“Diario della felicità” di Nicu Steinhardt

“Diario della felicità” di Nicu Steinhardt

Di  Renato Giovannoli, scrittore e docente

Dobbiamo essere grati alle edizioni Rediviva di Milano che hanno proposto questa nuova edizione del Diario della felicità di Nicolae Steinhardt, che riprende la traduzione di Gabriella Bertini Carageani per l’edizione pubblicata da Il Mulino nel 1955, ormai fuori commercio.

Se teniamo conto del fatto che l’argomento principale del libro è la prigionia dell’autore come detenuto politico nelle carceri del regime comunista romeno dal 1959 al 1964, il titolo Diario della felicità appare paradossale. Steinhardt ha subito una prigionia ingiusta e un carcere particolarmente duro. Come è possibile che i ricordi di quegli anni costituiscano un “diario della felicita”?

Può illuminarci a questo proposito un frammento del libro Santi di tutti i giorni dell’archimandrita (nella terminologia del monachesimo occidentale diremmo dell’abate), Tichon Ševkunov, pubblicato nel 2011. Parlando di un altro archimandrita, Ioann Krestjankin, che era stato per cinque anni in un gulag sovietico, l’archimandrita Tichon racconta:

“Per quel che riguarda la storia di padre Ioann in prigione, mi aveva sempre colpito come il batiuška rievocava il tempo passato nella colonia penale. Diceva che erano stati gli anni più felici della sua vita. – Perché Dio era vicino – spiegava con entusiasmo […]. – Non ricordo nulla di negativo […], ma solo che il cielo era spalancato e gli angeli cantavano nei cieli. Ora non ho più quella preghiera…”

Il segreto della felicità carceraria di Steinhardt non è diverso da quello di padre Ioann. Steinhardt lo dichiara apertamente proprio in apertura al suo Diario, scrivendo:

“Per uscire da un universo concentrazionario – e non è strettamente necessario che sia un lager, una prigione o un’altra forma di carcere; la teoria si applica a qualsiasi tipo di prodotto del totalitarismo – esiste la soluzione (mistica) della fede.”

Molte pagine dopo, rievocando il giorno in cui fu infine liberato, Steinhardt annota:

“Nella piccola cella di Zarca, solo, mi inginocchio e faccio un bilancio. Sono entrato cieco […] in prigione ed esco vedente; sono entrato viziato, coccolato, esco guarito dalle arie, dalle pretese, dalla presunzione; sono entrato scontento, esco conoscendo la felicità; […] il sole e la vita volevano dire poco, adesso so assaporare la più piccola fettina di pane; esco ammirando soprattutto il coraggio, la dignità, l’onore, l’eroismo.”

A questo punto si potrebbe obbiettare che tali discorsi peccano di scorrettezza politica. Non costituiscono, di fatto, un insulto verso chi non è stato capace di essere un eroe o un santo? Parlare de cielo aperto e degli angeli che cantano nel campo di concentramento non è addolcire un crimine disumano che invece andrebbe mostrato in tutto il suo orrore perché non si ripeta?

Lascio a voi la risposta. Da parte mia vorrei spostare la domanda dal piano morale a quello metafisico. Gli orrori perpetrati dal nazismo vengono spesso definiti come il “male assoluto” e la definizione potrebbe essere applicata per analogia anche a tanti crimini dei regimi comunisti. È curioso che oggi il termine “assoluto”, che nel pensiero attuale, intriso di relativismo, non gode certo di buona salute, sia ancora utilizzato ma solo a proposito del male. “Assoluto” era un tempo una parola che poteva significare solo Dio. Parlare di “male assoluto” significa dichiarare il male vincitore e perdere ogni speranza di redenzione, in una parola cadere nel manicheismo, che prevedeva accanto al Dio buono anche un dio malvagio.

Testimonianze come quelle di Steinhardt, ma anche di vittime di situazioni ancora peggiori come i campi di concentramento nazisti, dimostrano che il male non è mai assoluto, perché anche nella tenebra più profonda può splendere la luce.

