Nicolae Steinhardt: “La ricerca della Felicità”

Nicolae Steinhardt: “La ricerca della Felicità”

Tra pochi mesi saranno commemorati cento anni dalla nascita di colui che è stato uno tra i più importanti intellettuali romeni: “il monaco della Rohia.” Nato in una famiglia di ebrei, il 29 luglio 1912, nella Provincia di Ilfov, vicino a Bucarest, NicuAurelian Steinhardt doveva conoscere un destino con alti e bassi e con altrettanti incontri con la felicità.

Tra gli anni 1919 – 1929 frequenta la scuola primaria “Clementa” e poi il Liceo Spiru Haret. In questo periodo, tra i compagni ci sono anche Constantin Noica, Mircea Eliade, Arşavir Acterian, Haig Acterian, Alexandru Paleologu, Dinu Pillat, Marcel Avramescu. L’unico allievo di confessione ebraica, frequenta i corsi di religione cristiana, insieme ai suoi compagni.
Consegue il Baccalaureato nel 1929 ed inizia a frequentare il cenacolo di Eugen Ionescu „Zburatorul” dove scopre la vocazione per la letteratura. Segue poi i corsi della Facoltà di Diritto e di Lettere presso l’Università di Bucarest, conclusi nel 1934 e, due anni più tardi, conclude il Dottorato in Diritto Costituzionale con una dissertazione intitolata “I principii clasici e le nuove tendenze del diritto costituzionale.”Critica al opera di Léon Duguit”.

Nello stesso anno pubblica, sotto lo pseudonimo Antistihus, “In Genul… tinerilor”( Nel modo… dei giovani) il suo volume di debutto. Segue poi, nel 1935, “Essai sur la conception chatolique du Judaisme” e “Illusion et realites juives”, nel 1937 a Parigi. Nulla poteva prevedere in quel momento, il miracolo che avrebbe cambiato la sua vita: il “miracolo” chiamato carcere comunista, è stato per Steinhardt “accademia ed altare”( Virgil Ierunca).

Nel 1939 lavora come redattore presso la “Rivista delle Fondazioni Regali” e viene allontanato in
seguito ad un’azione di “purificazione etnica” voluta dal governo Antonescu – Sima. Ritorna nel
1944 per poi essere allontanato di nuovo nel’47. Questo periodo, che durerà fino al ‘59 quando verrà arrestato, non è facile per Steinhardt. Viene espulso dall’ordine degli avvocati ed è costretto a svolgere lavori non qualificati. Il 31 Dicembre del 1959, viene convocato dal regime comunista per testimoniare contro Constantin Noica. Viene avvertito che, se avesse rifiutato, sarebbe stato condannato e arrestato come membro del gruppo degli intellettuali mistico – legionari. Rifiuta di testimoniare e viene condannato a tredici
anni di lavori forzati con l’accusa di aver complottato contro l’ordine sociale.

Il 15 marzo del 1960 riceve in carcere il battesimo e, dopo la liberazione avvenuta nel 1964, la prima comunione.
Il 16 Agosto 1980 entra nel monastero della Rohia (Maramures) diventando responsabile della
biblioteca. Purtroppo, il monaco della Rohia, come viene soprannominato, muore il 30 marzo del 1989 prima
di aver visto la caduta del regime comunista.


L’incontro con la “felicità”

“Sono entrato in carcere cieco (con vaghe scintille di luce, ma non sulla realtà bensì sulla mia interiorità più profonda, folgorazioni del buio che spacca l’oscurità senza disperderla) ed esco con gli occhi aperti; sono entrato viziato, capriccioso, esco guarito da capricci, orgogli, presuntuosità;
sono entrato scontento, esco conoscendo la felicità(…)” (N. Steinhardt).
Considerando la sofferenza come la via inferiore e la felicità come la via superiore nell’incontro con Dio, predicando non la paura bensì la gioia, il monaco della Rohia esprime così la sua concezione sulla situazione del cristiano: “Il cristiano è (…) uomo e gli si chiede di diventare Dio. È stato
creato puro ed e diventato impuro e deve solo tornare a quello che è stato chiamato ad essere. In altre parole, egli deve combattere per divenire colui che è”.
Il rapporto con Dio era molto particolare per il “monaco della Rohia”. Gesù era per lui come un gentleman, un cavaliere, colui che perdona tutto a differenza del diavolo contabile il cui registro custodisce tutto senza alcuna possibilità di redenzione.
L’incontro con la felicità, il miracolo dell’incontro con Dio, quel miracolo di cui, parafrasando, Pascal diceva: “non mi avresti trovato se non mi avresti cercato” – avviene in un luogo di terribile sofferenza: il carcere comunista. Carcere che spesso, diventa una sorta di “isola dei beati”, poiché
insieme ai compagni di detenzione “evasi da prigioni oscure dall’aria ammuffita, assaporavano con
avidità il panorama dell’oceano inondato di luce” e „ tutto le sembrava nuovo e meraviglioso.”
Il frutto di questo incontro è rappresentato dalla nascita di uno dei più conosciuti libri della
letteratura romena e non solo: “Jurnalul fericirii” ovvero “Il Diario della felicità”.

