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	<title>Interviste | Cultura Romena</title>
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	<description>Progetto del Centro Culturale Italo-Romeno di Milano</description>
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	<title>Interviste | Cultura Romena</title>
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		<title>La Romania è Donna. Un’ambasciatrice, una scrittrice, una senatrice ed un’esperta d’arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Mar 2021 19:24:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[Insieme a quattro invitate speciali, la produttrice e moderatrice Mihaela Crăciun della Televisione Romena Internazionale, ha portato nello studio il dibattito dal titolo “L’uguaglianza di genere – un modo nuovo di essere”, come opportunità di riflessione sul progresso ottenuto dal movimento per i diritti delle donne, ma anche un richiamo per la continuazione della lotta contro la discriminazione e la violenza sulle donne. Quattro donne, quattro personalità, quattro modelli, la stessa visione: le donne sono più capaci di quanto si è creduto per molto tempo ed è giusto avere l’opportunità di dimostrarlo. La donna che si prende cura di noi a casa, nel nostro Paese, parla a nome di tutti e trova soluzioni per la sicurezza e lo sviluppo della comunità, impersona la forza della politica. La donna che si prende cura di noi all’Estero, che trasmette i nostri valori e ci rappresenta come comunità, ci difende e ci esalta, personificazione della forza della diplomazia. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>La Romania è Donna   </em></strong><strong><em>Un’ambasciatrice, una scrittrice, una senatrice ed un’esperta d’arte</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>Insieme a quattro invitate speciali, la produttrice e moderatrice Mihaela Crăciun della Televisione Romena Internazionale, ha portato nello studio il dibattito dal titolo “L’uguaglianza di genere – un modo nuovo di essere”, come opportunità di riflessione sul progresso ottenuto dal movimento per i diritti delle donne, ma anche un richiamo per la continuazione della lotta contro la discriminazione e la violenza sulle donne. Quattro donne, quattro personalità, quattro modelli, la stessa visione: le donne sono più capaci di quanto si è creduto per molto tempo ed è giusto avere l’opportunità di dimostrarlo. La donna che si prende cura di noi a casa, nel nostro Paese, parla a nome di tutti e trova soluzioni per la sicurezza e lo sviluppo della comunità, impersona la forza della politica. La donna che si prende cura di noi all’Estero, che trasmette i nostri valori e ci rappresenta come comunità, ci difende e ci esalta, personificazione della forza della diplomazia. La donna che mette per iscritto le nostre gioie ed i nostri dolori, le nostre vincite e le sconfitte, si immedesima fino al punto da sentirci protagoniste nei suoi libri con la forza delle parole. La donna che ci porta la bellezza dentro le case e dentro l’anima, ci invita alla creatività e alla scoperta di noi artisti, portavoce della forza dell’arte.</p>
<p><strong><em>L&#8217;ambasciatrice Simona Miculescu</em></strong> è la prima donna in carica come delegato permanente della Romania presso l&#8217;UNESCO, con il titolo di ambasciatore straordinario e plenipotenziario. Quindi un’altra donna che ha convinto il mondo del suo valore importante per essere rappresentati come nazione. Attiva, vitale, vibrante, altro che “sesso debole”, sprizza energia da tutti i pori, esperta nell&#8217;area della gestione delle relazioni pubbliche internazionali, il suo augurio non poteva che essere all’altezza della sua personalità e della sua preparazione professionale.</p>
<p><em>“Credo profondamente in una grande verità, che ho scoperto durante la mia esperienza di vita: non esiste un unico stile di guida più forte, più persuasivo, più efficace che la forza dell’esempio personale. Questa è stata l’unica modalità che ho usato per guidare una squadra e la userò sempre perché la professionalità nella diplomazia presuppone prima di tutto serietà, sacrificio e rinunce personali e vi parla una madre ed una moglie che vive da sola lontano dalla sua famiglia. Il concetto di professionalità, pe me, è unisex, sono sempre stata in competizione con me stessa e con nessun altro, uomo o donna, ma il valore che apporta una donna al lavoro è il suo modo di essere, di lavorare da professionista, un altro tipo di fascino, di raffinatezza, di eleganza, ma per me la donna o l’uomo professionista nella carriera diplomatica significa possedere nel loro repertorio quotidiano qualche concetto chiave: l’interesse nazionale, credibilità, chiarezza, adattabilità, serietà, rigore, perseveranza, dignità, rispetto, curiosità intellettuale e preparazione professionale continuativa, capacità di negoziazione, abilità di comunicazione impeccabile e potrei continuare ancora, ma chiudo con la capacità di decisione soprattutto in momenti difficili. Tutto quello che costruiamo nella nostra carriera ha come fondamento il valore della famiglia e l’esempio che più di tutti mi ha ispirato nella vita è mia madre.”</em></p>
<p><strong><em>La Presidente del Senato Anca Dragu</em></strong>, la prima donna in Romania che occupa questo posto, si dimostra una donna forte e combattiva, usando l’arma tipica delle grandi donne: dolcezza, pacatezza, invito al dialogo costruttivo, massimo rispetto per i colleghi ed interlocutori con opinioni differenti. <em>“Credo che la forza sta nel portare argomenti validi in una discussione, senza alzare la voce perché non significa farsi sentire meglio, le idee argomentate invece devono essere l’arma vincente. Secondo i sondaggi, i parlamentari romeni non godono di tanta fiducia da parte dei cittadini e questo dimostra un non senso perché i parlamentari sono i loro rappresentati, lavorano per loro. La mancanza della loro sfiducia ci deve dare da pensare e dobbiamo cambiare rapidamente e seriamente il modo in cui ci presentiamo davanti a loro. Già dal primo giorno di lavoro al Senato, abbiamo stilato un elenco di nuove iniziative, anche se sembra poco &#8211; in realtà non lo è &#8211; siamo riusciti dopo un mese di lavoro a riaprire la pagina facebook del Senato, chiusa da anni, per poterci mettere in collegamento diretto con i cittadini che hanno bisogno di informazioni sulla nostra attività, la trasparenza è il primo ingrediente per ristabilire la fiducia dei nostri cittadini, come anche l’avvicinamento ai loro bisogni.” </em>Il suo augurio &#8211; <em>“Trasmetto a tutte le donne l’augurio di rimanere coraggiose, con la convinzione che riusciranno sempre ad ottenere ottimi risultati per qualsiasi obbiettivo prestabilito. Le presenze femminili nella mia vita mi hanno ispirato tanto, queste donne hanno saputo condividere il loro sapere con gli altri, queste donne generose hanno messo tanta serietà nel loro lavoro. E credo che questi siano gli ingredienti di base per un politico moderno.” – </em>ci rende più fiduciosi e più speranzosi, ci piace l’atteggiamento, il tono della voce e la direzione da seguire indicato dalla nostra prima Donna alla guida del Senato.</p>
<p><strong><em> </em></strong>Una ventata di spensieratezza dai doveri e gli impegni quotidiani la porta <strong><em>Elvira Lupsa</em></strong>, consulente per esposizioni d’arte e fondatrice <em>dell’Agenzia d’Arte Unicat</em> che contestualizza l’arte contemporanea come un ponte tra produttori e pubblico.</p>
<p>Elvira crede profondamente nell’arte pubblica, di strada, ed ha un unico scopo nella sua vita giovane: incoraggiare le persone a circondarsi d’arte perché <em>“l’arte è uno dei migliori metodi per eliminare le preoccupazioni, con il suo forte potenziale ci aiuta a farci evadere dalla quotidianità soprattutto adesso quando il quotidiano non è molto roseo.” </em>Appassionata e curiosa dell’arte contemporanea, ci svela il segreto per aprire gli occhi ed osservare l’arte &#8211; “<em>Se le persone sono esposte all’arte, inevitabilmente nasceranno in loro nuovi pensieri, nuovi desideri di comunicare qualcosa, questo è il chiaro potere dell’arte. Per questo motivo credo che sia molto importante che i progetti pubblici siano rinforzati in questo periodo, non necessariamente dai fondi pubblici, le grandi corporazioni possono avere un ruolo importante nell’incoraggiare la cultura e la produzione artistica contemporanea, non solo per la sopravvivenza degli artisti, ma anche per la nostra sopravvivenza psichica ed emozionale</em>.”</p>
<p>Determinata a farci guardare il Mondo attraverso i suoi occhi grandi, non molla &#8211; “<em>Sono convinta che l’arte deve essere diffusa nella società, deve essere ritrovata ad ogni passo della vita sociale, come la street art negli spazi pubblici, dove le persone si incontrano e ragionano su argomenti profondi, magari su dubbi ai quali trovano risposte proprio dentro quelle produzioni artistiche. Per esempio, l’arte della pittura murale che arriva anche alle persone che non hanno mai visto in tutta la loro vita arte contemporanea ed inevitabilmente la assorbiranno, che sia apprezzata o no da loro non è rilevante, la rilevanza sta nel contatto con l’arte.”</em>Solare, gioviale, euforica, piena di idee creative, Elvira Lupsa ci convince a cercare l’arte ovunque, a sostenerla ed a diffonderla perché ci fa aprire mentalmente a nuove prospettive, ci fa sentire o rivivere emozionalmente sensazioni uniche e ci rende partecipi a plasmare un mondo più colorato e più vivace. Proprio come lei, che di arte se ne intende.</p>
<p><strong><em>Scrittrice </em></strong>di romanzi, poesie, racconti e teatro in lingua romena, italiana ed inglese, direttore editoriale della <em>Rediviva Edizioni</em> di Milano – <strong><em>Ingrid Beatrice Coman Prodan</em></strong> rivela una scrittura che manifesta grande sensibilità verso il mondo femminile. Nessuno meglio di lei conosce l’argomento e la protagonista del suo ultimo libro bilingue &#8211; “<em>Badante per sempre /Badante pentru totdeauna</em>” con il sottotitolo che non lascia indifferenti “<strong><em>Prenderci cura gli uni degli altri ci tiene in vita</em></strong>” &#8211; e ci confessa che si è sentita fortunata ed onorata a diventare testimone per le generazioni future della storia struggente e silenziosa delle donne romene arrivate in Italia per fare il mestiere di badante. Talmente tanto si è immedesimata nella loro storia, riconoscendo nella loro indole la stessa sensibilità e attenzione per i bisogni degli altri di tutte le donne romene, che ha sacrificato un pezzo della sua carriera in Italia, tralasciando il lavoro di promozione dei suoi libri, senza rendersi conto del trascorrere del tempo, impegnata nella decostruzione di stereotipi come “badanti straniere, madri snaturate”. Aggiungerei però che queste badanti ricevono in mano le redini degli aspetti più intimi delle vite degli assistiti e che la tesi dell’abbandono della famiglia e dei figli da parte delle stesse badanti malviste perde credibilità alla luce delle loro rimesse di ordine economico e sociale in entrambi i Paesi coinvolti.</p>
