Ioan Aurel POP “La coscienza latina dei Romeni negli autori italiani del Rinascimento”

Ioan Aurel POP “La coscienza latina dei Romeni negli autori italiani del Rinascimento”

 

 Grazie al professor Ioan Aurel POP che generosamente ci ha  concesso di pubblicare la conferenza tenuta a Mantova all’Accademia Nazionale Virgiliana il 21 aprile 2016. 

 

 

La coscienza latina dei Romeni negli autori italiani del Rinascimento

 

Le fonti archivistiche e letterarie ci attestano decine di autori italiani, come umanisti, diplomatici, storici, viaggiatori, militari e missionari, che, nel corso dei secoli XIV-XVII hanno operato precisi riferimenti alla latinità dei Romeni. Essi hanno descritto, spesso meravigliati, la lingua romena, che per il suono e la morfologia appariva loro quasi latina o italiana. Il dato linguistico risultava poi suffragato, presso la loro sensibilità erudita e antiquaria, dallo stesso etnonimo dei Romeni, e dalla memoria dell’antica origine romana condivisa da quelle popolazioni, che iniziò in quell’epoca ad emergere con chiarezza: un dato custodito per secoli dalla coscienza storica delle genti carpato-danubiane e attestato dai reperti materiali come dai documenti. Questo fenomeno di progressiva riscoperta e presa di consapevolezza è stato ampiamente dimostrato, e in questa sede non appare necessario insistere sulla sua riconoscibilità culturale e storiografica. Vorrei piuttosto portare una serie di esempi tra i più significativi di questa speciale attenzione riservata dagli Italiani in Età moderna all’identità storica e culturale dei Romeni.

Una figura umanistica della grandezza del fiorentino Poggio Bracciolini (1380-1459)[1] scrive ad esempio: „Ai Sarmati superiori (del settentrione) esiste una colonia rimasta, come si dice, da Traiano, la quale anche adesso, nell’ambito di tanti genti barbare, conserva la lingua latina dagli Italiani, chi sono arrivati la; loro dicono oculum, digitum, manum, panem e molte altre parole, dalle quali risulta che tutti i coloni lasciati la discendono dai Latini e che quella colonia parla la lingua latina” (Apud superiores Sarmatas colonia est ab Traiano ut aiunt derelicta, quae nunc etiam inter tantam barbariem multa retinet latina vocabula, ab Italis, qui eo profecti sunt, notata. Oculum dicunt, digitum, manum, panem, multaque alia quibus apparet ab Latinis, qui coloni ibidem relicti fuerunt, manasse eamque coloniam fuisse latino sermone usam)[2]. Bracciolini è, forse, il primo umanista che parla dell’origine latina della colonia rimasta isolata, lontano, nel nord, ai confini dell’Impero, dove l’aveva fondata l’imperatore Traiano (Historia tripartita disceptativa convivalis, 1451).

Un autore altrettanto conosciuto dalla storiografia per il suo decisivo ruolo culturale nella presa di coscienza identitaria del popolo romeno è Enea Silvio Piccolomini (1405-1463)[3], divenuto papa Pio II. Egli ha avuto un ruolo fondamentale per affermare nella coscienza intellettuale dell’Occidente l’idea della latinità dei romeni. Vorrei citare di questo papa umanista un passo fortemente esemplificativo: „Il parlare di questo popolo è latino, anche se cambiato in gran parte, essendo a pena intelligibile per un Italico” (Sermo adhuc genti Romanus est, quamvis magna ex parte mutatus et homini Italico vix intelligibilis)[4]. In italiano, egli affermò la stessa cosa: Questa stirpe ha conservato sino ad ora la lingua romana, che sebbene alterata in gran parte, puó essere ancora capita de un italico[5]. Piccolomini ebbe il merito di approfondire anche la legenda del generale romano Flaccus, mitico donatore del nome di Valacchi alle genti romene, il cui ruolo eponimo assunse un grande significato nella rappresentazione discorsiva della Romenità come diretta derivazione dalla Romanità. Successivamente, è stato appurato dagli studiosi che l’origine leggendaria di questo nome attribuito dagli altri europei ai romeni non presentava in realtà alcun fondamento storico. Il ricordo di questo grande papa umanista in questa sede mi sembra doveroso, dal momento che nell’ottobre del 1458 Pio II convocò i rappresentanti dei principi cristiani in questa bella città di Mantova allo scopo di intraprendere una comune iniziativa contro gli Ottomani che cinque anni prima avevano preso Costantinopoli e si accingevano a conquistare ciò che rimaneva dell’Impero bizantino. Ma in quegli stessi anni drammatici, al di là del Danubio, nelle terre romene l’eredità dell’Impero romano d’oriente, e, indirettamente, di Roma Mater, sarebbe continuata nel tempo, dando luogo a quel complesso e straordinario fenomeno culturale e istituzionale che il grande storico romeno Nicolae Iorga definì: Byzance après Byzance.

