Romania. I luoghi della memoria. Il memoriale del silenzio e della sofferenza

Romania. I luoghi della memoria. Il memoriale del silenzio e della sofferenza

I luoghi della memoria 

Il memoriale del silenzio e della sofferenza

 

di Violeta Popescu (tratto dal libro Le catcombe della Romania, Testimonianze dalle caeceri comuniste 1945’1964, ed. Rediviva 2014)

Dove sono quelli che non ci sono più…

L’idea di custodire i luoghi del dolore e della sofferenza e di trasformarli in punti della memoria sulla cartina geografica è venuta prima agli ex-detenuti, ai sopravvissuti alle carceri, alle persone che hanno deciso di ricordare i segni e i traumi dei compagni che hanno vissuto la stessa tragedia. Abbiamo assistito così, per la prima volta dopo il 1990, a messe in ricordo dei morti nelle carceri comuniste. Ogni domenica i preti della Chiesa Ortodossa pregavano per loro. I sopravvissuti, oggi ormai ridotti a un numero esiguo, sono invitati ai vari convegni dedicati al tema delle carceri comuniste, per raccontare la loro esperienza e far conoscere ai giovani la storia che non si trova nei libri di scuola. La maggior parte ha più di ottanta anni e la loro salute risente dell’esperienza passata.Centinaia e centinaia di detenuti nelle carceri comuniste romene hanno perso la vita e per molti anni non hanno avuto né una croce né un riconoscimento. Il regime comunista vietava qualsiasi forma di commemorazione per i morti nelle carceri oppure nei campi di lavoro forzato, ma mancavano anche le informazioni su tutti quelli che avevano pagato con la vita la difesa dei propri ideali. Scoprire il periodo delle carceri comuniste dopo gli anni ’90 è stato come scoprire la storia di un altro popolo, la storia spezzata di un paese che doveva riannodare un filo rotto. Dopo la Rivoluzione dell’89, tramite alcune trasmissioni della televisione romena, siamo entrati in contatto con la sofferenza vissuta nelle carceri comuniste, con le storie di alcuni sopravissuti. Cuvântul care zideşte [La parola che edifica] del regista Vartan Arachelian e Memorialul durerii [Il memoriale del dolore] di Lucia Hossu Longin hanno scosso le coscienze richiamandole al dovere di conoscere quanto accaduto all’interno della Romania, al dovere di informarsi sulla tematica delle carceri comuniste.

I luoghi delle sofferenze e le carceri non si possono cancellare dalla memoria di un paese. Visti sulla mappa geografica della Romania, tutti questi luoghi danno un’immagine della resistenza anticomunista, della sofferenza. Si possono citare a titolo di esempio le carceri di Jilava, Sighet, Râmnicu Sărat, Galaţi, Caransebeş, Aiud e Gherla. In alcuni di questi luoghi, come: Râmnicu Sărat, Caransebeş, Galaţi, Sighet, le carceri non esistono più. L’iniziativa di erigere monumenti sui luoghi e nelle vicinanze delle carceri, oppure di trasformare le prigioni in musei come memoriali, ha l’obiettivo di ricordare le sofferenze vissute e dimostrare riconoscenza verso chi ha versato lacrime e sangue per difendere la libertà, la democrazia e la fede.

Migliaia di romeni provenienti dal mondo dei contadini ricchi, quindi con “radici non sane”, fedeli ortodossi, greco-cattolici, romanocattolici, intellettuali, contadini, operai, oppure attivisti di partiti storici, sono stati prelevati dalle loro case e uccisi sulle strade, ai bordi dei fossi, nei boschi o sono scomparsi senza lasciare traccia. I nomi e il numero di tutti questi martiri non si sapranno mai. Secondo i dati forniti dall’Istituto di Investigazione dei Crimini del Comunismo in Romania, durante il regime comunista, nel paese esistevano 44 carceri e 72 campi di lavoro forzato in cui sono passati oltre tre milioni di romeni, 800.000 dei quali sono morti. Per nascondere e cancellare le tracce del genocidio rosso, la Securitate (la polizia segreta comunista), insieme ad altri organi del partito comunista, ha iniziato nel 1969 una vasta operazione di distruzione degli archivi e di falsificazione di dati e documenti importanti. Circa il 15-20% dei prigionieri politici sono stati fucilati o sterminati nelle prigioni e nei campi di lavoro. I loro corpi sono stati gettati in fosse comuni o in tombe senza croce, sparse da Timişoara a Vladivostok.