<p>“<em>Ho conosciuto tante di queste signore badanti, nelle quali ho trovato l’immagine di mia madre, di mia nonna, ho trovato tanti modi di essere che mi è sembrato che fossero tipici delle nostre donne, una particolare cura, una particolare sensibilità, una particolare attenzione, perciò personalmente penso che le donne romene se la cavano bene a vestire i panni della badante, il più delle volte senza il loro volere, perché sono cresciute con l’istinto di badare alle persone vicine, di proteggere la vita altrui. Dove si trova una Donna c’è una casa, un fulcro intorno al quale nasce una famiglia, la Donna è il filo rosso dell’amore, del Martisor, che si intreccia con l’altro filo, bianco, e diventa una resistente fune salvavita. Il valore che portano con loro, a casa o all’estero, se ritornano o rimangono, in qualsiasi posto dove ci sono loro c’è odore di casa, odore di pane, odore di storia e memoria, odore di mamma, perché hanno l’istinto di badare a chiunque hanno intorno. Questo è anche il motivo per cui diventano tanto apprezzate nei luoghi dove vanno a lavorare, perché a loro importa dell’assistito e lo accudiscono in una maniera molto più di quanto li viene richiesto, senza ribellarsi nonostante fosse un mestiere ingrato e sottopagato.”</em></p>
<p>Come se non bastasse l’impegno fisico e psichico che usano per dare l’assistenza migliore a chi non può farcela da solo, queste donne, spesso madri giovani madri, sono guardate con sospetto sia dalla società di partenza sia da quella di arrivo, senza rispetto per la scelta di migrare e troppo superficialmente, senza aggiungere che la lontananza non affligge solo chi rimane nel paese di origine, ma coinvolge anche loro – la famosa “<em>sindrome Italia</em>”. Perché anche se è vero che le donne romene provengono da un contesto culturale in cui la pratica della cura famigliare è ancora molto ancorata al genere e all’educazione femminile, prendersi cura di un famigliare a casa propria e prendersi cura di una persona estranea in un paese straniero è ben diverso.</p>
<p>Con la raffinata semplicità che la caratterizza, movimenti delicati, sguardo blando e voce soave, compassionevole, con la stessa umiltà nobile delle signore badanti tanto rispettate da lei, regala a tutte le signore, badanti o no, lontane o vicine un pezzo della sua scrittura espressiva e metaforica:</p>
<p><em>“Il modo in cui toccavo la pelle delicata di Alina o prendevo per mano Georgică era lo stesso con cui mi prendevo cura dei gerani alla finestra, dei libri di mio padre o del cane randagio davanti al condominio. Era come se fosse, di colpo, caduta la frontiera tra il mio corpo e il mondo attorno, e la mia pelle fosse soltanto un fragile e illusorio confine. Anche Leonard se n’era accorto; senza dire nulla, spesso adagiava la testa nel palmo delle mie mani, le sere in cui i pensieri e le preoccupazioni che aveva in testa diventavano insostenibili. «Tienimi le mani sulla fronte», mi diceva, «a volte ho l’impressione che, finché resterò sotto l’avvolgente calore della tua anima, non mi potrà succedere niente di male». Io lo accarezzavo e sentivo che, in quei momenti, ci nutrivamo entrambi di una fonte di luce ultraterrena, che scorreva dentro di noi attraverso le nostre mani e di cui avevamo tanto bisogno. «Vedi, Magda, qual è il mistero… Un uomo è fatto di logica, di pensieri spigolosi e certezze costruite sulla sagoma di un’anima che, se non stai attento, perde completamente il legame con il sacro dentro di noi. Noi facciamo le regole del mondo, decidiamo chi deve vivere e chi deve morire, costruiamo nazioni, partiti, prigioni e leggi, ma restiamo sempre abitanti della soffitta impolverata costruita nella nostra mente. Una donna invece resta sempre imparentata con la terra e con il cielo, in ugual misura, con la nascita e con la morte, in un modo dolce e misterioso, e tutte le leggi della terra diventano impotenti davanti a una semplice carezza data dalla mano sincera di una donna. Qualcosa nelle tue mani e nel tuo corpo riempie il vuoto famelico del mio essere e la tua pelle diventa il mio maestro. Capisci?». «Sì, credo di capire. Credi che basterà a metterci al riparo dal freddo del mondo?», gli chiedevo, seguendo con le dita le linee nel palmo della sua mano, come se volessi penetrare i segreti del destino disegnati sopra. «Non lo so. Ma di una cosa sono certo. Se dovessi morire in quest’istante, se Dio decidesse che è terminato il tempo a mia disposizione e devo alzarmi e lasciare il mondo così, all’improvviso, porterei con me nella morte questa carezza. Qualcosa mi dice che è della stessa materia rarefatta con cui sono plasmate le anime». Poi, dopo una lunga pausa: «Mio Dio, la carezza sincera di una donna guarisce le ferite della terra…». (Badante per sempre, </em>Rediviva Edizioni, Ingrid Beatrice Coman Prodan)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Articolo a cura della dott.ssa Lorena CURIMAN </strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“LA SECONDA ROMANIA” sei anni di programmi televisivi dedicati a chi promuove la Romania nel mondo</title>
		<link>https://culturaromena.it/la-seconda-romania-sei-anni-di-programmi-televisivi-dedicati-a-chi-promuove-la-romania-nel-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Nov 2020 09:25:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Personalità]]></category>
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					<description><![CDATA[Ogni giovedì sera, esponenti attivi delle comunità romene della diaspora, ovvero personalità del mondo dell'arte, della letteratura, dello sport o degli affari, condividono con il pubblico i loro progetti, eventi, sulle loro partecipazioni internazionali, sui legami culturali e artistici con la Romania, ma anche sugli incontri dell'anima con compatrioti provenienti da diverse parti del mondo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>TVRI Internazionale [TVRI] &#8211; “LA SECONDA ROMANIA”, sei anni di programmi televisivi dedicati a chi promuove la Romania nel mondo</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span><span style="font-weight: 400;">Sei anni fa, il 14 novembre 2014, andava in onda una nuova trasmissione tv dedicata ai romeni che vivono all’estero, con l&#8217;obiettivo di portare all&#8217;attenzione del pubblico, eventi, progetti svolti nei Paesi dove vivono  le comunità romene nel mondo. Ogni giovedì sera, esponenti attivi delle comunità romene della diaspora, ovvero personalità del mondo dell&#8217;arte, della letteratura, dello sport o degli affari, condividono con il pubblico i loro progetti, eventi, sulle loro partecipazioni internazionali, sui legami culturali e artistici con la Romania, ma anche sugli incontri dell&#8217;anima con compatrioti provenienti da diverse parti del mondo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong> &#8220;</strong>Incontrare così tante persone eccezionali, con i meriti riconosciuti a livello internazionale è un privilegio per un giornalista. Abbiamo imparato quanto sia importante ciascuno di noi per l&#8217;immagine della comunità a cui apparteniamo. Credo sia il nostro dovere rendere omaggio a chi compone LA SECONDA ROMANIA fuori dai confini del Paese ”, <strong>ribadisce Corina DOBRE,</strong> moderatrice del programmo televisivo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da 6 anni siamo in stretto contatto con tutti coloro che, indipendentemente dal luogo in cui li ha portati il ​​destino, si sentono romeni e portano nell&#8217;anima il Paese in cui sono nati o formati, e molti di loro sono diventati i nostri collaboratori costanti nel tempo. È un onore e una gioia contribuire al consolidamento dei rapporti, che questi veri ambasciatori della Romania,  hanno con il loro Paese d&#8217;origine <strong>&#8220;, afferma Liliana VĂDUVA, la produttrice della trasmissione. </strong></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Anche in questo anno difficile, segnato dalla crisi pandemica, i giornalisti hanno costantemente comunicato con i romeni di tutto il mondo, attraverso i reportage, interviste, dimostrando quanto sia l’importante la solidarietà, quanto è importante la solidarietà e il fatto che le persone possano restare unite anche a distanza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">LA SECONDA ROMANIA, una trasmissione che va in onda ogni giovedì, dalle 21.00 e venerdì dalle 04.00 e 12.30 (ora romena).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fonte. </span><a href="http://tvri.tvr.ro/a-doua-romanie--6-ani-de-programe-dedicate-celor-care-promoveaza-romania-in-lume_29807.html"><span style="font-weight: 400;">http://tvri.tvr.ro/a-doua-romanie&#8211;6-ani-de-programe-dedicate-celor-care-promoveaza-romania-in-lume_29807.html</span></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Un lockdown morale? di Armando SANTARELLI</title>
		<link>https://culturaromena.it/un-lockdown-morale-di-armando-santarelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2020 16:19:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[Ma possiamo fare molto di più: estendere ad altri la fiducia, l’ottimismo, la voglia di resistere. Oggi più che mai vale l’affermazione di Peter Handke, Premio Nobel per la Letteratura nel 2019, che ci invita a “contagiare benevolmente la gente”. Di sicuro riusciremo meglio in questo compito con un semplice esercizio di memoria, quella dei nostri nonni e delle tremende sofferenze che patirono durante le Guerre Mondiali, quella dei campi di concentramento, quella di chi è vittima di malattie devastanti, quella di chi, a causa di disastri naturali, è rimasto senza casa e senza lavoro, quella di chi vive in condizioni di semi schiavitù, o di chi è in carcere per aver espresso un pensiero diverso da quello del despota di turno. Ecco, tenendo a mente questi terribili traumi, e lavorando sul buon senso, potremo evitare il lockdown morale, e scoprire che proprio la strana realtà di oggi può rivelarci le nostre autentiche qualità e il valore del prossimo.
