraverso la missione
diplomatica di Parigi ha fatto diversi tentativi per determinare il metropolita
a tornare in patria, con lo scopo di migliorare l’immagine del governo a
Bucarest. Nel contesto internazionale di relativa apertura, avvenuta nel 1955,
lo Stato romeno ha iniziato a cambiare le condanne definitive, i processi
giudiziari in corso, e le restrizioni amministrative di carattere politico
imposte alle persone che hanno dimostrato la voglia di “riconsiderare il
proprio atteggiamento verso il regime”, e che avevano “qualità professionali di
eccezione” oppure erano “anziani e gravemente malati”, in grado di suscitare la
“compassione dei cittadini”. È stata presa in calcolo la “necessità di
riconsiderare la situazione dei condannati politici con sentenze definitive” da
parte delle istanze giudiziarie, incluso i criminali di guerra, ma lasciando i
veri criminali di guerra ad eseguire la propria punizione fino alla fine”.
Inoltre, funzionari dello stato romeno, come Petru Groza, hanno ritenuto che
“dai dossier riesaminati, in alcuni casi, si costatano errori giudiziari o pene
sproporzionate rispetto ai reati commessi, giustificabili subito dopo la
Guerra, ma inadeguati dopo un decennio dalla fine della guerra.”<a href="#_ftn26"><sup>[26]</sup></a>Tuttavia,
alcuni romeni dell’esilio non ritenevano opportuno l’eventuale ritorno del metropolita
nel Paese, nello stesso modo in cui anche lo stato francese tentava di
mantenere il suo prestigio di paese che accettava l’esilio politico a ogni
aspirante. Ognuno tentava di mantenere il proprio prestigio. Il metropolita,
che sin dal periodo interbellico aveva lottato per l’organizzazione
ecclesiastica dei romeni fuori dai confini, cercava di mettere in pratica il
progetto ideato nel 1945.<a href="#_ftn27"><sup>[27]</sup></a>
<strong></strong></p>



<p>&nbsp;Il
metropolita Visarion Puiu è morto a Viels Maisons, il 10 agosto 1964, senza
poter tornare. &nbsp;È stato sepolto nel
cimitero romano-cattolico del villaggio, il servizio funerario essendo
ufficiato da due sacerdoti ortodossi russi, e ulteriormente nell’anno 1992 è
stato trasferito nel cimitero Montparnasse di Parigi.</p>



<p>La riduzione allo stato laicale del metropolita
Visarion Puiu è stata cancellata dal Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena il 25
settembre 1990.</p>



<p><strong>La sua opera</strong></p>



<p>Il suo lavoro non si è limitato all’attività pastorale, ma si è esteso anche all’educazione teologica. Il suo lavoro “I preti di campagna”, apparso a Bucarest nel 1902, è stato ristampato nel 1925. Ha pubblicato anche la sua tesi di laurea, intitolata: “Cristianesimo e nazionalità” (Bucarest, 1904). Nello stesso anno è stato pubblicato il libro “Alcuni discorsi ecclesiastici” (Bucarest, 1904). Dopo il tirocinio alla Scuola di Kiev, traduce dal russo e pubblica il libro “I viaggi del prete monaco russo Partenie in Moldavia” (Vălenii de Munte,1910). Nel periodo del sacerdozio nella città di Galați, pubblica due libri sulla vita monastica: “I monasteri di suore” (Bucarest, 1910) e “Della storia della vita monastica” (Bucarest, 1911). Nella città di Chișinău, in qualità di Vescovo dei monasteri di Besssarabia, pubblica vari articoli sulla Rivista della Società di Storia e Archeologia Ecclesiastica di Chișinău e la monografia “I monasteri di Basarabia”(Chișinău, 1919). Sempre a Chișinău sono state pubblicate le sue opere monumentali: “Omelie per le città” (1920), “Voce nel deserto” (1931 e 1935) e “Documenti di Bessarabia”, 2 volumi (1928-1938) in collaborazione con Ștefan Berechet, Ștefan Ciobanu, Leon T. Boga e Constantin N. Tomescu. Si aggiungono numerosi opuscoli e articoli nei periodici.<a href="#_ftn28"><sup>[28]</sup></a> Tra i suoi studi dedicati all’argomento unità cristiana vale ricordare le lettere inviate al patriarca di Gerusalemme, di Mosca e di Costantinopoli. Nel 15 aprile 1948, pubblica l’articolo: <em>Spre reîntregirea creștinismului (Verso la riunificazione del cristianesimo) </em>inviatoalla rivista “Union di Fribourg” e al cardinale Tisserant a Roma<a href="#_ftn29"><sup>[29]</sup></a>, come afferma il metropolita. Ulteriormente l’articolo è pubblicato anche dalla rivista italiana <em>Unitas</em><a href="#_ftn30"><sup>[30]</sup></a><em>.</em><br></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Galați è una citta della
Romania, nella regione storica della Moldavia, importante centro industriale.</p>



<p><a href="#_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Chișinău è oggi la
capitale della Repubblica Moldova.</p>



<p><a href="#_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Bălți è una città della
Repubblica Moldova, la terza del Paese per popolazione dopo Chisinău e Tiraspol
</p>


<p>[cf. Wikipedia]</p>



<p>. 

</p>



<p><a href="#_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La suddetta Missione
aveva il compito di riaffermare la vita cristiana in questa regione dopo un
quarto di secolo di propaganda ateista-comunista.</p>



<p><a href="#_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Pr. prof. dr. Mircea
PĂCURARIU, Basarabia. Aspecte din istoria Bisericii şi a neamului
românesc, ed. Trinitas, Iaşi, 1993, p. 122.</p>



<p><a href="#_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La Biblioteca Romena di
Friburgo è stata fondata nel 1949, un’iniziativa avviata da un gruppo
d’intellettuali romeni che conserva importanti volumi che appartengono a grandi
personalità culturali della Romania.</p>



<p><a href="#_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Gheorghe ZBUCHEA, 1950: Apelul mitropolitului Visarion Puiu, în “Dosarele
Istoriei”, n. 9/2003, p. 22.</p>



<p><a href="#_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Gheorghe ZBUCHEA, op,
cit. p. 22.</p>



<p><a href="#_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Arhim. Mihail DANILUC, Mitropolul Visarion Puiu si guvernul de la Viena; link
accesibile: http://ziarullumina.ro/mitropolitul-visarion-puiu-si-guvernul-roman-de-la-viena-33074.html,
ultimo acceso il 1° febbraio 2016.</p>



<p><a href="#_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Don Giovanni CALABRIA è stato
proclamato santo da Giovanni Paolo II il 18 aprile 1999.</p>



<p><a href="#_ftnref11"><sup>[11]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Da vedere: Florin Aurel TUSCANU, Il metropolita Visarion Puiu e San Giovani Calabria, Servi e
promotori dell’unità della Chiesa cristiana, in “Rivista di Studi
Calabriani”, Anno XII &#8211; 2011 Vol. 2, p. 75-83.</p>



<p><a href="#_ftnref12"><sup>[12]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dumitru STAVARACHE, Mitropolitul
Visarion Puiu. Documente din pribegie (1944-1963), 2002, dossier che
riguarda il metropolita Visarion Puiu spedito al Vescovado Cattolico di Iași
dall’Istituto Don Calabria, Abbazia Maguzzano, Italia f. 3-8; p. 48.</p>



<p><a href="#_ftnref13"><sup>[13]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dumitru STAVARACHE, op. cit. p. 50.</p>



<p><a href="#_ftnref14"><sup>[14]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; P. Florin Aurel TUSCANU, op. cit. p.
78.</p>



<p><a href="#_ftnref15"><sup>[15]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Noua emigratie dupa
cel de-al doilea razboi mondial. Din istoricul Mitropoliei; link
consultabile: http://www.mitropolia-ro.de/index.php/17-istoricul-mitropoliei/29-noua-emigratie-dupa-cel-de-al-doilea-razboi-mondial,
ultimo accesso 15 gennaio 2016</p>



<p><a href="#_ftnref16"><sup>[16]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;  Idem. </p>



<p><a href="#_ftnref17"><sup>[17]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; D. STAVARACHE, op. cit p.27</p>



<p><a href="#_ftnref18"><sup>[18]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Jean-Paul Besse, L’Eglise Orthodoxe Roumaine de Paris,
Parigi, 1994, p. 159.</p>



<p><a href="#_ftnref19"><sup>[19]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ibidem, pp. 112-114</p>



<p><a href="#_ftnref20"><sup>[20]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Noua emigratie dupa
cel de-al doilea razboi mondial…., op. cit. </p>



