Emil Cioran – grande filosofo e saggista romeno

Emil Cioran (1911- 1995)

Emil Cioran (Răşinari, 8 aprile 1911 – Parigi, 20 giugno 1995) fu un filosofo, scrittore e saggista. Dalla seconda guerra mondiale fu in Francia con lo statuto di apolide. Scrive in romeno fino al 1947. Nel 1949 pubblica il Sommario di decomposizione, opera che ha già riscritto 4 volte prima che sia pronta per la pubblicazione. Da quel momento scriverà solamente in francese, con un’attenzione particolare alla lingua che ne fa uno dei migliori prosatori nell’idioma di Molière. Cionostante, riguardo al suo pensiero, in un intervista del 1970 a François Bondy l’autore dirà: “Un libro uscito a Bucarest nel 1933: Al culmine della disperazione, che contiene già tutto quello che verrà dopo. È il più filosofico dei miei libri”.

Colto dal morbo di Alzheimer, muore a Parigi nel 1995. È sepolto al cimitero di Montparnasse, dove nel 1997 lo raggiunge la moglie Simone Boué, che lascia le sue carte e una borsa di studio al CNL (“Centre nazionale du livre”) a Parigi, per scrittori di lingua francese che abbiano già pubblicato un opera proponendo una riflessione personale nello spirito di Cioran, su un soggetto di ordine generale.

Una particolarità onomastica è la M di E.M.Cioran, in generale accettata come Emil Mihail Cioran (Michele in rumeno) e messa in discussione, nella versione rumena dell’articolo, dal traduttore Sanda Stolojan come un vezzo dello scrittore, il quale lo utilizzò per la pubblicazione delle traduzioni. Infatti, in verità, essa resta come una M non definita , per cui, a parte alcune versioni come quella spagnola di Wikipedia, nella maggior parte degli articoli l’autore non è mai citato che come Mihail.

Emil Cioran nacque a Răşinari, in Transilvania, nel 1911. Il paese, oggi appartenente alla Romania, era incluso nell’impero austroungarico e si trova presso Sibiu. Il padre, Emilian Cioran, era un prete ortodosso e la madre, Elvira Cioran (cognome vero: Comaniciu) era originaria di Venetia de Jos (Venezia del Sud), un comune situato vicino a Făgăraş. Il padre di Elvira, Gheorghe Comaniciu, un notaio, ascese allo status di barone grazie alle autorità austro-ungariche. A volte capitava che i genitori parlassero in ungherese, il padre di Cioran aveva frequentato per un certo tempo le scuole elementari Ungheresi. Durante la I guerra mondiale i genitori come una parte degli intellettuali di origine rumena erano stati confinati; il padre a Sopron (Ödenburg) mentre la madre a Cluj (Klausenburg), lasciando i figli alle cure della nonna a Răşinari. Il padre era stato prima pope a Răşinari poi curato a Sibiu (Hermanstadt). Cioran ha dichiarato di aver avuto un infanzia molto felice fino al trasferimento alle scuole medie di Sibiu “È stata la fine Del mio sogno, il crollo del mio mondo.” Già nell’adolescenza è colpito da una grave crisi di insonnia cui darà la responsabilità di tutto ciò di cui è divenuto.

Dopo gli studi classici al liceo Gheorghe Lazăr di Sibiu, a 17 anni Cioran iniziò a studiare filosofia all’Università di Bucarest. Al suo ingresso nell’università ebbe modo di fare conoscenza con Eugène Ionesco e Mircea Eliade, che insieme a Cioran avrebbero formato un trio di amici per tutta la vita. Il futuro filosofo rumeno Constantin Noica e il futuro pensatore rumeno Petre Ţuţea divennero i suoi più stretti colleghi nel periodo in cui fu sotto la direzione di Tudor Vianu e Nae Ionescu. Conoscendo il tedesco molto bene, i suoi primi studi si incentrarono su Immanuel Kant, Arthur Schopenhauer e specialmente Friedrich Nietzsche. Diventò un agnostico, assumendo l’assioma “l’inconvenienza dell’esistenza”. Durante i suoi studi all’università fu anche influenzato dalle opere di Georg Simmel, Ludwig Klages e Martin Heidegger, ma anche del filosofo russo Lev Shestov, che aggiunse al suo sistema di pensiero la credenza che la vita è arbitraria. Cioran si laureò con una tesi su Henri Bergson. Tuttavia il Cioran successivo ripudiò Bergson, affermando che il primo non aveva compreso la tragicità della vita. Nel 1933 ottenne una borsa di studio presso la fondazione Humboldt, grazie alla quale si trasferì a Berlino, dove entrò in contatto con Nicolai Hartmann e Ludwig Klages, poi a Dresda e a Monaco, assistendo all’instaurazione della dittatura hitleriana, all’assembramento dei militari tedeschi, alla notte dei lunghi coltelli. Futuro scettico di tutti gli idealismi e persecutore dell’Utopia, in quegli anni si entusiasmò di fronte al vitalismo e al misticismo dei nazisti. Al ritorno in Romania venne pure in contatto con il locale movimento fascista delle Guardie di Ferro che abbandonò solo alla vigilia della 2° Guerra Mondiale.

Dopo la pubblicazione dei primi libri in lingua rumena, che gli valsero l’etichetta di antisemita, nel 1936 per un anno insegna filosofia al liceo di Braşov “l’unico anno della mia vita in cui mi sia capitato di lavorare”, finalmente nel 1937 si trasferì in Francia con una borsa di studio dell’istituto francese di Bucarest per fare una tesi di dottorato. A partire dal 1947 quando mentre stava scrivendo una traduzione in rumeno di Mallarmé decide che non rientrerà in Romania e che scriverà solo in lingua francese, diventando uno dei migliori prosatori contemporanei nella lingua che fu di Voltaire.