                                                                                                 ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Credo sia giunto il momento di rifare un po’ di conti col coronavirus e con i diversi limiti che ci ha imposto. A che cosa assomiglia la nostra quotidianità, qual è la modalità con cui identificare, oggi, l’esistenza che conduciamo?</p>
<p>Per rispondere, vorrei rifarmi alla notissima teoria della “modernità liquida” del sociologo Zygmunt Bauman, estendendo l’assimilazione fra gli stati della materia e la condizione umana.</p>
<p>Uno dei primi concetti che apprendiamo nello studio delle scienze è che i principali stati di aggregazione della materia sono tre: quello solido, quello liquido e quello aeriforme (o gassoso). Partiamo dal primo: l’aggettivo <em>solido</em>, sia esso riferito a un elemento, a una persona, a una società, suggerisce immediatamente un’idea di stabilità, di compattezza, di durata nel tempo.</p>
<p>Ora, guardando alle civiltà umane succedutesi nel corso della storia, non c’è dubbio che siano le società antiche quelle che possiamo avvicinare alla solidità, per vari motivi. Quasi tutte le strutture sociali del passato si fondavano su regole e tradizioni rigide, con governi forti, rapporti regolati da usi ancestrali, stretta obbedienza a canoni morali e religiosi.</p>
<p>Ciò non equivale, ovviamente, ad attribuire un particolare valore ad un tale stato sociale, se non nel senso che tutti, o quasi, conoscevano il ruolo e i compiti che li attendevano, insomma agivano in un ordine prestabilito e durevole. Per contrasto, queste società presentavano profonde disuguaglianze ed ingiustizie; nascere e morire da schiavi vuol dire vivere miseramente, all’opposto di chi aveva la fortuna di appartenere alle classi dominanti.</p>
<p>Nel Settecento e nell’Ottocento, i valori della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, guadagnano terreno ovunque; è la classe sociale emergente, quella borghese, a contribuire maggiormente alla tenuta delle strutture sistemiche del nuovo ordine, benché esso venga profondamente scosso, nel Novecento, dalle due Guerre Mondiali e dalla crescente, inesorabile dipendenza dall’apparato tecnologico.</p>
<p>E’ proprio negli ultimi decenni del secolo scorso che abbiamo iniziato a vivere la condizione “liquida” descritta da Bauman: il consumismo bulimico, la necessità di apparire a tutti i costi, la ricerca disperata della propria individualità, la paura sociale, i legami fragili e mutevoli; una vita segnata dalla precarietà e dai mutamenti repentini, proprio come succede ai liquidi, che assumono la forma del recipiente che li contiene.</p>
<p>E ora? Come viviamo la particolare, inusitata condizione in cui ci ha costretto la pandemia? Io credo che siamo alle prese con un’ulteriore modalità esistenziale, anch’essa curiosamente coincidente con uno stato della materia, il terzo, quello aeriforme. La società aeriforme è quella in cui siamo diventati ancor più volubili, evanescenti, invisibili. Salvo eccezioni (mi riferisco a chi continua a stare in trincea nella battaglia contro la pandemia) ci sentiamo eterei, irrilevanti, incapaci di immaginare un futuro: rarefatti i rapporti con familiari e amici, sospesa la normale fruibilità delle strutture sociali, ampliate le nostre paure, e non solo perché vediamo perire migliaia di persone, ma perché si avverte un senso di abbandono, di regressione dalla vita quando non possiamo abbracciarci, o seppellire i nostri cari, o scambiarci una visita.</p>
<p>Ovviamente, il particolare momento che stiamo vivendo è oggetto di continue riflessioni, dibattiti, giudizi. Fra i tanti, vorrei citare quello di una studiosa più che mai sulla cresta dell’onda, la brava grecista Andrea Marcolongo, autrice del fortunato “La lingua geniale”.</p>
<p>In un’intervista concessa il 24 luglio 2020 al quotidiano <em>la Repubblica</em>, Marcolongo ha affermato testualmente: “Il virus ha portato il caos nelle nostre vite, nella società, nella politica”.</p>
<p>Eh no, cara Marcolongo. Il Covid 19 ha portato molte cose negative: confinamento, crisi economica, disoccupazione, paura, solitudine, e una rabbia sociale che rischia di deflagrare da un momento all’altro; ha portato anche un certo caos, soprattutto nell’ambito normativo, con le ripetute e accentuate divergenze tra il Governo centrale e le Amministrazioni territoriali, e le crescenti disunità fra i particolarismi del Paese.</p>
<p>Ma il <em>vero caos</em> esisteva e imperava <em>prima</em> del coronavirus: il caos di una crescita illimitata cui non riusciamo a stare dietro, del sistema socio-economico globalizzato, dei media che fanno a gara per raccogliere il peggio, dei conflitti in atto persino in piena crisi pandemica; il caos delle mafie presenti ovunque, dell’investimento di ingenti risorse finanziarie e umane nella produzione di armi, di tecnologie capaci di violare il nostro cervello, di virus micidiali, invece di destinarle alla ricerca medica, alla convergenza delle politiche ambientali, alla riduzione delle disuguaglianze.</p>
<p>Detto questo, che cosa possiamo fare nella condizione gassosa di oggi? (per inciso, la parola gas deriva proprio dal greco <em>chaόs</em>). Come comportarci dinanzi alle limitazioni delle libertà e delle relazioni sociali, al senso di privazione e di inconsistenza che stiamo vivendo? Sono perfettamente consapevole che fornire consigli a chi è seriamente malato, a chi ha perso il lavoro, a chi non ha più soldi, a chi &#8211; come medici, infermieri e volontari &#8211; sta tutti i giorni in prima linea, può apparire irritante e inutile. Mi rivolgo dunque a tutti coloro che non versano in queste condizioni e tuttavia si lamentano di continuo, imprecano, proclamano dalla poltrona di casa che “siamo in guerra” e pensano che vivere felicemente sia un diritto acquisito per sempre.</p>
<p>A queste persone dico semplicemente di concentrarsi <em>su tutto ciò</em> <em>che abbiamo conservato</em> a dispetto del coronavirus. Pur impediti a vivere in libertà le nostre giornate, possiamo leggere, fare esercizio fisico e spirituale, vedere la tv, seguire film e documentari su you tube, telefonare a parenti ed amici, prestare volontariato dove serve o dove pensiamo di poterlo fare meglio, pregare, scrivere i nostri pensieri, fare cento lavori manuali in casa, gustare i piccoli e spesso dimenticati riti quotidiani; tutto questo a ritmi meno veloci, e perciò più appaganti di quelli cui eravamo abituati. Perché forse è vero che <em>dovevamo fermarci</em> (come ha scritto Mariangela Gualtieri in una bellissima poesia), che la nostra vita era diventata troppo comoda, che avevamo bisogno di una lezione per apprezzare ciò che avevamo trascurato.</p>
<p>Ma possiamo fare molto di più: estendere ad altri la fiducia, l’ottimismo, la voglia di resistere. Oggi più che mai vale l’affermazione di Peter Handke, Premio Nobel per la Letteratura nel 2019, che ci invita a “<strong>contagiare benevolmente la gente</strong>”. Di sicuro riusciremo meglio in questo compito con un semplice esercizio di memoria, quella dei nostri nonni e delle tremende sofferenze che patirono durante le Guerre Mondiali, quella dei campi di concentramento, quella di chi è vittima di malattie devastanti, quella di chi, a causa di disastri naturali, è rimasto senza casa e senza lavoro, quella di chi vive in condizioni di semi schiavitù, o di chi è in carcere per aver espresso un pensiero diverso da quello del despota di turno.</p>
<p>Ecco, tenendo a mente questi terribili traumi, e lavorando sul buon senso, potremo evitare il lockdown <em>morale</em>, e scoprire che proprio la strana realtà di oggi può rivelarci le nostre autentiche qualità e il valore del prossimo.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Mi-e dor de tine &#8211; Perchè amo la Romania di Armando SANTARELLI</title>
		<link>https://culturaromena.it/mi-e-dor-de-tine-perche-amo-la-romania-di-armando-santarelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Oct 2018 09:47:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[MI-E DOR DE TINE – PERCHE’ AMO LA ROMANIA &#160;           Armando Santarelli &#160; &#160; Perché mi sono innamorato della Romania? Non è mai facile rispondere a domande di questo genere. E’ un qualcosa di profondo, che ha a che fare con i codici dell’anima. E questi, chi è in grado di decifrarli? L’amore non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>MI-E DOR DE TINE – PERCHE’ AMO LA ROMANIA</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>          Armando Santarelli</strong></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Perché mi sono innamorato della Romania? Non è mai facile rispondere a domande di questo genere. E’ un qualcosa di profondo, che ha a che fare con i codici dell’anima. E questi, chi è in grado di decifrarli? L’amore non si misura; ma se ti conquista, senti che è come se fosse lì da sempre. Ecco, quando ho messo piede in Romania per la prima volta (molto più tardi rispetto ad altri Paesi europei e mondiali), ho provato l’emozione che ci pervade tornando nella terra natale dopo una lunga assenza. Ovunque posassi lo sguardo, qualcosa di familiare, di semplice e di estatico, di trasparente e misterioso allo stesso tempo. Un amore tardivo dunque, ma proprio per questo maturo, forte, completo, come a voler riempire un vuoto che la mia anima aveva tollerato solo perché ignara della fonte capace di apportare nuovi stimoli e interessi alla mia vita.</p>
<p>Il fatto è che prima della diaspora dei romeni, e della massiccia emigrazione nel nostro Paese, noi italiani sapevamo ben poco della Romania. Il regime comunista di Ceauşescu, gli scrittori Eliade e Ionesco, le leggende intorno a Dracula, le prodezze sportive di Nadia Comaneci e Gheorghe Hagi, qualcosa sulle bellezze naturali dei Carpazi; quasi niente, invece, riguardo alla geografia, alla storia, alla letteratura, alle vicende sociali e politiche del Paese nelle vene dei cui abitanti – come recita in modo commovente l’inno nazionale – scorre ancora il sangue dei romani.</p>
<p>Purtroppo, le prime immagini della Romania che passarono dinanzi ai miei occhi erano intrise di una drammaticità e di un dolore a stento sopportabili. All’inizio degli anni ‘90 la tv italiana trasmise un servizio sui bambini romeni ricoverati in condizioni disperate in orfanotrofi che parevano più dei lager che istituti di accoglienza. Scioccati e commossi, io e mia moglie ci informammo sulla possibilità di fare qualcosa per quelle povere creature, ma ci venne detto che non sarebbe stato facile arrivare a un’adozione. Ci arrendemmo troppo presto, devo ammetterlo…</p>
<p>Da quella triste serata, il mio radar interiore si volse con maggior interesse verso lo Stato posto fra i Carpazi, il basso Danubio e il Mar Nero. Iniziai a leggere gli autori romeni tradotti in italiano; pochi in verità, solo qualche antologia poetica e alcune opere dei letterati più famosi. Uno di essi, Emil Cioran, filosofo emigrato in Francia, parlava della Romania con malcelato amore, descrivendo con grande rimpianto gli anni dell’infanzia trascorsi ai piedi dei Carpazi e quelli da studente nelle città universitarie romene; e tuttavia, non perdeva occasione per stigmatizzare l’atavica passività della Romania, la sua debolezza come Nazione, l’incapacità di sedersi da protagonista sugli scranni della storia.</p>
<p>La conoscenza del pensiero di Cioran mi induceva ad essere scettico almeno quanto lui su alcune sue affermazioni. Ma come a confermarle brutalmente, nei reportage televisivi italiani passavano altre immagini dolorose: le lunghe code di persone ordinatamente in fila per comprare un po’ di pane o un po’ di latte, le scene di estrema povertà, le prime notizie relative alla diaspora dei romeni, che presto cominciò a interessare anche il mio paese, Gerano.</p>
<p>Ma questo popolo &#8211; mi chiedevo &#8211; i discendenti dei Geti che Erodoto considerava “i più giusti e valorosi fra i Traci” e dei Romani che avevano occupato la Dacia, il popolo nostro alleato già nel 1883 e poi in due Guerre Mondiali, che ha dato al mondo alcuni dei più grandi intelletti dell’epoca moderna, conosce solo sofferenze?</p>
<p>Non tardai a fare amicizia coi romeni presenti a Gerano, scoprendo cose sempre più coinvolgenti. Mi colpiva il loro dinamismo, la vitalità, la voglia di dare un senso al drastico cambiamento avvenuto nelle loro vite. Notavo il legame con un presente del tutto diverso da quello della Nazione in cui erano emigrati: pigro, satollo, rassicurante, il nostro; impastato di tenacia, di abitudine al sacrificio, di desiderio di riscatto il loro.</p>
<p>Pur sapendo che il romeno faceva parte delle lingue romanze, rimasi particolarmente sorpreso dall’estrema somiglianza lessicale, morfologica e sintattica con l’italiano. Quando mi ritrovai fra le mani l’edizione del 1968 de <em>La Letteratura Romena</em> di Gino Lupi, lessi un’affermazione che non ha perso nulla della sua straordinarietà: “Ha del miracoloso questa lingua neolatina, conservatasi malgrado la perdita di ogni contatto col mondo romano, come un’isola fra marosi mugghianti di popoli di razza e lingua assolutamente diverse”.</p>
<p>Un altro dato si imponeva alla mia attenzione: non pochi dei romeni con cui conversavo parlavano in modo intrinsecamente malinconico della loro Patria, se non apertamente critico. Ma che mostrassero di adorare la loro terra o ne fossero delusi, che meditassero di ritornarvi o di lasciarla per sempre, non c’era romeno che non concludesse la conversazione in questo modo: “A parte i problemi che abbiamo, voi italiani non potete immaginare quanto sia bella la Romania”.</p>
<p>Un comprensibile, sano campanilismo? L’inevitabile nostalgia per la Patria lontana? Già dopo le prime due visite potei constatare la veridicità di quell’affermazione, perché la Romania è un Paese di straordinaria e multiforme bellezza.</p>
<p>Le vette aspre e selvagge dei Carpazi, le foreste più intatte d’Europa, le immense e dolcissime distese verdeggianti della Moldavia. Il delta fluviale più vasto e importante dell’intera Europa – quello del Danubio – Patrimonio Unesco dal 1991 e Riserva della Biosfera dal 1998, un’area di circa 600.000 ettari che ospita quasi tutte le specie di fauna acquatica del nostro Continente. Le commoventi chiese lignee del Maramureş, i mistici monasteri affrescati della Bucovina, quelli ameni e sereni della valle dell’Olt, i conventi-giardino intorno a Piatra Neamț. La strada (<em>Transfăgărăşan</em>) che diversi esperti di riviste automobilistiche considerano la più bella del mondo (quello di <em>Top Gear</em> lo dichiarò in diretta, mentre la percorreva!). Il secondo ghiacciaio sotterraneo del mondo per grandezza (è il <em>Ghețarul de la Scărişoara</em>, nei Monti Apuseni, inferiore solo al ghiacciaio della grotta <em>Eisriesenwelt</em> di Werfen, Austria). La desolante, sinistra bellezza della pianura stepposa del Baragan. Una capitale, Bucarest, che raccoglie nel centro storico tutte le cose belle e importanti che contraddistinguono le più grandi città del mondo. I gioielli cittadini che rispondono al nome di Cluj-Napoca, Sibiu, Braşov, Timişoara, Iaşi, Piatra Neamț, con la chicca di Sighişoara, una delle città medievali meglio conservate d’Europa, anch’essa Patrimonio Unesco.</p>