<p><a href="#_ftnref21"><sup>[21]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Teofil Ionescu, nato nel 1894 nel
distretto Buzău. Segue il Seminario di Teologia di Bucarest, la Facoltà di
Teologia, poi ottiene il dottorato a Parigi. Nel 1915 entra nel monachesimo
presso il monastero Tismana. Nel 1939 si trasferisce a Parigi, dove svolgerà
un’intensa attività missionaria, essendo consacrato sacerdote presso la chiesa
ortodossa romena di Parigi, essendo un vero padre spirituale per la comunità
romena.</p>



<p><a href="#_ftnref22"><sup>[22]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Adrian Nicolae PETCU, Mitropolitul Visarion Puiu, o discutie abia incepută, in
“Dosarele istoriei”, n. 4 (80), 2003, p. 13-18</p>



<p><a href="#_ftnref23"><sup>[23]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; BRF, fond. vit. C 3, d 1-3, Ci d. 3,
op. cit. D. STAVARACHE; op. cit. p. 28</p>



<p><a href="#_ftnref24"><sup>[24]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; BRF, fond. vit. C 3, d 1-3, Ci d. 3 op
cit. D. STAVARACHE, p. 29</p>



<p><a href="#_ftnref25"><sup>[25]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Gli archivi del monastero Maguzzano,
doc. cit, pp. 53-54, cit. Dumitru STAVARACHE, op. cit. p. 69.</p>



<p><a href="#_ftnref26"><sup>[26]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ANIC, fond CC al PCR, Secţia Relaţii
externe, dosar nr. 2/1955, ff. 6-7, 13; cf. Adrian Nicolae PETCU; Problema repatrierii
mitropolitului Visaion Puiu reflectată în documentele vremii, Revista Agero-Sttugart Problema%20repatrierii%20mitropolotului%20Visarion%20Puiu%20in%20documentele%20Securitatii.htm,
ultimo accesso 20 gennaio 2016</p>



<p><a href="#_ftnref27"><sup>[27]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Adrian Nicolae PETCU, op. cit. </p>



<p><a href="#_ftnref28"><sup>[28]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mircea PĂCURARIU, Dicţionarul
Teologilor Români …, op.cit. p. 403</p>



<p><a href="#_ftnref29"><sup>[29]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Eugène Tisserant&nbsp;(1884&nbsp;–&nbsp;1972) è stato
un&nbsp;cardinale,&nbsp;arcivescovo cattolico.</p>



<p><a href="#_ftnref30"><sup>[30]</sup></a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; BRF, fond cit. C3, d.3 op. cit. Dumitru Stavarache, p. 30.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un esicasta ante litteram al Monte Athos di Armando Santarelli</title>
		<link>https://culturaromena.it/un-esicasta-ante-litteram-al-monte-athos-di-armando-santarelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 08:47:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https:/?p=3299</guid>

					<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; &#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; &#160; Lo scrittore&#160;Armando&#160;Santarelli, membro dell&#8217;Associazione &#8220;Insieme per l&#8217;Athos&#8221; e da anni assiduo frequentatore del Monte Athos, ci parla di un antesignano della&#160;preghiera del cuore, il gioiello spirituale che consente al monaco di attingere l&#8217;esichia, lo stato privilegiato di quiete interiore e di perenne unione col Signore Fra le tante questioni dibattute nel campo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong> <br><em><strong>&nbsp;             </strong></em></p>



<p style="text-align:center"><em><strong>Lo scrittore&nbsp;Armando&nbsp;Santarelli, membro dell&#8217;Associazione &#8220;Insieme per l&#8217;Athos&#8221; e da anni assiduo frequentatore del Monte Athos, ci parla di un antesignano della&nbsp;preghiera del cuore, il gioiello spirituale che consente al monaco di attingere l&#8217;esichia, lo stato privilegiato di quiete interiore e di perenne unione col Signore </strong></em></p>



<p>Fra le tante questioni
dibattute nel campo filosofico, una ha trovato da tempo immemore una risoluzione
indiscutibile. La questione riguarda i rapporti tra la filosofia e la religione
cristiana; la sua definizione è avvenuta col riconoscimento di quanto la teologia
cristiana degli inizi debba alla filosofia degli antichi greci.</p>



<p>I primi
tentativi di costruire l’identità del Cristianesimo furono compiuti da studiosi
provenienti dall’area mediorientale, in particolare l’Egitto, la Palestina e
l’attuale Turchia. E’ in queste regioni che nasce l’interpretazione allegorica
del Vecchio Testamento e la prima elaborazione del messaggio evangelico. Il complesso
lavoro è iniziato nel I secolo dai Padri Apostolici (così chiamati perché
legati agli apostoli e al loro spirito), autori di <em>Lettere</em> che illustrano soprattutto singoli punti della dottrina
cristiana e tematiche morali e ascetiche; in effetti, Clemente Romano (Papa
Clemente I), Ignazio di Antiochia, Policarpo di Smirne, Erma, e l’autore della
cosiddetta <em>Lettera di Barnaba</em> non
affrontano ancora vere problematiche filosofiche.</p>



<p>Il compito prosegue
con i Padri Apologisti, che nel II secolo iniziano a usare i concetti della
filosofia per costruire l’identità del cristianesimo, difendendolo dalle
persecuzioni e dagli attacchi che gli vengono mossi soprattutto da autori ebrei
e pagani, come Luciano e Celso.</p>



<p>La terza fase
è quella della Patristica vera e propria, che va dal III secolo agli inizi del
Medioevo, e che vede la filosofia, specie quella platonica, giocare un ruolo
considerevole, rimanendo sempre, però<em>,
parte integrante della fede.</em> La Patristica ha inizio ad Alessandria d’Egitto
verso la fine III secolo, con la Scuola Catechetica fondata da Panteno. Ma la sua
età aurea si colloca nel IV e nella prima metà del V secolo, con teologi del
calibro di Eusebio di Cesarea, Ario, Atanasio, Gregorio di Nissa, Basilio,
Gregorio di Nazianzo, e successivamente Dionigi Areopagita, Massimo il
Confessore e Giovanni Damasceno. La Patristica latina raggiunge invece il suo apogeo
con Sant’Agostino.</p>



<p>I testi
fondamentali per la grandiosa opera di mediazione tra filosofia e pensiero
cristiano sono le <em>Lettere </em>di Paolo e
soprattutto il Prologo del <em>Vangelo</em> di
Giovanni, dove si parla del <em>Verbo</em> o <em>Logos </em>divino; <em>Logos</em> che &#8211; è questo il punto nodale della sistemazione della
filosofia cristiana &#8211; diventa persona e viene identificato in Cristo.</p>



<p>Molto diverso
era il concetto di <em>Logos</em> nella
filosofia greca. Il pensiero ellenico era culminato, soprattutto grazie allo
stoicismo, nel concetto di<em> Logos</em>
inteso come immanente principio divino del <em>cosmos</em>.
Per lo stoico, il vero bene è la virtù, vivere “secondo natura”, ossia
conciliarsi e attuare pienamente il proprio essere razionale. Essendo l’uomo un
frammento del <em>cosmos</em> divino, la morte
è l’inevitabile fusione con questo <em>cosmos</em>,
ritorno ad esso, e dunque non immortalità, ma eternità in seno all’armonia
cosmica.</p>



<p>Si delinea
così il diverso atteggiamento della filosofia e della religione di fronte alla
morte. Infatti, &nbsp;la religione è una
dottrina della salvezza <em>eterna</em>,
dell’immortalità, un traguardo che è possibile raggiungere soltanto attraverso la
fede in Cristo, il Figlio di Dio, nel quale il <em>Logos</em>, il divino, si è incarnato. Qualcosa di inaudito per il
pensiero greco; la fede prende il posto della ragione, annulla il vago concetto
di eternità cosmica e promette l’immortalità individuale a chi agisce secondo
la verità proclamata dal Verbo incarnato. La soteriologia cristiana permette di
superare non solo la paura della morte, ma la morte stessa. E’ una delle
straordinarie novità introdotte dal Cristianesimo, che vale da sola a spiegarne
l’enorme potere di seduzione, il motivo per cui la religione cristiana
riuscirà, per secoli, a soppiantare la filosofia, riducendola a sua ancella.</p>



<p>La più antica
<em>Apologia</em> del Cristianesimo a noi
pervenuta (scoperta solo nell’Ottocento) è di Marciano Aristide, e risale
all’epoca dell’imperatore Antonino Pio (metà del II secolo). Marciano sostiene
che solo i Cristiani hanno trovato il vero Dio, e con la loro purezza di vita e
l’amore per il prossimo danno testimonianza della verità che professano. Gli
Apologisti greci più importanti sono però Giustino martire, Taziano l’Assiro,
Atenagora di Atene e l’anonimo autore della <em>Lettera
a Diogneto</em>. Quest’ultima è un documento straordinario, in cui l’identità
dei cristiani è determinata con parole chiare e vigorose: “Abitano nella
propria patria, ma come stranieri, partecipano a tutto come cittadini, e tutto
sopportano come forestieri; ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è
per loro terra straniera… Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo”.</p>