Il Diario della felicità

La prima stesura del manoscritto, avvenuta nel 1970 viene confiscata dal regime comunista nel
1972. Nel ‘75 il volume li verrà restituito ma, nel frattempo Steinhardt dà alla luce una seconda
variante più ampia anche essa sequestrata. Alcune varianti del libro, redatte in questo periodo, vengono portate di nascosto al di fuori del paese, a Parigi. Grazie al contributo di Monica
Lovinescu il Diario viene diffuso attraverso l’emittente radio “Europa libera” tra il 1988 e il 1989.
L’edizione italiana del volume è stata curata da Gheorghe Carageani (“Il Diario della Felicità”,Bologna, Il Mulino, 1996, traduzione di Gabriella Bertini Carageani, edizione italiana a cura di Gheorghe Carageani). È una edizione importante, conosciuta e apprezzata da Papa Giovanni Paolo II.
Il Diario rappresenta un documento accusatorio, una testimonianza terribile sulle carceri politiche
comuniste (Jilava, Aiud, Gherla). Quindi, il fascino del libro viene soprattutto dagli alter egodell’essere il quale dimostra la sua superiorità attraverso le qualità disprezzate dal suo oppressore: coraggio, forza, “nobiltà”, cultura, eleganza, bontà, pietà, umiltà, pazienza, comprensione, compassione. Come testamento letterario “Il Diario della felicità” si rivolge ad una umanità alienata o in pericolo di alienazione.

Come un Euthanasius, un asceta, N.A.Steinhardt a lasciato all’Europa dell’Ovest una testimonianza
cristiana di eccezione di tutto quello che è avvenuto nell’Europa dell’Est, sopraffatta e liquidata da
un potere inquisitore squilibrato.

“Il Diario della felicità” è allo stesso tempo, morale e transmorale, poichè la meditazione è così
concentrata che si stacca in provocazione meontologica. Il viaggio del autore è un viaggio metafisico: si parte da un testo – crìpta, da una tana fredda ed ostile, da una minièra desolante, in altre parole da “un’idea abbastanza riuscita dell’ inferno” e si arriva ad una gioia a dir poco stranache, grazie alla bellezza del mondo, penetra nell’anima del condannato, avendo come parte integrante proprio il miracolo stesso. Da ora in poi, si apre un campo di lettura diverso, il quale non
appartiene più all’individuo come incidente storico, appartiene invece alla condizione umana con la sua miseria e il suo splendore.

N. Steinhardt è stato una vittima innocente di un regime totalitario e oppressivo. La sua opera riesce
“a incantare, a stabilire un contatto diretto con la Divinità” e, ridiventando la creazione primaria dà la sensazione della felicità: “Non chiede all’essere umano una nuova nascita fisica, e cioè un’altra creazione, ma solamente la realizzazione di una metanoia spirituale istantanea, la quale è assoluta.

L’arte è la nostalgia di Dio’. Il senso profondo della sua opera sta nel passare da una lettura mantico esistenziale dell’universo dove l’uomo è marginalizzato, sottomesso a forze oscure implacabilmente opprimenti, ad una
lettura poetico umana in cui la creatura umana divenne il soggetto attivo delle ricerche assiologiche e, al posto del “pseudomistero” assurdo apparve il destino umano, la sacralità generatrice dell’essere umano.

Come Boris Pasternak (Doctor Jivago), Steinhardt celebra nel Diario l’amore per la vita nonostante la prigione, l’aiuto reciproco in un’ ambiente pestilenziale, la sopravvivenza attraverso la cultura a dispetto dell’ambiente quasi animalesco.
La felicità per Steinhardt è, in realtà, la determinazione di colui che ha conquistato la propria libertà in un posto in cui la libertà non esiste: il carcere comunista.

Traduzione a cura della dott.ssa Mirela Tingire

Fonti:
www.historia.ro
Ion Popescu – Bradiceni,”N.Steinhardt: Jurnalul fericirii ca paradigma transcripturala”( “Il diario della
felicità come paradigma trans scritturale”), in “TABOR, Traditie si Actualitate in Biserica Ortodoxa
Romana”,2008.

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