<p>Intanto, dentro di me, la corrente del fiume sfociava in mare aperto. Leggevo le poesie di Eminescu, di Arghezi, di Blaga. Le leggende immortali della <em>Mioriţa</em> e di <em>Mastro Manole</em> mi commuovevano profondamente. Mi appassionavo alle vicende storiche della “generazione Criterion”, letterati del calibro di Mircea Eliade, Eugène Ionesco, Emil Cioran, Petre Ţuțea, Mircea Vulcănescu, Constantin Noica, Dan Botta, Mihail Sebastian, Arşavir Acterian, Petru Comarnescu, Mihail Polihroniade; nati a pochissimi anni di distanza l’uno dall’altro, spesso in dissenso fra di loro, ma uniti tutti, nel periodo interbellico, per cercare di ridare vigore politico e culturale a una Nazione martoriata dalla storia. Con esiti e ricadute non sempre condivisibili, come ormai sappiamo; ma lo spirito rifondatore e l’amore per la Patria che li animava non potrà mai essere messo in discussione.</p>
<p>Naturalmente, più mi immergevo nella realtà romena, più scoprivo pagine di cultura completamente sconosciute non solo a me, ma – constatavo con una certa sorpresa &#8211; anche a persone di una certa erudizione. Nei licei e nelle facoltà classiche delle Università italiane nessuno ignora i nomi di Poggio Bracciolini, Flavio Biondo, Enea Silvio Piccolomini (Papa Pio II), Giulio Pomponio Leto, Antonio Bonfini, umanisti e storici del Quattrocento che partendo dalla lezione degli antichi elaborarono una nuova concezione dell’uomo e della realtà. Non tutti sanno, però, che non trascurarono di estendere i loro studi all’origine latina del romeno e alle somiglianze etimologiche e semantiche con l’italiano.</p>
<p>Nei secoli seguenti, molti altri nomi si aggiungeranno a quelli dei grandi umanisti italiani. Fra di essi, un posto di tutto rilievo spetta allo scrittore e giornalista Luigi Cazzavillan (1852-1903). Uomo di studi e di azione (fece parte dell’esercito garibaldino), filantropo e imprenditore, arrivò a Bucarest come corrispondente di guerra di alcune testate italiane. Amò subito la Romania, decise di stabilirvisi e nel 1884 fondò il giornale <em>Universul</em>, destinato a diventare, sotto la sua direzione, il primo giornale moderno e ad alta tiratura della Romania.</p>
<p>Sul versante romeno arrivavano sorprese ancora maggiori, perché i rapporti con l’Italia si caratterizzano per continuità e profondità sin dagli albori della cultura letteraria romena. Quando all’inizio del XIX secolo ripresero vigore i contatti fra la Romania e l’Occidente (in special modo quelli con la Chiesa Cattolica) fu soprattutto Roma ad ospitare nelle scuole e nei seminari i giovani studenti romeni. La Scuola Latinista Transilvana, i cui promotori furono i monaci basiliani Samuil Micu, Gheorghe Şincai e Petru Maior, sorse con l’intento di dimostrare la derivazione della lingua romena dal latino; in particolare, Petru Maior si batté per una riforma linguistica basata sull’ortografia italiana. Più tardi, il grande Ioan Eliade Rădulescu pubblicò <em>Repede aruncătură de ochiu asupra limbei şi ȋnceputului Rumȋnilor</em> (Breve sguardo sulla lingua e sulle origini dei romeni), saggio in difesa della latinità dei romeni, cui fece seguire, nel 1841, <em>Prescurtare de gramatica limbei romȃno-italiene</em> (Breve grammatica della lingua romeno-italiana) e <em>Paralelismu ȋntre limba rumȋnă şi italiană</em> (Parallelismo fra la lingua romena e la lingua italiana); con queste pubblicazioni, Rădulescu ordinò i suoi studi (non privi di alcune esagerazioni) in un vero e proprio sistema.</p>
<p>Ancora, uno dei primi grandi poeti romeni, Gheorghe Asachi, compone sonetti e liriche amorose alla maniera di Petrarca e in lingua italiana, per poi tradurle egli stesso in romeno. Ma Asachi è anche tra i primi letterati a collaborare con un quotidiano italiano, il <em>Giornale del Campidoglio</em>.</p>
<p>Dentro di me, intanto, era accaduto ciò che forse era destinato ad accadere: parafrasando uno dei più grandi amanti della Romania, lo scrittore Patrick Leigh Fermor (ne parlerò più avanti), tutto ciò che aveva a che fare con la Romania iniziò ad emanare un incanto misterioso e potente.</p>
<p>Perciò, ero felice di frequentare l’Accademia di Romania in Roma, con la sua splendida, ricchissima biblioteca e le continue iniziative culturali. Sentivo le giovani borsiste affermare con un lampo nello sguardo di essere arrivate in Italia per il grande amore verso il nostro Paese; uguale apprezzamento ascoltavo dalle donne romene più impegnate nel campo della cultura e dell’integrazione sociale fra le nostre genti.</p>
<p>Sono diventato amico di parecchie di loro, e posso affermare che la presenza e il crescente peso culturale e umano della Romania nel mio Paese si coniuga soprattutto al femminile. Del resto, questa non è una novità; già in passato, specialmente nell’ambito dell’aristocrazia di fine Ottocento e primi decenni del Novecento, le donne romene hanno giocato un ruolo rilevante nella vita della Nazione. E’ vero che alcune di esse vissero in Francia e si espressero in francese; è comunque importante ricordare lo spessore culturale e umano di Elena Bibescu, Anna de Noailles, Alexandra Didina Cantacuzino, Hélène Soutzo, Hortensia Papadat-Bengescu, Olga Sturdza, Martha Bibescu.</p>
<p>Nel percorso che mi ha condotto verso la Romania non è stato meno esaltante venire a contatto con le sue tradizioni, che rimangono forti e radicate nel popolo romeno. Non c’è animo umano che possa rimanere indifferente ai canti popolari più struggenti che io conosca, i <em>cântece bătrâneşti</em>, le <em>doine</em>, le <em>colinde</em>, melodie dove l’animo semplice dei contadini della terra di Romania si è elevato sino ad attingere la pura poesia.</p>
<p>Non so quanti romeni conoscano l’opera di Patrick Leigh Fermor, scrittore inglese che reputo il massimo esponente della letteratura di viaggio del secolo scorso, superiore, a mio parere, anche al suo amico Bruce Chatwin e a Robert Byron. Quest’uomo impavido, amante dell’avventura, del bello, della cultura popolare come dell’arte più raffinata, attraversò l’intera Europa negli anni Trenta, con il proposito di raggiungere a piedi Costantinopoli. Due Paesi rimasero sempre nel suo cuore, e a loro dedicò le pagine più belle dei suoi impareggiabili resoconti di viaggio: la Grecia e la Romania.</p>
<p>La sensibilità linguistica gli fece scoprire immediatamente che “il rumeno è ricco di parole che esprimono sfumature di tristezza”. Dopo aver individuato nel <em>dor</em> (e nello <em>zbucium</em>) uno stato d’animo inconfondibilmente rumeno, lo scrittore ne ritrova la costante presenza nella musica e nel canto delle <em>doine</em>, che descrive così: “La doina è un’emanazione dei campi, dei villaggi, delle pianure, infinitamente lenta e con lunghe pause e melodie inafferrabili, di una bellezza incantevole; la si ascolta dai finestrini di un treno, o da dietro un mucchio di paglia dopo che i mietitori hanno falciato l’ultima spiga, o al calar della sera, proveniente da un villaggio a cui ci si sta avvicinando a piedi; ci si ferma, si ascolta e si capisce come solo le scansioni e l’ordine imposti da queste trenodie rendano sopportabile l’incombente consapevolezza che tutte le cose che spezzano il cuore sono qui, e che tutte sono vane”.</p>
<p><em>Doine</em> e <em>colinde</em>, ovvero l’anima antichissima e pura del contadino romeno. Emerge così un altro dei motivi per cui il mio io interiore è così attratto dal mondo romeno. Sono nato in una terra di contadini, anche i miei nonni lo erano. L’ambiente contadino è presente in tutte le letterature del globo. Ma la letteratura romena registra, per questo aspetto, un dato unico. La millenaria presenza del popolo contadino, le sue lotte quotidiane per la sopravvivenza, la sua miseria e la sua generosità, il legame sacro con la terra, il palese o segreto rimpianto per una condizione che non muta, come se la miseria e le sofferenze rappresentassero una tragica fatalità della terra di Romania: tutto questo viene riflesso in una dolorosa epopea degli umili che percorre moltissime pagine della letteratura romena. Conachi, Alecsandri, Creangă, Slavici, Eminescu, Delavrancea, Duiliu Zamfirescu, Vlahuță, Coşbuc, Mihail Sadoveanu, Arghezi, Goga, Rebreanu, Teodoreanu; non c’è praticamente un solo grande scrittore che non abbia trattato della condizione naturale e spirituale dei contadini romeni. Sarà Nicolae Iorga a compendiare l’attenzione e l’amore per il popolo contadino, riconoscendo in esso, come aveva già fatto in parte Eminescu, <em>l’unico e vero elemento nazionale. </em></p>
<p>Dal mondo rurale e popolare proviene un altro dei fattori che mi legano alla Romania con un amore particolare. E’ la lingua romena a possedere uno dei sostantivi più straordinari del parlare umano. Quando ho udito per la prima volta la parola <em>dor</em>, ho immediatamente percepito, come per una mistica Rivelazione, che quel nome comprendeva un mondo, la storia e l’antropologia di un popolo, le sue sofferenze e il suo pessimismo, il suo amore per la terra natia e la sua fede nell’Assoluto. Ed è sorto in me l’irresistibile desiderio di cercare di comprendere la malia di uno dei termini più evocatori del linguaggio mondiale, pur rimanendo sempre consapevole del monito di Noica, per cui “devi chiedere perdono agli Dei del buon gusto per poter dire ancora una parola in questa materia, o agli Dei del pensiero esatto, per tutto ciò che è vago, inafferrabile e imperdonabilmente sentimentale nel contenuto della parola <em>dor</em>”.</p>
<p>Procedo con umiltà, quindi. La parola <em>dor</em> deriva dal latino vernacolare <em>dolus</em>, nome che può tradursi con “dolore, sofferenza malessere interiore”. Imparentata col <em>dol</em> catalano e provenzale, è affine a sostantivi che esprimono dolore, melanconia, nostalgia, come <em>saudade</em>, <em>duolo</em>, <em>spleen</em>, <em>désir</em>, <em>douloureux</em>, <em>Sehnsucht</em>, <em>malaise</em>, <em>wunsch</em>. E tuttavia il <em>dor</em> romeno è più di queste parole che, pure, sanno di un profondo sentire dello spirito.</p>
<p>Per qualsiasi amante delle lingue, non solo quelle indoeuropee, non solo quelle neo-latine, è un piacere fonetico e morfologico udire e leggere le infinite sovrapposizioni semantiche concesse dal lemma <em>dor</em>. Ci si incanta quando si ascolta o si legge <em>mi-e dor</em>, <em>dor de mamă, de casă, de țară</em>, <em>te doresc</em>, <em>dorință</em>, <em>doritor</em>, <em>cu dor</em>, <em>de dor</em>, <em>a-i duce dorul</em>, <em>ȋn/de dorul lelii</em>, <em>a dori</em>, <em>dor de libertate, moare de dor</em>.</p>
<p>E dunque, cercando la traduzione in un italiano che al paragone appare debole, impossibilitato ad esprimere in una parola tutte queste accezioni, scopriamo che <em>dor</em> può significare: dolore dell’anima per l’assenza di una persona cara, nostalgia di un luogo, desiderio ardente di una persona, brama di avere qualcosa, rimpianto per qualcuno o qualcosa, inquietudine e tumulto interiore, dolore spirituale, anelito verso uno scopo irraggiungibile, pena, afflizione, struggimento…</p>
<p><em>Dor</em>: come scrive splendidamente Cioran, una parola “che sale dall’oscurità del sangue, come una sorta di tristezza della terra”. L’unica parola al mondo nella quale si coniugano magicamente il dolore e il piacere nato dal dolore.</p>
<p>E magici e immortali sono i versi delle doine che celebrano la potenza e l’onnipresenza del <em>dor</em> nel panorama umano dei romeni:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Cȋtă boală e sub soare,                     Quanti mali sotto il sole,</em></p>
<p><em>nu-i ca doru arzătoare…                  nessuno brucia come il </em>dor…</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>                                                ******</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Cine-o zȃs dorului dor                      Chi ha chiamato </em>dor<em> il </em>dor</p>
<p><em>n-o zȃs un cuvȃnt usor                      non ha detto una parola facile,</em></p>
<p><em>cin-o zȃs dorului drag                      chi ha chiamato caro il </em>dor</p>
<p><em>umble pă păduri pribeag                  vada  a smarrirsi nel bosco</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Cine-o zȃs dorului dor                      Chi ha chiamato </em>dor<em> il </em>dor</p>
<p><em>n-ar putea durmi uşor                       non potrà dormire facilmente</em></p>
<p><em>nici pă cergă nici pă tol                    né sulla coperta né sul tappeto</em></p>
<p><em>numa pă pămȃntul gol                      ma solo sulla nuda terra</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il <em>dor</em>: la sproporzione tra l’immensità dell’universo e la nostra finitezza, la malinconia per le inesorabili cessazioni decretate dal destino, la rassegnazione per l’irreparabile che può ghermirci in qualsiasi istante, come sa bene chi ha subito una storia fatta di miserie, di sofferenze, di ingiustizie, di invasioni, di divisioni, di dittature. Ma il <em>dor</em> è un elemento spirituale ed estetico, non un tratto genetico; è legato alla storia umana come il benessere interiore è legato alla vita che conduciamo. Sono convinto che per ogni romeno la consapevolezza del dolore che la Storia ha inflitto alla Patria costituirà il fermento per una crescita, già in atto, nel segno della fecondità sociale, economica, culturale. I romeni non vogliono più nutrire dubbi su stessi, vogliono migliorare, vivere la loro libertà, esprimere tutte le potenzialità della loro magnifica terra e del loro spirito antico e fiero. Se si ama la Romania, non si può non sperare che il <em>dor</em>, nella sua accezione più dolorosamente pessimistica, rimanga la memoria storica di un difficile passato, l’eredità spirituale trasposta eternamente nelle note di un musicista, nelle immagini di un artista, nei versi di un poeta della terra di Eminescu.</p>
<p>Armando Santarelli</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Video intervista: Ioan Aurel Pop, Presidente dell&#8217;Accademia Romena</title>
		<link>https://culturaromena.it/video-intervista-ioan-aurel-pop-presidente-dellaccademia-romena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gabriel Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 May 2018 15:54:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Attività CCIR]]></category>
		<category><![CDATA[Calendario culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[Salone del Libro di Torino: Intervista Prof. Ioan Aurel POP - rettore dell'Università Babes-Bolyai di Cluj e Presidente dell'Accademia Romena. 