Per tracciare brevemente la mappa delle carceri comuniste, possiamo classificare gli spazi di detenzione in più categorie, ricordando che la maggior parte dei prigionieri ne ha conosciute almeno due. Sulla mappa geografica del gulag romeno possiamo fare quindi le seguenti distinzioni: le carceri destinate alla “rieducazione”, con lo scopo dichiarato di convertire i prigionieri all’ideologia comunista, come Suceava, Piteşti, Gherla, Târgu Ocna, Târgşor, Braşov, Ocnele Mari, Peninsula; le carceri considerate di sterminio dell’élite politica romena e degli intellettuali, come Sighet, Râmnicu Sărat, Galaţi, Aiud, Craiova, Braşov, Oradea, Piteşti; i campi di lavoro forzato Canalul Dunăre-Marea Neagră (Peninsula, Poarta Alba, Salcia, Periprava, Constanţa, Midia, Capul Midia, Cernavodă, etc.); le colonie di lavoro, come Balta Brăilei; le carceri di transito, dove i detenuti venivano selezionati (Jilava, Văcăreşti); le carceri per le inchieste, come Rahova, Malmaison, Uranus; le carceri per le donne (Mărgineni, Mislea, Miercurea Ciuc, Dumbrăveni); le carceri per i minorenni (Târgşor, Mărg ineni, Cluj); i penitenziari-ospedali (Târgu Ocna e Văcăreşti).

L’idea di custodire i luoghi del dolore e della sofferenza e di trasformarli in punti della memoria sulla cartina geografica è venuta prima agli ex-detenuti, ai sopravvissuti alle carceri, alle persone che hanno deciso di ricordare i segni e i traumi dei compagni che hanno vissuto la stessa tragedia. Abbiamo assistito così, per la prima volta dopo il 1990, a messe in ricordo dei morti nelle carceri comuniste. Ogni domenica i preti della Chiesa Ortodossa pregavano per loro. I sopravvissuti, oggi ormai ridotti a un numero esiguo, sono invitati ai vari convegni dedicati al tema delle carceri comuniste, per raccontare la loro esperienza e far conoscere ai giovani la storia che non si trova nei libri di scuola. La maggior parte ha più di ottanta anni e la loro salute risente dell’esperienza passata.

Le prime iniziative in memoria delle vittime sono state avviate dai sopravvissuti delle carceri, riuniti dopo gli anni ’90 in varie associazioni o fondazioni con lo scopo di far conoscere la storia del periodo in cui loro e tanti altri sono diventati vittime di un regime totalitario. Per ricordare e onorare la loro memoria, l’Associazione degli Ex Detenuti Politici (in romeno Asociaţia Foştilor Deţinuţi Politici din România, abbreviata in AFDPR), attraverso una ricerca sui dati delle famiglie dei morti e scomparsi, nel 1991 ha iniziato a innalzare monumenti come prova di ciò che ha significato il comunismo in Romania, ad esempio nelle zone dove si è formata la resistenza anticomunista, Teregova, Caransebeş, Sâmbăta, Nucşoara, Meidanchioi, Chisindia, Răstolniţa, Ibăneşti, Mânzăleşti, Mesentea, Oraviţa, Vadu Roşca. Sono stati eretti monumenti in alcune città della Romania, come ad Alba Iulia, BistriţaNăsăud, Brăila, Cugir, Călăraşi, Drobeta Turnu Severin, Oradea, Reşita, Satu Mare, Târgovişte, Timişoara, ma anche all’estero, a Parigi e Ginevra. Alcuni di questi monumenti sono stati eretti in prossimità delle prigioni o nei campi di sterminio, come quelli ad Aiud, Poarta Albă, Gherla, Târgşor Piteşti, Marea Insulă a Brăilei, Baia Sprie Fiume, Cavnic, Miercurea Ciuc, Suceava, Botoşani o Bicaz.