<p>La figura più
rilevante fra gli Apologisti greci è quella di Giustino martire, nato a Flavia
Neapolis (ora Nablus) nella Samaria, nel 100 d.C. e morto nel 165 a Roma. La ricerca della
verità lo porta da Platone a Cristo; nella <em>Seconda
Apologia</em>, Giustino scrive che “la dottrina di Platone non è incompatibile
con quella del Cristo, ma non rinverga perfettamente con essa”. Ma nella sua
conversione risulta decisiva la testimonianza dei martiri cristiani. “Io”,
scrive Giustino, “quando ancora ero discepolo di Platone, ascoltavo le accuse
dirette contro i Cristiani; ma vedendoli intrepidi di fronte alla morte e a ciò
che gli uomini maggiormente temono, capii che era impossibile che essi
vivessero nel male”.</p>



<p>Giustino è il
primo a identificare il <em>Logos</em> con il
Verbo incarnato. E poiché siamo figli del Verbo incarnato, che è ragione, che è
Logos, tutti noi uomini, in quanto creature razionali, partecipiamo del <em>Logos</em>. Dunque, coloro che vissero
secondo ragione sono cristiani anche se non conobbero Cristo: Socrate ed
Eraclito fra i greci, Abramo, Anania ed Elia fra i barbari. Grazie al seme del <em>Logos</em> deposto in loro, questi cristiani <em>ante litteram</em> hanno visto la verità, ma
in modo parziale. Solo il Verbo incarnato, coronamento dell’antica sapienza
giudaica e di quella greca, offre il possesso completo della verità: “Tutto ciò
che è stato detto di vero”, scrive Giustino, “appartiene a noi cristiani”.</p>



<p>Tralasciando
Taziano l’Assiro. Atenagora di Atene e Teofilo di Antiochia, arriviamo ad
Alessandria d’Egitto, dove, verso il 180, lo stoico Panteno, convertitosi al
Cristianesimo, fonda una Scuola catechetica che avrà in Clemente Alessandrino e
in Origene i suoi massimi esponenti.</p>



<p>Clemente
Alessandrino, nato ad Alessandria d’Egitto intorno al 150 d.C., vuole
dimostrare la possibilità di accordo tra la fede (<em>pistis</em>) e la conoscenza (<em>gnosis</em>).
La fede, per Clemente, è il principio e il fondamento della filosofia; questa,
congiunta alla fede, ha il solo compito di rendere impotenti gli attacchi dei
nemici della verità.</p>



<p>Il primo,
grandioso tentativo di sintesi tra filosofia greca e fede cristiana è svolto da
Origene, nato verso il 185 d.C. ad Alessandria d’Egitto. Il padre, Leonide,
morì martire, e Origene si guadagnò da vivere insegnando nella Scuola
catechetica. Costretto ad abbandonare Alessandria per l’avversione del vescovo
Demetrio, si trasferì a Cesarea di Palestina, dove fu raggiunto dalla
persecuzione di Decio; incarcerato, morì in conseguenza delle torture nel 253
d.C.</p>



<p>A differenza
di altri apologisti, Origene pone al centro del suo pensiero non il <em>Logos</em>, ma Dio e la Trinità. Solo il
Padre è Dio in senso stretto, in quanto è l’unico ingenerato; è il Padre ad
aver creato dal nulla tutte le cose, e la sua azione si estende a tutta la
realtà. Egli deve essere pensato come incorporeità; infatti, essendo un’Entità
trascendentale, non può essere conosciuto nella sua natura. Il Figlio è
generato dal Padre e funge da intermediario fra Dio e la molteplicità degli
esseri creati. Lo Spirito Santo, che deriva dal Figlio i suoi attributi,
estende la sua azione solo ai Santi. Come è noto, il pensiero di Origene si
compendia nella dottrina dell’<em>apocatastasi</em>,
la redenzione universale. Se il male non fosse sempre riscattabile, l’efficacia
della redenzione non sarebbe completa. Perciò, alla fine dei tempi, ogni
spirito sarà purificato, e tornerà nella sua condizione originaria di vicinanza
con Dio.</p>



<p>Mentre gli
apologisti orientali, cercando una fusione tra filosofia greca e dottrina
cristiana, giungono alla conclusione che Cristo ha condotto la filosofia al suo
ultimo compimento, gli Apologisti occidentali (cui qui accenniamo appena) tendono
a rivendicare l’originalità della rivelazione cristiana nei confronti della
sapienza pagana, e a fondarla non sulla speculazione, ma sulla forza della fede.</p>



<p>Il massimo
esponente dell’apologetica latina è certamente Tertulliano. Tertulliano, nato a
Cartagine verso il 160, rigetta la dialettica, principale strumento dei
filosofi greci, e le contrappone l’immediatezza dei sentimenti. Per convincersi
della verità della rivelazione è sufficiente appellarsi alla testimonianza
dell’anima, che è <em>naturaliter cristiana.</em>
La ragione non può penetrare i misteri della realtà; la salvezza sta nella fede,
che si basa sul sentimento e rende inutile ogni dottrina: “Dopo Gesù Cristo,
noi non abbiamo più curiosità; dopo il Vangelo, non abbiamo più bisogno di
cercare” (<em>De praescriptione haereticorum</em>).
</p>



<p>Ho
volutamente lasciato per ultimo il precursore di tutti gli apologisti e Padri
della Chiesa, Filone Alessandrino. Ebreo nato ad Alessandria fra il 15 e il 10 a.C., è autore di numerose
opere, fra le quali spicca un <em>Commentario
allegorico del Pentateuco</em>. La figura di questo filosofo è di straordinaria
importanza per il Monte Athos; infatti, una parte rilevante del suo pensiero è
molto vicina alla concezione della vita cristiana che alcuni secoli dopo di lui
si radicherà al Monte Athos, rimanendo sostanzialmente inalterata sino ai
nostri giorni. Un’immagine del filosofo che compare negli affreschi del
refettorio della Grande Lavra confermerà la contiguità spirituale cui ho appena
accennato. </p>



<p>L’importanza
di Filone risiede nell’aver tentato per la prima volta nella storia una fusione
tra filosofia greca e teologia mosaica; il metodo con cui cercò questa
mediazione è l’<em>allegoresi</em>. Filone
sostiene che la Bibbia
ha un significato letterale e un significato allegorico; gli eventi e i
personaggi biblici sono simboli di concetti e verità spirituali e morali.</p>



<p>Naturalmente,
Filone si rifà al pensiero della Grecia antica (soprattutto Platone), ma
utilizza anche concetti nuovi. I cardini della sua filosofia sono tre: 1) la
trasformazione del Dio personale della Bibbia in una realtà assoluta e
trascendente; 2) il concetto di <em>Logos</em>
come intermediario fra Dio e l’uomo; 3) il ritorno dell’uomo a Dio, sino
all’unione con Lui nell’estasi.</p>



<p>E’
quest’ultimo punto a occupare una posizione importante nel suo pensiero. L’uomo,
afferma Filone, ha una vita che si svolge secondo tre dimensioni: 1) quella del
corpo, meramente fisica; 2) quella razionale, connessa all’anima-intelletto; 3)
e quella superiore, trascendente, dello Spirito.</p>



<p>Ora, l’anima sarebbe
cosa misera se Dio non vi soffiasse il suo Spirito (<em>pneuma</em>); è questo l’elemento che consente di realizzare l’unione
dell’uomo col divino. Infatti, l’anima-intelletto non è di per sé immortale,
come sosteneva Platone, ma può diventarlo se vive secondo lo Spirito che Dio le
ha donato.</p>



<p>E qui, Filone
chiama in causa il nostro comportamento morale; l’etica è inseparabile dalla
fede e si identifica nella comunione col Signore. La vita piena e felice consiste
nel vivere per Dio con tutto se stesso, nel trascendimento dell’umano nel
divino, realizzato in uno stato eccezionale di grazia che è l’<em>estasi</em>, dono per mezzo del quale si
raggiunge l’unione mistica con Dio.</p>



<p>Nessuno
studioso dell’Athos può negare quanto la conclusione di Filone coincida con quella
che rimane la più alta espressione di spiritualità del monachesimo athonita,
ovvero la contemplazione, lo stato di quiete dell’anima (<em>esichia</em>) che conduce all’unione perenne col Signore.</p>