Presentazione: STORIA DELLA TRANSILVANIA, ed. Rediviva 2018. Autori: Ioan Aurel Pop e Ioan Bolovan.
Intervista a cura di Felicia videoreporter.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="SALONE DEL LIBRO DI TORINO Intervista con il Prof. Ioan Aurel Pop" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/1feGLn6uPtM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Salone Torino, il Presidente dell&#8217;Accademia Romena, I.A.Pop, presenta &#8220;Storia della Transilvania&#8221; ed. Rediviva Milano 2018</title>
		<link>https://culturaromena.it/salone-torino-il-presidente-dellaccademia-romena-i-a-pop-presenta-storia-della-transilvania-ed-rediviva-milano-2018/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2018 09:43:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli e Studi]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[Un messaggio di unità e ottimismo: così il Presidente dell'Accademia Romena e Rettore dell'Università Babes-Bolyai di Cluj-Napoca, Ioan Aurel Pop, in occasione della Festa dell'Europa, celebrata il 9 maggio. In un'intervista a Radio Romania Internazionale, il prof. Pop ha parlato del contributo del nostro Paese al progetto comunitario, in vista della Presidenza di turno del Consiglio UE, che la Romania assumerà nel primo semestre del 2019.  Il Presidente dell'Accademia ha fatto riferimento anche al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove il 12 maggio sarà presentata la "Storia della Transilvania", in traduzione italiana, un volume che ha scritto insieme al prof. Ioan Bolovan dell'Università di Cluj-Napoca. L'edizione italiana è stata pubblicata presso Rediviva, la prima editrice romena fondata in Italia, con il sostegno del Centro Culturale Italo-Romeno di Milano.  ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il 12 maggio, al Salone Internazionale del Libro di Torino, sarà presentata la &#8220;Storia della Transilvania&#8221;, firmata dal Presidente dell&#8217;Accademia Romena, Ioan Aurel Pop, e il prof. Ioan Bolovan.</strong></p>
<div class="picture "><a class="gallery cboxElement" href="http://rri.ro/newfiles/images/presidente-ioan-aurel-pop.png"><img decoding="async" src="http://rri.ro/newfiles/medium/presidente-ioan-aurel-pop.png" alt="salone torino, il presidente dell'accademia romena, i.a.pop, presenta storia della transilvania" data-src="/newfiles/medium/presidente-ioan-aurel-pop.png" /></a></p>
<h3 id="fototext">prof. Ioan Aurel Pop, Presidente dell&#8217;Accademia Romena e Rettore dell&#8217;Università Babes-Bolyai di Cluj-Napoca</h3>
</div>
<div class="body_text speciallinks">
<p>Un messaggio di unità e ottimismo: così il Presidente dell&#8217;Accademia Romena e Rettore dell&#8217;Università Babes-Bolyai di Cluj-Napoca, Ioan Aurel Pop, in occasione della Festa dell&#8217;Europa, celebrata il 9 maggio. In un&#8217;intervista a Radio Romania Internazionale, il prof. Pop ha parlato del contributo del nostro Paese al progetto comunitario, in vista della Presidenza di turno del Consiglio UE, che la Romania assumerà nel primo semestre del 2019.</p>
<p>Il Presidente dell&#8217;Accademia ha fatto riferimento anche al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove il 12 maggio sarà presentata la &#8220;Storia della Transilvania&#8221;, in traduzione italiana, un volume che ha scritto insieme al prof. Ioan Bolovan dell&#8217;Università di Cluj-Napoca. L&#8217;edizione italiana è stata pubblicata presso Rediviva, la prima editrice romena fondata in Italia, con il sostegno del Centro Culturale Italo-Romeno di Milano.</p>
<p>Inoltre, nella stessa intervista, il prof. Ioan Aurel Pop ha evocato la celebrazione del Centenario della Grande Unità della Romania, e ha ricordato i progetti che porterà avanti e promuoverà accanto ai colleghi della somma istituzione.</p>
<p>Eletto il 5 aprile scorso nella carica di Presidente dell&#8217;Accademia Romena, il prof. Ioan-Aurel Pop, Rettore dell&#8217;Università Babeş-Bolyai din Cluj-Napoca, ha svolto un&#8217;intensa attività come professore, storico e ricercatore. E&#8217; autore di numerosi libri, trattati e articoli, pubblicati nel Paese e all&#8217;estero. E&#8217; stato visiting professor alla Ca&#8217; Foscari di Venezia e all&#8217;Università di Trento, ma anche in Francia e negli Stati Uniti.</p>
<p>Lungo la sua carriera, è stato insignito di numerosi premi e riconoscimenti. Nel 2016 è diventato Commendatore dell&#8217;Ordine della Stella d&#8217;Italia. Nei giorni scorsi, l&#8217;Accademia Internazionale Mauriziana, che ha aperto una filiale a Cluj, inaugurata dal cardinale Francesco Monterisi, ha conferito al Presidente dell&#8217;Accademia Romena anche la sua Medaglia d&#8217;Oro.</p>
<p>Riportiamo le interviste rilasciate a Radio Romania Internazionale dal prof. Ioan Aurel Pop, in italiano e romeno.</p>
<p>http://rri.ro/it_it/salone_torino_il_presidente_dell_accademia_romena_i_a_pop_presenta_storia_della_transilvania-2581145</p>
<p><strong>Fonte. Radio Romania &#8211; redazione italiana</strong></p>
<p><strong>Realizatore: Iuliana Anghel </strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-3030" src="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Front-Cover-Web-1-600x316.jpg" alt="" width="600" height="316" srcset="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Front-Cover-Web-1-600x316.jpg 600w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Front-Cover-Web-1-768x404.jpg 768w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Front-Cover-Web-1-1024x539.jpg 1024w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Front-Cover-Web-1-227x120.jpg 227w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Front-Cover-Web-1-970x511.jpg 970w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2018/04/Storia-della-Transilvania-Front-Cover-Web-1-468x246.jpg 468w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>In uscita il libro:  &#8220;Come fratelli &#8211; La fratellanza italo-romena a dieci anni dall&#8217;adesione all&#8217;Unione Europea&#8221; ed. Unicopli</title>
		<link>https://culturaromena.it/in-uscita-il-libro-come-fratelli-la-fratellanza-italo-romena-a-dieci-anni-dalladesione-allunione-europea-ed-unicopoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 09:29:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>
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					<description><![CDATA["Come fratelli" è il titolo del primo libro scritto da italiani di origine romena che parla d'integrazione nel Bel Paese. La presenza dei romeni in Italia è il più grande fenomeno migratorio di successo proveniente da un paese dell'Unione Europea mai avvenuto nella storia italiana! Un libro dedicato a più di un milione di persone che lavorano, studiano e contribuiscono all'economia e alla società italiana. Edizioni Unicopli di Milano pubblicherà a ottobre 2017 nella collana Occasioni il volume anniversario sulla fratellanza italo-romena a dieci anni dall'ingresso nell'Unione Europea e a 60 anni dal trattato di Roma.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>A 10 anni dall&#8217;ingresso della Romania nell&#8217;Unione Europea e a 60 anni dal trattato di Roma,</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>&#8220;<u>COME FRATELLI</u>&#8221; &#8211; IL PRIMO LIBRO CHE PARLA DELLA COMUNITÀ STRANIERA PIÙ NUMEROSA IN ITALIA</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il prossimo ottobre, sarà pubblicato da EDIZIONI UNICOPLI di Milano e distribuito a livello nazionale, il libro di Marian Mocanu e Irina Niculescu, intitolato &#8220;Come fratelli &#8211; La fratellanza italo-romena a dieci anni dall&#8217;adesione all&#8217;Unione Europea&#8221;. Sarà il primo libro che affronta il complesso tema della minoranza romena che vive oggi in Italia e il suo percorso d&#8217;integrazione. Il volume di 227 pagine è suddiviso in sei capitoli e contiene 30 interviste esclusive realizzate dagli autori a varie personalità italiane e romene, fra cui Gianni Alemanno, Sergio Chiamparino, Franco Frattini, i commissari europei Corina Cretu e Leonard Orban, Mario Moretti Polegato e Flavio Tosi. </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;<strong><em>Come fratelli</em></strong>&#8221; è il titolo del primo libro scritto da italiani di origine romena che parla d&#8217;integrazione nel Bel Paese. La presenza dei romeni in Italia è il più grande fenomeno migratorio di successo proveniente da un paese dell&#8217;Unione Europea mai avvenuto nella storia italiana! Un libro dedicato a più di un milione di persone che lavorano, studiano e contribuiscono all&#8217;economia e alla società italiana. Edizioni Unicopli di Milano pubblicherà a ottobre 2017 nella collana Occasioni il volume anniversario sulla fratellanza italo-romena a dieci anni dall&#8217;ingresso nell&#8217;Unione Europea e a 60 anni dal trattato di Roma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il punto forte del libro &#8220;<strong>Come fratelli</strong>&#8221; sono le 30 interviste esclusive realizzate dagli autori a varie personalità italiane e romene. I protagonisti coinvolti nell&#8217;ondata migratoria dei romeni in Italia, prima e dopo l&#8217;ingresso della Romania nell&#8217;Unione Europea, raccontano la loro esperienza in questo volume.</p>
<p>Ecco anche altri nomi: <strong><em>Ileana Popovici </em></strong>(personalità della cultura romena), <strong><em>Andrea Fabiano</em></strong> (direttore Rai Uno), <strong><em>Mons. Anton Lucaci</em></strong> (responsabile Radio Vaticana), <strong><em>Maurizio Molinari</em></strong> (direttore del quotidiano “La Stampa”), <strong><em>Andrea Orlandini</em></strong> (fondatore e presidente di Extrabanca), <strong><em>Silvia Saini Damato</em></strong> (Fondazione Bambini in Emergenza Onlus), <strong><em>S.E. Rev. Mons. Siluan</em></strong> (Vescovo della Diocesi Ortodossa Romena d&#8217;Italia), <strong><em>Massimo Pollio</em></strong> (Console Onorario della Romania a Genova), <strong><em>Sorina Soare</em></strong> (Ricercatrice Università di Firenze), <strong><em>Giuseppe Fossati</em></strong> (Consigliere Comune di Imperia), <strong><em>Sorin Cehan</em></strong> ( Direttore giornale “Gazeta Romaneasca”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;<strong><em>Come fratelli</em></strong>&#8221; affronta anche nelle sue interviste diverse tematiche di grande attualità e interesse nazionale ed europeo, ecco alcuni estratti del libro:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>S.E. Rev Mons. Siluan</em></strong> &#8211; Vescovo della Diocesi Ortodossa Romena d&#8217;Italia: “<em>Secondo le nostre statistiche realizzate nelle parrocchie negli ultimi sei anni, ogni anno vengono battezzati in Italia circa 10.000 bambini cristiani ortodossi. Questo significa circa 60.000 bambini che vivono in Italia con le loro famiglie e frequentano la religione cristiana ortodossa. (&#8230;)Quindi la nostra attuale prospettiva è di educare questa generazione nella vita cristiana e mantenere le nostre tradizioni romene per trasmetterle alle generazioni future. Se noi oggi non facciamo bene i compiti, se non ci occupiamo dei bambini e dei giovani che formeranno nuove famiglie, praticamente non avremo futuro.&#8221; </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong><em>Monsignor Anton Lucaci,</em></strong> Responasabile Radio Vaticana e comunità religiose romano-cattoliche &#8211; &#8220;<em>Rimango alla mia convinzione: la forza straordinaria delle comunità religiose che si concretizzano in unità di preghiera e fraternità. Riceviamo dalla società italiana, però dobbiamo mantenere l&#8217;identità culturale e il patrimonio religioso. </em></p>