accademia

Veniamo di seguito a presentare altri autori italiani che fra Quattro e Seicento affermarono che i Romeni nutrivano la piena consapevolezza di essere discesi dagli antichi Romani:

  1. Flavio Biondo (1392-1463), segretario apostolico e celebre umanista, scrive negli anni 1452-1453: „Ed i Daci ripensi o i Valacchi della regione dell’Danubio, i quali anche loro si trovano nelle vicinanze, provano per il loro parlare la loro origine romana come una cosa di onore, la mettono (questa origine) in luce e la invocano; questi, venendo ogni anno a Roma, agli Apostoli, nella loro qualità di cristiani cattolici, li abbiamo sentito con gioia come parlano e come le cose che dicono, secondo la tradizione popolare e comune della loro stirpe, sono una grammatica rustica con un sapore di latinità” (Et qui e regione Danubio item adiacent Ripenses Daci, sive Valachi, originem quam ad decus prae se ferunt praedicanteque Romanam, loquela ostendunt, quos catholicae christianos Romam quotannis et Apostolorum limina invisentes, aliquando gavisi sumus ita loquentes audiri, ut, quae vulgari communique gentis suae more dicunt, rusticam male grammaticam redoleant latinitatem)[6]. In un altro discorso, Flavio Biondo enumera i popoli che potrebbero combattere, accanto agli occidentali, contro i turchi per il riscatto delle terre cristiane nel Levante, e menziona in questo contesto “i valacchi nati di Romano sangue” (Romano ortos sangue Vlachos)[7].
  2. Petrus Ransanus o Pietro Ransano (1428-1492), siciliano, che aveva svolto missioni diplomatiche alla corte del re d’Ungheria Mattia Corvino, fu l’autore degli Annales omnium temporum. Di essi, i libri 43 e 44 furono pubblicati sotto il titolo Epitome rerum Hungaricarum. Il primo editore, Johannes Sambucus, eliminò dall’edizione il capitolo riguardante l’origine romana dei romeni e dei Corvini, capitolo intitolato Ioannes Blanci patria, genus, virtus[8]. Qui infatti si affermava che la patria di Giovanni di Huniad, padre del sovrano, era la Valacchia, nominata Dacia – formata dalla Transilvania, la Tara Romaneasca o Valacchia, e la Moldavia-, i cui abitanti si chiamavano nei tempi antichi daci e che gli italiani e gli stranieri li chiamavano più recentemente valacchi. Valacchi igitur se Italorum esse posteros affirmant. Idque hoc praecipue confirmant argumento quot ipsorum lingua permulta efferuntur que sunt sermoni Italorum affinia[9] ... Ab ea regione, cui Janco apud Italos est cognomen, ex praeclaris natus maioribus, hoc est Romanorum posteris, oriundus est[10]. In queste parole si coglie con evidenza carattere locale, autoctono di come germogliò e si preservò nei secoli la coscienza latina dei romeni.
  3. Il padovano Francesco della Valle (? – dopo 1545) – al servizio di Alvise Gritti, potente mercante e politico turco di origine veneziana – scrisse a Venezia, nel 1535, Una breve narrazione…, nella quale raccolse impressioni dei suoi due viaggi, avvenuti nel 1532 e nel 1534, nei Paesi Romeni[11]. Così osservò della Valle: La lingua loro è poco diversa dalla nostra Italiana, si dimandono in lingua loro Romei perché dicono esser venuti anticamente da Roma ad habitar in quel paese, et se qualcuno dimanda se sano parlar in la loro lingua valaca, dicono a questo modo sti rominest, che vol dire sai tu Romano, per esser corrotta la lingua[12]. Molto interessante risulta la ricostruzione storica dell’arrivo dei romani in questo Paese, raccontata dai romeni stessi e registrata da Francesco della Valle: Tutta l’historia della venuta di quelli populi ad habitar in quel paese, che fu questa: che havendo Trajano Imperatore debellato