La Fondazione Culturale Memoria – «Memoria. La rivista del pensiero imprigionato»

Un’iniziativa molto importante all’insegna del recupero della memoria e del passato del popolo romeno è rappresentata dalla rivista «Memoria. Revista gândirii arestate» [Memoria. La rivista del pensiero imprigionato]. Nel 1991, da un gruppo di intellettuali, artisti, docenti universitari e uomini politici – la maggior parte emarginati, perseguitati, addirittura arrestati o deportati nell’arco dei cinquanta anni della dittatura comunista in Romania – è nata la Fondazione Culturale Memoria, con il principale obiettivo di sostenere la pubblicazione periodica della rivista «Memoria», nei cui primi numeri è stato inserito il seguente programma-appello:

Onde poter ricostruire la realtà dei campi romeni di prigionia, ci rivolgiamo a: ex detenuti politici, dissidenti, deportati e loro parenti, amici e conoscenti, ma anche agli ex inquisitori, magistrati, guardiani e a qualsiasi persona che sia stata coinvolta nella realtà della detenzione politica, invitandoli a fornirci i dati relativi all’arresto, cominciando con l’interrogatorio, il processo, le modalità della deportazione, luoghi e condizioni della detenzione (vitto, alloggio, torture, ecc.), ricordi personali e testimonianze raccolte. Ciascuna testimonianza deve essere rigorosamente veritiera. Questi ricordi fanno parte del patrimonio morale e storico della nostra nazione e non bisogna venir meno al dovere di renderli pubblici[1].

La tiratura della rivista, che nel 1990 era di 10.000 copie, è via via calata non solo per la riduzione fisiologica del numero dei lettori/autori, ma anche per la diminuzione dell’interesse delle nuove generazioni verso la memoria del passato, legata anche all’ingresso della Romania nell’Unione Europea che ne ha modificato le prospettive per il futuro. La rivista racchiude un importante patrimonio di testimonianze, documenti, dati e, tramite gli articoli pubblicati e le segnalazioni delle novità editoriali (la rubrica “La Biblioteca della Memoria”) e delle manifestazioni su tematiche anticomuniste (la rubrica “Memoria adesso”), diventa una preziosa risorsa di documenti e d’ispirazione per storici, ricercatori, dottorandi e studenti. Nelle prime pubblicazioni, nella rubrica “Ricerca della persona scomparsa”, era previsto uno spazio in cui le famiglie delle vittime potevano inserire le loro segna lazioni (andate via via diminuendo, vista la possibilità di disporre oggi di grandi mezzi di comunicazione). La rivista contiene anche una rubrica con un elenco delle persone assassinate nelle prigioni comuniste e un registro compilato in ordine alfabetico, iniziato nel primo numero della rivista. Con il numero 80 della rivista il registro è arrivato solo alla lettera E! Presidente della Fondazione Culturale Memoria e capo-redattore della pubblicazione è Micaela Ghiţescu (n. 18 luglio 1931), figura storica della resistenza anti-comunista, che ha scontato una condanna alla detenzione politica di tre anni (1952-1955). Nonostante la tragedia che in seguito l’ha privata di gran parte della sua famiglia, si è più volte rialzata e ha cercato di dare un senso profondo alla propria vita. Si è laureata in filologia presso l’Università di Bucarest nel 1957 e si è dedicata alla passione per la letteratura. Ha pubblicato oltre ottanta volumi di traduzioni dalle lingue portoghese, francese, tedesco e inglese che le hanno procurato numerosi riconoscimenti e medaglie[2].

Bisogna segnalare anche la rivista «ROST» (Revista de cultură creştină şi politică [Rivista di cultura cristiana e politica]) – promossa dall’associazione Rost – che per molti anni ha dedicato intere pagine alla memorialistica delle carceri comuniste (oltre cento numeri pubblicati), con servizi dedicati a figure della resistenza anticomunista2.

Il Memoriale Sighet – Il “Memoriale delle Vittime del Comunismo

e della Resistenza”

Dopo gli anni ’90, il carcere Sighet è diventato un museo memoriale – il “Memoriale delle Vittime del Comunismo e della Resistenza” (Memorialul Victimelor Comunismului și al Rezistenţei) – grazie agli sforzi della poetessa Ana Blandiana e di suo marito Romulus Rusan. In venti anni dalla sua fondazione nel 1993, il museo Sighet ha accolto un milione di visitatori.

“Fundaţia Academică Civică”, la Fondazione Accademica Civica, è nata su iniziativa del Consiglio d’Europa che ha avanzato la proposta di creare una fondazione per la costruzione e la gestione del progetto del Memoriale Sighet. Il 21 aprile 1994 la poetessa Blandiana e altri membri fondatori hanno messo le basi della Fondazione Accademica Civica con l’obiettivo di far conoscere il recente passato della Romania e di altri paesi dell’Europa orientale, smascherando quindi le false verità nella storia recente della dittatura.