<p>Al Monte
Athos c’è una famosa raffigurazione dell’albero di Jesse, dove, insieme ai santi
e profeti cristiani, sono rappresentati alcuni fra i maggiori saggi e filosofi
dell’antichità. Sto parlando del refettorio (la <em>tràpeza</em>) della Grande Lavra, che presenta degli affreschi
straordinari, attribuiti dalla critica moderna a Teofane il Cretese. Questo
grande pittore bizantino, nato a Creta intorno al 1500 e morto nel 1559, ha lì rappresentato
il Giudizio Universale, le scene della vita della Vergine, le teorie di alcuni
Santi asceti e una magnifica rappresentazione della scala spirituale (che si
rifà alla <em>Scala del Paradiso</em> di
Giovanni Climaco). </p>



<p>Il tema che
più incuriosisce è però proprio quello dell’albero di Jesse (presente nella
parete sud del refettorio) in un ramo del quale, accanto ai santi della
Cristianità, sono raffigurati alcuni fra i filosofi e i sapienti dell’antica
Grecia. Teofane li ha dipinti in vesti curiali e cinti da corone. Ognuno di
essi reca in mano una pergamena con un frammento della propria opera che
profetizza la nascita di Cristo.</p>



<p>Perché
Teofane e i monaci athoniti che commissionarono gli affreschi operarono questa
scelta? E’ evidente che essa sta a testimoniare la consapevolezza della continuità
fra il pensiero greco e il messaggio evangelico; anche il Monte Athos, dove la
rappresentazione degli antichi saggi ricorre altre due volte, mostra di
conoscere quanto la teologia cristiana debba alle conquiste della filosofia
pagana. Ciò che è straordinario, però, è che il primo dei sapienti ad essere raffigurato
è proprio Filone di Alessandria, che precede Cleante, Solone, Dialed (figura di
cui non si è riusciti ad appurare l’identità) Pitagora e Socrate; dopo Jesse,
che sta in mezzo, nel gruppo di destra troviamo Omero, Aristotele, Galeno, la
Sibilla, Platone e Plutarco.</p>



<p>Perché Filone
li precede tutti? Non certo per grandezza, né per un fatto cronologico (solo
Plutarco e Galeno sono vissuti dopo Filone, tutti gli altri sono nati secoli
prima!) La spiegazione più verosimile è che Filone, a differenza degli altri
sapienti, è stato un filosofo cristiano. Ma allora, perché non raffigurare un Clemente
Alessandrino, oppure Giustino Martire, o ancora Origene, teologi più noti e
importanti di Filone? <em>Io credo sia
plausibile ipotizzare che la scelta di Teofane e dei monaci athoniti sia stata
dettata dalla consapevolezza della vicinanza del pensiero di Filone a quella concezione
della vita religiosa &#8211; e cioè la contemplazione, l’unione mistica col Signore &#8211;
che ha sempre costituito il carattere dominante del monachesimo athonita.</em></p>



<p>E’ così ancor
oggi: intatta rimane la vocazione del Monte Athos alla perenne ricerca
dell’unione con Dio. Strumento privilegiato di questo cammino interiore, e gioiello
spirituale del Monte Athos, è la <em>preghiera
di Gesù</em>, o <em>preghiera del cuore</em>. E’
una preghiera semplice, di poche parole, che riassumono, però, un’intera teologia:
“<em>Kyrie Iesou Christé, Yié tou Theoù,
eleison me</em> <em>tòn amartolòn</em>” (“<em>Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi
pietà di me peccatore</em>”).</p>



<p>La breve frase che
compone <em>la preghiera di Gesù</em> viene
ripetuta dal monaco esicasta incessantemente, sincronizzando le parole con la
respirazione e con il battito cardiaco. In questo modo, il monaco dell’Athos
raggiunge uno stato spirituale privilegiato, l’<em>esichia</em>, la perfetta quiete interiore, la comunione con Dio. </p>



<p>Su questo punto
cruciale, la teologia ortodossa ha fissato definitivamente il proprio pensiero
nella dottrina esicastica, il cui massimo teorico è Gregorio Palamas (1296-1359).</p>



<p>Alla vecchia
concezione platonica secondo la quale il corpo è la prigione dell’anima,
Palamas oppone la tradizione biblica secondo cui anche il corpo riceve la
grazia dei sacramenti e la promessa della resurrezione finale; dunque, perché
il corpo non può partecipare alla “preghiera pura” e diventare un ricettacolo
della grazia? Lo stesso Figlio di Dio si è incarnato, e ha edificato sulla terra
una Chiesa visibile; dopo l’Incarnazione, i nostri corpi sono diventati “templi
dello Spirito Santo che è in noi” (1 Cor. 6,19); ed è nei nostri corpi
santificati dai sacramenti e innestati in Cristo che dobbiamo ricercare lo
Spirito divino.</p>



<p>In virtù della nota
distinzione fra l’essenza divina, che è inconoscibile, e le sue <em>energie</em>, che invece l’uomo può
contemplare, è possibile per il monaco attingere la luce che apparve ai
discepoli nella Trasfigurazione del Tabor. L’unica differenza è che gli apostoli
videro la luce esteriormente, mentre i monaci contemplano la luce divina
all’interno di se stessi. </p>



<p>Ecco la filosofia
ultima, l’ethos teantropocentrico del Monte Athos: offrirsi interamente a Dio,
al fine di entrare in comunione con Lui. La contemplazione e le lunghe ore di
liturgia e di preghiera costituiscono <em>il
senso</em> della scelta esistenziale degli atleti di Cristo del Monte Athos. Nonostante
le rinunce, nonostante le sofferenze, la vita di questi monaci, che come
artisti lavorano se stessi giorno dopo giorno, è una vita di <em>philokalia</em>, di amore della bellezza,
perché coronata dall’intima gioia dell’unione col Signore.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Croce, regola di vita</title>
		<link>https://culturaromena.it/la-croce-regola-di-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 20:31:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
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					<description><![CDATA[La Croce rappresenta la quintessenza dell’intera missione di Cristo sulla terra. Ogni volta che il Signore parla della sua missione, del battesimo con il quale dovrà essere battezzato, del bicchiere che dovrà bere o del modo in cui bisogna seguirlo, fa riferimento alla Croce. Tutto nelle sue parole e anche nei suoi silenzi rimanda al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-left">La Croce rappresenta la quintessenza dell’intera missione di Cristo sulla terra. Ogni volta che il Signore parla della sua missione, del battesimo con il quale dovrà essere battezzato, del bicchiere che dovrà bere o del modo in cui bisogna seguirlo, fa riferimento alla Croce. Tutto nelle sue parole e anche nei suoi silenzi rimanda al punto finale costituito dal Gòlgota. <br />Nello stesso tempo, la Croce è l’unica chiave che abbiamo per comprendere il mistero più profondo del mondo e della vita. Volendo prepararci ad affrontare la vita senza avere brutte sorprese, ci sono utili gli studi, i mestieri, la conoscenza di più lingue straniere, la cultura scientifica e le arti, ma l’insegnamento più importante di cui dobbiamo tenere conto è il Gòlgota. Senza questa conoscenza non saremmo in grado di padroneggiare il mestiere di essere “uomini nel mondo”. Almeno non così come Dio ci vuole.</p>



<p class="has-text-align-left">Quando Gesù ci ha detto “<em>Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua</em>” (Mt 16, 24; Mc 8, 34; Lc 9, 23), ci ha insegnato la regola più importante della vita, una regola nuova, mai vista in nessun’altra religione del mondo. <em>È la regola di vita di Dio stesso e si basa sull’amore che si sacrifica per gli altri.</em> Una regola che Cristo ci ha insegnato con i fatti e non tanto con la predicazione. Ed è una regola che vale per noi non solo in questa vita, ma anche nell’eternità. Vivere secondo i comandamenti di Dio significa anche salire sulla croce insieme a Cristo, soffrire insieme a Lui. Tutti i cristiani attraversano, a un certo punto della vita, le due sofferenze del Signore: lo scherno e la crocifissione. Lo dice lui stesso davanti ai suoi discepoli: “<em>Ricordatevi della parola che vi ho detta: Il servo non è più grande del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi</em>” (Gv 15, 20). Ma, come ci insegnano i Padri della Chiesa, queste sofferenze subite nel nome di Dio ci aiuteranno a guadagnare l’amore per Dio e per gli uomini. La grazia viene solo nell’anima che conosce la sofferenza, fino in fondo.</p>



<p class="has-text-align-left">Non è semplice però parlare della croce, della sofferenza e dell’amore per gli altri nella società moderna, che attraverso tutto quello che ci offre ci invita alle comodità, al conforto, al divertimento, alla superficialità, all’individualismo e a spendere il minor sforzo possibile per raggiungere il maggior guadagno. Ma questo non vuol dire che la natura umana sia cambiata così tanto da rendere la parola di Dio inattuale, o che sia troppo tardi o addirittura inutile parlare di queste cose, le uniche attraverso le quali possiamo trovare la salvezza della nostra anima. Anzi, a maggior ragione, bisogna insistere sul fatto che il distacco troppo grande tra il nostro modo di vivere e i comandamenti di Dio ci porterà nella situazione di perdere anche il senso della nostra vita. Forse non per caso la malattia più diffusa del secolo è la depressione, chiamata anche la malattia della <em>mancanza di senso</em>.</p>