Morì a Parigi nel 1995 all’età di 84 anni.

Nell’ambito del pensiero filosofico, Cioran si colloca tra quelle figure che esulano dai canoni stabiliti dall’epoca e dai sistemi, e che non fanno parte di nessuna corrente o scuola. Il suo stile è caustico, diretto e profondamente emotivo, poiché egli scrive non per diffondere le proprie idee ad un pubblico, bensì per dissipare la propria sofferenza, derivante da un’insonnia costante che lo conduce sull’orlo del suicidio. Inaugura, quindi, un proprio filone, definibile di letteratura terapeutica, poiché grazie ad essa si salva dall’auto-uccisione. Dilaniato da contraddizioni insanabili, il pensiero di colui che si auto-definisce un filosofo urlatore si manifesta attraverso affermazioni volutamente provocatorie, in grado di scuotere chiunque. Qualsiasi giudizio su questa figura del Novecento deve tener conto che egli ha fatto dello scandalo uno stile di vita, dell’arte un’esplosione di sentimenti e della scrittura una valvola di sfogo prettamente personale.

Cioran nasce in una terra di contraddizioni come la Romania, paese latino con carattere slavo, cristiano ortodosso che diventa comunista passando per una forma di fascismo filonazista. Una terra ricca di tradizioni e di superstizioni, dal fascino oscuro e barbaro, il cui «popolo è il più scettico che esista: è allegro e disperato al tempo stesso. Per ragioni storiche coltiva la religione del fallimento» così Cioran e aggiunge: «ricordo della mia infanzia un tizio, un contadino al quale toccò una grande eredità. Passava la giornata di taverna in taverna, sempre ubriaco, accompagnato da un violinista che suonava per lui. mentre gli altri andavano in campagna a lavorare, lui passeggiava di taverna in taverna, l’unico uomo felice al mondo. Quando sentivo il suono del violino correvo a vederlo passare, perché mi affascinava. Spese tutto in due anni e poi morì.» (Dall’intervista in ‘Cioran, un angelo sterminatore’, di Fernando Savater)

Nonostante un fortissimo ancoramento al paese d’infanzia, ai suoi misteri e ai suoi odori (‘darei tutti i paesaggi del mondo per quello della mia infanzia’), Cioran, arrivato a Parigi nel 1937, sceglie il francese come lingua di scrittura, pubblicando il suo primo saggio in questa lingua (Précis de décomposition) nel 1949 da Gallimard. In ‘Storia e utopia’ (1960) il filosofo spiega il suo rapporto conflittuale e resistente con questa lingua, dotata di ‘una sintassi d’una rigidità, d’una dignità cadaverica’ e in cui non c’è ‘più alcuna traccia di terra, di sangue, d’anima’.

Non c’è dubbio che l’opera di Cioran, pur dispiegandosi in vari libri anche lontani tra loro in ordine di tempo e di argomento, sia pervasa totalmente da uno spirito crudele ma speranzoso come il disinganno.
Crudele perché di fronte ad esso ogni fenomeno mondano sfocia nel fallimento, speranzoso perché niente è più istruttivo, in filosofia, del fallimento stesso.

Gli scritti di Cioran hanno il marchio della vertigine e della lucidità, non sono scritti secondo finalitá pedagogiche. E per questo risultano estremi, laconici epitaffi di un’esistenza casuale, priva di senso, permeata dall’amarezza e che solo l’idea di suicidio può rendere dignitosa, in quanto unico atto veramente libero, frutto del libero arbitrio.

‘Ricordo un’occasione in cui per tre ore ho passeggiato nel Lussemburgo con un ingegnere che voleva suicidarsi. Alla fine l’ho convinto a non farlo. Gli ho detto che l’importante era aver concepito l’idea, sapersi libero. Credo che l’idea del suicidio sia l’unica cosa che rende sopportabile la vita, ma bisogna saperla sfruttare, non affrettarsi a tirare le conseguenze. È un’idea molto utile: dovrebbero farci delle lezioni nelle scuole! ‘.

Ma cosa rende luminoso un cammino così spericolato attraverso le delusioni, cosa fa di Cioran una figura così speciale tra gli svariati pessimisti e nichilisti?

Si riassume in una parola: ironia. La causticitá delle sue frasi paradossalmente ci fa ritrovare la speranza stessa, si tratta in fondo di precipitare all’infinito senza appigli ed in seguito allo smarrimento farsi solleticare dalle correnti d’aria, dimenticare la possibilità di risalire e godersi il tuffo.

Le sue opere difficilmente lasciano indifferente un lettore; gli danno tuttavia una sensazione di leggerezza, anche attraverso una vena umoristica che invece é assente nella produzione nietzschiana. È come se dopo esserci scontrati con la vacuità tornassimo a vivere: da una folle vertigine di lucidità si arriva a un nuovo grado di consapevolezza, da un nuovo grado di consapevolezza si arriva a una forma di liberazione.

Ogni aspetto della vita viene passato tra le maglie del setaccio del disinganno, viene formulato un giudizio che si scioglie subito dopo sotto i colpi di un altro giudizio, un gioco di scatole cinesi che porta ad un’inevitabile ‘epoché’.

Tratto da: Emil Cioran. Wikipedia, L’enciclopedia libera.

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