et acquistato quel paese, lo divide a suoi soldati, et lo fece come colonia de Romani; ma per il corso de tempi, hanno corrotto si il nome, et li costumi, che a pena s’intendono, però al presente si dimandon Romei, e questo è quanto da essi monacci potessimo esser instruiti[13]. I monaci di cui parla questo testo sono i monaci ortodossi del monastero Dealu, nella capitale della Valacchia. Francesco della Valle parla dunque, in una maniera chiara e precisa, della coscienza romana dei romeni e offre al lettore anche la traduzione di una proposizione romena („Știi româneste?”), da lui intesa senza interprete.
  4. Alessandro Guagnini (1538-1614), militare, mercenario, cronista di nascita veronese e in seguito di cittadinanza polacca, partecipò nel 1563 alle operazioni in Moldavia durante la guerra contro la Moscovia, accompagnando le truppe del re di Polonia Sigismondo II Augusto[14]. Nel 1578 fu pubblicata la prima edizione del suo lavoro intitolato Sarmatiae Europae Descriptio, con una parte finale intitolata Cronaca della Moldavia. Qui Guagnini disse espressamente: „Questa nazione dei Valacchi si chiama romana\romena e loro dicono di provenire dagli esuli espulsi dai Romani d’Italia. La loro lingua è una bastarda della lingua latina e di quella italiana, tale che un Italiano può facilmente capire un Romano” (Haec nacio Valachorum appellatur Romana, et aiunt originem traxisse ab extoribus adactis in exilium a Romanis ex Italia. Lingua eorum est adulterina latinae et italicae linguae, ita quod facili negocio Italus intelligit Valachum)[15].
  5. Giovan Andrea Gromo (1518-dopo 1567), militare, nativo di Bergamo, servì nell’esercito di alcuni principi transilvani e visse in Transilvania negli anni 1564-1565. Fu l’autore di una descrizione della Transilvania in due versioni, una breve (1564), dedicata al papa e l’altra estesa (1566-1567), dedicata a Cosimo de’ Medici, il granduca di Firenze e di Siena. Nella prima descrizione si soffermò sulle etnie presenti nella regione: „Tutti i villaggi sono abitati dai Romeni, e questo non solo nel Banato, ma anche in Transilvania. La lingua loro si chiama Romanza o romanescha, et e quasi un Latino maccaronesco. Si tengono discesi da colonie Romane)[16]. Gromo riporta qui fedelmente qui il nome romeno della nostra lingua neolatina. Nel corso del suo lavoro parla delle nazioni accettate della Transilvania, riferendosi al contesto multiculturale e multiconfessionale, e cioè agli ungheresi e ai sassoni, e poi si riferisce ai sudditi romeni: La terza nazione e la Valaccha, quale e sparsa per tutte le parti di quel Regno…, la lingua loro e aliena et varia dall’ Unghera, ma si come fanno professione d’essere discesi da Colonia Romana…, cosi ancora usano lingua assomigliante alla antica Romana, ma barbara si come fanno de’ costumi e vestimenti)[17].
  6. Vorrei anche citare un gesuita anonimo, che nel 1587 fece una descrizione della Moldavia per papa Sisto V. Circa le popolazioni presenti in quel territorio ad Oriente egli scrisse: Questa gente, se bene e di rito greco, e pero amica del nome Romano, si per la lingua corotta de la latina, si per l’opinione che hanno d’esser discesi da Romani et con nome de Romani si chiamano fra di loro)[18]. Il padre gesuita sottolinea non solo la latinità del romeno, ma anche altre due fattori di grande importanza: il carattere autoctono della coscienza latina dei romeni e il fatto che i moldavi si chiamavano se stessi tra di loro romeni, appartenendo al medesimo ceppo dei romeni di Valacchia: Da mezzogiorno vi è la Valachia, la quale ha un istessa lingua, habiti, costumi e rito…[19].