<p class="has-text-align-left">Parliamo spesso della mitezza di Gesù – ricordando il fatto che è andato alla morte come un agnello che va a essere sacrificato. Ma ci dimentichiamo di parlare anche del suo coraggio, senza il quale non avrebbe potuto accettare la terribile morte sulla croce. Questo coraggio di sopportare l’umiliazione e il dolore fisico è <em>la prova ultima che Dio ha assunto fino in fondo la condizione umana</em>. L’intelligenza, la saggezza, l’insegnamento, i miracoli e persino la bontà e la carità del Signore non sarebbero state delle prove serie in questo senso. Solo il coraggio davanti al dolore, alla solitudine e alla morte non inganna. Le ferite, il sangue e la morte non possono essere simulate. Sono sgradevoli? Certo, ma sono categoriche e non ingannano. Soltanto la disperazione umana sulla croce dimostra l’onestà e la serietà del sacrificio, gli impedisce di essere chissà quale gioco, quale dramma sacro. <em>Cristo non ha ammiccato dalla croce ai suoi discepoli per dir loro: tutto questo serve a gettar fumo negli occhi, state tranquilli, la sappiamo lunga, ci vediamo domenica mattina!</em> Il suo è stato un vero sacrificio, perché un sacrificio simulato non può essere una testimonianza di autentico amore, né può dare frutti reali.</p>



<p class="has-text-align-left">Senza la Croce non ci sarebbe stata la Risurrezione. Per questo siamo chiamati non solo a rinascere a nuova vita nello Spirito, ma anche, perché ciò sia possibile, a rinunciare a noi stessi e a prendere ogni giorno la nostra croce.</p>