<p><em>Vorrei consigliare le nostre comunità di avere coesione e aiutarsi reciprocamente, non isolarsi. Chi si isola rischia di perdersi. Alle famiglie vorrei ribadire di formare la chiesa della famiglia, da lì parte la fede.&#8221;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Corina Cretu,</em></strong> attuale Commissario Europeo per le politiche regionali: <em>“La politica europea lavora non solo per colmare le differenze tra i vari paesi ma anche tra le regioni dello stesso stato.”<br />
</em><br />
<strong><em>Leonard Orban</em></strong>, già Commissario Europeo per il multilinguismo: “<em>Ho menzionato lo sfaldamento est-ovest nel contesto delle crisi con cui si confronta l’Unione Europea, la crisi dei migranti, dove esistono discussioni serie fra gli stati dell’est ed alcuni dell’ovest riguardo alla ricollocazione dei rifugiati.</em>”<br />
“<em>Se guardiamo quelli che arrivano in Italia possiamo constatare che ci sono pochi rifugiati: pochi siriani, iracheni, cittadini dell’Eritrea. La stragrande maggioranza sono migranti economici dall’Africa. Dal punto di vista della legislazione europea, le possibilità per ottenere asilo nell’Unione Europea sono estremamente limitate. Gran parte di quelli che arrivano in Italia dovrebbero essere rimandati nei paesi d’origine, però il processo è complicato. Bisogna fare progressi, affinché gli stati d’origine possano riaccettare i loro cittadini indietro.</em>”<br />
<strong><em>Franco Frattini &#8211;</em></strong> “<em>La Romania ha un ruolo strategico e geo-strategico molto importante. La frontiera del Mar Nero è una frontiera attraverso la quale passano il crimine organizzato, flussi d&#8217; immigrazione illegale, purtroppo il rischio del terrorismo esiste. Quindi, la Romania ha un ruolo sempre più importante di protezione del sud-est europeo. Per questo, l’Unione Europea deve molto aiutare la Romania rendendosi conto che quella è una frontiera geografica che dev’essere custodita molto opportunamente. La Romania avrà un’occasione molto presto, tra 3 anni, quella di presiedere l’Unione Europea per 6 mesi. Questa sarà una prova molto importante per dimostrare la forza e la capacità di questo paese.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Maurizio Molinari </em></strong>– Direttore del quotidiano La Stampa: “<em>I romeni sono in gran parte integrati. In una città come Torino costituiscono il primo gruppo, quello più organizzato e il più integrato. Nella grande chiesa che c’è sulla piazza Carlina si riuniscono, insomma, appartengono ormai al tessuto sociale della città. Però questo è il risultato di un percorso molto lungo. Non è stato ne una cosa semplice, ne facile.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Sergio Chiamparino &#8211; </em></strong>“<em>Le nazioni dell’Europa orientale sono certamente parte integrante della futura Europa, e sono anche quelle che, per ovvie ragioni, sono destinate ad avere i benefici maggiori dall’integrazione in termini d&#8217;investimenti. Naturalmente bisogna che la loro partecipazione alla vita comunitaria sia bilanciata, anche nei doveri di accoglienza verso i migranti. Per questo sono da condannare posizioni come quella espressa dal governo ungherese, che mirano a ricevere dall’Europa solo i benefici, rifiutando di farsi carico di un processo di accoglienza che è invece fondamentale per il futuro dell’Europa stessa.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I sei capitoli del volume descrivono la comunità romena puntando la luce su particolari distinti: la fratellanza storica fra i due popoli, gli aspetti economici, religiosi, i risvolti socio-culturali, la partecipazione politica e l&#8217;immagine dei romeni attraverso lenti mediatiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Insieme alle interviste di personaggi di rilievo nazionale e internazionale, &#8220;<strong><em>Come fratelli</em></strong>&#8221; contiene molte testimonianze d&#8217;immigrati romeni di successo che vivono in Italia. Inoltre, gli autori sono italiani di origine romena, due storie d&#8217;integrazione conosciute nella minoranza che fa da protagonista. Il volume è stato scritto con la collaborazione di Marco Baratto, storico italiano specializzato in relazioni italo-romene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un libro che fa riflettere sul passato, presente e il futuro comune dell&#8217;Italia e della Romania in un&#8217;Europa unita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;<strong>Come fratelli</strong>&#8221; potrà essere acquistato da ottobre in tutta Italia ed è già prenotabile su Amazon e siti online della Feltrinelli, Hoepli, Mondadori ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>https://www.libreriauniversitaria.it/fratelli-fratellanza-italo-romena-10/libro/9788840019598</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><u>Autori</u></p>
<p><strong>Marian Mocanu</strong>, classe 1971, vive in Liguria da 23 anni. Già Presidente della Lega dei Romeni in Italia, candidato al Senato della Romania per il Collegio Estero, è impegnato da molti anni a sostegno dei diritti dei cittadini romeni nella società italiana. Dal 2004 lavora contro la discriminazione e per la promozione della Romania. Presente con le sue campagne nei media (tre volte ospite di Bruno Vespa su Rai1, sul TG5 di Canale 5, Italia sul due di Rai2, ma anche Radio Capital, Corriere della Sera, Il Giornale, La Repubblica, Libero, il Secolo XIX, Il Sole 24 Ore). Con <em>Europei per l&#8217;Italia</em> ha proposto una modifica di legge a favore dell&#8217;iscrizione automatica dei cittadini europei sulle liste elettorali.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Irina Niculescu, </strong>classe 1979, vive in Piemonte dal 2004. Laureata in Giornalismo e Scienze della Comunicazione a Bucarest, ha lavorato come giornalista e pubblicitaria. In Italia ha collaborato attivamente con l&#8217;associazione socio-culturale <em>Ovidio</em>, la <em>Lega dei Romeni</em> e altre, per la promozione della storia romena.</p>
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		<item>
		<title>Romeni in Italia: Violeta Popescu «Il missionarismo culturale tra Romania e Italia»</title>
		<link>https://culturaromena.it/romeni-in-italia-violeta-popescu-il-missionarismo-culturale-tra-romania-e-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2017 10:14:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[Violeta Pătrunjel Popescu è a Milano dal 2004. Si è trasferita con il marito e ora vive, con due figli, ad Arcore. Occhi azzurrissimi, pronuncia italiana quasi perfetta, è tra i fondatori del Centro Culturale Italo-Romeno di Milano. Un’idea nata nel 2008 da un gruppo di volontari romeni con una convinzione: il modo migliore per creare aggregazione e far conoscere il proprio Paese è tramite la cultura. Violeta è instancabile, onnipresente a ogni incontro, presentazione, mostra: l’entusiasmo per il proprio Paese e per l’interculturalità traspare da ogni parola o sguardo. È originaria di Braşov, in Transilvania: i genitori, nati negli anni ’40 del secolo scorso, all’epoca di Nicolae Ceaușescu lavoravano in fabbrica in condizioni durissime e Violeta, prima di andare a scuola, alle sette del mattino, conduceva al pascolo le mucche, portando con sé dei libri da leggere. Vivere in campagna però era una fortuna: il cibo non mancava mai. In Romania Violeta si è occupata di museografia e ricerca storica, ha insegnato e a Milano è impegnata come mediatrice culturale, con numerosi saggi all’attivo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista tratta dal volume “Milano Multietnica”, ed. Meravigli, Milano: autori Donatella FERRARIO e Fabrizio PESOLI</strong></p>
<p>Violeta Pătrunjel Popescu è a Milano dal 2004. Si è trasferita con il marito e ora vive, con due figli, ad Arcore. Occhi azzurrissimi, pronuncia italiana quasi perfetta, è tra i fondatori del Centro Culturale Italo-Romeno di Milano. Un’idea nata nel 2008 da un gruppo di volontari romeni con una convinzione: il modo migliore per creare aggregazione e far conoscere il proprio Paese è tramite la cultura. Violeta è instancabile, onnipresente a ogni incontro, presentazione, mostra: l’entusiasmo per il proprio Paese e per l’interculturalità traspare da ogni parola o sguardo. È originaria di Braşov, in Transilvania: i genitori, nati negli anni ‘40 del secolo scorso, all’epoca di Nicolae Ceaușescu lavoravano in fabbrica in condizioni durissime e Violeta, prima di andare a scuola, alle sette del mattino, conduceva al pascolo le mucche, portando con sé dei libri da leggere. Vivere in campagna però era una fortuna: il cibo non mancava mai. In Romania Violeta si è occupata di museografia e ricerca storica, ha insegnato e a Milano è impegnata come mediatrice culturale, con numerosi saggi all’attivo.</p>
<p><em><strong>Violeta, a quando risale l’arrivo in Italia dei romeni?</strong></em></p>
<p>Un primo arrivo, per lo più di intellettuali, si registra negli anni ‘70, quando il dittatore Ceaușescu ha concesso un po’ di libertà agli uomini di cultura: questi venivano in Italia e non tornavano più e se tornavano non potevano più uscire. Si trattava soprattutto di artisti, ballerini, coreografi, musicisti… Come Marinel Stefanescu, il grande coreografo, giunto in Italia negli anni ‘70 come ballerino, che ha danzato per anni con Liliana Cosi, alla Scala e in tutta Europa e che, nel 1977, ha fondato l’Associazione Balletto Classico di Reggio Emilia. Stefanescu ha poi chiamato tanti ballerini romeni in Italia, che, negli anni ‘80, hanno creato a loro volta altre scuole di danza, come Gheorghe Iancu – spesso al fianco di Carla Fracci – e Loreta Alexandrescu, docente di ballo alla Scala. Un altro grande nome è quello di Camilian Demetrescu, scomparso nel 2012, i cui arazzi sono esposti in Vaticano. Con la caduta del Muro di Berlino c’è stata la seconda ondata: i romeni arrivavano non più per sfuggire alla dittatura ma per trovare un lavoro. Per lo più in Lazio e in Piemonte, poi in Lombardia.</p>
<p><em><strong>Perché l’Italia?</strong></em></p>
<p>A scuola ci insegnavano che l’Italia era la nostra sorella maggiore – come la Francia –studiavamo i grandi compositori italiani, fin dalle medie, la lingua è simile alla nostra, il ceppo è lo stesso. Siamo cresciuti con l’idea che l’Italia e la Francia fossero Paesi molto accoglienti, anche dal punto di vista linguistico. Ci dicevamo: «in romeno noi diciamo buna seara, in italiano “buona sera”. Che bello, così simile!». Un grande intellettuale piemontese, Giovenale Vegezzi-Ruscalla, studioso della Romania, tornando in Italia ha pubblicato un libro che definisce la Romania “l’altra Italia”. Abbiamo sempre trovato tanti punti di riferimento qui. Ci sembrava il luogo ideale: questa tradizione comune, la lingua simile… Poi Milano è la città dove hanno abitato o sono transitate importanti figure della storia romena: dal principe Iancu di Hunedoara (1407-1456) in rapporti con Francesco Sforza; al soprano Hariclea Darclée (1860-1939), al quale Puccini ha dedicato l’aria “Vissi d’arte, vissi d’amore” della Tosca; a Simion Bărnuțiu (1808-1864), importante figura del movimento del 1848.</p>