Il museo memoriale è stato creato nel 1993, negli edifici in cui si trovava la prigione di Sighet. Costruita nel 1897 sotto l’impero austroungarico, la prigione, dopo aver ospitato detenuti comuni dal 1918, è diventata un carcere per i dissidenti del regime comunista – così si legge sul sito del Memoriale di Sighet[3]: «I prigionieri vivevano in condizioni terribili, la loro alimentazione era quasi inesistente e durante il giorno non potevano stendersi sui letti delle celle senza riscaldamento. Non erano autorizzati a guardare dalla finestra (i trasgressori erano puniti nella cella ‘nera’, una stanza senza luce). Alla fine sono state messe delle persiane per far vedere solo il cielo». Nel 1977 la prigione abbandonata è diventata una fabbrica di scope, poi un deposito di sale fino al 1993, quando la fondazione dell’Accademia civica ha ripreso possesso dell’edificio per trasformarlo in un museo. Oggi le 51 celle sono state trasformate in uno spazio espositivo. Il “Memoriale delle Vittime del Comunismo e della Resistenza” ospita anche il centro internazionale di studi sul comunismo. «Il museo ha conservato la struttura dell’edificio così com’era negli anni Cinquanta. Quando entra, il visitatore vede come vivevano i prigionieri, su un letto di metallo, con un lenzuolo e un cuscino di paglia. Sui muri delle scale che scendono verso lo “spazio di raccoglimento e di preghiera” sono incisi i nomi delle ottomila persone che sono morte nelle prigioni comuniste romene»2.

Il Memoriale Jilava – “Il carcere dell’inferno comunista”

Un altro luogo da poco diventato memoriale è la prigione di Jilava, inaugurato il 30 agosto 2013, in occasione della beatificazione di monsignor Vladimir Ghica. Jilava è il carcere dove sono passati migliaia di detenuti del regime comunista, perché era un centro di smistamento, di selezione dei detenuti e di “deposito” per le inchieste del Ministero degli Interni. Dal 1949, sotto il comando del celebre Maromet[4], il terrore ha raggiunto il culmine: dalle esecuzioni ai detenuti murati nella prigione, Jilava aveva tutte le caratteristiche di un “inferno comunista”.

Il forte Jilava, costruito dal re Carol I come punto di forza nel sis-

tema difensivo di Bucarest, diventa, fin dal periodo interbellico, una prigione politica, ma attraversa la sua stagione più buia durante gli anni del comunismo, quando ai detenuti politici vengono applicati vari metodi di sterminio, come nelle prigioni di Aiud, Sighet, Râmnicu Sărat e in altri penitenziari.

Il progetto Jilava punta a fare del Forte 13 uno spazio dove rievocare l’universo repressivo di chi ha combattuto contro il totalitarismo, oltre a realizzare materiali documentari di carattere culturale e storico (film, cd con interviste agli ex detenuti politici, mostre fotografiche e dibattiti sulla repressione ed il terrore). Il memoriale Jilava-Forte 13 ha come obiettivo la trasformazione dell’ex prigione di tortura e repressione in un memoriale. Promotrice del progetto è la Fondazione Romena per la Democrazia.

Il Memoriale Râmnicu Sărat – “La prigione del silenzio – la lezione del comunismo”

Il progetto “Memoriale Râmnicu Sărat”, promosso dall’Istituto di Investigazione dei Crimini del Comunismo e la Memoria dell’Esilio Romeno, mira a trasformare un luogo di concentramento in uno spazio di riflessione sulla natura criminale del comunismo. Nel 2007 IICMER ha assunto l’amministrazione dell’ex carcere di Râmnicu Sărat con lo scopo di organizzare un memoriale per le vittime del comunismo, anche perché questa prigione, oltre a quelle di Sighet, Gherla e Aiud, ha rappresentato un punto cruciale della repressione comunista. Dopo il Memoriale Sighet sono nate man mano nuove iniziative volte a valorizzare e trasformare le carceri in spazi museali dove accogliere le nuove generazioni. Il Memoriale Râmnicu Sărat, che dovrebbe essere ultimato nel 2016, rappresenterà un punto centrale per i progetti culturali, documentari e turistici e ospiterà numerosi personaggi pubblici romeni e internazionali.