 

  1. Giovanni Francesco Baviera, appartenente alla famiglia Della Rovere dei duchi di Urbino, giunse in Transilvania come gentiluomo alla corte del principe ed vi rimase fino al 1594[20]. Fu l’autore di un Ragguaglio di Transilvania, dove spiegò che in quella regione vivono molti romeni che dicono di essere gli eredi delle antiche colonie romane, cosa facile da spiegare tramite la loro lingua piena delle parole latine ed italiane corrotte[21].
  2. Il notissimo Giovanni Botero (1533-1617), diplomatico e scienziato, autore delle celebri Relazioni universali, fondamentale trattato elaborato negli anni 1580-1590 e pubblicato nel 1591,[22] non mancò di osservare con fine intuito politico e storiografico che la Dacia significava la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia. Sugli abitanti aggiunse: I Vallacchi sono d’origine italiana … I Vallacchi mostrano di tirare origine da’ Romani nel loro parlare, perche ritengono la lingua latina, ma piu corrotta che noi, Italiani”. Chiamano il cavallo, callo, l’acqua, apa, il pane, pa, le legne, lemne, l’occhio, occel, la donna, mugier, il vino, vin, la case, casa, l’huomo, huomen…[23].
  3. Giovanni Antonio Magini (1555-1617), matematico, geografo ed astronomo, professore a Bologna, scrisse le Geographiae universae tum veteris, tum novae, absolutissimus opus, opera composta nel 1595 e pubblicata a Venezia nel 1596[24]. Il Magini raccolse le informazioni sui Paesi Romeni da un studente sassone transilvano di Padova, Johannes Hertel. Per questo, scrisse dei romeni che sono gli eredi dei antichi romani portati da Traiano e che essi conservano ancora il nome di romani e la coscienza di essere discesi dai romani.
  4. Il friulano Marcantonio Nicoletti da Cividale (1536-1596), notaio ed erudito, autore di varie biografie, e delle Vite degli scrittori volgari, suo tentativo di tracciare in modo plutarchiano, attraverso ritratti biografici, la storia letteraria, riservò nella sua vasta opera una pagina ai romeni: Huomini pastorali, di bello aspetto, di corpo dritto et elevato … che cosi ignobili referiscono la lor prima origine alla nobilta romana. Confondo colle schiave molte parole romane ma traviate dalla vera pronuncia…[25].
  5. Giorgio Tomasi (? – dopo 1621), veneziano, fu protonotario del nunzio apostolico Alfonso Visconti, che accompagnò in Transilvania per poi diventare segretario del principe Sigismondo Báthory. Rimasto in Transilvania tra il 1596 e il 1599, scrisse il lavoro Delle guerre et rivolgimenti del regno d’Ungaria et della Transilvania… (opera ispirata da Botero e da Reicherstorffer, pubblicata a Venezia nel 1621)[26]. Il essa egli parla della romanità dei romeni e del carattere unitario dei tre principati: L’idioma in particolare della Transalpina (id est Valacchia), ove pochi altri habitano che Valacchi, è il latino et Italiano corrotto, Segni vero di esserci state Collonie de’ Romani. Dicendo à Dio, Zieo, à Dominatio tua, Domniata, al Cavallo, Callo. Tengono per ignominia il nome di Valacco, non volendo essere appellati con altro vocabolo che di Romanischi, gloriandosi d’havere origine da Romani…[27]. Anche Tomasi, dunque, illustrò la romanità dei romeni rifacendosi al loro antico passato, ma nel contempo operò dei riferimenti puntuali al presente, alla lingua, ai vestiti e al loro etnonimo di romano, per il quale andavano orgogliosi.

 