A proposito della cella 34 a Jilava, Steinhardt ricorda:

“In questo posto quasi irrealmente sinistro avrei conosciuto i più bei giorni della mia vita. Quanto sono stato veramente felice nella camera 34! (Non lo sono stato altrettanto né durante l’infanzia, a Braşov, con la mamma, né per le infinite strade della misteriosa Londra, né per le belle colline di Muscel, né nello scenario da cartolina azzurra di Lucerna, no, da nessuna parte. […] In questa camera [c’è] un’atmosfera di grandiosa ieraticità medioevale; si muovono invisibili mantelli di porpora, brillano splendenti sciabole di Damasco. Ogni gesto svela un donchisciottismo nascosto. […] Ci sono anche due medici, persone molto perbene, ci sono soldati dell’Esercito di Cristo, poi dei settari, apicoltori assetati di salmi […]; così sembra che tutti facciano a gara nell’essere gentili l’un l’altro; da mattina a sera tutti imparano poesie, si raccontano libri seri […]. Dappertutto – come le nuvole verso la montagna – nella cella 34 nasce e si diffonde quell’atmosfera ineffabile e senza pari che solo la prigione può creare: qualcosa di simile alla corte dei duchi di Burgundia […] o di una court d’amour provenzale, qualcosa di molto affine al paradiso, al Giappone d’altri tempi, cavalleresco […]. Nella cella 34 la gioia – nata dalla nobiltà, dalla poesia, dalla sfida – e il dolore (regna un freddo tremendo, il cibo è molto scarso, l’acqua continua a essere piena di vermi, l’ambiente è deprimente come in un film dell’orrore, i rimproveri sono continui, ogni appunto delle guardie è accompagnato da botte sotto il mento e pugni in testa) – si mescolano così inestricabilmente che tutto, persino il dolore, si trasforma in felicità estatica e sublime.”

Nicolae Steinhardt, nato nel 1912, critico letterario e filosofo, ebreo poi battezzato in prigione e monaco ortodosso dal 1980 fino alla morte nel 1989, ha scritto il Diario della felicità all’inizio degli anni Settanta. Il libro è stato sequestrato dalla Securitate (la polizia politica) nel 1972, riscritto dall’autore e infine pubblicato nella prima versione nel frattempo recuperata nel 1991.

È dunque un memoriale e non un vero diario, ma anche molto di più. Oltre alla parte autobiografica, include una gran quantità di notizie e testimonianze sulla vita culturale e politica della Romania che esprimono in maniera molto viva lo spirito romeno, e molte pagine di riflessioni filosofiche e spirituali.

Non sempre queste riflessioni mi hanno trovato d’accordo, ma per tutte le 544 pagine del libro sono restato affascinato dall’intelligenza, dalla finezza intellettuale, dalla sterminata cultura dell’autore. E soprattutto dalla sua apertura mentale, dalla mancanza nel suo sguardo di ogni preclusione, il che gli permette di citare non solo autori cristiani, ma anche autori non cristiani e persino anticristiani, trovando del buono nelle loro idee e nelle loro opere (citando una frase che Tommaso d’Aquino attribuiva a sant’Ambrogio si potrebbe dire: “La verità, chiunque l’abbia detta, viene dallo Spirito Santo”). Mi ha affascinato il suo rispetto anche per i nemici e per chiunque, al di là di ogni ideologia e appartenenza politica, abbia manifestato le virtù, per lui intrinsecamente cristiane, del coraggio e della nobiltà d’animo.

Sono proprio queste due virtù che testimoniano che il male non è mai assoluto, ed è attraverso di esse che Dio fa splendere la sua luce anche nelle tenebre più profonde.

A proposito di coraggio e nobiltà d’animo cito ancora un frammento del Diario: “Alla fine cosa rimane? Rimangono i versi che ci cita l’ingegner Radu Rossetti [un compagno di prigionia], bravo raccontatore di romanzi e soprattutto delle novelle di Kipling […]. I versi sono semplici. ”Segue una quartina del poeta australiano Adam Lindsay Gordon (1833-1870), che Steinhardt non nomina. La citazione è in inglese e ve ne do una traduzione mia:

“La vita è quasi tutta schiuma e bolle.

Due cose stanno ferme come pietra:

la gentilezza nella pena altrui,

il coraggio nelle nostre pene.”

Nel corso della serata dedicata al centenario della Grande unione della Romania tenutasi a Paradiso il 24 ottobre è stato presentato da Corinne Zaugg e Renato Giovannoli il libro di Nicolae Steinhardt Diario della felicità (Jurnalul fericii) pubblicato nel 2017 dalle edizioni Rediviva di Milano.

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