<p><em><strong>Cosa significa “integrazione”?</strong></em></p>
<p>La Transilvania, dove sono nata, è una regione multietnica: ho sempre dovuto “guardare l’altro”, non è facile farlo, ci vuole esercizio, devi approfondire. <strong>Se parti dai pregiudizi non riesci a dialogare.</strong> Da noi vivono tedeschi, ungheresi, turchi, ci sono tante comunità: lo chiamerei un “esercizio dell’armonia”, un esercizio democratico. Questa è la nostra anima. Poi è arrivata la dittatura che era come una gabbia, una sofferenza, non solo economica – non avevamo da mangiare – ma proprio per la privazione della libertà: la gente voleva leggere, conoscere, informarsi e non poteva.</p>
<p><em><strong>I primi romeni giunti in Italia hanno portato la famiglia?</strong></em></p>
<p>Negli anni ‘70 sì. Sono diventati cittadini italiani e sono riusciti a riunirsi. Per la seconda ondata, la più consistente, espatriata per motivi economici, è stato tutto più difficile.</p>
<p><em><strong>Perché Milano?</strong></em></p>
<p>Un giorno ho incontrato in chiesa una donna romena appena arrivata a Milano e ho iniziato a farle delle domande: «Perché sei venuta proprio qui?». Mi ha risposto: «Mia cugina mi ha spiegato che si può trovare lavoro: eccomi». Arrivano così… La chiesa rimane un punto di riferimento fondamentale per la comunità romena. Non solo per l’esercizio della fede, ma per riascoltare anche il suono della propria lingua, rial-lacciare dei rapporti con la comunità, per trovare lavoro. Per molti ha funzionato il passaparola. Uno ha iniziato a lavorare e poi ha chiamato un altro parente, e così via. Hanno fatto così. Non è stata una cosa programmata.</p>
<p><em><strong>Qual è la sua storia?</strong></em></p>
<p>Sono fortunata, non ho scelto di venire in Italia per cercare un’occupazione. Ho seguito mio marito, romeno, che è venuto in Italia con un contratto di lavoro. È vero che ho dovuto iniziare tutto daccapo, in Romania insegnavo, lavoravo presso l’Istituto di ricerca storica, ero soddisfatta del mio lavoro. In Italia ho rimesso tutto in discussione. Ho avuto la fortuna di conoscere il professor Giorgio Galli dell’Università degli Studi di Milano che ha scritto le prefazioni dei miei primi libri. È lui che mi ha invogliato a svolgere questo tipo di missionarismo culturale tra i nostri Paesi. Alla fine ho fondato nel 2008 il Centro Culturale Italo- Romeno: sia per venire incontro alle esigenze di chi vive la diaspora e non vuole perdere le radici, sia per far conoscere la Romania. È da notare un grande potenziale culturale, artistico e scientifico da parte della comunità romena che vive in Italia – artisti, musicisti, medici, scienziati, ingegneri – che offre un importante contributo alla società italiana. Il nostro centro è culturale. Perché, per me, la cultura è il mezzo per farsi conoscere, la cultura è per l’anima e l’anima non ha un colore, è per tutti. Ho trovato un riscontro sempre molto positivo: tutte le manifestazioni sono ideate per conservare l’identità culturale romena, promuovere la Romania in Italia e anche per continuare i nostri rapporti tradizionali, come Paesi rimasti divisi da decenni di dittatura: vorrei che riprendesse il dialogo dove si è interrotto. <strong>La nostra attività è volontaria e vive delle nostre tasche: non è finanziata dallo stato romeno. Siamo in dieci: cinque per la casa editrice, la Rediviva, e cinque per il centro culturale, più altri che aiutano</strong>. Il risultato di tutto questo lavoro è rappresentato da oltre 250 eventi a Milano e in Lombardia – presentazioni di libri, conferenze, mostre, varie collaborazioni con le biblioteche italiane, le università, le associazioni ecc.</p>
<p><em><strong>Rimane tra voi romeni un legame qui a Milano?</strong></em></p>
<p>Il Centro è un punto di riferimento culturale sia per i romeni che per gli italiani interessati a conoscere la Romania. Tengo molto alla presenza dei giovani e al loro coinvolgimento. Mi stupiscono la voglia e l’interesse degli studenti italiani di entrare in contatto con il nostro Centro culturale. Il frutto di questa collaborazione è rappresentato dalle loro tesi di ricerca etnografica, sociologica, letteraria.</p>
<p><em><strong>Chi è a Milano pensa di ritornare in Romania in futuro?</strong></em></p>
<p>La crisi ha cambiato moltissimo le prospettive. Ci sono famiglie che sono rientrate. Se possiedi una casa in Romania ritorni. È vero che se hai un bambino nato qui e che è già inserito in un percorso scolastico è difficile. I romeni rimpatriano in estate, soprattutto, d’inverno fa freddo. Si passano i mesi estivi con i nonni e i parenti. Si riallacciano anche fisicamente i rapporti con le proprie origini.</p>
<p><em><strong>E la lingua?</strong></em></p>
<p>Il patrimonio linguistico purtroppo va perdendosi: i genitori per lo più non hanno tempo, poi dipende dalla famiglia. In casa parlo la lingua materna: quella con cui ho conosciuto il mondo. In chiesa si parla in romeno; quando entri in chiesa hai un contatto più diretto con la tua patria, ti ricordano il battesimo, il matrimonio, i tuoi morti. Un legame che, per la seconda generazione, va annullandosi. Ci sarà una pagina bianca. Perché, di fatto, è una generazione che non ha nessun contatto con la Romania. Anche se la seconda generazione, secondo alcuni studi, ha la tendenza a ricercare le proprie radici.</p>
<p><em><strong>Perché la maggioranza delle lavoratrici romene trova impiego come badante?</strong></em></p>
<p>Forse per molte sembra la strada più facile per trovare lavoro: alcune non hanno finito il liceo, ma ci sono badanti con la laurea e molte infermiere romene in tutti gli ospedali. In Romania c’è una scuola infermieristica molto seria, sono molto preparate.</p>
<p><em><strong>Quali sono i suoi studi?</strong></em></p>
<p>Mi sono laureata in Storia e Filosofia all’Università Babes-Bolyai di Cluj-Napoca, poi in Teologia-Scienze sociali presso l’Università Lucian Blaga di Sibiu, ho conseguito un master in Studi storici europei all’università di Bucarest e ora sto seguendo un dottorato di ricerca. I nostri genitori erano molto preoccupati affinché i loro figli studiassero, nonostante tutte le difficoltà e i disagi. Sono riuscita a ottenere una borsa di studio: così non pesavo sui genitori. Era difficile ma una volta ammessa eri a posto. Ma era dura! Tutti i sabati e le domeniche ero in biblioteca alle 8.30 del mattino. Era faticoso tenere il passo: dovevi essere responsabile. A 18 anni, con mia sorella, sono andata via da casa, d’accordo con i genitori: da sole gestivamo la nostra vita. Non c’era tempo per divertirsi. Certo, con l’università si andavano a sentire i concerti e a vedere gli spettacoli teatrali. Ma poi studio, studio e basta. Ho insegnato per anni. Ho due figli nati qui. Non è stato facile. Forse aver preso la vita nelle proprie mani così presto ha aiutato. Ho certo un’infanzia molto diversa da quella dei miei figli, alla mattina con le mucche al pascolo prime di andare a scuola! E con i figli ora è molto differente. Sembra un’altra vita qui. Li ho portati dai miei genitori d’estate: hanno visto le mucche, i cavalli… Mi hanno detto: «Davvero non avevi niente?», «No, mi inventavo le cose, i giochi», «Ma allora non eri felice?», «No, ero molto felice!». È cambiato tutto da una generazione all’altra.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>“Milano, ponte economico e culturale tra Italia e Romania: intervista dott. George Bologan</title>
		<link>https://culturaromena.it/milano-ponte-economico-e-culturale-tra-italia-e-romania-intervista-dott-george-bologan-ambasciatore-della-romania-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jun 2016 11:08:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[George Gabriel Bologan, già console generale a Milano, è  il nuovo ambasciatore della Romania. Un incarico nel quale rappresenta non solo il suo paese, ma anche gli oltre un milione e centotrentamila romeni che vivono in Italia e che costituiscono la più importante e numerosa comunità straniera. Il neo-ambasciatore ha studiato a Roma, dove ha anche lavorato come vaticanista. Quindi è entrato al Ministero degli Affari Esteri come addetto culturale presso l’Ambasciata di Romania, contribuendo alla realizzazione della mostra “Ori antichi della Romania. Prima e dopo Traiano”, allestita presso i Mercati Traianei, occasione nella quale sono stati portati da Bucarest preziosi artefatti del Tesoro Nazionale romeno.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>George Gabriel Bologan, già console generale a Milano, è  il nuovo ambasciatore della Romania. Un incarico nel quale rappresenta non solo il suo paese, ma anche gli oltre un milione e centotrentamila romeni che vivono in Italia e che costituiscono la più importante e numerosa comunità straniera. Il neo-ambasciatore ha studiato a Roma, dove ha anche lavorato come vaticanista. Quindi è entrato al Minis</strong>tero degli Affari Esteri come addetto culturale presso l’Ambasciata di Romania, contribuendo alla realizzazione della mostra “Ori antichi della Romania. Prima e dopo Traiano”, allestita presso i Mercati Traianei, occasione nella quale sono stati portati da Bucarest preziosi artefatti del Tesoro Nazionale romeno.</p>
<div class="imagePost leftImage">
<p>&nbsp;</p>
<div><strong>George Gabriel Bologan, neo-ambasciatore di Romania in Italia</strong></div>
</div>
<p>Segue il primo incarico istituzionale come console generale a Milano nel giugno 2012. Da allora un periodo intenso, nel quale ha sostenuto iniziative e progetti per rafforzare l’identità culturale e linguistica romena e per far conoscere più da vicino il suo paese e il ruolo che svolge in Europa. E’ grazie al suo interessamento che Milano ha potuto ospitare eventi culturali di grande livello, come la mostra documentaria “I Romeni e la Grande Guerra” a  Palazzo Cusani nel 2014, e numerose serate concertistiche, tra tutte ricordiamo quella dedicata a  George Enescu ’60 che ha s<em>ancito l’epilogo della partecipazione della Romania ad Expo. Importante anche il suo sostegno alle iniziative letterarie, in partenariato con l&#8217;Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia, il Centro Culturale Italo- Romeno ed Edizioni Rediviva.</em></p>
<p>Ho intervistato George Gabriel Bologan prima della sua partenza per Roma, quasi in concomitanza con la visita ufficiale del presidente della repubblica Mattarella il 13 e 14 giugno a Bucarest.</p>
<p><strong><em>Partiamo da Milano. Può fare un bilancio della sua esperienza di console?</em></strong></p>
<p>«Sono stato console generale in un periodo molto significativo per la città che ha ospitato le riunioni informali della Presidenza italiana all’UE, il summit Asia-Europa, l’EXPO e, da ultimo, la finale di Champions League. È stato impegnativo, ma certamente stimolante per me poter partecipare a questi grandi eventi. Durante il mio mandato la Romania è stata scelta come membro nel Comitato di Presidenza del Corpo Consolare di Milano, il più numeroso al mondo».</p>