  1. Un attacco dei turchi contro la Polonia, condotto nel 1498 attraverso la valle del fiume Dnestr, ebbe all’inizio del 1499 un esito disastroso, anche perché i romeni impedirono il passaggio dei resti dell’esercito ottomano nel territorio della Moldavia, in fuga verso Costantinopoli. Il gelo aveva inoltre contribuito alla distruzione quasi completa dell’esercito turco. Un italiano rimasto anonimo scriveva da Nicopolis, oggi in Bulgaria, al duca di Milano: Quelli puochi de huomini restaro ciunchi, monchi et / chi senza naso é qual senza orecchie. Et cavalli, anche tutti stropiati, se ne / andavan con pocho spirto pistando li cadaveri de loro compagnj. Et questo/ giucho stettj ben XVIJ giornj a vedere et contemplare. Poi, visto ognj cosa, / me misi a camino et passai lo Danubio sul paese de Vlachi chiamati rumenj, / id est romanj, et in XJ giornj, semper lungho Danubio cavalcando, qui venendo. / Ex Nicopoglie, XVJ februarjj 1499[28]. I Romeni erano, dunque, per il viaggiatore italiano, Romani!
  2. Di grande valore è la testimonianza di Antonio Bonfini (1434-1502), umanista italiano che conobbe direttamente i Romeni nella sua qualità di segretario alla corte di re Mattia Corvino: „I Romeni, dunque, provengono dai Romani, cosa dimostrata fino nei nostri tempi la loro lingua, la quale, anche se si trova nel medio delle genti barbare si diverse, non ha potuto essere estirpata” (Valachi enim e Romanis oriundi, quod eorum lingua adhuc fatetur, quum inter tanta varias Barbarorum gentes sita, adhuc extirpari non potuerit)[29]. Nella medesima prospettiva l’umanista italiano osservava: „Annegate dall’onda di barbari, loro – le colonie romane della Dacia – esalano ancora la lingua romana e, per no abbandonarla affatto, si oppongono con tanta insistenza che si vedono come lottano non tanto per conservare intatta la vita, ma la lingua (Inter Barbaros obrutae, Romanam tandem linguam redolere videntur: et ne omnino eam deserant, its reluctantur, ut non tantum pro vitae, quantum pro linguae incolumitate certasse videantur)[30]. Questo costituisce certamente uno dei più begli elogi espressi verso la lingua romena[31], difesa dai Romeni più che la loro vita.
  3. Fra le decine di autori italiani che nel corso del XVI secolo hanno illustrato nelle loro operer i Paesi romeni non posso dimenticare il celebre gesuita mantovano Antonio Possevino (1533-1611), segretario generale della Compagnia di Gesù, diplomatico papale con grandi responsabilità, tanto da essere inviato in importanti missioni in Svezia, Polonia, Russia e Transilvania. Possevino era, com’è noto, un instancabile viaggiatore e dalla Transilvania aveva in animo di arrivare anche in Valacchia e Moldavia, come aveva scritto da Cracovia al segretario di Stato Tolomeo Gallio. L’impegno del gesuita in Transilvania cadde in una fase molto favorevole, perché negli anni ‘70-’80 del secolo XVI, il paese, dopo circa tre decenni di presenza dei riformati, aveva di nuovo un principe cattolico, Stefano Báthory, intenzionato a ripristinare nel territorio il prestigio della Chiesa romana. Possevino fu l’autore di una monografia dedicata a Gregorio XIII, intitolata Transilvania (1584). In essa l’autore offrì un’interessante descrizione geografica, storica, etnica, politica e religiosa della Transilvania, avvalendosi di notizie raccolte direttamente o riprese da testimonianze, sia facendo ricorso ad altre opere, come la Chorographia Transilvaniae (1550) di Georg Reichersdorffer. Egli così scrisse circa i romeni: Et ancora quei, che si chiamano Valachi, habitanti nell’istessa Transilvania, danno assai segno di discendere da quei, che di Italia vi andarono, havendo essi la lingua corottissima dall’italiano, o latino; et mostrando dal sembiante di essere discesi da noi altri[32]

 

***

Nel panorama dei molti autori stranieri che hanno descritto lo spazio carpato-danubiano, gli scrittori italiani risultano i più numerosi e i più circostanziati nell’aver notato, sin dal tardo Medioevo, che i Romeni erano di origine romana (italica o italiana), in quanto eredi dell’antica colonia edificata oltre il Danubio e i Carpazi dall’imperatore Traiano. Gli autori italiani, per evidenti ragioni fonetiche, compresero che i Romeni parlavano una lingua romanza. Inoltre essi osservarono, in virtù di affinità culturali, che i Romeni avevano ancora costumi e abitudini romani. Ma i dettagli più interessanti e più sottili emersi dagli scritti degli autori italiani sui Romeni sono altri tre: 1) i Romeni si chiamavano tra di loro romani e nominavano la loro lingua romanesca; 2) gli stranieri chiamavano i Romeni col nome di Valacchi, in modo analogo al nome dato agli Italiani; 3) i Romeni pretendevano di discendere dagli antichi romani ed erano orgogliosi di questa loro nobile origine.

