Ingrid Beatrice Coman – Tè al samovar

Tè al samovar- voci dal gulag sovietico, 2008, L’Harmattan Italia – Memorie; prefazione Monica Joita

‘Questo libro è un piccolo omaggio alla memoria di milioni di esseri umani, uomini e donne, incamminati verso l’inferno più remoto della terra e mai più tornati; alle famiglie che li hanno aspettati invano per anni; ai bambini rimasti orfani e cresciuti come fiori selvaggi intrappolati nelle griglie del sistema; a chi piange ancora su una foto in bianco e nero di tanti anni fa e a chi va a portare un fiore su una tomba senza nome.’

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Un fiore di ciliegio, leggero e innocente, caduto su un vecchio scatolone impolverato, può scatenare l’inferno. Sei caratteri maldestri su un telo ruvido, e la Kolyma, seppellita con cura nella memoria di Aljosha, riprende vita dal nulla, in un viaggio a ritroso sul filo di Arianna dei ricordi, una discesa nelle oscurità più impensate della società e della propria anima. Dal ripostiglio di un piccolo appartamento moscovita alla baracca n. 37, quella dei detenuti politici, la cui soglia è un punto di non ritorno, dove si entra per restare, fino a che anime e corpi non diventano parte delle gelide distese siberiane. Otto lunghi anni da dimenticare a ogni costo. Ma «il passato non è mai passato» e «ti raggiunge e ti cammina a fianco, come un parente che ignori o una donna che non ami più».
Tanti destini smarriti nel tritatutto di un meccanismo complesso, funesto e incomprensibile. Dai corridoi tormentati della Lubjanka, sul treno per la Kolyma, con biglietto di sola andata, a combattere la guerra dell’oblio e della solitudine, con la fame come unità di misura della consapevolezza di essere ancora vivi. Gulja, il giornalista italiano eccentrico e sensibile, Serghei, il professore di storia e tragico sognatore, Volodja, lo scultore e gigante buono, Stepan, il delicato pianista, Oleg, il vecchio insolito conte, Dimitri, l’ingenuo ingegnere armeno, o Piotr, il giovane prete dalla generosa preghiera, sono nomi da pronunciare piano, come se i ricordi potessero ancora ferirli, là dove sono, in questo o in un altro mondo.
E attraverso il loro passato, Aljosha e Vera si scoprono scivolati sulle due facce parallele della stessa realtà, il cui ingranaggio mostruoso si nutre indistintamente dei corpi dei carcerati e delle anime dei carcerieri. Ma l’amore spunta, inaspettato, là dove tutto sembrava perduto, piantando le sue radici negli abissi più bui del cuore umano. «È la vita che scorre», osserverà Aljosha alla fine della storia, in una tiepida mattina di aprile.
«Non prova rancore e non cova vendetta, non ha cattivi ricordi e non sente rimpianto, ma scorre sempre: nel sangue dei potenti e dei deboli, dei ricchi e dei poveri, dei vincitori e dei vinti; di quelli partiti o di quelli rimasti, di chi un giorno tornerà e di chi invece si è già arenato da qualche parte.» «Un pugno di neve inzuppata di fango – fatica e stivali in marcia – si scioglierà nel vento e rinascerà, acqua dolce e pulita, nella graziosa tazza di un raffinato tè al samovar.»