<p><strong><em>E i rapporti con le istituzioni milanesi?</em></strong></p>
<p>«Posso dire che c’è stato un buon gioco di squadra. L’ho constatato personalmente in occasione del mio saluto alla città, lo scorso 30 maggio, quando il prefetto di Milano, Alessandro Marangoni, ha annunciato la mia prossima carica di ambasciatore di Romania a Roma. Ho sempre creduto che gli stati membri dell’Unione Europea e le nostre comunità abbiano bisogno di pragmatismo e che le istituzioni debbano, per prime, dare un buon esempio di comunicazione tra di loro. E questo a Milano è accaduto. Vorrei anche ricordare i rapporti con la comunità romena di Milano e  il sostegno alle molte iniziative culturali ed economiche».</p>
<p><strong><em>Come giudica i rapporti a livello politico tra Italia e Romania?</em></strong></p>
<p>«La Romania e l’Italia sono partner strategici, e già questo dice molto sui nostri rapporti politici e diplomatici. L’Italia è il secondo partner commerciale della Romania. I nostri contingenti sono fianco a fianco in varie operazioni per la difesa dei valori comuni e di coloro che sono più indifesi. Poi, sono molto importanti i rapporti di affinità culturale e storica tra i nostri paesi. Pochi sanno che a Roma si sono messe le basi della Scuola Latinista dalla Transilvania, che ridestò la coscienza civile e la dignità romena, o conoscono la ricca corrispondenza tra i patrioti risorgimentali italiani e la classe politica romena o i romeni garibaldini, o, infine, i tanti italiani che dal secolo XIX° hanno lavorato nel nostro paese perché erano meglio retribuiti e avevano possibilità di sviluppo. Oggi la comunità italiana dalla Romania ha un posto di deputato nel Parlamento. E, dall’altra parte, la comunità romena in Italia contribuisce non solo al PIL italiano ma anche all’interscambio culturale e alla ricerca».</p>
<p><em>L’attività imprenditoriale italiana in Romania è tra le più rilevanti. Come giudica questa presenza?</em></p>
<p>«La Romania è un mercato attraente per l’imprenditoria italiana, e non è, la mia, un’affermazione di forma, lo dimostrano le statistiche e i tanti casi di successo. Nel 2015, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, l’intercambio commerciale tra la Romania e l’Italia è stato di 13,64 miliardi di euro, con una crescita di 8,55% rispetto il 2014. All’inizio di quest’anno in Romania erano registrate più di 41.700 società con capitale italiano. Se guardiamo alla crescita economica del nostro paese, vediamo che è da diversi anni tra le più alte nei paesi dell’Unione: la Commissione Europea prevede un incremento del 3,9% del PIL romeno nel 2016, dopo quello di 3,6% nel 2015. Da quest’anno è anche prevista la riduzione dell’IVA dal 24 al 20%, mentre l’aliquota unica è del 16%, tra le più basse e attraenti nell’UE. Agli imprenditori più intraprendenti ricordo la possibilità di partecipare ai fondi strutturali per l’esercizio finanziario 2014-2020. Sono consapevole che serve coraggio, ma ci sono opportunità che passano e non tornano più: settori come quello agricolo, del turismo e dell’informatica e delle tecnologie innovative offrono oggi molte opportunità irrepetibili per chi è interessato a volerle cogliere».</p>
<p><strong>ANTONIO BUOZZI</strong></p>
<p><strong>FONTE: </strong></p>
<p><strong>http://www.lettera43.it/blog/l-argonauta/cultura-societa/in-romania-oltre-4100-aziende-a-capitale-italiano-per-chi-vuole-investire-e-il-momento_43675249180.htm</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Radu Mihaileanu e La sorgente dell’amore</title>
		<link>https://culturaromena.it/radu-mihaileanu-e-la-sorgente-dellamore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Violeta Popescu]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2015 01:08:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[La sorgente di una donna è l’amore. La sorgente di una donna è il suo uomo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>&nbsp;</p>
<p>La sorgente di una donna è l’amore. La sorgente di una donna è il suo uomo.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Radu Mihaileanu, il regista dei deliziosi <strong><em>Train de vie</em></strong> e <strong><em>Il concerto</em></strong>, indaga l’identità culturale anche nel suo nuovo film La sorgente dell’amore (dal 9 marzo nelle sale), in concorso nel 2011 al Festival di Cannes. Questa volta ci porta in un villaggio del Maghreb dove le donne, secondo tradizione, raccolgono l’acqua da una fontana in cima alla montagna, uno sforzo che causa spesso aborti spontanei. I mariti stanno a guardare. L’unica ad alzare la voce è Leila (Leila Bekhti), una ragazza venuta dal Sud del paese, sposata con l’insegnante Sami (Saleh Bakri), che propone alle donne di fare lo sciopero dell’amore fino a quando gli uomini non si occuperanno dell’approvvigionamento dell’acqua. Ovviamente la cosa crea scompiglio in una comunità rurale in cui la figura femminile viene confinata al ruolo di madre (“sono le dirette responsabili del ciclo della vita”, commenta il regista) e a cui non è permesso intromettersi nelle faccende sociali. Leila è portavoce di un malessere e allo stesso tempo leader di un “movimento” di emancipazione che provocherà uno scontro con l’Imam della cittadina.</p>
<div id="attachment_288" style="width: 810px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://ecbiz172.inmotionhosting.com/~cultur53/wp-content/uploads/2015/06/La-sorgente-dell-amore-di-Radu-Mihaileanu.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-288" class="size-full wp-image-288" src="http://ecbiz172.inmotionhosting.com/~cultur53/wp-content/uploads/2015/06/La-sorgente-dell-amore-di-Radu-Mihaileanu.jpg" alt="La sorgente dell'amore di Radu Mihaileanu" width="800" height="480" srcset="https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2015/06/La-sorgente-dell-amore-di-Radu-Mihaileanu.jpg 800w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2015/06/La-sorgente-dell-amore-di-Radu-Mihaileanu-600x360.jpg 600w, https://culturaromena.it/wp-content/uploads/2015/06/La-sorgente-dell-amore-di-Radu-Mihaileanu-468x281.jpg 468w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a><p id="caption-attachment-288" class="wp-caption-text">La sorgente dell&#8217;amore di Radu Mihaileanu</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> Qual è il motivo per il quale ha scelto di ambientare questo film in un villaggio arabo e non in quello di un’altra cultura?<br />
</strong><br />
Innanzi tutto questa storia è ispirata da un fatto realmente accaduto in un villaggio turco e di conseguenza la cultura che dovevo analizzare era necessariamente quella arabo musulmana. Al tempo stesso avrei potuto parlare delle problematiche relative ai fondamentalismi e del, non meno trascurabile, problema della mancanza d’acqua che da reale fonte di vita è anche metafora di una siccità dei sentimenti.</p>
<p><strong>La frase finale del film è “la sorgente di una donna è l’amore. La sorgente di una donna è il suo uomo”. Guardando il film è assolutamente chiaro che le donne non lottano contro l’uomo, ma contro un sistema patriarcale e marito centrico. Perché, mi chiedo, far concludere il film con questa frase?<br />
</strong><br />
La “guerra” delle donne nel mio film non è quella verso i propri mariti, con i quali vorrebbero essere il centro del loro stesso universo, ma contro le opinioni stantie di certi uomini che la pensano altrimenti. Tutte le lotte che ha intrapreso il Movimento Femminista, devono essere viste più come una ricerca di quella parità dei diritti che faccia vivere in equilibrio entrambi. In alcune culture quella proporzionata conciliazione è definita con due termini: Yin e Yang. La vera diatriba scaturisce dalla mancanza di uguaglianza, laddove lo scipero dell’amore è prima di tutto un sacrificio per le donne stesse, le quali non desiderano privarsi ne dell’amore ne tantomeno del desiderio nei confronti del proprio uomo.</p>
<p><strong>C’è un personaggio aggiuntivo nei suoi film, ed è interpretato dalla musica; strumento con il quale lei ha la possibilità di far chiarezza su alcune situazioni. In questo film è assolutamente preponderante e funzionale alla storia.<br />
</strong></p>
<p>Io ritengo che la musica sia, tra le diverse forme artistiche, quella che più di ogni altra abbia la libertà di esprimere dei sentimenti che arrivino in maniera universale ad ognuno di noi. La musica è, infatti, allo stesso tempo strumento per l’identità di un popolo, poiché svincolata dalle problematiche legate al linguaggio. E’ radicata nella tradizione di ogni comunità. La cultura arabo-berbera da alla propria musica un significato talmente importante dal “costringermi” ad inserirla come elemento dominante.</p>
<p><strong>Una delle caratteristiche principali del suo cinema è quella di saper equilibrare sapientemente il tragico con il comico. Qual è la sua ricetta?</strong></p>
<p>Più che una ricetta, forse, bisognerebbe ringraziare il dittatore sotto il quale sono cresciuto: Ceausescu. Egli mi ha fatto vivere in un ambiente dove il miglior antidoto alla tragicità della situazione era quello di riderci sopra. Essendo insostenibile l’orrore che avevamo di fronte, utilizzavamo l’umorismo come ossigeno per andare avanti. Io penso sia il modo migliore, e a conferma di questo, molto dopo ho scoperto che l’ironia era il sentimento con il quale reagivano i prigionieri dei campi di concentramento. In realtà in tutti i miei film l’evento scatenante è tragico (in questo caso specifico è la morte di un bambino), ma da questo cerco di dimostrare come  la forza dell’animo umano sia capace di superare e reagire ad ogni difficoltà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/M85dWnqihNg" width="640" height="360" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<p><strong>Mihaileanu tra &#8220;specificità geografica e valenza universale&#8221;</strong></p>
<p>“Mi interessava raccontare una storia che avesse una specificità geografica e che allo stesso tempo avesse una valenza universale – racconta il regista ebreo di origine rumena e ora cittadino francese – un racconto che mettesse luce su una civiltà antica come quella arabo mediorientale deformata sia dalle condizioni socio-economiche sia dal fanatismo religioso”. Un viaggio complesso, all’interno di un universo sconosciuto. “La grande difficoltà era non contraddire la soggettività culturale e femminile della tradizione arabo mussulmana – racconta Mihaileanu &#8211; volevo capire fino in fondo ogni elemento identitario delle donne per cogliere ogni sfumatura della loro cultura”. Per questo ci sono voluti mesi di lavoro sul campo.</p>
<p><strong> I complimenti per The Artist</strong></p>
<p>Mihaileanu poi si lancia in un piacevole commento sulla vittoria agli Oscar di The Artist dell’amico Hazanavicius: “Sono felicissimo, in un epoca in cui impera il digitale e il 3D fare un film muto e in bianco e nero è una prova di grande coraggio, e dà anche una risposta chiara a Hollywood: non esiste una sola forma di espressione, basta darci delle regole ferree su come fare cinema”.</p>
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