L’ultimo dato menzionato spiega come, nei tempi moderni, nel corso del movimento di emancipazione nazionale avviatosi nel XVIII secolo, i Romeni transilvani abbiano saputo utilizzare la loro origine romana come argomento utile per rivendicare i loro pretesi diritti di convivenza nel Paese. La concezione politica dell’epoca sosteneva che vantavano diritti sopra un territorio o sopra una regione i popoli più antichi e più nobili presenti in quel luogo. Un tempo si è creduto che l’argomento della romanità dei Romeni – utilizzato nella stessa lotta nazionale dei Romeni – fosse stato importato, sia grazie agli umanisti stranieri, sia attraverso gli studiosi romeni del Seicento. L’opinione più diffusa era che gli umanisti italiani – spesso viaggiatori nei Principati Romeni – parlando direttamente con i Romeni e conoscendo la storia antica, avessero istruito i loro interlocutori sulla loro origine, generando in essi la coscienza della romanità attraverso strumenti intellettuali. Invece, come abbiamo potuto notare nelle testimonianze precedenti, alcuni autori italiani appresero direttamente dai Romeni che questi ultimi erano di origine romana. Questo dato oggettivo non significa che la coscienza latina dei Romeni non sia stata in qualche modo rinvigorita grazie alle conoscenze dei dotti italiani. Questi ultimi infatti hanno arrecato nuovi argomenti per sostenere la latinità dei Romeni e della loro lingua. Ma, i Romeni (o meglio: alcuni Romeni) non avevano mai dimenticato l’idea della loro origine romana – come racconto leggendario e mitico della “prima fondazione”[33] dell’imperatore Traiano – e in alcuni momenti decisivi della loro storia essi invocarono con certezza e orgoglio il fatto di essere gli eredi dei Romani antichi. Un motivo di più per affermare questa origine è stato anche il nome di “Romani”, conservato per sempre tra i Romeni come loro etnonimo interno (endonimo).

[1] Ernst Walser, Poggius Florentinus, Leben und Werke, Leipzig, 1914, passim.

[2] Ș. Papacostea, Geneza, p. 226. A. Armbruster, p. 55-56. George Lăzărescu, Nicolae Stoicescu, Țările Române și Italia până la 1600, București, 1972, p. 246-247.

[3] Georg Voigt, Enea Silvio Piccolomini, als Papst Pius der Zweite und sein Zeitalter, vol. I-II, Berlin, 1856-1862. Alexandru Marcu, Riflessi di storia rumena in opere italiane dei secoli XIV e XV, în „Ephemeris Dacoromana”, I, 1923, p. 364-373. Maria Holban, Călători, I, p. 469-470. G. Lăzărescu, N. Stoicescu, p. 256-257. A. Armbruster, p. 57-61.

[4] Aeneae Sylvii Picolominei postea Pii II Papae Opera Geographica et Historica, Helmstadii, MDCIC (1699), p. 228. Maria Holban, Călători, I, p. 472, 474 (text român și latin).

[5] G. Lăzărescu, N. Stoicescu, p. 256-257.

[6] Ad Alphonsum Aragonensem serenissimum regem de expeditione in Thurcos Blondus Flavius Forliviensis, in „Scritti inediti e rari di Flavio Biondo”, con introduzione di Bartolomeo Nogara, Roma, 1927 (Studi e testi, 48), p. 45. A. Armbruster, p. 56-57. Ș. Papacostea, Geneza, ed. I, p. 226.

[7] Ad Petrum de Campo Fregoso illustrem Genuae ducem Blondus Flavius Forliviensis, in „Scritti inediti e rari…”, p. 70. A. Armbruster, p. 57.

[8] A. Armbruster, p. 71.

[9] Petru Iroaie, I romeni nell’opera di Ranzano, in „Il Veltro”, XIII, 1969, nr. 1-2, p. 184-185. A. Armbruster, p. 71.

[10] A. Armbruster, p. 71. Si nota anche l’uso del nome autoctone di Janco, presentato come cognome italico, per indicare l’eroe di Belgrado. Inoltre, sono conosciute adesso altre testimonianze che mostrano che Giovanni (Jànos) Hunyadi era a volte chiamato Iancu (nell’epoca) anche nei ambienti italiani. Vedi Ioan-Aurel Pop, Numele din familia regelui Matia…

[11] Maria Holban, Călători, p. 317-320.