<p class="has-text-align-right">padre Gabriel Popescu</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Giornata di studio su Daniil Sandu Tudor e il cenacolo esicasta romeno del “Roveto Ardente”- Roma 27 febbraio 2018 &#8211; Ponteficia Università Antonianum</title>
		<link>https://culturaromena.it/giornata-di-studio-su-daniil-sandu-tudor-e-il-cenacolo-esicasta-romeno-del-roveto-ardente-roma-27-febbraio-2018-ponteficia-universita-antonianum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Feb 2018 20:06:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[“IL ROVETO CHE ARDE E NON CONSUMA” è il tema prescelto per questa giornata di studio, organizzata dall’Associazione “Insieme per l’Athos - onlus”, che si svolgerà a Roma martedi, 27 febbraio p.v., dalle ore 16,30 alle ore 19,00 presso la Pontificia Università “Antonianum”, in via Merulana 124, Roma. Sandu Tudor, giornalista e scrittore romeno, fondatore di riviste di mistica come “Il Fiore Ardente” (“Floarea de foc”) e “La fede” (“Credința”) era stato l’animatore del Movimento denominato “Il Roveto Ardente” (“Rugul Aprins”), che aveva raccolto intorno a se, agli inizi degli anni ’40 del secolo scorso, scrittori, artisti, musicisti ed tanti altri intellettuali laici ed eclesiastici tra cui Vasile Voiculescu, Ion Marin Sadoveanu, Mircea Vulcănescu, Tudor Vianu, Paul Constantinescu.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“IL ROVETO CHE ARDE E NON CONSUMA” è il tema prescelto per questa giornata di studio, organizzata dall’Associazione “Insieme per l’Athos &#8211; onlus”, che si svolgerà a Roma martedi, 27 febbraio p.v., dalle ore 16,30 alle ore 19,00 presso la Pontificia Università “Antonianum”, in via Merulana 124, Roma.</strong></p>
<p>Sandu Tudor, giornalista e scrittore romeno, fondatore di riviste di mistica come “Il Fiore Ardente” (“Fl<span class="text_exposed_show">oarea de foc”) e “La fede” (“Credința”) era stato l’animatore del Movimento denominato “Il Roveto Ardente” (“Rugul Aprins”), che aveva raccolto intorno a se, agli inizi degli anni ’40 del secolo scorso, scrittori, artisti, musicisti ed tanti altri intellettuali laici ed eclesiastici tra cui Vasile Voiculescu, Ion Marin Sadoveanu, Mircea Vulcănescu, Tudor Vianu, Paul Constantinescu.</span></p>
<p>Tutti i membri di questo gruppo, costituitosi presso il Monastero Antim di Bucarest, dove Sandu Tudor era monaco con il nome di Agaton, avevano condiviso con entusiasmo e passione l’interesse per la tradizione ortodossa e in particolare di quella spirituale esicasta.</p>
<p>Saluti introduttivi:</p>
<p>Suor Mary Melone, SFA (Rettore della Pontificia Università “Antonianum”)<br />
Dott. Giuseppe S. BALSAMA’ (Presidente dell’ Associazione “Insieme per l’Athos”)</p>
<p>Prolusione inaugurale:<br />
IL CENACOLO DEL ROVETO ARDENTE, MOMENTO UNICO<br />
NELLA STORIA DELLA SPIRITUALITA’ ROMENA &#8211; S.E.R. Mons. Siluan (ŞPAN), Vescovo della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia.</p>
<p><strong>Interventi: </strong><br />
DANIIL SANDU TUDOR, FONDATORE E ANIMA DEL MOVIMENTO DEL ROVETO ARDENTE &#8211; Dott. Ion IONAŞCU, Teologo ortodosso e studioso di mistica cristiana orientale.</p>
<p>PREGHIERA DEL CUORE E RICERCA DI DIO NELL’ESPERIENZA DEL “ROVETO ARDENTE” &#8211; Fr. Adalberto MAINARDI, monaco della Comunità di Bose e studioso delle tradizioni spirituali dell’Oriente cristiano.</p>
<p>”PRESENZA” DI ANDREI SCRIMA NEL GRUPPO DEL ROVETO ARDENTE. &#8211; Prof. Enrico MONTANARI, già Ordinario di Storia delle Religioni presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.</p>
<p>PADRE ROMAN BRAGA (1922-2015). L’ULTIMO SOPRAVVISSUTO DEL MOVIMENTO DEL ROVETO ARDENTE &#8211; Dott.ssa Violeta P. POPESCU, storica e teologa ortodossa,</p>
<p>Comunicazione conclusiva:<br />
VASILE VOICULESCU, IL POETA DELLA PREGHIERA.<br />
BREVE BIOGRAFIA E LETTURA DI ALCUNE POESIE SCELTE. &#8211; Dott. Antonio MANZELLA, Coordinatore del Comitato Scientifico Internazionale dell’Associazione Onlus “Insieme per l’Athos”.</p>
<p>Moderà l’incontro: il P. Prof. Germano MARANI, SJ, docente di Teologia Orientale presso il Pontificio Istituto Orientale, nonché docente presso la Facoltà di Missiologia della Pontificia Università Gregoriana</p>
<p><span class="text_exposed_show">.<a href="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Pontificia-Università-“Antonianum”-in-via-Merulana-124-Roma..html">Pontificia Università “Antonianum”, in via Merulana 124, Roma.</a> <img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-2946" src="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-600x450.jpg" alt="" width="600" height="450" srcset="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-600x450.jpg 600w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-768x576.jpg 768w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-1024x768.jpg 1024w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-970x728.jpg 970w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/02/Antonianum-468x351.jpg 468w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Martiri della persecuzione comunista in Romania</title>
		<link>https://culturaromena.it/martiri-della-persecuzione-comunista-in-romania/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Apr 2017 10:14:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>
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					<description><![CDATA[Innanzitutto ringrazio sentitamente per l’opportunità concessa di inserire nel programma di questa ricca settimana questo intervento che tratta dei martiri della persecuzione comunista in Romania1, soprattutto nel periodo che segue immediatamente la seconda guerra mondiale, quando le carceri comuniste erano veri e propri centri di sterminio per chi veniva arrestato a causa dell’opposizione al regime. Sono onorata di poter contribuire a far conoscere, nel tentativo di recuperare la memoria dei martiri cristiani, un pezzo drammatico della storia recente del nostro Paese.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Violeta Popescu, Relazione in occasione del convegno internazionale <span style="color: #333333;"><span style="font-family: 'Adobe Caslon Pro', serif;"><span style="font-size: large;"><i>Cristiani perseguitati- oggi martiri</i></span></span></span> – Facoltà di Teologia &#8211; &nbsp;Università della Svizzera Italiana (2016)</b></p>
<p><strong>Foto. Aiud, Il memoriale del dolore&nbsp;</strong></p>
<p>Innanzitutto ringrazio sentitamente per l’opportunità concessa di inserire nel programma di questa ricca settimana questo intervento che tratta dei martiri della persecuzione comunista in Romania<b>1</b>, soprattutto nel periodo che segue immediatamente la seconda guerra mondiale, quando le carceri comuniste erano veri e propri centri di sterminio per chi veniva arrestato a causa dell’opposizione al regime. Sono onorata di poter contribuire a far conoscere, nel tentativo di recuperare la memoria dei martiri cristiani, un pezzo drammatico della storia recente del nostro Paese.</p>
<p>Vorrei soffermarmi a portare le testimonianze cristiane di alcuni perseguitati in Romania – del mondo ecclesiastico, laico, esponenti di spicco della cultura romena del periodo interbellico –, persone con una profonda fede che sono riuscite ad liberarsi delle catene grazie alla preghiera, alla comunione santa creatasi nel buio delle carceri, nonostante fossero state sottoposte a torture inumane, persecuzioni e sofferenze psicofisiche inimmaginabili. Senza mai piegarsi, senza mai rinnegare Gesù Cristo, hanno accettato con quella forza, che è propria solo della speranza e della fede, il loro doloroso destino. La repressione, la resistenza anticomunista in Romania fino alla rivoluzione dell’89 era un argomento quasi sconosciuto alla maggior parte della popolazione. Purtroppo nell’opinione pubblica romena e in quella occidentale si registra ancora una scarsa conoscenza del passato e del modo in cui si è instaurato il regime comunista.</p>
<p>Oltre ai fatti ben noti dell’89, l’opinione pubblica dell’Europa occidentale è a conoscenza solo dei maggiori episodi di ribellione popolare contro i regimi oppressivi, come la Rivolta ungherese del 1956 o la Primavera di Praga del 1968, mentre restano ancora in gran parte sconosciuti fenomeni come la repressione comunista e la resistenza anticomunista in Romania. Se negli anni ’90, subito dopo la Rivoluzione romena, qualcuno avesse fatto un&#8217;indagine sulla strada rivolgendo alla gente domande sulle carceri comuniste, le risposte sarebbero state scarse. Dopo la seconda guerra mondiale, la Romania entra a far parte del blocco sovietico, con gravi conseguenze per l’intera società romena e implicitamente per la vita religiosa del Paese. Con la conquista definitiva del potere nel 1945, il Partito comunista romeno scatena un terrore sistematico contro gli oppositori politici, fossero essi reali o immaginari2. Nel periodo più efferato dello stalinismo (1948-1964), il regime crea un nuovo universo concentrazionario, che possiamo chiamare, a tutti gli effetti, il Gulag romeno3.</p>
<p>Il regime comunista in Romania vieta qualsiasi forma di commemorazione per i morti nelle carceri oppure nei campi di lavoro forzato, senza contare tutti quelli che avevano pagato con la vita la difesa dei propri ideali, di cui mancano le informazioni. Migliaia di detenuti nelle carceri comuniste romene hanno perso la vita e per molti anni non hanno avuto né una croce né un riconoscimento4. Secondo i dati forniti dall’Istituto di Investigazione dei Crimini del Comunismo in Romania5, durante il regime comunista, nel Paese esistevano 44 carceri e 72 campi di lavoro forzato in cui sono passati oltre tre milioni di romeni, 800.000 dei quali sono morti. Soltanto dopo gli anni ’90 il passato e gli orrori del regime vengono rievocati dai sopravvissuti al dramma del carcere e i romeni entrano in contatto con la realtà delle catacombe soprattutto attraverso la memorialistica. La loro testimonianza ha scosso la coscienza collettiva muovendola verso la consapevolezza di un passato fatto di dolore, tragedia e sofferenza per il popolo romeno6. Il comunismo, come altri sistemi politici, mettendo a dura prova il cristianesimo, ha dimostrato che l’uomo non può essere salvato se non attraverso la fede. Senza preghiera, senza misericordia e amore per il prossimo, senza lo sforzo continuo di entrare in contatto con Dio, l’uomo sottoposto a un sistema del genere, come dimostrano tante testimonianze, perde la speranza e si sente abbandonato. Il regime comunista ha voluto cancellare Dio, ha impedito le funzioni pubbliche, ha distrutto chiese, ha formato all’ateismo, ma non ha potuto cancellare la fede dal cuore di molte famiglie. Il messaggio lasciato da queste persone che sono morte oppure che sono stati perseguitate ricorda essenzialmente che l’uomo ha in sé qualcosa che lo spinge a non perdere mai la speranza e a rischiare la propria vita in nome della dignità, della libertà e della fede.</p>