Un’importante iniziativa, avviata già alcuni anni fa, sempre dallo stesso istituto e sostenuta dalla Fondazione Konrad Adenauer, dall’Istituto Nazionale per il Patrimonio e dal Municipio di Râmnicu Sărat, è l’organizzazione dell’Università Estiva Râmnicu Sărat “La prigione del silenzio – la lezione del comunismo”, la prima scuola estiva per gli accademici in Romania per studenti universitari e giovani ricercatori romeni dedicata allo studio del sistema repressivo comunista. Lo scopo è quello di esplorare i vari modi con cui ricordare il periodo 1944-1989 dal punto di vista storico e biografico. Il target di riferimento è rappresentato dagli studenti di età compresa tra i 19 e i 27 anni provenienti dalle facoltà di storia, filosofia, scienze politiche, sociologia, giornalismo, lettere, diritto, dagli istituti superiori di istruzione della Romania e della Repubblica Moldova e dalle persone che seguono il master o il dottorato in una disciplina umanistica.

Il Memoriale Aiud – “Il calvario di Aiud”

Aiud è il luogo dove il 28 ottobre 1952 è morto come martire il filosofo romeno Mircea Vulcănescu, grande personalità del periodo interbellico, salvando la vita a uno studente. Da qui sono partite le sue parole, vero testamento di un martire: «Non ci vendicate!». Nel 1947 la direzione politica del Paese ha deciso di trasformare la prigione di Aiud in un grande centro di sterminio, per l’élite religiosa e intellettuale. Centinaia di generali e ufficiali romeni che hanno lottato sul fronte dell’Est completano la lista dei martiri. I detenuti sono stati sottoposti a torture e a un trattamento disumano, allo scopo di costringerli ad abiurare la fede in Cristo. L’unica cosa che ha tenuto in vita i sopravvissuti è stata proprio la fede in Dio e le preghiere.

Tra gli intellettuali che sono passati nella prigione di Aiud si annoverano Petre Ţuţea, i poeti Radu Gyr e Vasile Voiculescu, il filosofo Mircea Vulcănescu, Nichifor Crainic, ai quali si aggiungono Valeriu Gafencu, padre Dumitru Stăniloaie, padre Gheorghe CalciuDumitreasa, padre Iustin Parvu, padre Dimitrie Bejan, padre Arsenie Papacioc, padre Daniil Tudor, padre Ilie Lăcătuşu e molti altri. Il massacro dei prigionieri è durato fino al 1964, quando, sotto la pressione dell’Occidente, sono stati liberati tutti i detenuti politici rimasti in vita. Dal 1946 al 1965 ad Aiud sono state imprigionate migliaia di persone, da ricchi contadini, lavoratori e studenti a poeti, generali, famosi studiosi e politici. Nel 1992 i pochi sopravvissuti di questa prigione hanno deciso di innalzare un monumento sulla “Râpa Robilor” [il dirupo dei prigionieri] come simbolo della vittoria di Cristo. Il monumento di Aiud è stato concluso nel 1999.

Nel 2000 il metropolita Anania Bartolomeu, anche lui passato per la prigione di Aiud, ha consacrato la Santa Tavola all’interno del monumento che si trova solo a poche centinaia di metri dal penitenziario ed è noto come “Râpa Robilor”, perché, stando ai racconti degli abitanti del luogo, questo era la tappa finale del viaggio fatto ogni notte da una carrozza che usciva dalla prigione, carica dei cadaveri di coloro che erano morti in cella. Quando la carrozza passava per le strade del paese, gli abitanti di Aiud erano obbligati a coprire le finestre. I morti venivano buttati in fosse comuni1. Padre Augustin, amministratore del monastero della Santa Croce, costruito vicino al monumento, ha dichiarato al quotidiano «Adevărul»: «Quelli che sono morti nel penitenziario e sono stati seppelliti qui non hanno avuto nessuna via di scampo se non la preghiera, perciò noi li consideriamo santi»2.