[12] Claudiu Isopescu, op. cit., p. 15. Călători, I, p. 322. Armbruster, p. 90.

[13] Ibidem.

[14] G. Lăzărescu, N. Stoicescu, op. cit., p. 291-292.

[15] Vita Despothi Principis Moldaviae, in Constantin Marinescu, À propos d’une biographie de Jacques Basilicos l’Héraclides récemment découverte, in „Mélanges d’histoire générale”, publiés par C. Marinescu, Cluj, 1938, p. 381-397. Apud A. Armbruster, p. 109. Vedi anche Călători, II, p. 291 e sgg.

[16] Aurel Decei, Giovanandrea Gromo. Compendio di tutto il regno posseduto dal re Giovanni Transilvano ed di tutte le cose notabili d’esso regno (sec. XVI), in „Apulum. Buletinul Muzeului regional Alba Iulia”, II, 1943-1945, p. 165-166; Andrei Veress, Documente…, I, p. 253; Călători, II, p. 312 e sgg.; A. Armbruster, p. 125, nota n. 136.

[17] A. Armbruster, p. 125.

[18] I. C. Filitti, Din documentele Vaticanului, II. Documente politice (1526-1788), București, 1914, p. 45; Armbruster, p. 131.

[19] I. C. Filitti, p. 46; Armbruster, p. 132.

[20] Lăzărescu, Stoicescu, p. 317-318.

[21] Lăzărescu, Stoicescu, p. 318.

[22] Lăzărescu, Stoicescu, p. 321.

[23] Claudio Isopescu, Notizie intorno ai romeni nella letteratura geografica italiana del Cinquecento, in „Bulletin de la Section Historique”, XVI, 1929, p. 61.

[24] G. A. Maginus, Geografia cioè Descrittione Universale della Terra, partita in due volume…, Venetia, 1596. Vedi Lăzărescu, Stoicescu, p. 325-327.

[25] D. Găzdaru, Publicații rare sau necunoscute despre limba și poporul românesc, in „Cuget Românesc”, VI, 1957-1958, p. 91; Armbruster, p. 151.

[26] Lăzărescu, Stoicescu, p. 327-328; Armbruster, p. 150, nota 28.

[27] Ioan Domșa, Referințele lui Giorgio Tomasi despre Transilvania și Țările Române, in „Anuarul Institutului de istorie națională”, X, 1945, p. 290-324;  

[28] Archivio di Stato di Milano, Archivio Ducale Sforzesco, Potenze Estere, carteggio 640, fascicolo Ragusa, senza numero.

[29] Antonius Bonfinius, Rerum Ungaricarum decades quatuor cum dimidia, Basileae, 1568, decad. II, lib. 7, p. 304-305. A. Armbruster, p. 69.

[30] Antonius Bonfinius, Rerum ungaricarum decades quatuor cum dimidia, ediție de J. Sambucus, Basel, 1568, decad. III, lib. 9, p. 542. Maria Holban, Călători, p. 483. G. Lăzărescu, N. Stoicescu, p. 266-270.

[31] La più importante e visibile prova della latinità dei Romeni e la loro lingua. Nella vita quotidiana odierna, i Romeni usano una lingua composta da circa l’80% di parole di origine latina, circa 15% parole slave e 5% parole di diverse altre origini (tracica, greca, ungherese, turca ecc.). Un processo complesso di modernizzazione del romeno è stato iniziato nel diciottesimo secolo tramite le regole di grammatica e il rinnovo/ arricchimento del vocabolario con parole di origine latina (arrivate anche tramite il francese e l’inglese). Alcuni specialisti chiamano questo fenomeno “ri-latinizzazione”, usando un termine non adatto, perché il carattere neolatino del romeno è stato sempre una realtà, a prescindere delle varie influenze e tendenze.

[32] Antonio Possevino, Transilvania (1584), ed. A. Veress in “Fontes Rerum Transylvanicarum”, t. III, Budapest: Tipographia artistica Stephaneum, 1913, p 21.

[33] “La seconda fondazione” era considerata quella medievale, dei secoli XIII-XIV, quando alcuni principi romeni (voivodi, nobili) di Transilvania, ribellatisi alle autorità del Regno Ungherese, hanno trasferito le loro rivolte al sud e al est dei Carpazi, dando un spinta alla creazione della Valacchia e della Moldavia.

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