<p>Queste persone e altre migliaia di morti hanno vissuto un’esperienza simile a quella dei martiri, perché hanno affrontato supplizi di fronte ai quali era preferibile la morte, hanno sofferto a causa di un regime brutale, ma allo stesso tempo la loro sofferenza rappresenta una luce che rivela la fede e la perseveranza con cui è possibile superare i limiti umani. Le testimonianze conservate attraverso i volumi di memorie7 oppure i ricordi, le iniziative di alcune fondazioni per far conoscere il passato doloroso8 danno l’immagine di una fede capace di resistere a ogni attacco di odio, senza rinunciare né alla verità, né all’amore, né alla carità, nonostante i momenti di scoraggiamento. «Il secolo del martirio»9 non è solo la storia di qualche cristiano coraggioso, ma quella di un martirio di massa, e le testimonianze arrivate da varie aree geografiche mostrano la veridicità della tale riflessione. Riporterò in questa breve relazione alcuni frammenti di testimonianze che rivelano la profondità della fede, il valore della sofferenza e il messaggio di speranza con cui questi autentici martiri hanno vissuto rinchiusi nelle carceri. Pur dovendo affrontare prove così dolorose e una sofferenza inimmaginabile, hanno sempre mantenuto la fiducia in Dio, nella certezza assoluta che le loro anime si sarebbero salvate. L’anima, infatti, rappresenta quella parte di loro che è sempre rimasta libera. Quello che è accaduto nelle carceri romene negli anni 1945-1964 può essere definito come un tentativo di distruggere le anime, poiché l’«uomo nuovo» cui mirava il regime non doveva appartenere a nulla se non al partito comunista. Una particolarità che inoltre emerge nello spazio romeno, dove accanto alla confessione ortodossa – la confessione più diffusa in Romania – esistono anche le confessioni greco-cattolica, romano-cattolica, protestante: tutte sono state colpite dal regime comunista dopo la sua instaurazione10. E proprio nei luoghi di sofferenza i cristiani, divisi nel corso della storia, si sono scoperti più vicini o ritrovati solidali. Il martirio di queste comunità cristiane offre un messaggio molto chiaro anche per i cristiani di oggi: ritrovare la solidarietà, la comunione reciproca. Le persone venivano incarcerate non solo perché si opponevano al regime e non accettavano il nuovo potere, ma anche perché erano cristiani pronti a testimoniare la fede, un aspetto che agli occhi dei comunisti appariva la “colpa” maggiore da punire cercando anche falsi capi d’accusa. «Per uscire da un universo concentrazionario – e non è strettamente necessario che sia un lager, una prigione o un’altra forma di carcere; la teoria si applica a qualsiasi tipo di prodotto di totalitarismo – esiste la soluzione (mistica) della fede. Non ne parlerò di seguito, poiché essa è la conseguenza della grazia […]»11. Sono parole di padre Nicolae Steinhardt12 che spiega e sintetizza il messaggio di una realtà vissuta da molti dei carcerati che sono riusciti a sopravvivere attraverso la fede. Parlando della prigionia a Jilava (1961), racconta nel suo diario: «Periodo di inasprimento delle condizioni carcerarie. Quante persone ammirevoli intorno a me! E santi, un’immensità di santi! È come se dovesse essere proprio cosi, accettano la sorte con semplicità. La sofferenza, ogniqualvolta è sopportata o presa in considerazione con onestà, dimostra che la crocifissione non è stata inutile, che il sacrificio di Cristo dà i suoi frutti»13. «Io credo – confessa Nicolae Steinhardt – che se esci dalla prigione e, in seguito alle sofferenze patite, ti ritrovi con desideri di vendetta e con sentimenti di acredine, sono state inutili la prigione e le sofferenze. Se, invece, il risultato è un insieme di pace, di comprensione e di ripugnanza per ogni violenza e furbizia, allora le sofferenze e le prigioni sono state utili e appartengono alle vie misteriose che il Signore ama percorrere»14. Imprigionato nel carcere di Jilava il 15 marzo 1960, viene battezzato da Padre Mina Dobzeu, nel rito ortodosso. Uscito dal carcere dopo l’amnistia generale del 1964, inizia a condurre una vita cristiana autentica e nel 1973 entra nel monastero di Rohia, diventandovi monaco con il nome di Nicolae nel 1980.</p>
<p>Padre Arsenie Papacioc (1914-2011)15, che ha scontato 14 anni di carcere, affermava che la sofferenza vissuta nella carceri comuniste era stata una grande prova per un cristiano. «Il comunismo – diceva spesso padre Popacioc – ha riempito il cielo di santi». «Non esisteva un altro metodo di studio, di preparazione, un’altra possibilità di arrivare alla profondità dello spirito e al legame con Dio se non la sofferenza che ci accomunava, ci faceva vivere e capire il calvario divino. È stato un tempo di grazia e benedizione. La sofferenza ci ha uniti, tra di noi e con Dio, sulla stessa croce»16. Un altro personaggio rilevante è Mircea Vulcănescu (1904-1952)17, la cui vita dimostra quanto sia importante per un vero cristiano l’amore verso il prossimo. Morto a 48 anni, Vulcănescu ha lasciato ai posteri una testimonianza impressionante, vera espressione di santità, tanto che le sue ultime parole sono anche oggi un leitmotiv della sua generazione finita nelle carceri: «Non ci vendicate!». Dopo un periodo trascorso nelle prigioni di Văcăreşti e Jilava, Vulcănescu viene trasferito ad Aiud18, dove è sottoposto a un regime carcerario disumano, di massima sicurezza, soprattutto nella famigerata zarcă, una cella di isolamento totale, dove il carcerato poteva dormire solo in piedi. Molti di quelli che l’hanno conosciuto ricordano il coraggio che infondeva nei detenuti. Memorabile la lettera mandata alla sua famiglia, dove fra l’altro troviamo scritto: «L’inizio è stato difficile. Ho avuto paura della solitudine. Mi sentivo perso in fondo al mondo e portato su un’ala. Ho pianto, non di dolore, ma al pensiero di quanto devono essere stati tristi il Getsemani e il Golgota… Alla fine sono rimasto solo con me stesso. Ho parlato fra me e me della chiarezza, di me stesso, della natura, di Dio (…). Mi sono sentito straordinariamente lucido, ma spaventosamente libero (…)»19.</p>
<p>In una cella fredda e buia di Aiud, Mircea Vulcănescu morirà da martire. Uno dei compagni stremati si accascia sulla fredda pietra della prigione. Sopraffatto dalla pietà e dall’amore, Vulcănescu si stende nudo sul pavimento di pietra e mette il compagno stremato su di sé in modo che si riscaldi. Valeriu Gafencu (1921-1952), forse uno dei personaggi più rappresentativi, è riuscito a ispirare a tutti i compagni di cella un modo autentico di vivere la fede cristiana. Tante pagine di memorialistica delle carceri comuniste ricordano il giovane Valeriu Gafencu come un vero esempio attraverso cui molti detenuti atei hanno scoperto la fede religiosa. «Ringrazio di tutto cuore il buon Dio per la sofferenza che mi ha mandato, perché attraverso la sofferenza mi ha portato la luce dello spirito e ho trovato la strada della Vita»20. «Ogni cella dove Gafencu andava diventava un luogo di preghiera», ricorda padre Gheorghe Calciu Dumitreasa21. «Oggi sono felice e, attraverso Gesù, amo tutti voi»22. Secondo le testimonianze di alcuni compagni di cella, Valeriu Gafencu ha atteso la morte con una serenità che intimoriva persino le guardie carcerarie. Il 2 febbraio 1952, secondo le testimonianze, chiede un cero e una camicia bianca da conservare fino al 18 febbraio dello stesso anno. Vuole che gli sia messo in bocca, nella parte destra, un piccolo crocefisso. Il 18 febbraio, tra le 14 e le 15, dopo momenti di intensa preghiera, con il viso trasfigurato, Gafencu muore. I suoi ultimi giorni, gli ultimi istanti sono pieni di emozioni, così come li racconta Ioan Ianolide nel libro Întoarcerea la Hristos [Il ritorno a Cristo]: «Con le sue ultime forze [Gafencu] mi ha detto: “Innanzitutto il mio pensiero e la mia anima rendono omaggio a Dio. Ringrazio di essere arrivato qui. Vado da Lui senza nessuna incertezza. Sono felice di morire per Cristo”»23</p>
<p>Nel cimitero del monastero romeno di Cernica, vicino alla città di Bucarest, si trova una croce con un messaggio che spinge alla riflessione: «Tutto in Cristo!». Lo ha scritto Ioan Ianolide (1919-1986), un uomo che ha sperimentato l’inferno delle carceri comuniste. Tutti coloro che l’hanno conosciuto raccontano che Ioan, nelle sue preghiera a Gesù, chiedeva costantemente perdono per la sua condizione di umile peccatore. Condannato a 23 anni di carcere e a una sofferenza inimmaginabile, scrive Întoarcerea la Hristos [Il ritorno a Cristo], un libro importante che racconta l’esperienza della vita in carcere. «So bene che personalmente non posso fare niente di pratico per il mondo. Vivo, infatti, solo, isolato, anonimo. La malattia ha accentuato la mia solitudine, perché mi sposto con difficoltà. La mia camera è la mia cella. Il mio cuore è il mio mondo. I miei pensieri sono il mio lavoro. La preghiera è la vita per me. Amo! Amo gli uomini che Cristo ama. Sanguino ininterrottamente nella speranza della redenzione del mondo. Credo nella redenzione del mondo. Credo negli uomini simili a Dio»24. Il volume, terminato nel 1982, è apparso però solo dopo la Rivoluzione grazie all’opera delle monache del monastero di Diaconeşti. «Cerchiamo di annunciare Gesù crocifisso nel XX secolo. Qui sono accaduti miracoli, qui sono rinati la santità e il martirio, qui dei martiri hanno donato la loro vita per la fede»25. Nella stessa introduzione Ianolide afferma: «Noi abbiamo parlato partendo dalla pienezza della vita in Cristo, dal profondo della persecuzione più orrenda, dalla dedizione fino al sacrificio. Abbiamo visto in mezzo a noi persone che hanno realizzato la pienezza dell’uomo, la santità, il martirio, ma attraverso una selezione terribile»26. Monsignor Vladimir Ghika (1873-1954) è stato un sacerdote romano-cattolico27. Arrestato con la falsa accusa, rivolta a molti, di minaccia all’ordine pubblico, monsignor Ghika in realtà viene incarcerato per la sua attività missionaria con cui attirava molte persone verso Dio. Per tutta la durata dell’inchiesta – quasi un anno – viene interrogato, picchiato a sangue, torturato e infine condannato al carcere duro con l’accusa di «complicità nel crimine di alto tradimento». Rinchiuso nel carcere della Jilava, Vladimir Ghika continua, come testimoniano i suoi compagni di cella, in condizioni impossibili, la sua missione di confessore spirituale e conciliatore di anime. Nonostante le torture subite, Vladimir Ghika offre in prigione conforto spirituale ai suoi compagni così come aveva sempre fatto durante tutta la sua vita: «Amare Dio significa trovare la forza di essere felici persino nelle disgrazie più spaventose»28.</p>