Nel 2001 torna alla “Râpa Robilor” ad Aiud, per la prima volta dopo la sua scarcerazione nel 1964, anche padre Iustin Parvu, abate del monastero Petru Voda e grande religioso romeno. In questa occasione, il prete ha affidato ai cuori dei presenti una confessione toccante: «Ho paura a mettere piede su questo terreno, perché è pieno di Sante Reliquie»

 

 

Il Memoriale Piteşti – “Il Genocidio delle anime”

Consapevole dei crimini commessi, il regime comunista ha tentato di occultarne i segni trasformando, nel ’77, la più terribile prigione comu nista di Piteşti in una fabbrica. Inizialmente Nicolae Ceauşescu voleva costruire sul posto dei palazzi per cancellare tutte le tracce, ma il terremoto del marzo 1977 gli ha fatto cambiare idea. Oggi il progetto di trasformare l’ex carcere Piteşti in un museo dove conservare la memoria dei prigionieri, vittime delle atrocità comuniste, è ostacolato dal fatto che l’edificio è stato privatizzato dopo la Rivoluzione e la maggior parte dello spazio è stata rinnovata e adibita a uffici. Nonostante il coinvolgimento della autorità locali della città Argeş e gli interventi da parte dell’Istituto per l’Investigazione dei Crimini Comunisti e la Memoria dell’Esilio Romeno (IICCR), una soluzione all’intera vicenda tarda ad arrivare. Una parte dell’edificio, cioè il seminterrato, è oggi sotto la custodia della Fondazione “Sfinţii Închi sorilor”, “I Santi delle Carceri”. L’intenzione è quella di recuperare almeno la parte del palazzo che ricorda la famosa “stanza numero quattro” dove avvenivano le torture.

Nelle vicinanze, grazie agli sforzi dell’Associazione degli ex Detenuti Politici, è stato eretto un monumento che ricorda gli orrori avvenuti nella storia recente del Paese. A Piteşti, nel centro città, è stato innalzato un monumento per ricordare i giovani universitari passati attraverso il cosiddetto “Centro di Rieducazione Studentesca”, la rieducazione mediante il terrore, un progetto ideato dal generale Alexandru Nicolsky Nicolschi [nato Boris Grünberg 2 giugno 1915 Tiraspol – deceduto il 16 aprile 1992 a Bucarest cf Wikipedia] e dalla Securitate. Tra il 1949 e il 1952, infatti, qui è stato condotto il più orrendo esperimento concentrazionario del dopoguerra. Gli oppositori del regime comunista (principalmente studenti universitari, liberali, conservatori, religiosi e cristiani di tutte le confessioni) vengono richiusi a Piteşti con l’obiettivo di rieducarli, di farne degli “uomini nuovi”. Per due anni, dal dicembre 1949 al gennaio 1952, il carcere di Piteşti si trasforma in un vero inferno in cui viene sperimentata una tecnica sconosciuta nell’ambito carcerario romeno, la “rieducazione” dei detenuti politici da parte di altri detenuti. Attraverso la tortura fisica e psichica, le vittime diventano dei boia e i boia, a loro volta, delle vittime. La rieducazione aveva come scopo la nascita “dell’uomo nuovo”. I “rieducati” erano obbligati ad autodenunciarsi, a negare se stessi, a denunciare la propria famiglia, gli amici e le fidanzate. Annullare il proprio credo, i propri valori e rinnegare la fede in Dio e nell’Eucaristia rappresentava la massima tortura.

A partire dal 2000, ogni anno si svolge qui il convegno internazionale “Il fenomeno Piteşti – la rieducazione attraverso la tortura”, organizzato dalla Fondazione Culturale Memoria (sede città di Argeş) e dal Comune di Piteşti, dall’Associazione degli Ex Detenuti Politici (sede di Argeş), dal Museo di Storia di Argeş, dall’Istituto di Investigazione dei Crimini del Comunismo e la Memoria dell’Esilio Romeno e dall’Istituto Romeno di Storia Recente di Bucarest.

[1] [www.memoria.ro/reviste/[trad. nostra]

[2] Micaela Ghițescu, Annuario del Centro Culturale Italo-Romeno, Ed. Rediviva,

Milano, 2012, p. 2052

L’associazione dispone di un sito internet: www.rostoline.org.

[3] http://www.memorialsighet.ro/index.php?lang=ro [trad. nostra] (ultimo accesso: 5 novembre 2013).2

Ibid. [trad. nostra].

[4] Soprannome con cui è noto Nicolae Moromete, uno dei più crudeli direttori carcerari del regime comunista.

[5] Ibidem

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