<p>Occorre a questo punto menzionare una realtà unica per l’ambito romeno, e non solo: l’esperimento Pitești31, che fu attivo tra il 1949 e il 1952. Il carcere fu ideato per la rieducazione dei giovani oppositori del regime comunista, metodo denominato «Rieducazione attraverso la tortura». I detenuti erano accolti con tranquillità, e poi sottoposti a persecuzioni inimmaginabili. Le torture inflitte ai prigionieri erano sistematicamente attuate giorno e notte, secondo regole precise affidate all’iniziativa di un gruppo di detenuti guidati da Eugen Turcanu32. A Pitești fu sperimentata una terribile forma di tortura che neppure i gulag sovietici avevano e avrebbero mai conosciuto, definita da Alexander Solzhenitsyn33 «la peggiore barbarie del mondo contemporaneo». L’obiettivo dell’esperimento era quello di far rinnegare le convinzioni e le idee politico-religiose ai detenuti, annullare la persona, ma senza ucciderla: pugni, calci, violenze in ogni momento, con una tortura spinta fino al confine con la morte, ma restando in vita. I “rieducati” erano obbligati ad autodenunciarsi, a negare se stessi, a denunciare la propria famiglia, gli amici e le fidanzate. Annullare il proprio credo, i propri valori e rinnegare la fede in Dio e nell’Eucaristia rappresentavano la massima tortura. Dopo due anni il governo comunista, per non compromettere troppo la propria immagine, fermò l’esperimento nel 1952. Nel 1954 tutto il gruppo e il promotore Eugen Turcanu furono accusati di aver fatto ricorso alla tortura dei detenuti per screditare il regime comunista e, in seguito a un processo farsa, furono tutti condannati a morte. Dopo gli anni ’90 sono nate numerose associazioni e fondazioni per custodire i luoghi del dolore e della sofferenza e trasformarli in punti della memoria sulla cartina geografica (Il memoriale di Aiud, Il Memoriale Sighet – Il “Memoriale delle Vittime del Comunismo e della Resistenza”, Il Memoriale Jilava – “Il carcere dell’inferno comunista”, Il Memoriale Piteşti – “Il Genocidio delle anime”, ecc.). L’idea è venuta in primo luogo agli ex-detenuti, ai sopravvissuti alle carceri, alle persone che hanno deciso di ricordare i segni e i traumi dei compagni che hanno vissuto la stessa tragedia. Abbiamo assistito così, per la prima volta dopo il 1990, alla celebrazione di messe in ricordo dei morti nelle carceri comuniste. Ogni domenica i preti della Chiesa ortodossa pregano per loro. I sopravvissuti, oggi ormai ridotti a un numero esiguo, sono invitati ai vari convegni dedicati al tema delle carceri comuniste, per raccontare la loro esperienza e far conoscere ai giovani la storia che non si trova nei libri di scuola.</p>
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<p>Note.</p>
<p>1.Il decreto del 3 gennaio 1950 stabiliva l’arresto di chi «mette in pericolo o tenta di mettere in pericolo il regime di democrazia popolare».</p>
<p>3 La Romania, appena trasformata in paese comunista, decide di adattare il proprio sistema penitenziario al modello sovietico e trasforma le prigioni esistenti in una sorta di gulag in miniatura, copie fedeli del Gulag sovietico.</p>
<p>4 Dopo il 1945 in Romania avvengono migliaia di arresti in seguito ad alcuni decreti governativi o ministeriali, mai pubblicati e rimasti segreti.</p>
<p>5 Istituto per l’Investigazione dei Crimini del Comunismo e la Memoria dell’Esilio Romeno (IICCMER), un ente governativo di ricerca, documentazione e supporto che mira a divulgare la storia del comunismo in Romania, con progetti educativi, editoriali e museali.</p>
<p>6 Si veda Il memoriale del dolore, un film prodotto dalla Televisione pubblica romena.</p>
<p>7. Dopo gli anni ’90 verranno pubblicati da parte degli alcuni sopravvissuti numerosi volumi di memorie.</p>
<p>8 Un’iniziativa molto importante all’insegna del recupero della memoria e del passato del popolo romeno è rappresentata dalla rivista «Memoria. Revista gândirii arestate» [Memoria. La rivista del pensiero imprigionato].</p>
<p>9 A. Riccardi, Il secolo del martirio. I cristiani del novecento, Milano 2000.</p>
<p>Le Chiese greco-cattolica romena e romano-cattolica erano considerate dal regime comunista i nemici più grandi per via del loro legame con il Vaticano: nel 1948 la Chiesa greco-cattolica romena sarà cancellata; la Chiesa romano-cattolica è spinta ai margini della tolleranza; invece la Chiesa ortodossa fu sottomessa a un rigoroso controllo da parte delle autorità politiche, subendo decisioni da parte dello Stato, seguendo un necessario «compromesso per sopravvivere».</p>
<p>11 N. Steinhardt, Diario della felicità, Bologna 1995, 23 (or. Jurnalul fericirii, Cluj-Napoca 1991). 12 Nicolae Steinhardt (1912-1989), ebreo di origine, nasce a Bucarest. Frequenta la Facoltà di Giurisprudenza e Lettere, ottenendo il dottorato in diritto nel 1936. Nel 1959 viene arrestato con un gruppo di amici e gli è chiesto di testimoniare contro «gli intellettuali mistico-legionari». Viene condannato a dodici anni di lavori forzati per «crimine contro l’ordine sociale».</p>
<p>13 N. Steinhardt, Diario della felicità, 344.</p>
<p>14 Ibid., 333.</p>
<p>Padre Arsenie Papacioc è una delle figure più importanti della spiritualità romena.</p>
<p>16 Monah Moise Iorgovan, Sfântul închisorilor. Mărturii despre Valeriu Gafencu [Il santo delle carceri. Testimonianze su Valeriu Gafencu], Alba Julia 2007, 44-45 [trad. nostra].</p>
<p>17 Mircea Vulcănescu (1904-1952), intellettuale poliedrico, tra le più grandi personalità culturali romene del periodo interbellico.</p>
<p>18 Aiud è una città della Romania, situata nella regione della Transilvania, in passato sede di un campo di concentramento per gli oppositori al sistema comunista, un vero centro di sterminio per la gente arrestata.</p>
<p>19 In http://www.art-emis.ro/jurnalistica/581-o-miorita-ntoarsa-intr-alt-chip.html [trad. nostra] (ultimo accesso: 6 novembre 2013). Una copia di questa lettera fu sottratta alla redazione della rivista «Curentul» [La corrente] da un giovane ufficiale sotto copertura, a quei tempi spia della Securitate. Per approfondire lo studio della figura di M. Vulcănescu, è utile la lettura di un saggio curato da Marin Diaconu e pubblicato grazie all’intervento del Ministero della Cultura romeno, cioè M. Diaconu (a cura di), Mircea Vulcănescu. Cunjuncturi internaţionale. Cronici externe 1935 [Mircea Vulcănescu. Congiunture internazionali. Cronache esterne 1935], Bucureşti 1998.</p>
<p>20 Lettera di Valeriu Gafencu dal carcere di Aiud, 25 maggio 1945 [trad. nostra], in http://valeriugafencu. wordpress.com (ultimo accesso: 5 novembre 2013).</p>
<p>21 Padre Gheorghe Calciu Dumitreasa in C. Voicilă (a cura di), Mărturisitorii din închisorile comuniste. Minuni. Mărturii. Repere [I testimoni delle carceri comuniste. Miracoli. Testimonianze. Riscontri], Bucureşti 2011, 127 [trad. nostra].</p>
<p>22 Lettera di Valeriu Gafencu dal carcere di Aiud, 25 maggio 1945 [trad. nostra]. Il testo è tratto da http:// valeriugafencu.wordpress.com (ultimo accesso: 5 novembre 2013).</p>
<p>23 I. Ianolide, Întoarcerea la Hristos. Document pentru o lume nouă [Il ritorno a Cristo. Documento per un mondo nuovo], Bucureşti 2006, 98 [trad. nostra].</p>
<p>24 Lettera inedita di Ioan Ianolide tratta dal sito: http://razvan-codrescu.blogspot. it/2009/05/10-scrisoriinedite-ale-lui-ioan.html [trad. nostra] (ultimo accesso: 5 novembre 2013).</p>
<p>25 I. Ianolide, Întoarcerea la Hristos, 4 [trad. nostra]. 26 Ibid. [trad. Nostra].</p>
<p>27 Il suo martirio per la fede è stato riconosciuto da Papa Francesco il 27 marzo 2013 e Ghika è stato beatificato con una messa solenne a Bucarest il 31 agosto 2014.</p>
<p>28. V. Ghika, Ultimele mărturii [Le ultime testimonianze], Cluj 1997, 45 [trad. nostra].</p>
<p>31 Pitești è il capoluogo del distretto di Argeș, nella regione storica della Muntenia. 32 Eugen Țurcanu fu uno dei principali responsabili dell’esperimento Pitești. Il suo piano fu approvato dal generale della Securità romena, Alexandru Nicolschi.</p>
<p>33 Alexander Solzhenitsyn (1918-2008), scrittore e storico russo. Ha fatto conoscere nell’Occidente i Gulag, i campi di lavoro forzato per i dissidenti del sistema sovietico.</p>
<p><strong>Violeta P. Popescu.</strong> Dopo la laurea in Storia e Filosofia (Università Babes-Bolyai Cluj Napoca), la laurea in Teologia (Università Lucian Blaga &#8211; Sibiu) e un Master in Studi di Storia e Teologia presso l’Università di Bucarest (2002-2004), ha lavorato come redattore per varie riviste di storia, insegnante di religione, storia e filosofia. Svolge attività come museografo e redattore nel periodo 1997-2004 presso la Diocesi Ortodossa Romena di Covasna e Harghita. È autrice di articoli su studi interdisciplinari di storia, sociologia, teologia, antropologia. Vive in Italia dal 2005 e ha fondato a Milano nel 2008 il Centro Culturale Italo-Romeno (<a href="http://www.cultururaromena.it/">www.culturaomena.it</a>) dove tiene conferenze, relazioni presso scuole, università, biblioteche italiane in rigurado ai rapporti culturali italo-romeni. Attualmente dottorato di ricerca presso l’Università Svizzera Italiana- Facoltà di Teologia- Lugano-Svizzera.</p>
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<p style="text-align: center;"><b>La Chiesa Ortodossa Romena ha dedicato l’anno 2017 al Patriarca Justinian Marina (1901-1977) e ai difensori della fede ortodossa</b></p>
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